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Helen Mirren: “Israele non può replicare crimini contro l’umanità”. E su Netflix: “Se vuole l’Oscar porti i film al cinema”

12 June 2026 at 12:53

“Zalone? Fa un’ottima pizza”. “Israele? Non può replicare crimini contro l’umanità”. “Netflix? Per vincere l’Oscar dovrà portare un film in sala”. Helen Mirren a ruota libera al 72esimo Taormina Film Festival. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera la 80enne attrice inglese ospite del festival diretto da Tiziana Rocca non si è sottratta a domande e riflessioni scomode o politiche.

Prima di ritirare il premio alla carriera dedicato ad Anna Magnani, Mirren prende subito il toro per le corna commentando un video finito sul web nei giorni scorsi dove un tizio per strada la vede mentre passeggia e le grida “Pu….a Sionista”. “L’episodio risale allo scorso novembre, non so perché sia uscito solo ora, non so come sia finito su Internet. E ignoro chi sia l’uomo che mi ha insultato. Ma ho capito che era mentalmente instabile”, spiega l’attrice che in Israele ha vissuto per sei mesi al tempo della Guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) e che ha interpretato in un film pure una sua storia leader, Golda Meir.

“Ho grandi amici in quel paese. Da giovane ho avuto due fidanzati ebrei. Sono nata nel 1945, se ripenso alla tragedia immane vissuta in Israele con l’Olocausto, dobbiamo riflettere su ciò che stanno vivendo ora. Questa guerra è distruttiva per la stessa Israele. Come può replicare crimini contro l’umanità?”. Mirren ricorda poi le contraddizioni socio-politiche degli Stati Uniti odierne. Sposata dal 1997 con il regista Taylor Hackford, ha sempre osservato quello strano coacervo antropologico che sono gli Stati Uniti: “Non so se sia mai esistito il sogno americano. Io so cosa vuol dire essere inglese, mi vengono in mente il cottage e la tazza di tè. Gli Stati Uniti…La California è del tutto diversa dall’Alaska o dalla Louisiana (…) sono troppe le contraddizioni in Usa, alcuni Stati vogliono rimettere in discussione il voto delle donne. Assurdo? Certo. Talvolta agiscono forze oscure sotto la superficie”.

L’interprete di The Queen – per il quale vinse un Oscar nel 2007 – ha voluto poi ricordare la sovrana inglese scomparsa di recente. “Elisabetta mi invitò a un tè per pochi intimi. Non mi disse nulla del film, forse era il suo modo per farmi capire che l’aveva visto. Parlò tutto il tempo del suo grande amore: i cavalli”. Mirren si dedica infine all’amico Checco Zalone (“La prima volta l’ho visto in un suo film mentre ero in aereo. Non capivo nulla ma mi faceva ridere per come gesticolava, come si muoveva. Non l’avevo sentito nominare prima d’allora. Sono stata a casa sua, fa un’ottima pizza”) e al futuro del cinema in sala lanciando una freccia avvelenata a Netflix: “Non so se tra 40 anni continueremo a piangere o ridere in sala. So però che se Netflix vuol vincere l’Oscar, deve portare un film in sala”.

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Disclosure Day, E.T. senza meraviglia è un disastro: Spielberg smarrisce il contatto. Gli alieni ci sono ma non ce lo dicono

9 June 2026 at 17:00

Non ce lo dicono. E se ce lo dicessero tutte le guerre nel mondo cesserebbero. Steven Spielberg e gli alieni capitolo due (o tre). Per 79 anni l’agenzia Wardex ha celato ai cittadini statunitensi e all’intero pianeta le prove dell’apparizione sulla Terra di astronavi extraterrestri e di alieni dal testone oblungo e occhioni larghi. Ma finalmente un gruppo di esperti della Wardex, capitanati dall’affabile Hugo (Colman Domingo), ruba dai suoi uffici sia filmati che chiavette segretissime, oltre ad organizzare l’incontro rivelatore tra due “esperti”: Daniel (Josh O’Connor), esperto informatico Wardex che traduce formule matematiche in inglese, e Margareth (Emily Blunt), una presentatrice meteo della tv di Kansas City che scopre di avere potere di lettura del cervello e lingua altrui, di telepatia e premonizioni. I due fuggono separatamente e rocambolescamente, in lungo e in largo, dagli sgherri in nero della Wardex, evitando i poteri altrettanto telepatici di mister Scanlon (Colin Firth), capo dell’azienda medesima, fino ad una definitiva resa dei conti che li vedrà comunicare al mondo una sorprendente verità in diretta tv.

Disclosure Day, l’attesissima opera spielberghiana sui marziani, è questa cosa qui. Un frullato insapore action che ricorda esteticamente e produttivamente i film via cavo anni Novanta. E per carità, mica è colpa degli alieni. Anzi. Spielberg si vede che ci tiene, che obamianamente sa che “esistono davvero” e che sarebbe meglio, alla Richard Dreyfuss o alla François Truffaut, mettersi lì a studiare un metodo con cui comunicare. Ma certo è che le meraviglie significanti e poetiche di Incontri ravvicinati del terzo tipo o di E.T. ve le dovete scordare.

Non vogliamo sempre tirare fuori la questione maleducata che in vecchiaia i grandi autori, hollywoodiani e non, finiscono spesso fuori strada. Solo che in Disclosure Day la questione deragliamento è conclamata. Fin dall’orribile sequenza d’apertura con un’incomprensibile soggettiva di un wrestler che viene menato dal suo avversario su un ring. Tra il pubblico è seduto Daniel che, per riavere l’amata fidanzatina rapita, consegna lo zaino pieno di memorie aliene agli agenti Wardex. Nessuno, appunto, deve sapere che dal 1947, insomma dal celebre incidente di Roswell, negli Stati Uniti dischi volanti e alieni volano e atterrano, seppur con qualche disturbo, dialogando con gruppi di umani che alla fine li seviziano e torturano come bestie per la vivisezione.

Non è la prima volta che Spielberg torna alla duplice specularità sfruttamento animale/violenza sugli alieni (c’era latente in E.T.), ma questa volta, complice una sceneggiatura farraginosa e forzatamente pretestuosa di David Koepp (il bordone sulle suore cattoliche per parlare di Dio che ama anche gli alieni è da strapparsi i capelli), non esiste alcuna ricostruzione di immaginario e di atmosfera peculiare. Se si eccettua la classica sequenza spielberghiana alla Indiana Jones, qui molto di maniera, con l’eroe in difficoltà estrema che allunga la mano per salvare l’eroina ancor più in pericolo di lui (qui ci sono due treni in corsa che si stanno per incrociare con Margareth rimasta in mezzo), l’andirivieni piatto e convulso dei due protagonisti per oltre un’ora e mezza più che lanciare il film a mille, ne impone l’inconcludenza di genere e la stramba irregolarità narrativa (si allunga il brodo come non mai, insomma).

