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Uilm, Davide Sperti è il nuovo segretario generale: “Basta gestire le emergenze, serve politica industriale”

12 June 2026 at 13:28

La Uilm ha un nuovo segretario generale dopo 16 anni. Il successore di Rocco Palombella, eletto nel 2010, è Davide Sperti: è stato eletto nel corso del congresso nazionale del sindacato metalmeccanico a Bari. Nato a Taranto nel 1983, Sperti ha iniziato la sua esperienza lavorativa nel 2007 nella fabbrica di Alenia Composite a Grottaglie. Il suo primo incarico come rappresentante dei lavoratori risale al 2014, quando divenne delegato sindacale della Uilm nello stabilimento dell’azienda specializzata nella produzione di componenti in fibra di carbonio per l’industria aerospaziale.

Chi è Davide Sperti, nuovo leader Uilm

Quattro anni più tardi inizia la scalata nella gerarchia della Uilm con l’elezione nella segreteria territoriale della Uilm Taranto per poi diventarne il segretario generale nel maggio 2022. Dallo scorso ottobre, l’incarico di segretario organizzativo della Uilm nazionale della quale da oggi è il nuovo leader. Per lui ci sarà un battesimo di fuoco: lunedì è già atteso da una giornata di tavoli nazionali con l’incontro tra sindacati e Stellantis, in programma alle 10.30, e il faccia a faccia al ministero dello Sviluppo economico sulla vertenza Electrolux, la multinazionale svedese intenzionata a licenziare 1.700 lavoratori negli stabilimenti italiani.

Da Stellantis a Electrolux: battesimo di fuoco

“Oggi raccolgo un’eredità importante e sono consapevole delle sfide che abbiamo di fronte – sono state le prime parole di Sperti – Viviamo un tempo segnato da profonde trasformazioni: la transizione ecologica, la rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, le crisi industriali aperte e i cambiamenti geopolitici stanno ridisegnando il mondo del lavoro e dell’industria. Per quanto riguarda l’Italia e il nostro settore, penso innanzitutto all’ex Ilva, a Electrolux e a Stellantis, vertenze simbolo dalla cui soluzione dipende il futuro di intere filiere strategiche per il nostro Paese”.

“Basta gestire le emergenze, serve politica industriale”

La Uilm, garantisce, sarà “in prima linea per difendere il lavoro, pretendere investimenti, contrastare delocalizzazioni e chiusure e chiedere al governo e alle imprese scelte chiare per l’industria italiana”. Il neo-segretario avvisa: “Non possiamo più limitarci a gestire le emergenze: serve una politica industriale che abbia finalmente una visione e che compia scelte concrete. Serve più coraggio. Il futuro non si aspetta: si costruisce. E noi vogliamo costruirlo insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, nelle fabbriche, nei territori e in tutti i luoghi in cui si decide il destino dell’industria italiana”. Quindi ha sottolineato che si batterà per la sicurezza sul lavoro: “Ci sono mille morti all’anno, tre al giorno. Se fossero per mafia, chiederemmo l’esercito nelle strade”.

L’addio di Palombella: “Vincoli alle multinazionali”

Con la sua elezione, finisce l’era di Palombella alla guida dei metalmeccanici della Uil. Anche lui tarantino, 70 anni e in carica dal 2010, ha attraversato da numero uno del sindacato tutta la stagione della crisi dell’Ilva, acciaieria nella quale – come aveva raccontato a Ilfattoquotidiano.it – aveva a lungo lavorato a partire dal 1973. Nel suo discorso durante l’assemblea – alla quale ha partecipato anche il presidente di Federmeccanica Simone Bettini – ha avvertito sui rischi dell’intelligenza artificiale e ha ammonito il governo sulle crisi aziendali: “Assistiamo a misure tampone, al rinvio di decisioni strutturali e alla chiarezza sul ruolo dello Stato per gestire transizioni epocali in filiere che solo a parole vengono definite strategiche. Per questo diciamo basta a passerelle politiche e basta aiuti a pioggia alle multinazionali senza vincoli occupazionali e sociali. Noi continueremo a lottare per difendere ogni singolo posto di lavoro e per un futuro industriale sostenibile”.

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Brindisi, ora Futuro Nazionale è il primo partito della maggioranza: consigliere di FdI passa con Vannacci dopo i 3 di FI

10 June 2026 at 15:01

In tre arrivano da Forza Italia, un altro da Fratelli d’Italia. Così, in appena 24 ore, Futuro Nazionale entra nel Consiglio comunale di Brindisi e diventa il primo partito nella maggioranza di centrodestra che sostiene il sindaco Giuseppe Marchionna, eletto da indipendente per volere del deputato forzista Mauro D’Attis e con uno storico passato nel Partito Socialista Italiano. A capovolgere definitivamente gli equilibri ci ha pensato Cesare Mevoli, storico esponente della destra brindisina, che ha lasciato il partito di Giorgia Meloni per aderire a quello di Roberto Vannacci. La mossa è arrivata il giorno dopo lo strappo di tre consiglieri berlusconiani – Nicola Di Donna, Luca Tondi e Maria Ciaccia – che avevano dimezzato il gruppo di FI.

