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Valerio Bianchini: “Saremo pronti per Serie A e Nba Europe con la nuova squadra, si chiamerà Roma Basket Club”

10 June 2026 at 16:43

“Il Fatto a spicchi” è la rubrica dedicata a chi ama il rumore dei rimbalzi e il fischio delle suole sui parquet dei templi del basket o sul cemento dei campetti di quartiere, a chi non rinuncia a giocare con gli amici neppure se più vecchio e meno tutto di Lebron o a chi vorrebbe farlo senza rompersi le ossa, a chi sogna di diventare campionessa o campione, a chi si commuove quando la figlia o il figlio fanno canestro in palestra e poi nella vita. Perché il basket può essere una scuola di vita. Vediamo come con grandi personaggi che ne hanno fatto e ne fanno la storia in Italia. Settima puntata

Prima puntata: Datome
Seconda puntata: Capobianco
Terza puntata: Sottana
Quarta puntata: Bufacchi
Quinta puntata: Linton Johnson
Sesta puntata: Luca Banchi

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Valerio Bianchini, 80 anni il prossimo 22 luglio, è sempre proiettato al futuro con una tenacia che, mentre parla, pare ancora di vederlo a bordo parquet mentre dirige come un direttore d’orchestra il suo quintetto. É talmente proiettato al futuro che è stato scelto per “posare la prima pietra” della nuova società che si propone di riportare Roma in Serie A (con il titolo sportivo acquisito dalla Vanoli Cremona dalla cordata americana di Donnie Nelson e Luka Doncic) e, soprattutto, di aprirle le porte della nuova massima competizione continentale Nba Europe che dovrebbe cominciare nell’autunno 2027. Infatti, è una sorta di senior advisor della nuova compagine, proprio Bianchini che da coach negli anni Ottanta tra Cantù e Roma (Virtus) vinse ben due volte la vecchia Coppa dei Campioni.

Come si chiamerà la nuova squadra di Roma?
Roma Basket Club. Forse ci sarà un suffisso, un nickname, come da tradizione americana. Ma siccome non vogliamo neppure fare un’americanata, può anche essere che rimanga solo Roma Basket Club, è allo studio. In ogni caso il 25 giugno ci sarà la presentazione e sarete invitati. Saranno svelati anche i colori delle canotte.

I colori? Giallorossi? Biancocelesti? Lupi? Aquile?
Assolutamente no. Niente di questo. É tutto ancora allo studio, ma ci siamo quasi.

C’è un po’ di affollamento attorno all’idea di Nba Europe per Roma: c’è anche il progetto di Paul Matiasic che si è aggiudicato già il PalaEur per giocare…
La differenza è che il nostro gruppo è tutto di gente di sport. Donnie Nelson, figlio di Don, è stato il general manager dei Mavericks che ha portato a Dallas prima Dirk Nowitzki e poi Luka Doncic. Insomma, uno che se ne intende sia di Nba sia di pallacanestro europea direi… e quel che mi ha convinto a partecipare e metterci il mio impegno è l’interesse primario per approdare a Nba Europe, ma soprattutto un’idea di sviluppo della pallacanestro romana e di tutte le sue risorse che condivido e sposo in pieno. Faremo un accordo con una realtà esistente e di pregio per far crescere anche un settore giovanile. Rispetto al PalaEur che dire… è stato fermato con cifre vertiginose dall’avvocato Matiasic per una squadra che presto sapremo se ci sarà veramente o no. Noi partiremo al Palazzetto dello Sport di viale Tiziano.

Dove adesso gioca la Virtus Roma, la storica squadra della capitale, che sta provando a risalire dalla B nazionale alla A2 proprio in questi giorni con le finali dei playoff. Non ci sarebbero poi troppe squadre?
Tre sarebbero troppe, due sarebbe perfetto e l’altra per quel che mi riguarda dovrebbe essere la Virtus con il nome e la storia che porta avanti. E sarebbe preziosa, anzi, una collaborazione di ampio livello tra noi e la Virtus.

Avete già pensato al coach? Matiasic, si legge, cerca Ettore Messina…
Mi auguro che ci riescano… Il mio preferito in assoluto sarebbe Luca Banchi, ma è il ct della nazionale. Bisogna vedere se arriverà dal bacino americano o da quello europeo. Probabile alla fine sia un italiano, che conosca bene l’ambiente. Anche se ricordatevi di Dan Peterson, è vero che prima di venire qua ebbe un’esperienza in Cile, ma era pur sempre americano. E che allenatore è stato…

Per Nba Europe si parla di due squadre per nazione, quindi Milano e Roma. Certo alla Virtus Bologna avrebbero di che lamentarsi, no?
Io penso che se la città produce pallacanestro e infrastrutture per la pallacanestro gli americani capiranno che potranno essere anche più di due per paese. Anche a Napoli, proprietà americana per altro, stanno provando a perseguire questo progetto e fanno bene. Il punto è non solo sognare più l’Nba, ma averla qui. Come richiamo e immaginario, perché il livello della pallacanestro in Italia e in Europa è già altissimo. Eppure provate a chiedere ai ragazzini delle scuole nomi di giocatori italiani, risponderanno Bargnani, Datome, Gallinari, Fontecchio… quelli che sono stati o sono in Nba, insomma.

