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Spremuta fino all’osso dal circuito delle corse, rinasce grazie al coniglietto di peluche rosa: la storia della levriera Poppy

4 June 2026 at 15:44

Per anni è stata allevata per correre. Nel circuito delle corse dei levrieri, migliaia di cani vengono selezionati fin da cuccioli con un unico obiettivo: diventare i più veloci. Quando la loro “carriera” finisce, molti si ritrovano senza una destinazione certa. È da questo mondo che arriva la storia di Poppy, una levriera australiana che, dopo decine di gare e diverse cucciolate, ha trovato una seconda possibilità grazie all’adozione. Ma il passaggio dalla pista al divano non è stato immediato. Quando la levriera è stata adottata dalla sua nuova famiglia in Australia, le prime settimane sono state difficili. Di notte si svegliava, si aggirava per casa e piangeva. Un comportamento che ha subito fatto capire ai suoi adottanti quanto il passato fosse ancora presente.

“Per le prime due settimane si svegliava durante la notte e girava per casa piangendo. Ci spezzava il cuore pensare a quanto dovesse sentirsi triste e confusa”, ha raccontato la proprietaria Emma. La famiglia ha quindi provato a offrirle un piccolo punto di riferimento: un morbido coniglietto di peluche rosa. Quello che sembrava un semplice giocattolo si è trasformato in qualcosa di molto più importante. Poppy ha iniziato a portarlo con sé durante il riposo, stringendolo sotto la zampa e trattandolo con una delicatezza riservata a nessun altro oggetto.

Con gli altri giochi si comportava come qualsiasi cane curioso e vivace. Con quel coniglietto, invece, il rapporto era diverso. Non lo scuoteva, non lo mordicchiava, non lo lanciava in aria. Lo custodiva. Con il passare del tempo, però, qualcosa ha iniziato a cambiare. “Dopo un paio di mesi, ha iniziato a mostrare segni di sentirsi al sicuro e rilassata. Il coniglietto rosa ha iniziato a diventare meno importante”, ha spiegato Emma. A distanza di diciotto mesi dall’adozione, Poppy è ormai un cane completamente diverso. Le paure che la accompagnavano nelle prime settimane hanno lasciato il posto a una quotidianità fatta di affetto, gioco e tranquillità: “È sicura di sé, giocherellona, felice, un po’ impertinente e super affettuosa e amorevole. Il coniglietto rosa è sempre vicino al suo letto e a volte la sorprendo con la testa appoggiata accanto a lui”, racconta ancora la proprietaria.

Una seconda possibilità

Dietro questa rinascita c’è però una storia che riaccende i riflettori sul destino di molti levrieri impiegati nelle competizioni. Prima dell’adozione, Poppy aveva partecipato a 53 gare ed era stata utilizzata anche per la riproduzione, dando alla luce tre cucciolate. Secondo le associazioni che si occupano di tutela animale, ogni anno migliaia di levrieri vengono allevati con la speranza di ottenere il campione perfetto. Non tutti, però, trovano una sistemazione una volta terminata la carriera sportiva.

Emma si è avvicinata a questa razza quasi per caso, dopo aver conosciuto il cane di un vicino: “Mi sono resa conto molto rapidamente di quanto fossero gentili e dolci. Poi ho scoperto quanti venivano scartati dopo la loro carriera nelle corse e che semplicemente non c’erano abbastanza case per tutti loro. È stato questo il motivo che mi ha spinto ad adottare un levriero”. Una scelta che ha cambiato due vite: quella della cagnolina e quella della famiglia che l’ha accolta.

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Il tabù delle tasse ai ricchi in Italia: perché la progressività fiscale è diventata un miraggio

 

Ogni qual volta in Italia si sfiora il tema della tassazione scoppia un putiferio. Accadeva cinquant'anni fa, ma lo scenario è persino peggiorato oggi, in un sistema ridotto a sole tre aliquote fiscali. Le proposte di tassare i grandi patrimoni, al netto della retorica e del debole populismo di certa sinistra, hanno sempre esercitato una forte attrazione teorica all'interno di un programma politico di equità sociale; un programma di cui, tuttavia, non si vede più alcuna traccia nell'attuale panorama progressista.

In un Paese in cui si riflette poco e male sulle dinamiche del modo di produzione capitalistico, l’attenzione resta focalizzata unicamente sulla sfera distributiva. Qui emerge un limite tipicamente italiano: la totale assenza di équipe e gruppi di studio strutturati capaci di analizzare la ricchezza, a differenza di quanto avviene in Francia, dove la ricerca scientifica su questi temi è radicata da lustri. Nel nostro contesto, l’introduzione di una reale imposta patrimoniale finirebbe per scontentare persino una parte non trascurabile dello stesso centro-sinistra.