Il passaggio dell’ex meloniano ha un peso politico non indifferente. Già assessore, Mevoli era infatti vicesegretario provinciale di FdI e componente dell’assemblea nazionale. Da tempo in rotta con il resto del partito sul territorio, tanto da autosospendersi dal gruppo consiliare a marzo, vanta una storia tutta a destra. Il suo testimone di nozze è stato Gianni Alemanno e il nome del consigliere brindisino compare anche – da non indagato – nelle carte con le quali il Tribunale di Sorveglianza confermò il ritorno in carcere dell’ex sindaco di Roma: era ritenuto uno dei “soggetti compiacenti” che avrebbe aiutato Alemanno nella “artata costituzione di documenti giustificativi” degli spostamenti. Nel 2023 inoltre un suo post contro Elena Cecchettin, sorella della 22enne Giulia uccisa dall’ex fidanzato, provocò le proteste del Partito Democratico.

Al momento né i tre ex Forza Italia né Mevoli hanno rivendicato la necessità di riequilibrare gli assetti della giunta. Tuttavia lo spostamento a destra della maggioranza è destinato ad avere delle ripercussioni sulla coalizione. Al momento, per dire, con tre consiglieri in assise Forza Italia esprime tre assessori nella squadra di Marchionna, che governerà anche grazie al sostegno dei quattro esponenti di Futuro Nazionale nonostante la sua storia politica affondi le radici nel Psi.

Negli Anni Novanta, durante il suo primo mandato, il sindaco divenne famoso per la gestione impeccabile dell’esodo di albanesi che nel marzo 1991 si riversarono in città dopo il crollo del regime comunista. In assenza di supporto da parte del governo, riuscì a mobilitare gli abitanti nell’accoglienza di 25mila profughi arrivati in ventiquattr’ore a bordo delle carrette del mare. Da oggi dovrà anche confrontarsi con le idee sulla gestione dei migranti di ben quattro consiglieri di Futuro Nazionale, partito a favore della remigrazione.

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Tre consiglieri di FI vanno con Vannacci: il sindaco di Brindisi con radici socialiste avrà l’appoggio de “l’unica destra”

9 June 2026 at 15:43

Vanno via da Forza Italia per ingrossare le file di Futuro Nazionale, tuttavia avvisano che resteranno in maggioranza per garantire “governabilità alla città”. A Brindisi il centrodestra fa un salto un po’ più a destra e da oggi ha tre esponenti del partito di Roberto Vannacci a supporto della giunta. Creando un piccolo paradosso politico: il sindaco Giuseppe Marchionna, infatti, ha profonde radici socialiste e durante il suo primo mandato alla guida del Comune, all’inizio degli Anni Novanta, accolse oltre 25mila profughi albanesi mobilitando la cittadinanza affinché aprisse le case per ospitarli mentre il governo latitava e non forniva alcun supporto.

Ora la campagna acquisti dell’ex vice-segretario della Lega ed europarlamentare lo porterà a governare con un partito che si definisce “l’unica destra” e che è sostenitore della remigrazione. Ad abbandonare il partito berlusconiano nella città del deputato Mauro D’Attis sono Nicola Di Donna, ex capogruppo di FI, Marika Ciaccia e Luca Tondi. Di Donna, già assessore e militante di destra, parla di una “decisione frutto di una profonda riflessione, giunta anche a seguito di un confronto con il generale Vannacci”. E annuncia che “resta invariato, in ogni caso, l’impegno a garantire governabilità alla città di Brindisi”. Insomma, non mancherà il sostegno alla maggioranza e Marchionna governerà anche grazie ai tre vannacciani.

Se D’Attis, tra i plenipotenziari pugliesi di Forza Italia, si dice “profondamente rattristato”, a esultare è Rossano Sasso, il deputato leccese eletto con Lega e ora responsabile per il Sud di Futuro Nazionale: “Sempre più cittadini aderiscono alle idee, alla visione, al programma di Futuro Nazionale e se tra questi ci sono anche amministratori con esperienza non posso che essere felice. Qualcuno dice ‘mai con Vannacci’ danneggiando il centrodestra, ma mentre lo dice i propri elettori, amministratori e deputati vanno da Vannacci”. In Puglia, secondo i dati dello stesso partito, sono stati superati i 10.000 iscritti, un numero che rappresenterebbe circa un decimo del totale nazionale.

