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Space X sold out allo sbarco in Borsa, ma Elon Musk tiene stretto il controllo. Risparmiatori italiani tagliati fuori

12 June 2026 at 17:30

Lo sbarco al Nasdaq di SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk, non è andata a genio ai risparmiatori italiani. La più grande offerta pubblica iniziale (Ipo) della storia è stata autorizzata in Europa da un prospetto approvato il 5 giugno dall’autorità finanziaria tedesca Bafin. Il prospetto ha limitato l’offerta al pubblico retail nel Vecchio Continente ai cittadini di soli sette Paesi: Germania, Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna e Svezia. Gli investitori al dettaglio in questi Stati hanno potuto sottoscrivere le azioni direttamente. In Italia è stato possibile aderire sono tramite banche. L’Italia invece è stata esclusa da questa lista di accesso diretto, tagliando fuori milioni di risparmiatori italiani dalle fasi di collocamento iniziale. SpaceX non è più solo una società di lanci: oggi è l’azienda leader della Space Economy. La società poggia su tre pilastri strategici: Space (servizi di lancio con i razzi Falcon e il futuro Starship), Connectivity (la rete Starlink che ha oltre 10 milioni di abbonati) e AI (che include xAI, il modello Grok e la piattaforma X). Sebbene i ricavi nel 2025 siano stati di 18,7 miliardi di dollari, la società ha chiuso l’anno con una perdita netta di 4,9 miliardi, principalmente a causa degli enormi investimenti in ricerca e sviluppo per Starship e l’infrastruttura Ia.

Nonostante il collocamento dei titoli quotati al listino hi-tech newyorkese Nasdaq, Elon Musk mantiene un controllo ferreo. Grazie a una struttura azionaria a doppia classe, dove le azioni di classe B garantiscono 10 voti ciascuna, il miliardario sudafricano-americano vicino a Donald Trump detiene circa l’83,6% del potere di voto post-Ipo. I diritti decisionali dei soci di minoranza in sostanza non esistono: l’operazione ha aumentato solo il patrimonio del tycoon. Il successo dell’operazione è nelle cifre. SpaceX ha collocato 555,6 milioni di azioni a un prezzo di 135 dollari l’una, raccogliendo circa 75 miliardi di dollari (che potrebbero salire a 86 miliardi con l’opzione greenshoe). La domanda complessiva è stata di oltre quattro volte superiore all’offerta. Particolarmente eclatante il dato del retail: i piccoli investitori hanno inserito ordini per oltre 100 miliardi di dollari, cifre che hanno costretto le banche a drastici riparti rispetto al totale dei titoli disponibili.

Al prezzo di sbarco, SpaceX vanta una capitalizzazione di mercato di circa 1.700 miliardi di dollari, diventando una delle aziende più preziose del pianeta e superando giganti come Meta, la stessa Tesla e avvicinandosi al valore di Ipo del 2019 di SaudiAramco, che però sconta sei anni e mezzo di inflazione. Questo balzo proietta Musk verso il primato come primo proprietario di un patrimonio da mille miliardi di dollari (trilionario) della storia. La sua fortuna, considerato il 40% posseduto in SpaceX e la partecipazione in Tesla (superiore al 10%), è stimato in tempo reale tra i 982 e i 1.000 miliardi di dollari. Le norme europee sui collocamenti azionari sono molto più severe rispetto a quelle statunitensi e l’altissima domanda globale ha saturato rapidamente le azioni disponibili. Chi voleva speculare sul rialzo del primo giorno di quotazione, comprando il titolo direttamente, è rimasto tagliato fuori. Peccato per gli italiani che volevano saltare sul carro dell’amico di Trump. Nonostante i buoni rapporti tra Palazzo Chigi, l’affare non è andato in porto.

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Byoblu nel caos tra perdite a bilancio e dipendenti senza stipendio

12 June 2026 at 13:04

Sono ore convulse per Byoblu, l’emittente che si autodefinisce “la TV dei cittadini“. Dalla festa nazionale della “liberazione dei media” celebrata solo il 25 aprile scorso ora la società benefit con oltre 3.100 soci, entrati nell’autunno del 2025, pare a un passo dal rischio del collasso finanziario.