La fiscalità progressiva che ha caratterizzato il Novecento è ormai un lontano ricordo. Anche i criteri per valutare la ricchezza — come la definizione delle tipologie di reddito e delle basi imponibili — rimangono elementi fortemente divisivi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tassare i grandi patrimoni è diventato a tutti gli effetti un tabù inavvicinabile.

L'immobilità delle istituzioni e la transnazionalità dei capitali

In questo scenario di progressivo smantellamento, la Corte Costituzionale non è mai intervenuta in questi anni per imporre criteri guida rigidi volti a preservare la progressività del sistema di tassazione. Di fatto, il vecchio progetto redistributivo viene ostacolato o ignorato proprio da chi dovrebbe vigilare a sua difesa, lasciando spazio a un sistema fiscale iniquo già in partenza. A complicare il quadro si aggiunge il carattere transnazionale delle grandi ricchezze, protette da un'intricata filiera societaria che permette di spostare agevolmente le sedi fiscali nei paradisi offshore.

Un programma avanzato di equità sociale non può prescindere dal ripristino di un congruo numero di aliquote fiscali, uno strumento indispensabile per restituire il principio di progressività alla tassazione e avviare una redistribuzione che sia finalmente efficace. Al contrario, gli slogan sulle "super tasse ai ricchi" si rivelano spesso semplici specchietti per le allodole, utili solo a deviare l'attenzione mediatica dai problemi strutturali del fisco. Nel frattempo, la retorica populista dominante — quella di matrice destrorsa — punta tutte le sue carte sulla delegittimazione ideologica delle tasse per i redditi elevati, provocando il conseguente definanziamento dei servizi pubblici universali.

Lo smantellamento dello Stato sociale procede di pari passo con lo stravolgimento della progressività fiscale. Le privatizzazioni selvagge sono parte integrante di questo attacco sistematico al mondo del lavoro e ai lavoratori dipendenti, un’offensiva che dura ormai da decenni. Diventa quindi fondamentale ripristinare un po' di verità storica all'interno del dibattito pubblico sul fisco, abbandonando formule astratte e slogan funzionali solo a alimentare uno scontro ideologico sterile.

Deputados governistas vão aos EUA para reforçar diálogo em meio à crise

Deputados aliados do presidente Lula (PT) desembarcaram nesta semana em Washington em uma tentativa de ampliar a interlocução com parlamentares democratas e apresentar uma narrativa alternativa à levada aos Estados Unidos pelo senador Flávio Bolsonaro (PL-RJ) e pelo ex-deputado federal Eduardo Bolsonaro.

A missão ocorre em um momento de tensão nas relações bilaterais. Inicialmente, a viagem foi marcada para que os parlamentares discutissem sobre a importância das eleições sem interferência dos EUA. Porém o encontro tomou novos desdobramentos após as recentes decisões do governo Trump contra o Brasil. A missão dos deputados foi organizada junto com a WBO (Washington Brazil Office).

Na semana passada, os americanos classificaram as facções criminosas PCC (Primeiro Comando da Capital) e Comando Vermelho como organizações terroristas, medida que, na avaliação do governo brasileiro, pode gerar impactos econômicos.

Além disso, investigações anunciadas pelo governo americano podem resultar em tarifas de até 37,5% sobre produtos brasileiros. Em meio a esse cenário, o secretário de Estado dos EUA, Marco Rubio, afirmou nesta semana que o Brasil não está entre os países considerados “amigáveis” aos Estados Unidos.

Na comitiva estão os deputados federais Jandira Feghali (PC do B-RJ), Pedro Uczai (PT-SC), Pedro Campos (PSB-PE) e André Janones (Rede-MG). Segundo eles, a viagem busca fortalecer canais de diálogo com congressistas democratas e organismos internacionais, além de apresentar propostas de cooperação bilateral em áreas como combate ao crime organizado, inteligência financeira e tráfico internacional de armas.

Apesar de a agenda incluir apenas encontros com representantes do campo democrata, os parlamentares afirmaram ter solicitado uma reunião com o Departamento de Estado, comandado por Rubio, mas ainda aguardam resposta.

Críticas à atuação da família Bolsonaro

Em entrevista a jornalistas nesta quarta-feira (3), os deputados criticaram a atuação da família Bolsonaro junto à Casa Branca e defenderam uma reação mais organizada do campo progressista brasileiro nos Estados Unidos.

Janones afirmou que a esquerda demorou a perceber a importância da aproximação construída pela família Bolsonaro com setores do governo americano. “Eu acho que, do nosso campo, do campo progressista, faltou um pouco de humildade de levar a sério essa aproximação da família Bolsonaro na Casa Branca, em especial com Donald Trump”, disse.