È per questo che tante curiose e originali trovate visive come quella degli alieni che si presentano come animali (cervi, procioni, volpi, ma soprattutto il cardinale rosso) per calmare gli umani non riescono a trovare spazio naturale in un insieme esteticamente mal assemblato e poco ispirato, il cui esempio estremo è il ricorrente duello telepatico mentale tra Scanlon e la fidanzata ex suora di Daniel con scambio di iridi (sic) ed esperimenti su sedie del dentista con due ventose attaccate ad un angolo della fronte.

Perfino fotografia e musiche dei veterani spielberghiani Janusz Kaminski e John Williams sembrano una svogliata chiamata alla solita rimpatriata in famiglia. Ricordare che il tema “alieni” conservi in nuce una potenzialità espressiva a dir poco dirompente e infinita, è inchiodare ulteriormente Spielberg in un angolo afono e buio che non meriterebbe affatto. L’ultima traccia di questo pallore creativo è la palette emotiva con cui Spielberg tratteggia i due protagonisti: la Blunt oscilla senza peso specifico tra Kate Capshaw e Goldie Hawn; O’Connor, capace di interpretazioni maiuscole come in Rebuilding e The Mastermind, viene lasciato vagolare come uno stuntman qualunque tra auto fracassate e vetrate infrante.

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“L’Occidente è morto a Gaza”: le storie di resistenza dalla Striscia che i media non vogliono più raccontare

8 June 2026 at 14:50

Una manciata di toccanti e risolute storie di resistenza umana da Gaza che i giornali non vogliono più raccontare. “L’Occidente è morto a Gaza” (Solferino), sottotitolo ancor più pregnante Israele e Palestina: il sonno della ragione, scritto dalla giornalista italo-egiziana Randa Ghazy, squarcia ulteriormente il velo sullo sterminio di inermi e innocenti in corso a Gaza (e “a breve in Cisgiordania”, viene suggerito tra le pagine del libro) scolpendo nella pietra della storia le testimonianze dirette, di ogni età e sesso, dell’impossibile quotidianità gazawa. In mezzo alle macerie di uno spazio politico che viene ogni giorno sistematicamente e militarmente annientato, metro dopo metro, casa dopo casa, ci sono, tra gli altri: Yusef, il ragazzino rapper che adorava il Real Madrid, morto con una pallottola a farfalla – “che si frantuma all’impatto polverizzando tessuti, arterie ed ossa” – conficcata nella schiena sparata da un cecchino israeliano; Bushra, una giovane palestinese vissuta sempre in Europa che si innamora via social di Hisham, un giovane gazawi che non potrà mai uscire dalla Striscia; oppure Hani, diventato giornalista suo malgrado, ostaggio sotto gli orrori delle bombe del territorio occupato che non risparmiano nessuno, per testimoniare l’invisibile e volontariamente nascosta (spoiler: non ci fa una bella figura nemmeno il New York Times) distruzione di Gaza.

Per ogni storia, per ogni donna e uomo che incredibilmente resiste, senza mai sconfortarsi, senza retrocedere un centimetro, Ghazy ne dipinge un ritratto a tutto tondo, di sincera e prossima umanità, evidenziando in ogni capitolo, dati alla mano, il genocidio di un popolo e ancor di più le ragioni politico-culturali e le pratiche comunicative dell’occultamento del criminale agire israeliano. “Quante volte ci siamo sentiti dire che Israele è l’avamposto dei nostri valori occidentali o l’unica democrazia del Medio Oriente, così a giustificare nel corso degli anni la repressione del popolo palestinese?”, si è chiesto Peter Gomez, direttore del FattoQuotidiano.it, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino presentando il libro di Ghazy. “Noi europei, e gli occidentali in genere, vivono innanzitutto in una sorta di peccato originale: gli ebrei nei campi di concentramento ce li abbiamo messi noi. Un peccato originale in virtù del quale, anche noi italiani, chiudiamo gli occhi su Gaza”.

Gomez ha così analizzato quello che ritiene la grande finzione da cui tutto ha origine: la tesi secondo cui l’Europa abbia radici giudaico cristiane. “E allora perché non Zeus e Giove? Le radici europee e occidentali non sono quelle, ma risiedono nella rivoluzione francese. L’Europa è figlia del secolo dei lumi, dove si consentiva l’ateismo o di credere in un dio o un altro, come del resto cita anche la costituzione americana. Le radici cristiane dell’Europa volevano dire potere temporale della Chiesa, dimenticando che la Chiesa fino al Concilio Vaticano II considerava gli ebrei come “perfidi giudei”. Quando dopo un mese circa dal 7 ottobre 2023 io, e pochi altri, abbiamo detto ‘ma non vedete cosa sta succedendo a Gaza’ e che quella israeliana non è una guerra contro Hamas ma una vendetta, mi sono sentito dare all’antisemita. Ma come? Io sono per gli esseri umani”.

Il tema del “vittimismo collettivo” e dell’ “infallibilità morale” israeliani costruiti socialmente sotto quintali di retorica educativa dell’Holocaust upbringing (“che permette di giustificare ogni male fatto ai palestinesi”) nelle scuole e nella cultura ebraica è centrale nelle analisi dell’autrice del libro. “Una sorta di esclusiva del dolore e del vittimismo, che ha permesso di trasformare lo Stato di Israele in una specie di divinità” – scrive Ghazy citando il collega Peter Beinart-, “un approccio che ha soprattutto reso impossibile essere critici nei confronti dello stato di Israele”. L’autrice, seguendo il ragionamento di Elian Wizman, professore di relazioni internazionali alla London South Bank University, affianca il celebre concetto coniato da Hannah Arendt della “banalità del male” all’agire dei soldati israeliani “che saccheggiano case di palestinesi sfollati, ridono mentre lanciano le bombe e postano su TikTok video in cui deridono le vittime”. Infine rifacendosi al professore Roberto De Vogli, Ghazy scrive: “De Vogli dice, con parole forti che non temono giudizi: “Quando il mondo verserà per Hind Rajab le stesse lacrime che ha pianto per Anna Frank forse inizierà a decolonizzare la propria memoria e la propria empatia”.