La crisi di Byoblu è precipitata dopo l’annuncio dello scontro aperto tra la redazione e il fondatore Claudio Messora. Dal 5 giugno i giornalisti denunciano di non potere lavorare per il blocco degli accessi al sito internet e ai profili social della testata. In una nota ufficiale, la redazione lamenta la perdita di migliaia di articoli e inchieste, sostituiti dal nuovo progetto “Byoblu 3.0“, un blog che farebbe uso estensivo dell’intelligenza artificiale in sostituzione del lavoro umano, in contraddizione con le posizioni sempre enunciate da Messora. I giornalisti dichiarano di essere stati di fatto abbandonati senza certezze sul proprio futuro né accesso ai propri lavori d’archivio, mentre Messora ha rimosso ogni riferimento alla testata registrata dal sito, presentandolo ora come un blog personale. Il tutto mentre molti della quarantina di dipendenti lamentano di non aver ancora riscosso il proprio stipendio di maggio.

Le accuse cadono come bombe sul fondatore. Claudio Messora, secondo le biografie ufficiali, è nato ad Alessandria d’Egitto nel 1968. Nel 2007 ha aperto il suo canale YouTube e insieme il videoblog Byoblu.com, che si è evoluto in una testata giornalistica e nel canale televisivo nazionale del digitale terrestre 262. Tramite Byoblu Messora e i suoi giornalisti hanno realizzato inchieste, reportage e interviste guardate oltre 200 milioni di volte. Ritenuto per anni il numero tre del Movimento 5 Stelle dopo Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, ne è stato a lungo il responsabile della comunicazione al Senato e in Europa.

Dietro la facciata dell’informazione indipendente ora emergono però i timori di profondo dissesto finanziario. Secondo l’ultimo bilancio depositato al 31 dicembre 2024, la società editrice Media Pluralisti Europei (Mpe), una Spa benefit nata per gestire Byoblu, ha registrato una perdita d’esercizio di 1,07 milioni. Questo risultato ha portato il patrimonio netto in negativo per 673mila euro, determinando una situazione di grave perdita del capitale ai sensi dell’articolo 2447 del Codice Civile. La situazione non è migliorata nel 2025: Messora riferisce al Fatto dati (non ancora approvati dal consiglio di amministrazione) che indicano una nuova perdita d’esercizio di 1,59 milioni, con costi complessivi saliti a oltre 4 milioni a fronte di ricavi calati a soli 2,5 milioni e un patrimonio netto negativo per circa 800mila euro.

Il quadro operativo è segnato da debiti e criticità gestionali. Secondo fonti interne, negli ultimi mesi l’azienda ha dovuto far ricorso a due turni di cassa integrazione per i dipendenti e ha subito ingenti pignoramenti sui conti correnti a causa di cause di lavoro intentate da ex giornalisti licenziati. Anche il rapporto con i fornitori di contenuti è teso: la casa editrice risulterebbe debitrice di decine di migliaia di euro per diritti non versati ad autori di bestseller sulla medicina che hanno avviato azioni legali di recupero. Sul piano infrastrutturale, la crisi è esplosa a Natale 2025 con lo sfratto dagli storici studi televisivi di via privata Deruta a Milano. Il peso economico della presenza sul digitale terrestre (canale 262) è ingente, con costi di gestione che toccano le decine di migliaia di euro al mese.

In questo contesto di sofferenza per dipendenti e creditori, emergono i dettagli sui compensi del fondatore. Sempre secondo fonti aziendali, Claudio Messora riceve uno stipendio di 7.500 euro mensili come dipendente, a cui si sommavano diverse decine di migliaia di euro l’anno per le cariche di amministratore delegato e presidente. Tra i benefit figurava anche il pagamento del canone di locazione di una casa situata proprio di fronte agli studi televisivi. Nonostante le dimissioni, Messora ha recentemente richiesto con una diffida a Mpe il pagamento di royalties per l’utilizzo del marchio Byoblu, di cui rivendica la titolarità.

Il tentativo di salvataggio del 2025, basato sulla trasformazione da Srl a Spa e sull’azionariato diffuso, si è rivelato tecnicamente problematico. L’operazione ha coinvolto circa 3.180 nuovi azionisti, molti dei quali hanno sottoscritto titoli al prezzo di 100 euro l’uno, composto da appena 1 euro di valore nominale e ben 99 euro di sovrapprezzo, nonostante la perdita milionaria del 2024 fosse già conclamata. La valutazione a bilancio della testata è rimasta alta. Messora ha spiegato che il passaggio al modello azionario ha paradossalmente danneggiato i flussi di cassa, poiché i sostenitori hanno convertito le loro donazioni mensili (che erano ricavi immediati) in capitale sociale e riserve, poste che finiscono nello stato patrimoniale e non aiutano a coprire i costi operativi del conto economico.