Segundo ele, as viagens de integrantes da família Bolsonaro aos Estados Unidos foram frequentemente tratadas com desdém por setores da esquerda, mas acabaram produzindo resultados concretos. “Sempre que saía alguma matéria tinha aquele tom de menosprezo. ‘Ah, foi lá para implorar uma foto’. ‘Ah, foi lá para tentar um espaço’. E cada vez eles vêm entregando mais resultado”, afirmou.

Para o parlamentar, a missão representa uma tentativa de ampliar a interlocução com parlamentares americanos e evitar que aliados do ex-presidente monopolizem a narrativa sobre o Brasil em Washington.

A deputada Jandira Feghali também responsabilizou aliados de Bolsonaro pelo agravamento das tensões bilaterais. “São pessoas que em tese pensam representar o Brasil, mas que chegam aqui e articulam medidas contra o país”, afirmou.

Cooperação e combate ao crime organizado

Os deputados também contestaram a classificação do PCC e do Comando Vermelho como organizações terroristas. Embora defendam cooperação internacional contra as facções, argumentam que a medida pode produzir efeitos econômicos e políticos que extrapolam o combate ao crime organizado.

Pedro Uczai afirmou que a delegação apresentará um documento propondo mecanismos de cooperação entre os dois países em áreas como rastreamento de recursos financeiros, combate à lavagem de dinheiro, tráfico internacional de armas e intercâmbio de informações entre órgãos de investigação.

“Ao invés de ter posturas unilaterais, nós queremos cooperação”, disse.

Segundo o parlamentar, parte significativa das armas apreendidas em ações contra o crime organizado no Brasil tem origem nos Estados Unidos, o que exigiria uma atuação conjunta dos dois governos. Uczai também criticou as novas tarifas impostas por Trump, classificando a medida como unilateral e incompatível com a tradição diplomática construída entre os dois países.

Eleições e soberania nacional

Já o deputado Pedro Campos afirmou que a missão foi planejada originalmente para discutir riscos de interferência externa no processo eleitoral brasileiro, mas acabou incorporando os temas do comércio internacional e do combate ao crime organizado diante dos acontecimentos recentes.

“Existe um desejo do povo brasileiro de ter eleições livres esse ano e que a gente possa fazer isso sem influências externas”, afirmou.

Segundo Campos, tanto as discussões sobre tarifas quanto as iniciativas relacionadas ao crime organizado passaram a ser vistas pelo grupo dentro de um contexto político mais amplo, marcado pela proximidade do calendário eleitoral brasileiro.

Durante a viagem, os parlamentares pretendem se reunir com congressistas democratas e representantes de organismos internacionais. A expectativa é usar os encontros para defender a soberania brasileira, contestar medidas adotadas pelo governo Trump e ampliar a interlocução política do campo governista nos Estados Unidos. (Isabella Menon/FOLHAPRESS)

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Bill Cosby nei guai, il tribunale conferma la condanna per aggressione sessuale. L’attore dovrà risarcire la vittima della violenza con 19.25 milioni di dollari

4 June 2026 at 11:39

Bill Cosby subisce un’ulteriore sconfitta in sede giudiziaria. Il tribunale ha respinto la richiesta dell’attore, 88 anni, di ottenere un nuovo processo nell’ambito di una causa civile per aggressione sessuale del valore di oltre 19 milioni di dollari.

Il giudice della Corte Superiore della Contea di Los Angeles ha emesso la propria sentenza stabilendo che Cosby non ha fornito prove sufficienti a sostegno della sua tesi, secondo la quale presunte irregolarità processuali gli avrebbero impedito di beneficiare di un giudizio equo. La notizia è stata riportata dai principali organi di stampa statunitensi.

La Corte d’Appello ha confermato la condanna nei confronti di Bill Cosby, stabilendo che il risarcimento danni di 19,25 milioni di dollari riconosciuto alla sua accusatrice, Donna Motsinger, non risulta “eccessivo”. Lo scorso marzo, una giuria civile aveva stabilito che l’attore avesse drogato e aggredito sessualmente l’ex cameriera nel 1972, dopo averla condotta a uno dei suoi spettacoli.

La giuria ha deliberato in favore della Motsinger, oggi 84enne, disponendo l’ingente risarcimento e rigettando la tesi difensiva di Cosby, secondo cui sarebbe stato vittima di una “giustizia sommaria” e avrebbe sempre negato qualsiasi aggressione nei confronti della donna.

Il procedimento giudiziario, avviato a oltre cinquant’anni dai fatti contestati, è stato reso possibile grazie a recenti modifiche legislative che permettono alle vittime di violenze sessuali, commesse in passato, di promuovere azioni civili contro i propri aggressori.