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Dal carteggio Churchill-Mussolini alla pistola che uccise il Duce, fino all’oro di Dongo: Giletti e le scoperte sulle ultime ore del fascismo. “C’è fame di storia. Raccontata da un punto di vista critico, non ideologico”

7 June 2026 at 08:30

Mussolini e le verità nascoste. Il ritorno di Massimo Giletti su Rai3, lunedì 8 giugno alle 21.15, è di quelli esplosivi. A un paio di mesi di distanza dalla chiusura anticipata, non senza polemiche, di Lo stato delle cose, il celebre conduttore televisivo torna in prima serata Rai con uno speciale legato ad uno dei misteri più oscuri del lungo elenco presente nella storia italiana. Grazie a documenti inediti recentemente desecretati in Gran Bretagna, alla registrazione di una preziosa testimonianza primaria e al ritrovamento di un’arma fino ad oggi mai recuperata, Giletti riapre il vaso di Pandora dell’uccisione di Benito Mussolini, mai realmente archiviata nei dettagli, e della reale consistenza del cosiddetto “Oro di Dongo”, il tesoro che il Duce trascinò con sé fuggendo da Milano la sera del 25 aprile 1945 dove si troverebbe l’altrettanto mai ritrovato carteggio ChurchillMussolini. “Non immaginare un Giletti in studio con gli ospiti. Lo speciale di Rai3 è un’esterna totale, un Giletti inedito che va in giro nei luoghi in cui Mussolini provò a scappare per poi essere catturato dai partigiani e infine fucilato”, spiega il giornalista in esclusiva a ilfattoquotidiano.it.

Certo che con uno speciale su Mussolini in molti diranno che è il segno ulteriore dell’affermazione di Telemeloni.
“(Giletti ride ndr)”

Dove e quando nasce il suo interessamento per la figura storica del Duce?
“Già sui banchi del liceo classico ero appassionato di storia. Negli anni Novanta, quando lavoravo con Minoli, assieme al collega Enzo Cicchino, creammo un servizio sulla morte Mussolini dove cercammo di rispondere a molti interrogativi sollevati dallo storico Renzo De Felice. Mi ha sempre incuriosito saperne di più sulla tragica morte di Mussolini come del periodo che va dal 1943 a 1945. Sono dell’idea che in fondo sono sempre i vincitori che raccontano la storia. Quindi mi sono rifatto ad uno degli insegnamenti di Minoli: ricordati che esistono verità parallele. Quando faccio la mia televisione seguo sempre il suo esempio del treno che va su un binario, ma su questo binario corrono due rette: è vero sono vicine, ma possono raccontare fatti diversi. Ho la sensazione che questa fase storica italiana abbia avuto sottotracce inesplorate”.

Perché si è affermato questo alone di mistero e di mezze verità attorno alla dinamica dell’uccisione di Mussolini, mentre ad esempio piazzale Loreto rimane un dato storico inconfutabile in quanto filmato e mostrato da decenni?
“È l’interrogativo da cui partiamo per questo speciale. I misteri sono diversi. Bisogna calarsi in quegli anni. Sandro Pertini disse che a Piazzale Loreto fu un episodio dove “l’insurrezione venne disonorata”. In quel periodo c’era la guerra civile e nessuno faceva sconti all’altro. I fascisti compirono efferatezze terribili. Probabile che sulla questione del Duce bisognasse risolvere tutto in fretta. Si aveva paura che potesse esserci una Norimberga italiana. Per me è stato un vero errore non perseguirla. Alcuni gerarchi sono stati giustiziati davanti a diverse persone sul Lago di Como, Mussolini no. Compirono un’operazione rapidissima: forse non si fidavano dei partigiani che avevano catturato il Duce? Avevano paura che il Duce potesse essere catturato dagli Alleati? Che potesse parlare?”

La storia non si fa con i “se”, ma un processo ai gerarchi e ai crimini fascisti avrebbe direzionato la storia del paese in maniera radicalmente diversa.
“Credo che l’obiettivo di tanta rapidità di disfarsi di Mussolini fosse quello di evitare un processo che avrebbe potuto rivelare ciò che del fascismo si ignorava. Anche cose scomode. Sotto interrogatorio per salvarsi la vita qualche personaggio avrebbe potuto raccontare cose nascoste. E avrebbe costretto tutti gli italiani a farsi un esame di coscienza: 40 milioni di italiani erano fascisti e un attimo son diventati antifascisti? Ancora oggi sento dire che non abbiamo fatto i conti col fascismo, probabilmente perché non c’è stato un processo di questo genere che avrebbe costretto tutti ad un esame di coscienza su come gli italiani avevano fatto a seguire un uomo così”.

Torniamo ai fatti di quelle ore. Mussolini fugge da Milano la sera del 25 aprile e a Como raggiunge una colonna di tedeschi anch’essi in fuga.
“L’ultimo mezzo di quel convoglio è un furgone pieno di documenti segreti a cui il Duce teneva moltissimo. Quel mezzo all’improvviso ha problemi al motore e si ferma nel paesino di Garbagnate. Da quel momento non si ha più traccia delle presunte dodici casse poste all’interno del mezzo e che contenevano documenti e tesori che Mussolini riteneva fossero importantissimi”.

Dal punto di vista storiografico cosa ci fosse dentro a quelle sono mere speculazioni. Una vera lista del contenuto non c’è mai stata.
“Ecco, vedi qual è la forza di fare inchieste a distanza di tempo? Magari hai la soffiata giusta, magari vai in Inghilterra, magari si apre un archivio segreto, magari trovi un professore e magari questo ti consegna una parte di un documento, magari desecretato il 1 gennaio 2026, che ti apre nuovi scenari. Quindi inizi a mettere insieme pezzi, quindi senza forse quei documenti c’erano e sappiamo dove stanno. Non posso dire di più. Bisogna attendere lo speciale di lunedì 8 giugno”.