L’avvitamento in spirale nella crisi è segnato da segnali contraddittori. Lo scorso 25 aprile Messora organizza una giornata di festa in diretta nazionale, rassicurando soci e telespettatori sulla continuità del progetto con toni entusiastici: “Questa storia non finisce mai”. Solo tre giorni dopo, il 28 aprile, la “doccia scozzese” in consiglio di amministrazione: Messora rende noto il patrimonio netto negativo e la necessità di una ricapitalizzazione urgente. In quella sede, assume l’incarico di convocare un’assemblea straordinaria dei soci entro il 30 maggio per deliberare sul futuro della società.

Tuttavia, con una decisione altrettanto improvvisa, il 5 maggio Messora rassegna le dimissioni da ogni carica, lasciando il Cda in regime di prorogatio. Secondo la redazione, le dimissioni sono avvenute senza un valido passaggio di consegne. Messora si difende sostenendo di essersi fatto da parte per lasciare il posto a una figura tecnica specializzata in ristrutturazioni societarie, dopo aver constatato la mancata convergenza del Cda sui tagli ai costi e l’insufficiente disponibilità dei soci a iniettare nuovo capitale.

Oggi, lo scontro all’interno di Media Pluralisti Europei è totale. Mentre i giornalisti continuano l’attività informativa solo attraverso il canale YouTube “Media Pluralisti”, l’ultimo rimasto nella loro disponibilità, nel consiglio di amministrazione regna una spaccatura profonda tra tensioni crescenti. Alcuni membri del Cda, sentendosi spiazzati dalle mosse del fondatore e dalla gestione dei fondi raccolti, starebbero valutando la presentazione di esposti formali alle autorità di vigilanza per fare chiarezza sulla correttezza delle procedure di aumento di capitale e sulla reale situazione contabile degli ultimi due anni.

Dal canto suo, in una serie di messaggi e in una lunga email al Fatto, Claudio Messora giustifica il dissesto finanziario con il passaggio dal modello delle donazioni a quello azionario: “Quello di cui non si è tenuto conto è che purtroppo chi acquista le azioni converte le donazioni in capitale: se acquisto una azione, poi non dono perché non ho un budget infinito. Quindi a fine anno in termini di flusso di cassa il risultato era identico, ma nel bilancio si trova uno squilibrio pesante, perché ci sono cifre enormi che non possono più andare all’attivo. Il primo anno siamo riusciti a compensare con le riserve. Quest’anno invece si è venuto a determinare un patrimonio netto negativo che non poteva essere più pareggiato dalle riserve, per circa 800 mila euro”. Il fondatore rivendica di aver pagato regolarmente gli stipendi di aprile e attribuisce l’oscuramento del sito byoblu.com esclusivamente al mancato saldo di fatture verso il fornitore da parte della società dopo le sue dimissioni.

Riguardo ai social, Messora ammette restrizioni cautelative a tutela del marchio Byoblu, di cui rivendica la titolarità. Nega di aver abbandonato la redazione: sostiene di essersi dimesso per lasciare spazio a un tecnico della ristrutturazione, avendo constatato l’impossibilità i tagliare i costi e l’insufficienza di nuovi capitali dai soci. Infine, descrive il progetto “3.0” come una misura d’emergenza per salvare il traffico Seo, affermando che l’intelligenza artificiale non sostituirà i giornalisti, ma li aiuterà nella cronaca ordinaria. Intanto però sul progetto della “Tv dei cittadini” le preoccupazioni dei dipendenti e degli azionisti si fanno sempre più forti.

Precisazione:

Nell’articolo si legge:

“Sempre secondo fonti aziendali, Claudio Messora riceve uno stipendio di 7.500 euro mensili come dipendente, a cui si sommavano diverse decine di migliaia di euro l’anno per le cariche di amministratore delegato e presidente.”

Tale affermazione non corrisponde al vero.

Non ho percepito uno “stipendio di 7.500 euro mensili come dipendente”. L’importo indicato si riferisce invece al compenso complessivo per le cariche di Amministratore Delegato e Presidente del Consiglio di Amministrazione.

