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I morti di Amendolara sono il sintomo di un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia

3 June 2026 at 17:26

Ci sono momenti in cui un Paese è costretto a guardarsi allo specchio, anche quando lo specchio restituisce un’immagine che non vorremmo vedere. Le fiamme di Amendolara, che hanno inghiottito quattro giovani migranti intrappolati in un’auto, è uno di quei momenti. È una ferita aperta che non si può coprire con la retorica, né archiviare come episodio isolato. Piuttosto pare essere il sintomo di qualcosa di più profondo, più antico, più radicato: un’Italia che ha smesso di vedere gli esseri umani che lavorano nei suoi campi, che raccolgono la sua frutta, che reggono pezzi interi della sua economia. Un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia.

Nel 1989, quando Jerry Essan Masslo venne ucciso a Villa Literno, il Paese si scoprì improvvisamente vulnerabile, colpevole, impreparato. La sua morte scosse le coscienze, portò in piazza migliaia di persone, costrinse la politica a muoversi e tutto ciò sembrava l’inizio di una nuova stagione. Invece, 36 anni dopo, siamo ancora qui a raccontare storie che assomigliano troppo alla sua. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, ma non cambia la sostanza: uomini e donne costretti a vivere ai margini, a lavorare in condizioni che non chiameremmo mai “lavoro” se riguardassero i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri amici.

Il caporalato non è un fenomeno marginale né un’emergenza improvvisa: è un sistema economico strutturale del valore di oltre 5 miliardi di euro l’anno, coinvolge circa 230.000 lavoratori sfruttati, di cui almeno 150.000 migranti, e prospera in tutte le regioni italiane. Le ispezioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro mostrano che più del 70% delle aziende agricole controllate presenta irregolarità, e in un caso su tre si tratta di sfruttamento grave. Pertanto questo fenomeno non è un incidente della storia italiana: è una sua ombra lunga. Muove miliardi, sfrutta centinaia di migliaia di persone, si insinua nelle pieghe di una filiera che premia il prezzo più basso e ignora il costo umano.

Le baraccopoli che bruciano, i turni massacranti, le paghe da fame, i trasporti gestiti dai caporali non sono eccezioni: sono la normalità per chi vive senza tutele, senza diritti, senza voce. E quando la vita di un essere umano vale meno di un cassone di pomodori, allora non è solo il lavoratore a essere tradito: è la nostra democrazia. La tragedia di Amendolara non è solo cronaca nera, piuttosto è un grido! Un grido che ci chiede dove eravamo mentre tutto questo accadeva. Dove erano le istituzioni quando quei ragazzi dormivano in baracche senza acqua né luce. Dove eravamo noi, cittadini, quando il linguaggio pubblico trasformava i migranti in numeri, in problemi, in minacce. Dove eravamo quando l’odio diventava normale, quando la paura diventava argomento politico, quando la dignità diventava un lusso.

Eppure, basterebbe poco per cambiare rotta. Basterebbe ricordare che l’Italia è stata un Paese di emigranti, che milioni di nostri connazionali hanno vissuto sulla propria pelle lo stesso disprezzo, la stessa esclusione, la stessa fatica. Basterebbe guardare negli occhi chi oggi lavora nei nostri campi e riconoscere in lui la stessa speranza che animava i nostri nonni quando partivano con una valigia di cartone. Basterebbe capire che migliorare le condizioni di lavoro dei migranti non è un favore: è un dovere. È un atto di giustizia. È un modo per dire che la vita umana non è negoziabile.

Alle famiglie delle vittime di Amendolara, e a tutte le famiglie che hanno perso un figlio, un fratello, un padre nelle pieghe oscure dello sfruttamento, va un cordoglio che non può essere solo una formula. Il vero cordoglio è la promessa di non voltarsi più dall’altra parte. È l’impegno a combattere l’odio che avvelena il dibattito pubblico. È la volontà di spezzare il meccanismo dello sfruttamento che condanna migliaia di persone a vivere nell’ombra. È la scelta di dire basta a un caporalato che gioca sulle spalle di chi, ogni giorno, contribuisce alla nostra economia in condizioni che non dovrebbero esistere in un Paese civile.