Di recente è stato pubblicato Nero di Londra di Fasanella (Chiarelettere) dove si parla della pista inglese preponderante nella costruzione della leadership fascista mussoliniana: è un tema che torna nei suoi ritrovamenti?
“Noi abbiamo la prova di agenti e finanziamenti inglesi da documenti desecretati da poco. Il riscontro dai documenti nuovi è l’interesse degli inglesi di infiltrare anche nelle formazioni partigiane, proprio dei gruppi specifici con precise strategie. Sono dati messi nero su bianco. Dopodiché c’è la questione della presenza di Churchill dal settembre 1945 sul lago di Como sotto falso nome. Rimane lì per diverso tempo e faccio fatica a credere che fosse lì, come detto, per dipingere”.

Poi girando in lungo e in largo vicino Dongo ha incontrato un signore quasi centenario…
“Era il chierichetto di don Gusmaroli che nell’aprile del 1945 era parroco di Gera Lario, un paesino a qualche chilometro sopra Dongo. Questo vecchietto mi racconta che il sacerdote era legato ai partigiani e nascose in una tomba dentro la sua chiesa i documenti del carteggio Churchill-Mussolini”.

Quindi il mai ritrovato carteggio tra i due leader esisterebbe?
“Allora, noi possiamo parlare di un vecchio signore che riporta le parole del sacerdote sentite quando lui era ragazzino. Quando viene fermato il Duce il 27 aprile del ’45 a Dongo ha una cartella che non lascia mai. Dirà al partigiano “Bill” (Urbano Lazzaro) che lo prese in consegna che su queste carte “c’è il passato e il futuro dell’Italia”. Carte che prima vengono portate e nascoste nella banca a Domaso, ma poi il partigiano “Pedro”(Pier Luigi Bellini delle Stelle) capisce che in tanti sanno di questi documenti e allora dà ordine a un partigiano della guardia di finanza di portarlo in un posto segreto. Questo dettaglio trova conferma nel racconto del testimone che abbiamo rintracciato”.

Esiste conferma della presenza tra questi documenti anche del famoso “dossier Umberto (il monarca ndr)?
“Si è confermato dalle nostre fonti. Il comandante Pedro, nobile fiorentino d’origine, decide di dare quella parte alla casa monarchica. Erano documenti troppo compromettenti”.

Infine c’è la parte più materiale dell’Oro di Dongo: denari e lingotti della banca della repubblica sociale.
“Ricordiamoci che anche i tedeschi in fuga avevano 33 milioni di lire e 80 chili d’oro. La parte italiana, secondo lo storico Gianni Oliva, andrebbe da mezzo miliardo al miliardo. Difficile avere una stima precisa. Noi però raccontiamo cosa succede ai due partigiani – il capitano Neri (Luigi Canali) della 52esima brigata e la staffetta Gianna (Giuseppina Tuissi) – che da buoni ragionieri fanno il verbale su quello trovato nella colonna. La fine è drammatica perché Neri e Gianna dopo aver consegnato materiale alla segreteria comunista di Como non sono mai stati più trovati vivi. Lo storico Luigi Festorazzi, che negli anni ha tenuto un rapporto stretto con la famiglia di Luigi Canali (Neri), dice nello speciale che è stato creato gruppo di partigiani comunisti che ha killerato persone anche del loro gruppo. I due sapevano e andavano eliminati”.

Facciamo un passo indietro: ad uccidere Mussolini non è stato Walter Audisio, il capitano Valerio?
“Sono convinto di no perché credo al segretario di Palmiro Togliatti, Massimo Caprara, che nel 1997 in un’intervista ricordò che il segretario comunista lo avvicinò, lo prese per un braccio e gli disse all’orecchio: “Non possiamo dirlo, ma ad ucciderlo fu Aldo Lampredi (il partigiano Guido) presente in quel frangente con il partigiano Valerio e il partigiano Gatti (Michele Moretti)”.

Perché allora spingere per “la versione Valerio”?
“Nel mio viaggio, ascoltando più voci, mi sono fatto l’idea che Mussolini dovesse essere ucciso da un partigiano qualsiasi. Era la rivolta della gente normale. Lampredi era invece un personaggio importante dentro al PCI. Dare il merito ad un ragioniere come Audisio era l’ideale. Moretti, il terzo presente di fronte a Mussolini e alla Petacci prima di essere uccisi, si è contraddetto su quegli istanti molte volte. In una intervista ad una radio francese del 1946, che abbiamo ritrovato, sembra quasi che non fosse lì. Moretti sarebbe quello che passa il suo Mitra Mas 38 ad Audisio perché il suo mitra Thompson si era inceppato. Mitra Mas 38 che io ho ritrovato a Tirana, in Albania, al Museo Storico Nazionale”.

Secondo la vostra ricostruzione è stato usato quel mitra per uccidere Mussolini?
“C’è una lettera scritta da Audisio nel 1957 di fianco a quel mitra dove specifica la matricola del mitra usato: “Con questo mitra ho ucciso il criminale di guerra Benito Mussolini”. La prima cosa che ho fatto quando mi hanno aperto l’involucro del mitra è la verifica della matricola. Ed era quella. Poi dall’autopsia virtuale che abbiamo fatto con il professor Fineschi, direttore di medicina legale a La Sapienza di Roma, abbiamo visto che sul lato destro del corpo del Duce c’erano due fori di Beretta calibro 9. Quindi non ha sparato solo il mitra, come si sostiene nella versione ufficiale, ma anche una Beretta mentre Mussolini era in vita. Beretta che non si è mai vista nella storia ma che apparirà durante lo speciale di lunedì. Sono riuscito a ritrovarla e questo è uno scoop. Dal 1969 era chiusa in una cassaforte. Storiograficamente è un dettaglio importantissimo”.

Niente più colpo di grazia al petto, quindi?
“Nella versione ufficiale si incepperebbero sia il mitra di Audisio che la pistola di Lampredi, ma nel cadavere di Mussolini ci sono due fori calibro 9 e non sono colpi di grazia. La dinamica generale è totalmente diversa dalla versione classica”.

Racconterete che Fineschi critica anche l’autopsia sul corpo del Duce fatta dal professor Cattabeni il 30 aprile del 1945.
“Cattabeni pur essendo un luminare dell’epoca non fece un’autopsia vera. Il corpo del Duce venne lavato prima, ad esempio. Poi fu spogliato anche se è una cosa che non va mai fatta, perché bisogna vedere se i fori che il cadavere ha corrispondono a quelli sui vestiti. E poi c’era un clima assurdo, il luogo era pieno di gente, molti sorridono. Queste immagini le faccio vedere. Sono tragiche, ma impressionanti. Fineschi sostiene che nemmeno è stata fatta una vera autopsia, ma usa un termine tecnico diverso. Anche le immagini più crude e dure vanno viste perché raccontano la verità”.