A Milano si è parlato anche dei club di calcio ma alla fine dovrebbe essere l’Olimpia?
L’Olimpia è molto legata all’Eurolega. Ma sarà importante un accordo di Nba con Eurolega e Fiba per avere una sola competizione europea di massimo livello e credo che ormai il tempo sia maturo perché ciò avvenga.

L’Olimpia Milano vincerà lo scudetto o ci sarà la sorpresa Reyer Venezia? (Gara 1 è giovedì 11 giugno).
Venezia è stata una mina vagante per tutta la stagione. Ha rotto il duopolio Milano-Bologna. Ha Amedeo Tessitori, per cui stravedo e non a caso recuperato in ottica nazionale dal ct Banchi. Un pivot che sa giocare la pallacanestro con intelligenza, sapendo cosa fare, in un’epoca in cui in quel ruolo conta soprattutto la fisicità. Infatti, una delle cose più belle della finale sarà la sfida tra i due pivot, tra il talento di Tessitori e la fisicità di Josh Nebo.

Qual è il valore che il basket le ha dato?
Enormi valori. Ero un ragazzino che si nascondeva dietro ai libri. Vivevamo a Milano. Avevo difficoltà ad avere amici, non volevo andare in cortile a giocare a calcio con gli altri, odiavo giocare a calcio. Invece, un giorno, verso i 10 anni credo, mia mamma mi portò in parrocchia dove c’era un campetto di pallacanestro. É stato subito amore. Poi arrivarono gli anni Sessanta, l’American Dream, prima fui un modesto giocatore e poi un allenatore, ma non è stata Milano ma Roma a farmi diventare un grande allenatore. Prima con la Stella Azzurra, in Serie B, quando la società ebbe il coraggio di riportare il basket al PalaEur. Ricordo di aver portato i ragazzi a vedere il parquet e ricordo cosa dissi loro: “Qui ci sono ancora le impronte di Jerry West” (la leggenda dei Lakers, l’uomo-logo dell’Nba, che a Roma nel 1960 vinse l’oro olimpico con la nazionale statunitense). E uno dei miei ragazzi ruppe la poesia rispondendo: “Per forza coach, non hanno più spazzato qui”. Luciano e Alberto Acciari, proprietari della Stella Azzurra, erano secoli avanti, s’inventarono gli spettacoli tra primo e secondo tempo, rivitalizzarono il movimento della pallacanestro a Roma. Poi arrivò la Serie A e poi, per me, anche scudetti e coppe Campioni prima con il passaggio a Cantù e poi col ritorno nella capitale alla Virtus.

Qual è l’errore che un genitore non deve fare portando al minibasket i figli?
Pensare che nel basket sia più importante una prospettiva da professionista rispetto alla capacità formativa straordinaria che questo sport ha. Un giocatore timido impara a prendersi le sue responsabilità tirando quando è nella posizione migliore rispetto ai compagni e viceversa il cestista egoista per giocare bene deve imparare a passarla quando ha compagni in posizione migliore per il tiro. E s’impara il rispetto per l’avversario che nella pallacanestro comincia dall’essere un no contact game per definizione.

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Il ct Luca Banchi: “Ben venga Nba Europe, ma si conservi la passione dei nostri palazzetti. I ragazzi che giocano a Marano senza il ferro? Si curino i campetti, lì nasce il talento”

6 June 2026 at 08:00

“Il Fatto a spicchi” è la rubrica dedicata a chi ama il rumore dei rimbalzi e il fischio delle suole sui parquet dei templi del basket o sul cemento dei campetti di quartiere, a chi non rinuncia a giocare con gli amici neppure se più vecchio e meno tutto di Lebron o a chi vorrebbe farlo senza rompersi le ossa, a chi sogna di diventare campionessa o campione, a chi si commuove quando la figlia o il figlio fanno canestro in palestra e poi nella vita. Perché il basket può essere una scuola di vita. Vediamo come con grandi personaggi che ne hanno fatto e ne fanno la storia in Italia. Sesta puntata

Prima puntata: Datome
Seconda puntata: Capobianco
Terza puntata: Sottana
Quarta puntata: Bufacchi
Quinta puntata: Linton Johnson