Non possiamo restituire la vita a chi l’ha persa. Ma possiamo fare in modo che la loro morte non sia inutile. Possiamo costruire un’Italia che non abbia paura dell’accoglienza, che non tolleri lo sfruttamento, che non accetti più che qualcuno viva e muoia ai margini. Possiamo farlo per loro, per noi, per la nostra storia. E soprattutto per il Paese che vogliamo diventare.

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Accoltellata e strangolata a Castrovillari: salvata da un amico. 30enne arrestato per tentato femminicidio

3 June 2026 at 16:15

L’ha aspettata al suo rientro a casa, l’ha accoltellata e ha poi tentato di strangolarla. È successo a Castrovillari, in provincia di Cosenza dove un 30enne ha aggredito una donna dopo un rifiuto. La vittima ha riportato gravi ferite alla testa e alla schiena: si è salvata grazie all’arrivo di un amico che ha messo in fuga l’aggressore. L’uomo invece è stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di tentato femminicidio.

Il 30enne, un conoscente della vittima, ha tentato più volte di convincerla a instaurare una relazione, nonostante i ripetuti rifiuti della donna.

Dopo averla aspettata sotto casa, le ha strappato di mano il cellulare e l’ha colpita più volte con un coltello. I carabinieri, coordinati dalla Procura di Castrovillari, sono riusciti a ricostruire quanto accaduto grazie ad alcune testimonianze e alle immagini della videosorveglianza. Le indagini sono iniziate dopo che gli agenti hanno ricevuto la segnalazione del ricovero di una ragazza ferita al Pronto soccorso. Il 30enne è stato fermato nella sua abitazione, dove sono stati trovati e sequestrati due coltelli, gli abiti e il veicolo utilizzato per fuggire, tutti con tracce presumibilmente di sangue.

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Tenta di strangolare la moglie e poi di soffocarla con un cuscino: 51enne fermato dalla suocera nel Torinese. Arrestato

3 June 2026 at 16:01

Al culmine dell’ennesima lite familiare ha prima cercato di strangolare la moglie, poi di soffocarla con un cuscino. A salvarla è stato solo l’intervento della madre, in casa al momento dell’aggressione, che ha permesso alla figlia di scappare chiamando poi i soccorsi.

È quanto successo nella serata del 2 giugno a Volvera, nel Torinese, dove i carabinieri sono intervenuti nell’abitazione di una coppia immobilizzando e arrestando un uomo di 51 anni con l’accusa di tentato omicidio aggravato e maltrattamenti in famiglia. La donna è stata trasportata all’ospedale di Orbassano dove è ricoverata in osservazione ma non in pericolo di vita.

Secondo quanto ricostruito dagli agenti, coordinati dalla Procura di Torino, la donna è riuscita a sottrarsi dalla presa del marito grazie all’aiuto della madre. Subito dopo è fuggita dalla vicina di casa in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine.

Dalle prime testimonianze raccolte, è emerso che il litigio era solo l’ultimo di una lunga serie, mai denunciata prima. L’uomo, un ingegnere, si trova ora nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino: stando a quanto riportato da La Stampa, aveva accettato le richieste della moglie di lasciare l’Ungheria per venire a lavorare in Italia. Una volta arrivato in Piemonte però, non è riuscito a trovare un impiego, mentre la donna stava a casa per badare alla madre anziana. La situazione ha aggravato le liti e le discussioni che pare fossero all’ordine del giorno.

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Una tromba d’aria si abbatte su Roma: decine di alberi caduti e auto danneggiate in diverse zone

3 June 2026 at 12:06

Almeno 50 alberi caduti, segnali stradali divelti, allagamenti e auto distrutte. Sono le conseguenze di una forte tromba d’aria, subito dopo un nubifragio, che ha colpito Roma nella prime ore del mattino del 3 giugno. I quartieri più colpiti sono Prati Fiscali, Conca d’Oro e Tufello, ma anche Nomentano, Salario e Parioli. Al lavoro vigili del fuoco e pattuglie della polizia locale in campo per gestire la viabilità. Si registrano disagi anche sulla tangenziale est dove c’è stata in più punti una riduzione di carreggiata a causa dei rami finiti in strada.