Non è dunque corretto affermare che a tale importo “si sommavano diverse decine di migliaia di euro l’anno” per le cariche di Amministratore Delegato e Presidente, poiché quelle cariche erano appunto comprese nel compenso menzionato.

Esisteva inoltre un’indennità di 300 euro a seduta, comune a tutti i membri del Consiglio di Amministrazione, nonché il compenso di consigliere pari a 7.000 euro annui, anch’essa prevista per tutti i componenti del CdA, che non ho mai reclamato né riscosso.

A tutti questi compensi ho rinunciato, rassegnando le dimissioni, dal 5 maggio.

Vi chiedo pertanto di rettificare l’articolo, precisando che l’importo indicato non era uno stipendio da dipendente, ma il compenso complessivo per le cariche di Presidente e Amministratore Delegato, e che non vi si aggiungevano ulteriori “diverse decine di migliaia di euro l’anno” per tali medesime cariche.

Claudio Messora

Prendiamo atto della precisazione, ma ci chiediamo: se Messora ha preso 7.500 euro al mese solo da gennaio a marzo come presidente e ad, come mai nel 2025 ha preso 40mila euro? Compensi per cariche o stipendi?

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Meloni al 52%, Schlein al 19%, Conte e Vannacci all’8%: le “quote” sul futuro premier per gli scommettitori online

6 June 2026 at 07:57

Chi sarà il prossimo presidente del Consiglio? Il 52% dice Giorgia Meloni: per oltre metà la leader di Fratelli d’Italia rivincerà alle prossime elezioni. Impressionante la crescita dei consensi su Roberto Vannacci (all’8%, ma nei giorni scorsi aveva superato il 10) che “vale” quasi metà delle chance di Elly Schlein (19%), tanto quanto Giuseppe Conte e insegue Silvia Salis (12%) dopo averla battuta nei giorni scorsi, la stessa Salis che solo pochi giorni fa però a sua volta aveva superato la segretaria del Pd. Le indicazioni oscillano continuamente. Un sondaggio? No, parola dei prediction market di Polymarket, una sorta di mercato digitale a metà tra la finanza e le scommesse. Non si tratta di singoli scommettitori, si badi bene, ma di puntate. E cambiare i “pronostici” costerebbe poche migliaia di euro.

Le previsioni sono dunque estremamente volatili, ma anche manipolabili per creare l’effetto bandwagon, cioè attrarre il consenso degli indecisi che sono propensi a saltare sul carro del possibile vincitore. E ci sono stati già casi celebri. È uno dei motivi per i quali in Italia è vietato scommettere sulla politica e i risultati elettorali. Ma all’estero no.

I prediction market (o mercati predittivi) sono piattaforme di scambio online in cui gli utenti acquistano e vendono contratti basati sul verificarsi di eventi futuri reali. Funzionano convertendo la probabilità di un evento (politico, economico, geopolitico o di costume) in un prezzo di mercato regolato dalla legge della domanda e dell’offerta. Questi mercati si basano sul principio della “saggezza della folla”: l’aggregazione delle scommesse finanziarie di migliaia di individui genera previsioni spesso più accurate dei sondaggi tradizionali o dei singoli esperti.

Il funzionamento di un prediction market è strutturato su contratti standardizzati. Ogni mercato si apre con un quesito verificabile che prevede una risposta netta (“Il candidato X vincerà le elezioni?” oppure “Il traffico nello Stretto di Hormuz tornerà alla normalità entro fine giugno?”). Gli utenti acquistano quote a favore del “sì”o del “no”. Il valore finale del contratto a evento concluso è tipicamente fissato a 1 dollaro per la risposta corretta e a zero per quella errata. Se una quota del “sì” viene scambiata a 0,6 dollari, significa che il mercato attribuisce al verificarsi di quell’evento una probabilità del 60%. Chi ha comprato il “sì” a 0,6 incasserà 1 in caso di vittoria (guadagnando 0,4) o perderà l’intero investimento se l’evento non si verifica.

A differenza delle scommesse tradizionali, dove le quote sono fissate unilateralmente dal banco, nei prediction market il prezzo nasce dall’incontro tra domanda e offerta su basi peer-to-peer. Molte di queste piattaforme, come Polymarket, sono decentralizzate e basate su blockchain, mentre altre come Kalshi sono regolate e operano negli Stati Uniti offrendo contratti su economia e politica. La forza di questi strumenti risiede nella loro reattività in tempo reale: i prezzi oscillano istantaneamente durante dibattiti o eventi geopolitici, spesso anticipando i risultati elettorali con precisione maggiore rispetto ai sondaggi demoscopici.