Meno male che la storia contemporanea era una sua “passione” giovanile…
“C’è fame di storia. Raccontata da un punto di vista critico, non ideologico. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di revisionismo, ma rispondo: revisionismo di che? Mussolini sappiamo tutti chi era. Non lo facciamo diventare il Mulino Bianco, però ci poniamo degli interrogativi su di lui, come agisse e pensasse”.

Mi ricorda l’affermazione che costò la carriera a Lars Von Trier a Cannes: “A volte mi fermo e mi chiedo, chissà cosa pensava Hitler mentre era nel bunker”. Venne allontanato dal festival come persona non grata.
“Anch’io vorrei capire che cavolo pensava Mussolini in quei momenti, perché non è fuggito con un aereo in Spagna, come fece la famiglia Petacci? È giusto porsi nella mente degli altri, ovviamente senza giustificarli. Sa cosa disse Palmiro Togliatti nel 1946 disse ai ragazzi della FGCI di Roma? Cercate di dialogare con i ragazzi che hanno scelto i vagoni piombati e non come voi che avete scelto la libertà. Cercate di capire perché. Solo capendo questo si può ricostruire un paese nuovo, perché siamo tutti italiani”.

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Rebuilding, la frontiera fragile della sconfitta americana: il western senza pistole di Max Walker-Silverman

5 June 2026 at 16:10

Rebuilding l’avrebbero potuto girare negli anni Settanta. Là dove il mito della frontiera americana diventava fragile, incerto, da ricostruire. Nel film di Max Walker-Silverman non ci sono però pistoleri e assalti alle diligenze, ma l’epica claudicante e semplice di un cowboy e di un manipolo di losers (due donne, una coppia di anziani, una giovane vedova con figlia, un idraulico di mezza età con cani) che ai nostri giorni hanno perso casa, oggetti quotidiani, speranza dopo che un mostruoso incendio ha divorato un ampio bosco del Colorado.

Dusty (Josh O’Connor, ventre concavo, mano in tasca, camicioni, jeans e stivali) è un taciturno mandriano, separato da tempo dalla moglie, a cui rimangono un’ottantina di capi di bestiame e un cavallo parcheggiato nella stalla di un amico. Relegato in una roulotte precaria con altri sfollati come lui su un terreno affittato a termine dalla contea, Josh le prova sommessamente tutte: rivende a un prezzo basso le bestie, chiede un prestito impossibile alla banca, prova un lavoro offerto dallo Stato come operaio di lavori stradali. Intanto è nel rapporto che ricuce con la figlioletta, che si rifugia spesso nella sua roulotte, a ritrovare un filo conduttore per un futuro possibile.

Alimentato da una vena di nostalgica dimensione della sconfitta sociale, di una inesorabile resa dell’uomo verso la natura, Rebuilding è un cinema di spazi svuotati da edifici, strutture urbane, persone, a favore di un’essenzialità di messa in scena quasi ascetica (la trovata della biblioteca con la rete Wi-Fi), tra macerie, polvere, sabbia e in lunghissima profondità di campo la cartolina graffiata di imponenti montagne dalle cime innevate.

Walker-Silverman (anche allo script) costruisce una sorta di filosofia profonda del valore della memoria, tra chincaglierie da conservare, fotografie ed etichette su cui si stampano radici e ricordi. Così il gruppuscolo che si perde nella desolazione del vento e della terra arida prova a essere nuovamente comunità: itinerante, dimessa, comunque libertaria. Ad impreziosire questo racconto di pochi dialoghi, molti tramonti e cieli notturni, c’è una colonna sonora folk-western di Jake Xerxes Fussell e James Elkington che sembra uscita dai più struggenti spartiti di Clint (e Kyle) Eastwood.

Infine Walker-Silverman non sarà, appunto, Eastwood, ma fa un’inquadratura, anzi un paio, almeno così le abbiamo lette noi, in cui viene giù il teatro: il sottofinale con quel gesto di riverenza che compie Josh verso i propri compagni di sventura, togliendosi il cappello e tenendoselo davanti al petto, che deve aver visto in mille western del passato, e quell’inquadratura di spalle dei due protagonisti davanti a una porta aperta verso l’ignoto e incontaminato spazio della frontiera che deve aver visto in Sentieri selvaggi di John Ford.

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“Ma è a questo che siamo arrivati? Ascoltare i troll? Incoraggiarli?”: lo sfogo dello sceneggiatore di Topolino, licenziato dopo uno scontro con i lettori sui social

5 June 2026 at 11:00

Lo storico fumettista di Topolino bastona con ironia le proteste dei troll sui social e il direttore della celebre rivista lo licenzia. Sta facendo parecchio discutere il licenziamento (non un “addio” come scritto su diverse testate giornalistiche ndr) di Roberto Gagnor, storico collaboratore dell’intramontabile mondo Disney oggi gestito nella versione italiana da Panini Comics. La vicenda è nata e si è sviluppata repentinamente sui social nell’aprile scorso dove diversi lettori hanno criticato le nuove storie di Paperinik create da Gagnor. A quel punto il 48enne disegnatore ha risposto alle critiche con post anche paradossali, ma chiari nel loro intento di difesa. Uno in particolare è finito nell’occhio del ciclone, ovvero quello in cui Gagnor, sul profilo Facebook di un collega scrive, rivolto ai critici: “E comunque io non ho cancellato niente. Voi, invece, restate irrilevanti e gente che deve crescere”.

A questo punto inizia un’ulteriore bombardamento su Gagnor nello specifico sul forum online di Papersera – spazio dove i lettori commentano i fumetti disneyani – dove diversi utenti, alcuni anche anonimi, hanno minacciato di cancellare i propri abbonamenti di fronte agli “insulti” di Gagnor sui social. Ultimo capitolo di cronaca: ad inizio maggio Gagnor viene contattato telefonicamente da un redattore dell’azienda e gli viene comunicato che a causa dei suoi commenti sui social le sue collaborazioni finiranno dopo le due storie già pronte e che usciranno (l’ultima, pare, nell’autunno prossimo); poi il 3 giugno su Fumettologica è il direttore di Topolino, Alex Bertani, a spiegare in una lettera l’allontanamento di Gagnor: “Ho chiesto ai miei collaboratori di limitarsi a chiarimenti e spiegazioni, senza entrare nel clima di perenne zuffa tipico di alcuni social media (…) ma purtroppo non è la prima volta che si è reso necessario ricordare che esistono limiti imposti dal proprio ruolo”. Bertani continua: “Posso passare sopra ad altro ma su una cosa non transigo: i lettori vanno rispettati. A prescindere. Perché per fortuna viviamo in un paese libero. Dove se acquisti un magazine per leggerti delle storie hai tutto il diritto di commentare, dissentire e criticare. Anche aspramente”.