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Luca Banchi, 60 anni, spirito da ragazzino, vive in simbiosi con la pallacanestro da sempre, ed è uno dei migliori coach in circolazione. Ha allenato negli Stati Uniti, in Russia, in Grecia, in Turchia, in Francia, in Germania e top team italiani tra Milano, Bologna e Siena. Oggi siede sulla panchina azzurra dopo un’esperienza epica su quella della nazionale lettone, dove è riuscito a mettere in fila 24 vittorie su 25 partite nei tornei di qualificazione e il miglior risultato di sempre col quinto posto al campionato del mondo. Parlerebbe di pallacanestro per ore senza fermarsi ed è un piacere ascoltarlo, piacere che qui proviamo a riproporre ai lettori nella necessaria sintesi di un’intervista.

Qual è il valore che il basket le ha dato?
Il fortissimo senso di appartenenza a qualcosa che è molto più grande di me. Partecipare a qualcosa che va ben al di là dell’affermazione di sé: il risultato della squadra, i cui progressi come gruppo sono un valore maggiore della gratificazione individuale. Per questo motivo mi sono attaccato a questo sport in un’altra veste una volta che ho smesso di giocare. Il legame era troppo forte e all’epoca, avevo appena diciotto anni, per prendere il patentino di allenatore bisognava per regolamento arbitrare per ventiquattro mesi almeno quaranta partite l’anno. Era positivo perché in un territorio vasto come la provincia di Grosseto in questo modo si riusciva a dare regolare copertura ai campionati giovanili. E, personalmente, mi ha aiutato molto a capire le problematiche dell’arbitraggio e mettermi in quei panni, rendermi conto della gestione del ruolo dell’arbitro rispetto al pubblico, ai genitori soprattutto, ed è stato molto utile per la successiva esperienza da allenatore. In quei momenti, in quegli anni, ho percepito che la pallacanestro era parte della mia vita a prescindere dal ruolo.

E cosa le hanno insegnato gli anni successivi da allenatore?
Che la qualità del lavoro di un istruttore di bambini e ragazzi non la misuri dal numero di partite vinte, ma dal numero di atleti che fai ereditare alla categoria di età successiva, a quanto riesci ad allargare la base dei partecipanti e quanti di questi giovani contribuisci a far rimanere nel movimento della pallacanestro: come futuro ct della nazionale, come dirigente sportivo, come genitore che possa indirizzare il figlio al basket pensandolo come il posto migliore in cui stare.

Archivio FIP/Ciamillo-Castoria
Archivio FIP/Ciamillo-Castoria

Ci sono le finali under19 eccellenza domenica 7 giugno a Roma, negli ultimi anni sempre vetrina di nuovi talenti, e sono in corso le conclusive spettacolari serie per lo scudetto, ma si parla molto di titoli sportivi ceduti, società che spariscono e altre che dovrebbero nascere. Sullo sfondo il sogno o lo spauracchio di Nba Europe. Qual è lo stato di salute della pallacanestro italiana?
Nell’ultima stagione ci sono stati episodi capaci di gettare discredito sull’intero movimento, con Serie A e A2 che hanno perso una squadra a stagione in corso. Ma non si può ridurre solo a questo lo stato di salute della nostra pallacanestro. Le categorie giovanili continuano a sfornare ragazzi di grande talento e prospettiva e ci sono dei fiori all’occhiello di cui farci vanto: presenza diffusa sul territorio e organizzazione. Le finali under19 in questi ultimi anni stanno trovando a Roma un palcoscenico capace di esaltare l’evento e impreziosirlo sempre di più: al clinic per allenatori con Zeljko Obradovic c’erano quattrocento giovani coach in apertura di manifestazione… In generale a livello di nazionali giovanili mi pare si ottengano spesso risultati positivi, sia a livello maschile sia femminile e c’è un grande impegno della Fip per dare impulso alle attività per le ragazze e ottenere numeri più elevati di partecipazione. Rispetto ai titoli sportivi trasferiti bisogna dire che il regolamento lo concede e che nessun aspetto di quelle operazioni viola l’etica sportiva. Il basket ha costi sempre più importanti, certo capisco che la delusione sia tanta se realtà con grandi tradizioni vedono scomparire la propria squadra, c’è la passione e c’è il cuore, ma purtroppo non bastano per mantenere in piedi un’impresa sportiva sostenibile. Dove accade, dove appunto squadre di grande tradizione scompaiono, non bisogna affliggersi, nella consapevolezza che le rinascite e il ritorno al vertice sono percorsi possibili: penso a quanto è successo a Bologna, Treviso, Torino… Nella nostra Serie B nazionale, la terza divisione italiana, abbiamo realtà rinate come la Juve Caserta, la Virtus Roma, la Pielle Livorno, Montecatini; queste compagini, se trovano nella presenza dei tifosi e nella gestione sostenibile del club pilastri solidi, sono destinate a ritornare protagoniste ad alti livelli.