“Una violenta tromba d’aria ha interessato diverse aree – ha detto il presidente del Municipio III Montesacro, Paolo Emilio Marchionne -. Fortunatamente non si registrano feriti gravi. Alcune persone hanno riportato lievi conseguenze, mentre il forte evento atmosferico ha provocato soprattutto grande spavento tra i cittadini e ingenti danni a proprietà private e infrastrutture pubbliche”. Il presidente ha fatto sapere in una nota che ci sono stati numerosi interventi per far fronte all’emergenza e ripristinare la sicurezza nelle aree colpite. “Invito tutte le cittadine e tutti i cittadini alla massima prudenza negli spostamenti, sia a piedi sia in automobile”, ha concluso Marchionne.

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Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni

3 June 2026 at 11:38

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

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Auto a tutta velocità su gruppo di giovani fuori da una discoteca a Taormina. Il sindaco De Luca: “È tentato omicidio”

3 June 2026 at 09:19

Forse una lite. Di certo ciò che si percepisce, guardando il video, è la tensione tra alcuni giovani. Qualcuno, a bordo di un’auto scura, va via, poi cambia direzione, torna indietro a tutta velocità e punta su un gruppo che era fuori dalla discoteca Ipanema di Taormina. Da quanto si apprende, c’è un ferito.

Il filmato è stato diffuso dal sindaco della città e deputato regionale siciliano, Cateno De Luca, che parla di “tentato omicidio”. “Mi hanno inviato pochi minuti fa questo video – scrive De Luca – che si riferisce all’uscita dalla discoteca verso le 3:15. Ho già inviato il video al dirigente della polizia di Stato e a quello della polizia municipale di Taormina. Chiederò l’immediata identificazione di tutti coloro che sono ripresi nel video ed il nome di quel pazzo che guidava la macchina. Coloro che sanno e hanno assistito a questo tentato omicidio mi contattino”.

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Strage di lupi nel Parco d’Abruzzo, fitofarmaci nelle esche avvelenate: la Procura punta su agricoltori e aziende escluse dai fondi Ue

3 June 2026 at 06:57

Fitofarmaci agricoli nelle esche avvelenate. Così sono morti almeno 23 lupi nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise tra la metà e la fine di aprile. Oltre ai grandi carnivori, anche poiane e volpi. È a una svolta l’inchiesta sui lupi uccisi tra i territori di Alfedena, Villetta Barrea, Pescasseroli e ai confini dell’area protetta in Marsica, in provincia dell’Aquila. Grazie al lavoro dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo e al Centro di Medicina Forense Veterinaria di Grosseto, la Procura della Repubblica di Sulmona – il cui procuratore capo Luciano D’Angelo ha assunto il coordinamento delle indagini – è a conoscenza del fatto che tutti i bocconi avvelenati contenevano i preparati destinati all’uso agricolo.

L’elemento è rilevante, soprattutto in considerazione del fatto che certi tipi di sostanze possono essere acquistate solo da aziende iscritte in particolari registri regionali; e che chi le compra deve essere registrato. Per questa ragione diventa importante l’incontro di domani in Procura con Dino Rossi, presidente del Cospa (Comitato agricoltori e allevatori d’Abruzzo). Rossi, infatti, potrà fornire agli inquirenti elementi utili sulle sostanze utilizzate e sui dati relativi ai fitofarmaci maggiormente impiegati in agricoltura. In questo contesto, infatti, si punta a capire quali colture vengono trattate coi prodotti incriminati e chi li usi. In più, altre analisi si stanno focalizzando sul Dna di un’esca allo scopo di risalire al proprietario.

Ma non è tutto. Parallelamente, seguendo l’ipotesi investigativa dei magistrati, si fa luce sui meccanismi legati alla distribuzione – o meno – dei fondi europei. In particolare l’attenzione è posta nei confronti di chi è rimasto escluso dai contributi dell’Ue a causa dell’affitto di 20mila ettari da parte dell’Ente Parco.

Le prime cinque carcasse sono state trovate a metà aprile nel territorio del Comune di Alfedena. Poi altre cinque in quello di Pescasseroli. L’Ente Parco aveva subito diffuso una nota con cui denunciava “il contesto generale segnato da un dibattito sempre più acceso sullo status della gestione del lupo”, ribadendo che “ogni forma di azione illegale e di giustizia-fai-da-te è inaccettabile e non può trovare alcuna giustificazione”. Il riferimento andava al declassamento dello status di protezione del lupo, voluto dall’Unione europea, dai Paesi che aderiscono alla convenzione di Berna e promosso dal governo guidato da Giorgia Meloni, che ha portato il mammifero da “rigorosamente protetto” a “protetto”, col via libera al suo contenimento. Tradotto: alla sua uccisione (il primo abbattimento legale dopo 50 anni si è verificato ad agosto nel 2025 in Alto Adige).