Infine chiosa: “Tutti coloro che lavorano per Topolino, quando si esprimono pubblicamente, vengono inevitabilmente percepiti come rappresentanti di un gruppo, di una redazione e di una sensibilità condivisa e non voglio in nessun modo che determinati modi o atteggiamenti possano essere associati, neppure indirettamente, a una realtà che da sempre promuove dialogo, rispetto e inclusività”. Solo che Gagnor non è di certo un ragazzino di primo pelo che ha preso in mano ieri carta, penna e tastiera: 23 gli anni di servizio e più di 300 storie scritte per Topolino. Insomma, un veterano. Che, infatti, sui suoi canali social risponde. “Una decisione (quella di Bertani ndr) nata dalla sua scelta di privilegiare le opinioni online di alcuni “fan”, che sul forum di un’associazione hanno chiesto la mia rimozione, dopo che io, nel mio pieno diritto di utente social, ho prima ironizzato sulle loro ossessioni (…) ho poi chiarito il mio giudizio su di loro in maniera sicuramente tranchant, ma legittima, almeno quanto le loro esternazioni. Il Direttore, però, ha scelto di ascoltare loro”.

Gagnor si pone quindi un interrogativo sulla libertà creativa dei suoi colleghi e di un intero settore: “Ma è a questo che siamo arrivati? Ascoltare i troll? Incoraggiarli? So bene che queste persone, oggi, festeggeranno. Soprattutto, si sentiranno motivate a farlo di nuovo, magari con altri autori. Questi autori, da oggi, sapranno che, quando i troll passeranno il limite, non saranno difesi da nessuno. Quando tenteranno nuove strade creative, i troll potranno attaccarli senza problemi. E se reagiranno, nessuno li aiuterà”. Bertani chiosa ricordando che, oltretutto, seppur lavorando per la stessa testata da 23 anni rimane un “freelance in un business altamente precario” quindi “questo è ancora più grave”.

Su Il Post, infine, viene segnalato che “Gagnor non è il primo autore di Topolino che ha interrotto le collaborazioni in seguito all’arrivo di Bertani: era già successo ad altri sceneggiatori di lunga data, tra cui Sergio Cabella e Massimiliano Valentini”; perché spiegano dal sito web diretto da Francesco Costa, “è dal 2018, quando ha iniziato a dirigere Topolino, Bertani ha apportato diversi cambiamenti alla linea editoriale” dando “spazio a una nuova generazione di sceneggiatori che in qualche caso ha cambiato la caratterizzazione di personaggi molto noti (…) Bertani tende anche a intervenire personalmente nel processo creativo, con una certa intransigenza. Legge ogni sceneggiatura prima della pubblicazione e, quando il risultato non lo soddisfa, fa di testa sua: “Riscrivo pagine e pagine di dialoghi”, disse lui stesso in un’intervista di qualche anno fa”.

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Wim Wenders ritira “Falso Movimento” dal commercio e si scusa con Nastassja Kinski per la scena di nudo a 13 anni. Lei replica: “Ti decidi solo ora”

4 June 2026 at 12:48

Wim Wenders ritira “Falso Movimento” dal commercio. In una dichiarazione pubblica rilasciata dalla sua fondazione, il regista tedesco ha affermato che ritirerà dalla circolazione il suo film del 1975 a causa di una scena in topless con protagonista Nastassja Kinski che all’epoca delle riprese aveva 13 anni. L’autore di Paris, Texas, Il cielo sopra Berlino e del recente successo Perfect days ha scritto: “Essendo l’unica persona all’epoca responsabile di Falso Movimento ancora in vita, riconosco che Nastassja Kinski sarebbe dovuta essere protetta meglio sul set. Per questo, Nastassja, ti chiedo scusa senza riserve, senza se e senza ma”. In Falso Movimento, Kinski interpretava un’adolescente muta e recitava al fianco di Rüdiger Vogler e Hans Christian Blech.

In un commento sotto il post dal suo account Instagram, Kinski ha risposto in tedesco: “Wim, dopo tutti questi anni, solo ora (ti decidi ndr) dopo che il pubblico ha commentato su così tanti giornali, anche se gliel’avevo chiesto tanto tempo fa”. L’attrice si era espressa da tempo su quel film, chiedendo a Wenders di realizzarne una nuova versione. Il mese scorso, approfittando di una grande popolarità di ritorno di Wenders, dovuta al successo mondiale di Perfect days nonchè al dibattito su cosa significhi fare un cinema politico, Kinski aveva dichiarato in un’intervista al Suddeutsche Zeitung: “Quello era il mio primo film, lui era il mio primo regista e non mi ha protetta”. Inutile ricordare che quel ruolo lanciò la Kinski nel cinema mondiale tanto che da minorenne girò diversi film tra cui Niente vergini in collegio – di cui fu protagonista- e Così come sei di Alberto Lattuada assieme ad un felice e bravo Marcello Mastroianni.

Ovviamente le scene di nudo in questi film furono ben più lunghe e articolate rispetto al topless in Falso movimento. Kinski divenne poi musa sui 18 anni di Roman Polanski nello splendido e sottovalutato Tess. Seguirono cult come Il bacio della pantera, Un sogno lungo un giorno e il clamoroso Paris,Texas sempre sotto la regia di Wenders. Il regista tedesco ha comunque precisato che Falso movimento “rimarrà indisponibile fino a quando non si raggiungerà una soluzione concordata“, sottolineando la necessità di un “ampio dialogo” con l’Accademia del Cinema Tedesca e Kinski. “È fondamentale che la nostra società trovi il modo di affrontare in modo appropriato le opere cinematografiche controverse del XX secolo e che si apra a nuovi processi di apprendimento e a prospettive inclusive sul cinema”.