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Il bivio del 2 Giugno: tra parate militari e il vincolo UE che impone all'Italia le energie green

 

Sta per arrivare una mini-clausola di salvaguardia per rendere flessibili le spese energetiche alla voce investimenti. Ne abbiamo parlato negli ultimi giorni e, nelle ultime ore, è arrivata la notizia che Bruxelles avrebbe inserito una richiesta esplicita all'Italia: investire nelle energie green. Questa indicazione si inserisce proprio all'interno della clausola di salvaguardia per la difesa, quella che consente di scorporare dai vincoli di bilancio gli investimenti in armi e che viene utilizzata, in piccola parte, anche per le spese energetiche.

La domanda che sorge spontanea è come il Governo riuscirà a coniugare il sogno nucleare – spinto anche da Confindustria – con questa avvertenza "ecologista". In effetti, i 4 miliardi risparmiati in tre anni dovrebbero essere usati esclusivamente per investimenti nella transizione energetica. Riusciremo, or dunque, a sfruttare questa opportunità o, una volta fallito l'obiettivo, il Governo se la prenderà con la burocrazia europea?

Nella giornata del 2 Giugno sono in molti a chiedersi quale sarà la Repubblica italiana del futuro, sapendo che ad attenderci non saranno anni facili. La parata sui Fori Imperiali è da tempo contestata dai movimenti pacifisti, storicamente critici verso le ostentazioni di carattere militarista. Cavarsela invocando il senso di responsabilità e la riconoscenza verso quanti costituirono la Repubblica – nata dalla cacciata del fascismo, come ricordato dalla Presidente del Consiglio in occasione della festa nazionale – è l'ennesima dimostrazione di come dichiarazioni affrettate producano talvolta effetti indesiderati. La difesa d'ufficio della sfilata militare, in tempi di guerra e militarismo diffuso, non sembra cogliere la fondatezza delle critiche emerse da quanti ricordano come l'aumento delle spese per il riarmo rappresenti una concreta minaccia a quell'idea di Repubblica nata in antitesi alla guerra.

Le suggestioni presidenzialiste, appena frenate dal Referendum, torneranno presto in auge: fermarle presuppone avere un'idea alternativa a quella delle destre, che non sia la semplice salvaguardia dello status quo. Se i giudizi negativi sul Premierato sono un elemento comune a innumerevoli forze politiche e sociali, l'analisi sul ruolo dell'Unione Europea o sul sistema elettorale maggioritario potrebbero invece riservare divisioni insanabili. È proprio il 2 Giugno, tra rigurgiti militaristi e l'oblio in cui sono finite le aspettative di tanti decenni fa, la data in cui porsi le domande più scomode.

In questi giorni l'Esecutivo tenta di districare la matassa prendendo le distanze tanto da Bruxelles quanto dalla Nato: i soliti equilibrismi a cui dovremmo essere abituati. L'Italia aveva chiesto di estendere all’energia lo scorporo dal deficit delle spese per la difesa; una richiesta non certo rivoluzionaria, subito accolta, almeno in parte, dall'UE.

In soldoni, ci si accontenta di ridurre la spesa militare di qualche miliardo di euro per spendere i fondi risparmiati sul fronte energetico, magari per lanciare il progetto nuclearista italiano. Tuttavia, questa riduzione non potrà tradursi nei tanto cari sussidi e bonus a cui il governo Meloni ci ha abituato. La richiesta esplicita dell'UE va nella direzione di privilegiare investimenti strutturali, che potrebbero appunto tradursi in centrali nucleari. Ironia della sorte, sarà possibile ridurre (seppur di poco) le spese per la guerra investendo i risparmi nel nucleare, mentre l'Italia continuerà a essere sotto sorveglianza comunitaria per aver superato il parametro del 3% nel rapporto deficit/PIL.

Sempre in queste ore si continua a parlare di competitività e transizione energetica, dimenticando che lo stesso Consiglio dei Ministri aveva previsto un percorso di consolidamento dei conti per rientrare nei parametri richiesti da Bruxelles. In questo viatico, tuttavia, non viene ricordato che è stata fissata, anno per anno, una soglia massima alla spesa sociale. Una decisione che arriva in tempi in cui il morso della crisi si fa sentire per tante famiglie, alle prese con rincari generalizzati e spese sanitarie e di istruzione sempre più insostenibili.

“Baby Gang ha uno spiccato profilo di pericolosità con svariati precedenti per rissa, detenzione illegale di arma, resistenza”: ecco le motivazioni della sentenza

3 June 2026 at 15:44

Il trapper Baby Gang, all’anagrafe Zaccaria Mouhib, 24 anni, è stato condannato a 2 anni e 8 mesi di reclusione con rito abbreviato. La sentenza, emessa il 4 marzo dalla giudice per l’udienza preliminare di Milano Chiara Valori, è accompagnata da motivazioni che tratteggiano un profilo allarmante del giovane artista.