Quindi Nba Europe potrà far bene al movimento?
Mi pare che ci sia questa volontà di Nba di estendere il marchio nel nostro continente e credo che l’operazione possa riuscire molto bene se si terrà conto delle peculiarità europee, della passione che si vive nei nostri palazzetti. A proposito di palasport, l’arrivo qui di Nba credo possa far fare un salto di qualità alle strutture. E in Italia qualcosa si è già mosso a prescindere, non vedo l’ora di vedere i nuovi impianti avveniristici che dalla prossima stagione avremo a Cantù, Venezia e Bologna. E ipoteticamente anche a Roma, tra ritorno al PalaEur e copertura del Centrale del Foro italico. In ogni caso penso che Nba Europe possa funzionare se sapranno creare una sinergia con Fiba ed Eurolega.

Nazionali. Nei tre più popolari sport di squadra stiamo tra il disastro del calcio fuori per tre mondiali consecutivi alla pallavolo con maschile e femminile contemporaneamente campioni del mondo. L’Italbasket sta un po’ nel mezzo, cosa possiamo aspettarci dai suoi azzurri? Si può sognare?
Difficile fare dei confronti. Nel caso del calcio tutti i campionati si fermano a livello mondiale per le finestre di qualificazione delle nazionali, tutte le federazioni riconoscono la Fifa. Però anche loro hanno pochissimo tempo come noi per radunare le squadre e organizzare allenamenti. Noi in più conviviamo con realtà come Nba, Wnba ed Eurolega i cui calendari non coincidono con gli impegni delle nazionali. Abbiamo giocato un match con la nazionale, fondamentale per la qualificazione ai mondiali (in Qatar dal 27 agosto al 12 settembre 2027), preparato con i giocatori della Virtus Bologna che sono arrivati a Livorno subito dopo la partita a Barcellona per poi venire con noi a Newcastle. I club spesso percepiscono le gare delle nazionali come una minaccia per l’integrità fisica dei giocatori. Bisognerebbe sedersi a un tavolo con federazioni e leghe e ragionare su calendari meno fitti. Adesso io devo lavorare con finestre per le qualificazioni che consentono al massimo tre allenamenti, impossibile dare una identità di squadra in così poco tempo a giocatori che non hanno alcun vissuto comune. Nel volley è un altro discorso, oltre al grande talento di giocatori e giocatrici e ad allenatori favolosi, bisogna osservare come l’attività delle nazionali sia al centro e come i campionati dei club siano disegnati in funzione di quelle attività: la nazionale maschile è stata assieme tre mesi per il mondiale vinto. Un territorio che per noi nel basket è totalmente sconosciuto. Ma conosco il contesto in cui siamo e ci combatto ogni giorno, in ogni caso dobbiamo sapere che i risultati delle nazionali non indicano lo stato di salute del movimento sportivo.

É virale un video di ragazzi che giocano in un campetto privo del ferro del canestro a Marano di Napoli. Giocano lo stesso, lo immaginano. Si legge degrado o si legge forza dello sport?
É talmente forte l’amore per lo sport che non lo ferma il degrado degli impianti all’aperto. Non è solo carenza, ma anche scarsa cura e qui mi appello alle amministrazioni locali: mettetecela la cura perché dal piacere di giocare all’aperto nei nostri sport di squadra sono emersi i più grandi talenti. Per giocare a calcio è sempre bastato un parcheggio, un pallone sgonfio e due sassi grandi per immaginare le porte. Per giocare a pallacanestro basta disegnare un bersaglio sul muro e non serve la palla a spicchi di ultima generazione. Ma curiamoli questi campetti all’aperto, coccoliamo i nostri talenti dove è possibile.

Qual è l’errore che un genitore non deve fare portando al minibasket i figli?
Parlerei piuttosto di quello che devono fare: partecipare e sostenere! I genitori sono una risorsa indispensabile per far funzionare le cose. Non demonizzo la loro presenza, non tutti i ragazzi hanno le risorse per vivere lo sport in autonomia dalle famiglie. Anzi, alimentate il loro entusiasmo, certo senza intromissioni tecniche, ma partecipate e restate vigili. Lo sport deve essere inteso per i ragazzi come legato a una collettività che si muove insieme e a un divertimento. Il ruolo dei genitori, ripeto, è fondamentale.

L'articolo Il ct Luca Banchi: “Ben venga Nba Europe, ma si conservi la passione dei nostri palazzetti. I ragazzi che giocano a Marano senza il ferro? Si curino i campetti, lì nasce il talento” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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