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“Papà Clint si è ritirato dal cinema. Ora è in pensione, ha 95 anni”: cosa ha detto il figlio Kyle

4 June 2026 at 12:35

“Papà Clint si è ritirato dal cinema”. Kyle Eastwood l’ha buttata lì durante un’intervista su France3, en passant, senza nemmeno pensarci troppo, mentre presentava un suo concerto. Ebbene, visto che a 48 ore di distanza dalla voce del sen fuggita, l’entourage del 96enne regista e attore di capolavori come Million dollar baby e I ponti di Madison County non ha ancora smentito, è altamente probabile che Giurato numero 2 sia l’ultimo film diretto da Clint Eastwood. “Ho tanti bei ricordi del periodo in cui ho lavorato con lui. Ora è in pensione, ha 95 anni”, ha spiegato Kyle nell’intervista, realizzata prima che suo padre compisse 96 anni domenica 31 maggio. “Sono stato molto fortunato ad aver potuto lavorare con lui in molti film. È stata un’esperienza fantastica per me”.

Kyle, infatti, è musicista jazz e compositore, e ha contribuito con le sue colonne sonore a diversi film del padre, tra cui Lettere da Iwo Jima, Gran Torino e Invictus. Della carriera ultra settantennale di Clint non esistono parole per descriverla. Eastwood è il monumento vivente del cinema, è l’abc del recitare e del dirigere film. La prima interpretazione risale al 1959 per la tv in Gli uomini della prateria e dopo piccole particine al cinema nel 1964 come protagonista di Per un pugno di dollari. L’ultima invece è del 2021 dove è protagonista del suo Cry Macho. Alla regia Eastwood esordisce con Brivido nella notte (1971) per poi dirigere altri 43 film fino appunto al 2024 con Giurato numero 2. Due gli Oscar alla regia (Gli spietati e Million dollar baby) e due Oscar ai film (sempre Spietati nel 1993 e Million dollar baby nel 2005).

Impossibile classificarlo senza ridurne la magnificenza classica e mai banale. Nel 2025 si erano pure inventati una sua falsa intervista su un giornale austriaco, poi da Eastwood smentita: “Recentemente sono apparse alcune notizie che mi riguardano. Ho pensato di fare chiarezza. Posso confermare di aver compiuto 95 anni. Posso anche confermare di non aver mai rilasciato un’intervista a una pubblicazione austriaca chiamata Kurier, né a nessun altro giornalista nelle ultime settimane, e che l’intervista è completamente falsa”.

Nel 2021 Eastwood aveva però ammesso di essersi chiesto se dovesse continuare o meno, dichiarando al Los Angeles Times: “Perché diavolo continuo a lavorare a novant’anni? La gente inizierà a lanciarmi pomodori?”. Ma figuriamoci! “Se questo è il suo canto del cigno”, scrisse un critico statunitense all’uscita di Giurato numero 2, “se ne va con la grazia, l’intelligenza e la complessità che hanno contraddistinto la sua impareggiabile opera, fino a una nota finale che non offre una risposta ma, giustamente, pone una domanda”.

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È morta di “crepacuore” a 56 anni Marjane Satrapi, autrice di “Persepolis”: “Stroncata dal dolore per la morte del marito Mattias, l’amore della sua vita”

4 June 2026 at 09:35

È morta di “crepacuore” a 56 anni per la tristezza di aver perso il marito, un anno fa. Marjane Satrapi, la fumettista e regista iraniana, voce libera e nobile anti islamica, diventata celebre per la riduzione cinematografica del suo fumetto autobiografico Persepolis, non ha retto al dolore della perdita di Mattias Ripa. L’economista svedese, conosciuto dalla Satrapi a Parigi oltre 30 anni fa, diventato suo collaboratore artistico e marito, era morto l’8 aprile dell’anno scorso a 52 anni. “Marjane Satrapi è morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita”, è il tenero addio inviato alle agenzie di stampa dai familiari della regista iraniana. Satrapi era stata una schietta e acerrima critica del governo teocratico iraniano in più occasioni a cavallo del nuovo secolo. La fumettista iraniana era arrivata in Francia nel 1994, ottenendo poi la cittadinanza francese nel 2006. La graphic novel in bianco e nero Persepolis venne pubblicata in due volumi tra il 2000 e il 2001 ottenendo un successo mondiale. L’opera racconta con graffiante umorismo la giovinezza di Marjane a Teheran, segnata dalla caduta del governo dello scià e le successive difficoltà causate dalle restrizioni imposte dalla leadership islamica iraniana dopo la “rivoluzione” del 1979. Come ha scritto Carlotta Eco su l’Enciclopedia delle donne, “Persepolis è il primo fumetto autobiografico sulla storia iraniana. Scritta con l’intento di “ribattere ai pregiudizi sul mio Paese senza essere interrotta”, Persepolis (dal nome greco dell’antica “città dei persi” fondata nel 520 a.C.) è la saga di una famiglia iraniana che vive a Teheran tra il 1960 e il 1990”. Una famiglia benestante di origine nobiliare, orientata su principi morali che definiremmo “all’occidentale”, i Satrapi di fronte all’oscurantismo propugnato dal regime di Khomeini fecero emigrare la figlia 15enne a Vienna.

Nel 1988 il primo ritorno in patria dove apprende l’arte del disegno (“che significa copiare modelli interamente coperti dall chador”) e poi rifugge dalla censura e dall’oppressione culturale dei dittatoriali barbuti sciiti nel 1991 questa volta prima a Strasburgo poi a Parigi. È qui che incontra subito quello che diventerà il suo amato marito, Mattias Ripa. Attorno al 2006 inizia la produzione francese del film animato tratto da Persepolis, di cui Satrapi è regista assieme a Vincent Parranoud. Il film finisce in Concorso a Cannes nel 2007 e vince il Premio della Giuria, per poi essere candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2008. Poco prima del successo internazionale del film, Satrapi aveva pubblicato le graphic novel Ricami (2003) e Pollo con Prugne (2004), nonché diversi libri per bambini. Nel 2011 torna alla regia ma senza l’attenzione ricevuta quattro anni prima per adattare Pollo alle prugne. Dirigerà poi con alterne fortune anche i film: Voices (2014), Radioactive (2019) su Marie Curie e Paradis Paris (2024). Satrapi è stata anche pittrice e i suoi dipinti acrilici di grande formato sono stati esposti per la prima volta nel 2013 alla Galleria Jérôme De Noirmont di Parigi.