“Eventi di questa natura riguardano l’intera collettività – aveva scritto il Parco – poiché colpiscono direttamente non solo il patrimonio naturale comune e i valori che ne sono alla base, ma anche l’identità stessa e l’immagine dell’intero territorio. La tutela della biodiversità e il rispetto della Natura non sono ambiti che possano riguardare solo alcuni: chiamano in causa la responsabilità e la sensibilità di tutti”. Da quel giorno il numero di lupi avvelenati ha continuato a salire. In questo contesto, si stima che ogni anno, per mano dell’uomo, muoiano più di 300 lupi. L’associazione Io non ho paura del lupo, per esempio, tra il 2019 e il 2023 ha censito 1.639 carcasse recuperate a livello nazionale. Numeri che fanno impressione ma ai quali, purtroppo, si aggiungeranno anche gli abbattimenti resi legali.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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Da Venezia a Rimini i pescatori fermano i motori, la protesta contro il governo e il caro-carburante: “Lavoriamo in perdita”

3 June 2026 at 06:57

Parte da Chioggia e Caorle la rivolta anti-governativa dei pescatori dell’Adriatico a causa del caro gasolio a seguito della Guerra del Golfo e di una serie di inadempienze nel pagamento degli arretrati del fermo-pesca. Dall’1 giugno è cominciata la settimana di agitazione che ha portato una cinquantina di barche a fermare i motori in provincia di Venezia. Hanno deciso di restare in porto e di stendere lenzuoli bianchi con le scritte: “Salviamo la pesca”, “Stanchi delle promesse non mantenute”, “Burocrazia troppo lenta, blocca gli aiuti necessari” e “Chiediamo il rinnovo del credito d’imposta”. La decisione è stata presa durante un’assemblea che si è tenuta al mercato ittico di Chioggia, presenti anche alcuni rappresentanti di Pila e Goro, ed è cominciata la mobilitazione per coinvolgere le altre marinerie dell’Adriatico. Rimini e Termoli hanno già dato la loro adesione.

I punti della controversia sono quattro. Innanzitutto il rimborso del credito d’imposta sul prezzo del gasolio. “Attendiamo i fondi da tre mesi – spiega l’armatore chioggiotto Elio Dall’Acqua – e fino adesso, non solo non è arrivato niente, ma ancora non abbiamo i codici per poterli richiedere”. Visto l’aumento dei costi del carburante c’è, inoltre, la richiesta dei pescatori di prolungare il decreto sul credito d’imposta sul gasolio almeno fino a fine anno. Ritardi sono stati denunciati anche nei compensi per il fermo biologico 2024 mentre è stata richiesta la liquidazione del fermo relativo al 2025. In quarto luogo c’è una serie di altri finanziamenti promessi, ma non concretizzati. “Se non ci facciamo sentire diamo la sensazione che anche se il gasolio è schizzato a 1,35 euro al litro noi si riesca a guadagnare lo stesso, anche se in realtà non è così”.

I pescatori sostengono di lavorare in perdita. Marco Spinadin: “Il costo del carburante è alto, abbiamo imprese troppo energivore, una settimana di uscite in mare può costare dai 5 ai 6mila euro. Abbiamo dovuto aprire questo momento di agitazione in quanto abbiamo bisogno che vengano compresi i problemi del settore e che il governo stia dalla nostra parte”. L’armatore Dall’Acqua: “Stiamo facendo un atto dimostrativo, più che uno sciopero, per rendere noti i problemi che la nostra categoria sta vivendo. Sappiamo che i tempi dettati dalla burocrazia sono lunghi ma siamo fiduciosi. Con noi stanno aderendo le marinerie di Caorle, Pila, Goro, Porto Garibaldi. Altre si fermeranno dal 3 giugno, quasi tutto l’alto Adriatico”.