Secondo quanto scritto dalla Gup, Mouhib presenta uno “spiccato profilo di pericolosità” e vanta un lungo elenco di precedenti penali risalenti al 2018, quando era ancora minorenne, fino all’anno scorso. Tra i reati contestati figurano lesioni personali, rissa, detenzione illegale di arma e resistenza. La gup sottolinea inoltre come, durante il periodo di detenzione domiciliare in una comunità, il trapper abbia ripetutamente e consapevolmente violato le prescrizioni imposte. Una vicenda giudiziaria intrecciata con una carriera musicale di grande successo: Baby Gang è infatti protagonista delle classifiche di streaming con milioni di follower e collaborazioni di rilievo nel panorama della musica italiana.

Condanna, stavolta, per ricettazione e detenzione di una pistola clandestina con matricola abrasa. Era finito in carcere ancora una volta, infatti, l’11 settembre 2025 dopo che i carabinieri, in un’inchiesta più ampia della Procura di Lecco, avevano trovato in una camera d’albergo a Milano, dove dormiva dopo essersi esibito al concerto di Emis Killa (estraneo all’inchiesta), una semiautomatica con matricola abrasa dentro un porta tovaglioli. Inchiesta lecchese nell’ambito della quale è di nuovo finito in carcere nei mesi scorsi, dopo che nel procedimento milanese aveva ottenuto i domiciliari.

La difesa del cantante, con l’avvocato Niccolò Vecchioni, potrà comunque fare appello dopo la condanna arrivata a seguito delle indagini della pm Maura Ripamonti. “Adesso basta, solo musica”, aveva detto il 24enne dopo il verdetto, ma qualche giorno dopo era stato ancora arrestato. La gup Valori, spiegando che al trapper non possono essere concesse le attenuanti generiche, scrive, tra l’altro, che non ha voluto “indicare il canale attraverso il quale si è procurato l’arma” e si è difeso “minimizzando i fatti”.

La giudice segnala, inoltre, che Baby Gang, quando era ai domiciliari con braccialetto elettronico in una comunità ha usato il telefono, cosa che non poteva fare, per parlare con alcune persone. E davanti alla stessa gup, in udienza, il cantante ha detto: “Sono stato dentro per delle cazz..te Non per cose grosse secondo me. Lo so che per altri forse sono cose grandi. Io non ho fatto niente di male, non ho portato amici in comunità, non ho fatto cose brutte in comunità, l’unica cosa che ho fatto è stata chiamare la mia ragazza”. E ha sostanzialmente accusato i carabinieri, si legge ancora, “di eccedere nei controlli nei suoi riguardi, evidenziando così la perdurante incapacità di autocritica”.

Nel rapporto degli educatori risalente allo scorso marzo emergeva, tuttavia, una “maggiore consapevolezza critica nei confronti dei propri comportamenti trasgressivi e del mancato rispetto delle regole”. Un giudizio che la giudice ha definito “indubbiamente positivo e con buone prospettive di consolidamento nel tempo”, ma che allo stato attuale non risulta sufficiente per riconoscere al giovane di 24 anni le circostanze attenuanti, trattandosi, a suo avviso, di “una semplice apertura verso il futuro, ancora lontana dal tradursi in un cambiamento concreto e tangibile”.

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“Mi ha morso cinque volte, come se mi stesse assaggiando. Ho urlato, il che lo ha eccitato ancora di più ed è diventato sempre più aggressivo”: il racconto choc del triatleta attaccato da uno squalo in Sardegna

3 June 2026 at 15:18

Una nuotata di allenamento nelle acque della Sardegna si è trasformata in un incontro ravvicinato con uno squalo per Giovanni Caselli, 28 anni, triatleta francese in vacanza sull’isola. Il giovane sostiene di essere stato morso più volte mentre si trovava in mare aperto e di essere riuscito a raggiungere la riva riportando soltanto ferite superficiali. La vicenda, riportata da LaPresse, è stata raccontata dallo stesso Caselli al quotidiano francese Midi Libre.

Il 28enne, originario di Sète, vicino a Montpellier, stava trascorrendo alcuni giorni di vacanza in Sardegna quando ha deciso di approfittare del mare per proseguire la preparazione atletica. Prima di entrare in acqua aveva in mente anche di registrare qualche contenuto per i social: “Volevo fare un video con acqua turchese e tramonto per i miei social. In seguito, ho detto a mia moglie che avrei fatto 500 metri ad alta intensità per il mio allenamento”, ha raccontato. Secondo la sua ricostruzione, l’allenamento procedeva regolarmente fino a quando non avrebbe notato uno squalo a poca distanza. “A un certo punto ho visto lo squalo davanti a me”, ha spiegato al giornale francese. Inizialmente l’animale non sembrava manifestare atteggiamenti aggressivi, ma la situazione sarebbe cambiata nel giro di pochi secondi. “Invece di girarmi intorno, mi è venuto addosso. Mi è arrivato proprio accanto. Allora ho iniziato a nuotare lentamente all’indietro sul dorso ed è stato allora che mi ha dato il primo morso”, ha raccontato Caselli. Da quel momento, sostiene, sarebbero seguiti altri attacchi ravvicinati.