Nel 2023 aveva pubblicato un’altra graphic novel, Woman, Life, Freedom, un libro collettivo realizzato da 17 fumettisti iraniani e internazionali, in collaborazione con accademici e ricercatori iraniani. Si sono uniti per raccontare la storia di come la morte in custodia di Masha Amini, una donna curdo-iraniana di 22 anni arrestata nel 2022 per non aver indossato correttamente il velo islamico. Una decina di anni fa, intervistata dall’attrice Emma Watson, Satrapi riassunse con la sua consueta fulminante ironia il suo punto di vista sulla questione femminile iraniana e globale: “Il nemico della democrazia non è una sola persona. Il nemico della democrazia è la cultura patriarcale. Come in famiglia, dove il padre decide e ha l’ultima parola, così un dittatore è il padre della nazione. Se abbiamo più donne istruite, avremo anche società più istruite. Questo, senza alcun “pregiudizio femminista”, è un dato di fatto”. L’anno scorso, ha rifiutato la Legion d’onore francese a causa dell’ “ipocrisia” del Paese nei suoi rapporti con l’Iran, citando le politiche francesi in materia di visti che impedivano ai dissidenti di lasciare l’Iran per recarsi nel Paese europeo.

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Premio Strega 2026, svelata la sestina finalista: Michele Mari in testa, sorpresa per Bianca Pitzorno. I nomi e i possibili vincitori

3 June 2026 at 20:49

Tre donne e tre uomini in “sestina”. E tra Einaudi e Feltrinelli si intravede il Premio Strega 2026. Per il vincitore o vincitrice dell’80esima edizione del più prestigioso riconoscimento letterario italiano la sentenza arriva dal Teatro Romano di Benevento dove è avvenuto lo spoglio definitivo dei voti durante la soporifera diretta di RaiPlay.

È Michele Mari, autore di I convitati di pietra (Einaudi) ad aver ottenuto più voti di tutti, 280. Seguono da vicino Matteo Nucci, autore di Platone – Una storia d’amore (Feltrinelli) con 242 voti (in cinquina già nel 2010 e 2017) e la vera sorpresa della sestina, l’83enne Bianca Pitzorno che con La sonnambula (Bompiani) raccoglie 195 voti. Al quarto posto Teresa Ciabatti, già finalista dello Strega nel 2017, con Donnaregina (Mondadori), 184 voti. Mentre Alcide Pierantozzi, autore di Lo sbilico (Einaudi) raccoglie 170 voti dopo essere stato a lungo in testa nei primi due scrutini.

La cinquina, come da regolamento, si allarga a sestina per accogliere un editore medio-piccolo, qui L’orma che con Vedove di Camus scritto da Elena Rui allarga i concorrenti per la vittoria finale.

Escono quindi di scena sia il veterano Ermanno Cavazzoni e il suo ottimo romanzo Storia di un’amicizia (Quodlibet) dedicato a Gianni Celati e la 33enne Nadeesha Uyangoda, l’autrice italiana di origine srilankese che con Acqua Sporca (Einaudi) nei primi due scrutini sembrava aver centrato la cinquina. Anche il popolare Marco Vichi e l’onnipresente Christian Raimo rimangono lontanissimi dal sesto posto, penultimo e ultimo, confermando che lo Strega soprattutto per Vichi non è una questione di copie vendute.

A succedere ad Andrea Bajani, però, sembra essere Mari che con I convitati di pietra, un bizzarro e perfido patto alla It tra compagni di scuola, sembra aver già convinto da tempo gli Amici della Domenica. Nel caso, per Einaudi – che in finale va con due titoli – sarebbe il quarto Strega (Cognetti, Desiati, Di Pietrantonio) negli ultimi dieci anni. Le uniche insidie al 70enne poeta e traduttore milanese arrivano solo dal solenne Platone – Una storia d’amore di Matteo Nucci (a Benevento con un chiodo in fintapelle alla Marlon Brando) e con una delle autrici, principalmente per bambini, più vendute in Italia (oltre due milioni di copie), la sassarese Bianca Pitzorno che con La sonnambula entra nella storia di fine ottocento di una inventata città sarda per seguire le gesta di una veggente che sviene e predice il futuro.

La finale con la proclamazione del vincitore/trice avverrà l’8 luglio per la prima volta nella splendida cornice del Campidoglio a Roma.

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“Dai salari alle violenze, le promesse alle donne non mantenute. Dobbiamo lavorarci”: il discorso di Paola Cortellesi al Quirinale

3 June 2026 at 18:31

“Quando finalmente la voce delle donne ebbe un peso”. Non poteva esserci figura più adatta per celebrare gli 80 anni della Repubblica italiana. È stata Paola Cortellesi, regista e protagonista dell’exploit cinematografico campione d’incassi C’è ancora domani (2023), a ricordare da Piazza del Quirinale a Roma, durante le celebrazioni ufficiali, come la Repubblica sia nata dalla Resistenza e dall’antifascismo, e come in quei giorni fu finalmente concesso il diritto di voto alle donne.

“Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne”. Cortellesi si è soffermata sul fatto che durante il Ventennio mussoliniano “la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza (…) in un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare”. Esaltazione della maternità, impossibilità di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei, insomma un orientamento politico forzato verso i “lavori donneschi”.

È qui che Cortellesi cita alcuni passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo: “La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia”. E ancora: “Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile”. “In sintesi – chiosa ironica Cortellesi – vengono a rubarci il lavoro”.

L’attrice e sceneggiatrice ha ricordato che nonostante “questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi”. Cortellesi ha quindi elencato tre partigiane della Resistenza: Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni; Tina Anselmi, poi diventata deputata della DC, che a 17 anni fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza e quindi decise di unirsi alla Resistenza; infine Irma Bandiera, la bolognese emiliana che venne catturata da una squadra fascista, torturata fino alla morte dai repubblichini, ma che non rivelò mai i nomi dei suoi compagni preferendo morire.

“Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia”. “C’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso (…) quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate”. L’attrice e regista ha così concluso il suo lungo intervento rivivendo in una sorta di loop la sua interpretazione di Delia in “C’è ancora domani”, ricordando l’alto valore simbolico e politico di quel diritto al voto avvenuto proprio nel 1946. “Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura”.

Con la Repubblica è nata “la promessa di un Paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire e scegliere chi governa partecipare alla vita pubblica senza paura. Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta – ha aggiunto -. L’effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico dobbiamo, perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte”.

E la strada è ancora lunga: “Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla”. Citando ancora Irma Bandiera, Cortellesi ha concluso: “Prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: “Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa”. Quelli “dopo di lei”, siamo noi”.

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