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Caso Minetti, tre ragioni per cui le parole di Graciela mi fanno pensare a Paolo Borsellino

9 June 2026 at 11:41

Io non lo so quale sia la verità sulla vicenda Minetti, non lo so se fossero vere le parole di Graciela Mabel de Los Santos Torres, ma non averla nemmeno voluta sentire da parte della magistratura italiana getta un’ombra inquietante e mi fa pensare a Paolo Borsellino per più di un motivo. C’è una frase di Graciela riportata più volte che suona così: riferirò ogni cosa alla magistratura quando verrò chiamata. Intende la magistratura italiana della quale pare fidarsi senza riserve, quasi ingenuamente.

Questa frase ricorda quella che, in tutt’altro contesto, pronunciò Paolo Borsellino il 25 giugno del 1992 a Casa Professa in quello che fu il suo ultimo intervento pubblico. Borsellino disse di essere “testimone” per la strage del 23 maggio che aveva ucciso Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, e che per questo motivo non ne avrebbe parlato in quella sede, perché ne avrebbe riferito soltanto alla magistratura inquirente non appena fosse stato chiamato. Si riferiva alla Procura di Caltanissetta, che però, come noto, non ritenne di convocarlo.

Immagino che qualcuno, leggendo questo accostamento, abbia storto il naso irritato, forse pensando che io stia mischiando il sacro col profano. Invito a trattenere il disprezzo: la storia piuttosto ci insegna come frequentemente il “sacro” venga profanato per neutralizzarne la carica dirompente, il che è molto più nefasto. Di Graciela infatti, massaggiatrice disoccupata uruguayana, è fin troppo facile insinuare che quelle rivelazioni scottanti non fossero state fatte per amore di verità o per riscattare dignità, ma più prosaicamente per averne qualche indebito vantaggio economico. Così torno ancora a quel dolente e dovuto intervento a Casa Professa di Paolo Borsellino che, evocando il calvario dell’amico Giovanni Falcone del quale il tritolo mafioso era stato soltanto il definitivo supplizio, ebbe precisamente a dire che Falcone aveva cominciato a morire nel 1987, prima ancora che “qualche giuda” gli negasse il sostegno promesso per ottenere l’incarico di giudice istruttore a Palermo. A cosa allude Borsellino? A quel titolo così infamante: “I professionisti dell’antimafia”, che faceva da cappello ad un editoriale di Leonardo Sciascia, che si chiudeva con le parole: “I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”. Stessa insinuazione: l’indebito vantaggio personale procurato attraverso l’utilizzo spregiudicato di una tanto presunta quanto esibita passione per la verità.

Ma c’è un terzo motivo per cui le parole di Graciela mi fanno pensare a Paolo Borsellino: quando il giudice si trovò davanti una ragazzina di diciassette anni, arrabbiata ed impaurita, imbevuta di mafia dalla testa ai piedi, che gli voleva raccontare cose malfatte anche da personaggi potenti e riveriti, non perse tempo, non mise sulla bilancia opportunità e giustizia, la ascoltò. Si chiamava Rita Atria e la mafia le aveva assassinato il padre, don Vito, ed il fratello Nicola, che aveva commesso l’errore di dire ai quattro venti, che avrebbe vendicato il padre. Rita trovò la forza di ribellarsi all’apparente ineludibile forza del vincolo associativo, del vincolo di sangue, dell’odio terrorizzato e sgomento che le vomitò addosso la madre, perché trovò lo Stato. Lo Stato che aveva la faccia, l’intelligenza ed il cuore, di Paolo Borsellino.

Io non lo so quale sia la verità, ma temo che da oggi i “testimoni” avranno ancora più paura a denunciare e ad affidarsi allo Stato. Testimoni che, come abbiamo ripetutamente scritto in questo blog, fanno spesso una vita grama, pendolando tra speranza e frustrazione, tra sollievo ed angoscia, tra considerazione ed abissale solitudine. Testimoni che, peggio, subiscono conseguenze sconcertanti per aver avuto il coraggio di non girarsi dall’altra parte, come accaduto recentemente a quel tecnico informatico del Tribunale di Torino che per aver documentato la pericolosità di un software istallato dal Ministero della Giustizia nei computer dei magistrati, è stato denunciato ed ha perso il lavoro.

Leggiamo che Graciela avrebbe ritrattato parte delle sue rivelazioni recandosi da un notaio, accompagnata da un avvocato e a questo punto della storia c’è da augurarle che tanto basti per non incorrere in guai più seri. C’è infatti chi ritiene che tra le cause della “accelerazione” della strage di Via D’Amelio ci sia proprio la sopraggiunta impossibilità di procrastinare oltre modo l’acquisizione a sommarie informazioni del testimone Paolo Borsellino.

L'articolo Caso Minetti, tre ragioni per cui le parole di Graciela mi fanno pensare a Paolo Borsellino proviene da Il Fatto Quotidiano.

Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni

3 June 2026 at 11:38

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

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