“Mi ha attaccato, mordendomi cinque volte, per fortuna in maniera superficiale”, ha dichiarato. Il giovane racconta di aver perso la calma dopo il primo contatto. “Ho urlato, il che lo ha eccitato ancora di più ed è diventato sempre più aggressivo. Continuava a mordermi e ho iniziato davvero a farmi prendere dal panico perché gli squali di solito non sono soli”. Nonostante la paura, il ventottenne sarebbe riuscito a mantenere sufficiente lucidità per dirigersi verso la riva. Lo squalo si sarebbe allontanato poco dopo, permettendogli di uscire dall’acqua senza conseguenze più serie.

Le condizioni

Ripensando a quei momenti, Caselli ha descritto una sensazione che rende bene l’idea della tensione vissuta in mare aperto: “Era come se mi stesse assaggiando”. Il bilancio finale parla di ferite lievi a una mano, a un ginocchio e a un polpaccio, che non hanno richiesto il ricovero in ospedale. Le ferite, ha aggiunto, restano sotto osservazione. “Le tengo sotto controllo perché i denti di squalo sono pieni di batteri”.

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Arrestato l’ex ballerino di “Amici” Simone Benedetti: “I poliziotti devono morire tutti”. È stato accusato di resistenza e violenza privata aggravata

2 June 2026 at 16:58

L’ex ballerino della terza edizione di “Amici di Maria De Filippi” Simone Benedetti è stato arrestato e portato in tribunale a Roma, ieri 1 giugno. A riportarlo è La Repubblica. Benedetti, domenica 31 maggio, si trovava al Pronto soccorso dell’Aurelia Hospital, dopo essere stato investito da un’auto, e avrebbe iniziato a fumare nella sala d’attesa del reparto. Gli infermieri gli avrebbero fatto notare che era vietato. “Fate una brutta fine, qui faccio saltare tutto, ammazzo te e la tua famiglia”, avrebbe urlato contro una infermiera lanciando il casco e lo lo skateboard.

Poi altre minacce: “Faccio come mi pare, fumo qui dentro. Io vi ammazzo, ammazzo tuo padre e la tua famiglia. Riesco a capire dove abiti e come ti chiami. Goditi gli ultimi giorni di vita. Torno qui e ti ammazzo”.

Il personale ha poi chiamato la polizia, ma il ballerino si sarebbe rivolto agli agenti con aria minacciosa: “Che volete? Chi vi ha chiamato? Andatevene altrimenti vi faccio saltare in aria anche a voi. Per me i poliziotti devono morire tutti”.

L’uomo è stato accusato di resistenza e violenza privata aggravata. Assistito dal suo legale, l’avvocato Giovanni Ferrari, ha dichiarato di aver subito maltrattamenti durante l’arresto, sostenendo di essere stato legato con del nastro adesivo e trascinato a terra. Il giudice ha tuttavia convalidato il provvedimento cautelare. Benedetti, in attesa che la vicenda venga chiarita in sede processuale, non potrà lasciare la città di Roma. Le indagini sono tuttora in corso, comprese quelle condotte dalla difesa, al fine di ricostruire con precisione la dinamica dei fatti.

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La svolta nucleare di Giorgia Meloni: "Una promessa elettorale che ignora la realtà"

 

Torniamo a parlare del comizio di Giorgia Meloni all'assise di Confindustria: mai amore fu tanto spassionato tra la Presidenza del Consiglio e l'associazione di punta dei datori di lavoro. I rapporti sono buoni dopo anni di generosi incentivi a vantaggio delle imprese e di detassazioni che hanno fatto felice non solo Confindustria, ma anche buona parte del sindacato. Un comune nemico agita i sonni dei padroni e dell'Esecutivo di destra: questo nemico è rappresentato dall'Unione Europea e dalla sua burocrazia.

Noi crediamo che le ragioni siano invece ben altre. In fondo, i padroni hanno sempre assunto posizioni non isolazioniste, utilizzando l'UE ogni qual volta dovevano arrivare fondi e aiuti economici. Ma la paura genera mostri e un'economia traballante come la nostra necessita di nemici che, all'occorrenza, potrebbero essere i concorrenti cinesi. Gli obiettivi sono sempre gli stessi: ad esempio, la sospensione delle normative a tutela dell'ambiente, che rappresentano un costo a carico delle imprese.