Un altro armatore, Roberto Penzo, intervistato dal Gazzettino di Venezia, fa alcuni calcoli: “Per due settimane di lavoro ho riempito i serbatoi con 14.600 euro, pagati in contanti perché non si fa più credito. Il credito di imposta del 20 per cento, ora che il gasolio è cresciuto, aiuterebbe: è una misura che dividiamo con i marinai, con l’equipaggio, che è la parte che soffre maggiormente della situazione”. A Caorle il portavoce dei pescatori, Riccardo Gusso, ha aggiunto: “Il costante aumento del costo del carburante sta erodendo i margini economici delle imprese di pesca fino a compromettere la sostenibilità dell’attività. Una situazione che rende sempre più difficile garantire il pagamento degli stipendi agli equipaggi”.

Anche a Rimini si fermano i 25 pescherecci della Cooperativa lavoratori del mare. “È praticamente impossibile andare avanti così – ha dichiarato al Corriere di Romagna il presidente della cooperativa Mauro Zangoli – Ogni imbarcazione vanta crediti tra i 13mila e i 42mila euro: da 10mila a 30mila di credito d’imposta non erogato per marzo, aprile e maggio, da 3mila a 12mila di contributo per il fermo pesca. Su ogni barca lavorano 5-6 pescatori. Il prezzo del gasolio è passato dai 60 centesimi al litro di inizio marzo a 1,20 euro al litro, costringendo le barche a dimezzare le uscite settimanali, da quattro a due giorni”.

In copertina una foto d’archivio

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Parata del 2 giugno, i preti contro la partecipazione dei cappellani militari: “Non è la nostra chiesa”

3 June 2026 at 06:57

Foto della parata militare. Si vedono, l’uno accanto all’altro, la premier Giorgia Meloni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Senato Ignazio La Russa e, vicino, un cardinale. “Eminenza non saresti dovuto andare… Applaudire ad una sfilata di soldati…”, commenta su Facebook il sacerdote Antonio Solla. Sempre sui social, un altro sacerdote, il fiorentino don Alfredo Jacopozzi, responsabile cultura della diocesi di Firenze, riferendosi alla partecipazione alla parata dei cappellani militari, scrive: “Oggi sfilano le talari e stellette dei cappellani militari. Torniamo a benedire le armi? Non è la mia chiesa!”. E i molti commentano: “Neanche la mia”.

Due storie tra le tante che hanno accompagnato la parata militare del 2 giugno, alla quale è stato deciso di far partecipare anche i sacerdoti con le stellette. Si è così creato un fronte di preti contro la sfilata dei cappellani militari al grido: “Non è la nostra Chiesa, abbiamo un’altra missione“. Preti rossi? Preti ribelli? No. Contro la partecipazione dei cappellani alla parata si è schierata la Cei, la conferenza episcopale. Il vice di Matteo Zuppi, il vescovo di Cassano all’Ionio Francesco Savino, alla vigilia della parata ha commentato all’Ansa: “Ritengo che la presenza dei cappellani militari non vada valorizzata nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell’apparato celebrativo delle armi. La loro missione, nel suo senso più profondo, è altra: accompagnare umanamente e spiritualmente le persone in uniforme, custodire la coscienza, ricordare il valore inviolabile di ogni vita, portare una parola di pace nei luoghi in cui l’esistenza degli uomini e delle donne è esposta alla fatica, alla paura e al dolore”.

Anche Pax Christi, movimento cattolico per la pace nato nel 1945, ha criticato la presenza per la prima volta dei cappellani militari alla parata del 2 giugno, mentre mons. Savino ha commentato a Repubblica: “Valuto quella presenza con rispetto per le persone e con preoccupazione per il segno”.

Tutto questo avviene a 60 anni dal processo a don Lorenzo Milani per la sua lettera contro i cappellani militari e in difesa dell’obiezione di coscienza. Lettera in cui il priore di Barbiana demolisce l’idea di patria e scrive ai cappellani militari: “Le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto”.

Don Milani e Luca Pavolini, direttore allora del settimanale del Pci Rinascita, che pubblicò la lettera ai cappellani militari, vennero assolti ma condannati in appello, il 28 ottobre 1967, quando però il priore di Barbiana era già morto. Condannato e sconfitto dalla storia, sottolinea con rammarico l’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli nella prefazione al libro di Sergio Tanzarella, “Abbasso tutte le guerre”, edito dal Pozzo di Giacobbe: “Don Milani, purtroppo, si sbagliava. Non vedeva bene quando preconizzava che, nel giro di due generazioni, le “divise dei soldati e dei cappellani militari” sarebbero state viste “solo nei musei”. Paradossalmente proprio perché si sbagliava, il no di don Milani, alla guerra, al militare e alle armi, è ancora molto attuale”. Nonostante i cappellani militari e le parate del 2 giugno.