Mentre nel Regno Unito scommettere sul prossimo Primo Ministro è una tradizione consolidata ed è possibile farlo su bookmaker come William Hill, in Italia è vietato scommettere sulle elezioni nazionali. Questo divieto è radicato nel Codice penale e blindato dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli (Adm). Sono tre le ragioni politiche e giuridiche di questo orientamento. Innanzitutto la tutela della democrazia: si teme che le scommesse possano incentivare il voto di scambio o la manipolazione dell’opinione pubblica. In secondo luogo, le norme sulla par condicio: le fluttuazioni delle quote agirebbero come un “sondaggio clandestino continuo” nei 15 giorni precedenti il voto, periodo in cui i sondaggi sono vietati. Infine, il rischio di insider trading politico: politici o funzionari potrebbero usare informazioni riservate per scommettere, alterando l’integrità del mercato. Un rischio che di recente si è già verificato: militari Usa e israeliani sono stati arrestati per aver puntato sulle date dell’attacco al Venezuela e all’Iran grazie a informazioni riservate in loro possesso. Per queste ragioni, l’Adm ha inserito siti come Polymarket in una blacklist, rendendoli inaccessibili dall’Italia se non tramite sistemi di anonimizzazione degli indirizzi web.

All’estero, però, il rapporto tra prediction market e politica è già entrato di prepotenza sotto la lente dell’opinione pubblica e dei media. Durante le scorse elezioni presidenziali statunitensi Polymarket è stato scosso da un trader francese noto come “Théo”, che ha scommesso oltre 70 milioni di dollari sulla vittoria di Donald Trump. Théo ha iniettato progressivamente oltre 70 milioni di dollari in scommesse pro-Trump, puntando non solo sulla vittoria dell’Election College ma anche sul voto popolare, e le ha suddivise tra 11 account coordinati. Inizialmente, media e regolatori hanno gridato alla manipolazione elettorale, temendo un tentativo artificiale di creare l’effetto carrozzone. Tuttavia, le indagini di Polymarket che hanno portato all’individuazione di “Théo” e le sue successive interviste rilasciate al Wall Street Journal e a The Free Press hanno smentito l’ipotesi della manipolazione geopolitica. Secondo “Théo” si è trattato di puro calcolo finanziario, non per ingannare il pubblico ma per evitare lo “slippage“, ovvero l’aumento istantaneo del prezzo causato da un unico ordine massiccio. Il trader aveva commissionato sondaggi privati basati sul metodo dei “vicini di casa” ed era convinto che i poll ufficiali sottostimassero Trump. La sua scommessa si è rivelata corretta, portandogli un profitto netto di circa 85 milioni di dollari e dimostrando l’efficienza predittiva del mercato.

Ammesso che qualcuno volesse fare la stessa cosa sul mercato di Polymarket sul “prossimo presidente del Consiglio italiano”, le cifre in gioco però sarebbero ben più modeste. Il mercato è attualmente molto illiquido, con volumi che si aggirano tra i 25 e i 150mila dollari, assai ridotti rispetto a quelli americani. Proprio questa caratteristica lo rende però facilmente manipolabile da chiunque — esponenti politici o agenzie di comunicazione — volesse generare propaganda o “fake news”.

Modificare artificialmente le quote per rafforzare la favorita, portando Meloni dal 54% al 75%, costerebbe tra i 5mila e i 10mila dollari. L’algoritmo alzerebbe la quota in pochi secondi a causa della scarsità di contratti disponibili. Per ribaltare il mercato, portare uno sfidante come Schlein o Vannacci in testa richiederebbe tra i 20mila e i 40mila dollari. Il manipolatore dovrebbe vendere i contratti di Meloni e acquistare massicciamente quelli dell’altro candidato. Ma una simile distorsione sarebbe temporanea. I prediction market possiedono “anticorpi”: non appena i trader razionali notano un prezzo irrazionale, scommettono contro il manipolatore per guadagnare, riportando le quote al valore reale e causando al manipolatore la perdita del capitale investito.

Sempre che, naturalmente, non ci sia qualcuno disposto a perdere soldi per guadagnare influenza politica.

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