E non mancano i riferimenti all'energia, al debito comune per finanziare una politica industriale europea, oltre a ricordare il gradimento per quel sistema di detrazioni, deduzioni e sgravi fiscali che sono già stati accordati con grande generosità, pur con risultati deludenti. I ritardi dell'economia europea sono debitamente sminuiti, e ancor più lo sono i limiti macroscopici del sistema industriale italiano.

Meloni, in sostanza, propone un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia. Nella "burocrazia" potrebbero ritrovarsi le norme in materia di sicurezza e gli adempimenti antimafia; le nostre sono mere supposizioni, ma fin troppe volte ci siamo imbattuti in critiche ingenerose verso un sistema di regole indispensabile. A non funzionare in Italia sono tanti servizi della PA, a causa della carenza di investimenti e di personale, eppure permangono tutti i tetti in materia di assunzioni: su questo punto dovrebbe levarsi la critica alla UE.

Il linguaggio della Meloni è un classico del corteggiamento, nel dipingere il padronato come vittima di incompetenti burocrazie che ne hanno limitato l'azione imprenditoriale. Quando si parla di Zona Economica Speciale (ZES) unica per il Mezzogiorno, non vorremmo che la soluzione futura fossero invece le gabbie salariali e la contrazione dei salari, acuendo le disuguaglianze già esistenti.

Le imprese non sono disposte ad adeguare i salari al costo della vita; chiedono invece di includere negli incentivi gli investimenti su software e cloud, trovando il plauso del Governo. Insomma, sgravi e bonus restano la soluzione di ogni problema.

Chiudiamo sull'energia. Nota è la tentazione nuclearista della Meloni e di parte del padronato italiano. Ipotizzare un nuovo ruolo dell'Italia nella veste di "hub europeo di produzione e di distribuzione di energia a livello continentale" ad oggi sembra una autentica promessa elettorale, non esistendo alcuna infrastruttura per raggiungere questi obiettivi; ci si muove per acquistare gas, derivati ed elettricità a prezzi calmierati, con l'immancabile aiuto statale e pensando che la soluzione sia quella del disaccoppiamento del prezzo dell'energia elettrica da quello del gas. L'Italia potrebbe essere produttrice di energie pulite, vista la sua conformazione geografica, ma non sembra che questo interessi molto.

E infatti la Meloni ricorda nel suo intervento:

"Non ho dubbi sul fatto che la ripresa della produzione nucleare in Italia sia un obiettivo alla nostra portata e non ho dubbi sul fatto che può rappresentare una svolta per la nostra competitività. E dunque sono molto determinata su questo."

A distanza di tanti anni dal referendum, la destra punta direttamente all'energia nucleare, avendo un giudizio sulle rinnovabili in linea con i dettami trumpiani. Ma l'Italia, al contrario degli USA, non ha riserve di gas e petrolio: una differenza ragguardevole di cui il Premier italico dovrebbe tenere conto.

Meloni da Confindustria: le "parole magiche" per conquistare i padroni (e l'omissione sul PNRR)

 

Il Giudizio della Meloni e del Governo sulla Unione Europea prima o poi viene sempre a galla  ma se la critica all'operato di Bruxelles avviene con un alleato di prestigio come  Confindustria, l'asse tra padroni e destra diventa preoccupante. Prima di esaminare l'intervento della presidente del Consiglio all'assise padronale proviamo a ragionare sulla congiuntura. In sostanza Confindustria esprime forte preoccupazione per gli scenari internazionali, la crisi energetica, il rincaro di gas e greggio, l'impennata inflazionistica e l'atteso rialzo dei tassi di interesse.
 
Confindustria è preoccupata per consumi e  servizi ma esprime un giudizio assolutamente positivo sugli investimenti del PNNR, sa che la fiducia è in calo, i consumi a rischio se la guerra non si fermerà avendo un impatto assolutamente negativo su aziende e famiglie. E se fino ad oggi l'industria ha tenuto  gli uffici studi padronali intravedono all'orizzonte un deciso peggioramento specie quando gli effetti trainanti del PNRR verranno meno. A preoccupare sono i dati relativi all'industria e ai servizi, non troviamo tuttavia traccia di una autocritica del sistema imprenditoriale le cui responsabilità non andrebbero per altro taciute.
 
Se Confindustria ha i suoi scheletri da nascondere nell'armadio il Governo attacca preventivamente per non rispondere a una domanda dirimente: quali sono i risultati del monitoraggio in corso d'opera della Commissione Ue sugli obiettivi e sui traguardi del PNRR? Un eventuale giudizio negativo quanto peserebbe sulla credibilità del Governo Italiano, potrebbe ritardare il piano di rientro nei parametri del rapporto tra Pil e debito oggetto della procedura di infrazione?