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Papa Leone rivoluziona i vertici della comunicazione vaticana: via Ruffini, al suo posto la statunitense Montserrat

2 June 2026 at 17:48

Papa Leone XIV rivoluziona la comunicazione vaticana. Il pontefice mette fine al mandato di Paolo Ruffini e nomina Prefetto del Dicastero per la Comunicazione una donna laica, la giornalista Maria Montserrat Alvarado.

Chi è il nuovo prefetto

Meglio conosciuta come Montse Alvarado, è nata a Città del Messico ma cittadina statunitense dal 2008. Dal 2023 è presidente e Chief Operating Officer del network cattolico statunitense conservatore EWTN News, divisione informativa dell’Eternal Word Television Network, la più grande rete mediatica religiosa del mondo. Attualmente dirige piattaforme internazionali che producono contenuti in sette lingue attraverso televisione, stampa, radio, mezzi digitali e social media. Assumerà l’incarico il primo novembre prossimo, come reso noto dal bollettino della sala stampa vaticana.

La formazione e la carriere negli Usa

Il Wall Street Journal, l’ha definita, in un ritratto a lei dedicato, “una difensore di tutte le religioni, in prima linea nelle guerre culturali americane“. Proprio negli Stati Uniti Montse Alvarado ha sviluppato la sua carriera e ha una formazione prettamente politica: ha conseguito un Bachelor of Arts alla Florida International University e un master alla George Washington University, con un percorso legato al political management e alla political science. Dal 2009 al 2023 ha ricoperto incarichi di responsabilità presso il Becket Fund for Religious Liberty.

Il Dicastero

Una scelta che segna un evidente cambio di passo nella comunicazione vaticana. Il Dicastero per la Comunicazione è stato creato da Papa Francesco per riorganizzazione l’intero sistema comunicativo della Santa Sede, diventando così il referente unico dei processi comunicativi. Ad esso fanno capo le diverse testate vaticane – l’Osservatore Romano, la Radio vaticana, il sito internet Vatican News – e poi il centro televisivo vaticano, la tipografia vaticana, e la sala stampa della Santa Sede.

La discontinuità

La nomina di Maria Montserrat Alvarado segna una discontinuità rispetto alla precedente stagione: da una gestione cresciuta dentro il circuito italiano dell’informazione istituzionale si passa a una figura internazionale con una forte impronta nel cattolicesimo americano. Paolo Ruffini era stato nominato Prefetto da Papa Francesco il 5 luglio del 2018 e dopo avere occupato importanti ruoli prima nei quotidiani Il Mattino e Il Messaggero, nella Rai e infine direttore di TV2000, la televisione della Conferenza episcopale italiana. Siti specializzati raccontano di tensioni nella gestione del dicastero: retroscena che raccontano di clima teso all’interno di Palazzo Pio, per la gestione del personale o di alcune particolari vicende compresi degli errori di comunicazione durante l’ultimo Conclave. Una situazione che avrebbe portato Leone a intervenire.

La nota dei dipendenti laici sulle “criticità”

Al di là delle indiscrezioni, non confermate, al neo prefetto arrivano le “congratulazioni per il nuovo incarico” dall’Associazione dipendenti laici vaticani che assicurano anche “collaborazione e disponibilità al confronto”. Nella nota esprimono viene espresso apprezzamento per “il suo curriculum” e “il suo sguardo internazionale” con l’augurio “che, grazie al suo impegno, siano messi a punto progetti che rafforzino la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione”. Non solo. “Dando il benvenuto al nuovo prefetto – continua la nota -, l’Associazione desidera ricordare allo stesso tempo l’urgenza di prendere in considerazione la situazione del personale, che presenta criticità, da affrontare nel prossimo futuro”. Infine i dipendenti laici vaticani ringraziano anche Ruffini “per l’attenzione dimostrata e per il suo apporto al dicastero”.

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