Veniamo all'intervento della Meloni in casa di Confindustria per comprendere le posizioni assunte dal Governo tralasciando tutte le dichiarazioni di circostanza e di pura formalità.
 
Meloni spende le parole giuste all'assise padronale per conquistarsi la platea e non a caso usa le parole giuste per guadagnare subito consenso puntando i dito contro la burocrazia UE.
 
La immagine venduta è quella del Governo dialogante senza pregiudizio alcuno: 
 
Noi viviamo oggi in quella che diversi analisti definiscono l’epoca delle “policrisi”. Cioè uno scenario nel quale crisi che sono di natura diversa, innescate da fattori lontani tra loro, si sommano, si sovrappongono, finiscono per alimentarsi l’una con l’altra, creando una spirale che chiaramente impatta con forza estrema sull’intero ecosistema politico, economico e sociale globale. E nella “policrisi”, instabilità e incertezza non sono una eccezione, diventano la regola, e finiscono per portare a nudo la precarietà dell'ordine mondiale, ma anche per raccontarci e mettere di fronte le troppe vulnerabilità che noi, per anni, ingenuamente e colpevolmente, abbiamo finto di non vedere. 
 
I motivi comuni di preoccupazione in fondo sono sempre gli stessi ossia fermare la inesorabile crisi del Vecchio Continente verso un progressivo declino economico e geopolitico
Le difficoltà della Ue sono descritte come il risultato di una idea miope che relega la Ue al ruolo di piattaforma commerciale in subordine ad Asia e Usa, detto da un politico che ha sempre evidenziato una paurosa subalternità a Trump fa un certo effetto.
 
Meloni da sempre all'ombra di Usa e Israele bacchetta l'Europa per le fin troppo fragili catene del valore, guadagna consensi tra i padroni quando parla di lunga subalternità del nostro paese a poteri burocratici che non ci fanno crescere omettendo di ricordare che quei poteri hanno concesso i fondi PNRR senza in quali saremmo in piena recessione. Non è credibile un politico che si arrampica sugli specchi cambiando repentinamente posizione a seconda dell'interlocutore di turno e parlando astrattamente di protagonismo quando da anni la economia del paese è stagnante. Ma ripetere le frasi magiche del padronato porta benefici come soffermarsi sulla competitività delle imprese facendo credere che la loro crisi è solo causata da meccanismi burocratici infernali e il peso soffocante di oneri amministrativi e regolamenti.
 
Fin troppo facile leggere la realtà con questo metro parlando di semplificazione e sburocratizzazione come elementi risolutivi e di svolta, la nostra produzione non viene affossata dalla burocrazia ma dal fatto che siamo indietro rispetto ai competitor nei processi innovativi tecnologici, non abbiamo settori di punta, stentiamo a trovare a basso costo i metalli rari, abbiamo un welfare inadeguato e una manifattura  traino della Germania.
 
Manca un indirizzo politico e sociale alla nostra economia e  gli atti di indirizzo della ue sono spesso confusi e prodotto di quell'equilibrismo tra Francia e Germania che schiaccia gli altri paesi, tuttavia prendersela con la burocrazia diventa l'escamotage per sottrarsi alle domande dirimenti. Tutta colpa allora della politica e della burocrazia, Governo e padronato non hanno colpe, le responsabilità sono solo di Bruxelles. Una visione alquanto angusta che mostrerà presto le prime crepe oltre a delegittimare sul nascere l'operato di un Governo che sa solo presentarsi come vittima di congiure e trame per non assumersi le proprie responsabilità.
 
Queste le parole di Giorgia Meloni:
 
Vi assicuro che l’Italia intende tenere il punto su questo tema. Perché anche da qui si testa il cambio di passo, politico e strategico, dell’Europa. Solo se noi semplifichiamo e rendiamo più veloci i processi amministrativi, possiamo rilanciare gli investimenti e aumentare le occasioni di crescita. Soprattutto, solo se diciamo a chiare lettere che la regola è la libertà: tutto quello che non è espressamente vietato per un interesse superiore già tutelato deve essere consentito, senza condizioni, senza condizionamenti, senza lacci, senza lacciuoli, senza gabbie che hanno come unica conseguenza quella di soffocare l’iniziativa economica.
È, del resto, il metodo che cerchiamo di seguire anche sul piano nazionale, soprattutto grazie ai preziosi suggerimenti che arrivano dalla Confindustria e dalle altre categorie produttive, come nel caso delle semplificazioni previste nell’ultimo Decreto PNRR, del corposo pacchetto a costo zero e delle proposte che riguardano i Contratti di Sviluppo, sulle quali state lavorando con il Ministro Urso, che saluto e ringrazio.

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