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Caporalato a Brindisi, i verbali che hanno portato all’arresto: “Vivevamo in un tugurio, prendevamo l’acqua da un tubo d’irrigazione”

9 June 2026 at 06:33

Chi tagliava gli alberi era costretto a vivere in un tugurio, senza riscaldamento e prendendo l’acqua da un tubo per l’irrigazione. Una delle persone per le quali lavoravano, invece, postava video su TikTok per esaltare le sue attività ed era così diventata un’influencer con oltre 10mila follower. Ora è sotto inchiesta per caporalato insieme all’uomo finito ai domiciliari dopo l’arresto in flagranza. L’ultima storiaccia sullo sfruttamento di migranti nelle campagne arriva dalla provincia di Brindisi e vede protagonisti Daniele Argentieri e la sua coindagata.

Per svolgere i lavori della loro cooperativa specializzata nell’espianto di alberi e nella vendita di legna, secondo il pubblico ministero della procura di Brindisi Giuseppe De Nozza, approfittavano dello stato di bisogno di tre uomini originari dell’Africa “sottoponendoli a condizioni di sfruttamento”. Argentieri, 38 anni, è stato arrestato in flagranza lo scorso 21 maggio e il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Vittorio Testi, ha convalidato il blitz dei carabinieri e ne ha disposto i domiciliari. La donna sotto inchiesta, invece, è indagata a piede libero con le stesse accuse mosse al 38enne.

I tre lavoratori, uno dei quali ha dato il via all’indagine del Nil dei carabinieri denunciando le sue condizioni a marzo, vivevano in un casolare abbandonato nelle campagne di Francavilla Fontana, al confine col Tarantino, e “venivano fatti lavorare per 9-10 ore al giorno”, nei campi a tagliare la legna, “con pausa di soli 10 minuti, occasionalmente estesa a 30, senza che nessuno di essi potesse usufruire del riposo settimanale”, si legge nelle carte che hanno portato Argentieri ai domiciliari. Alla luce dei verbali firmati dai braccianti e del sopralluogo dei carabinieri, il giudice parla di violazioni “sistematiche” dei contratti, di alcuna formazione sulla sicurezza nonostante maneggiassero anche seghe circolari e di un alloggio “degradante”.

La casupola di campagna presentava “pessime condizioni strutturali e igieniche”, “locali fatiscenti”, finestre “protette da soli teli di fortuna” e senza vetri. Un tugurio, senza riscaldamento, dove i migranti si riparavano dal freddo accendendo il fuoco in un caminetto, utilizzando anche la spazzatura. Il bagno? “Praticamente inagibile poiché vi è presente un lavandino in acciaio, otturato dalla presenza di rifiuti e solo delle vasche di fortuna precedentemente riempite di acqua per l’utilizzo”. Sentiti dagli investigatori, i migranti – originari del Marocco – hanno anche spiegato che la fornitura elettrica “non funziona sempre” e il frigorifero aveva “la porta rotta”. Un altro ha riferito che “per poter prelevare acqua necessaria usavamo un tubo da irrigazione”. Il terzo taglialegna ha invece raccontato: “Dormivamo in 5 in una sola camera da letto su materassi di fortuna recuperati per strada. Per ricaricare il cellulare consegnavamo un powerbank a Daniele, che ce lo ricaricava e poi ce lo restituiva carico, per collegarlo poi al cellulare”.

Gli stipendi? Il giudice Testi li definisce molto al di sotto dei minimi del contratto collettivo nazionale, uno dei migranti parla di “50, massimo 100 euro alla settimana”. Senza considerare che stando alla ricostruzione degli inquirenti, Argentieri – che ha respinto tutte le accuse nell’interrogatorio davanti al giudice per le indagini preliminari – chiedeva 5 euro per il trasporto nelle campagne e altrettanti per alloggiare nel casolare. I ritmi di lavoro sono stati così riassunti davanti ai carabinieri: “Vengono a prenderci alle 6 del mattino e arriviamo nel luogo di lavoro entro le 6.30-7 dipende da dove si trova il terreno – ha raccontato uno dei tre – Porto con me da mangiare e bere, cose a cui provvedo personalmente e questo perché lavoro normalmente fino alle 18-19, circostanza che dipende sempre dal lavoro e dal luogo di lavoro. Raramente ho finito di lavorare prima”.

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Il sistema della “mafia del Pakistan” nei campi della Basilicata: braccianti sorvegliati e testimoni intimiditi

3 June 2026 at 15:25

È il 10 marzo scorso, in collegamento con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia sono tutti schierati dietro un tavolo della prefettura di Matera. Raccontano cosa hanno scoperto seguendo il filo rosso lasciato da uno spaventoso incidente stradale in Val d’Agri, avvenuto in autunno: quattro braccianti stranieri morti, altri sei feriti. La presidente Chiara Gribaudo chiede, loro rispondono per quanto possibile perché le inchieste sono ancora aperte e gli accertamenti tutt’altro che finiti. La strage di Amendolara, in provincia di Cosenza, è la punta dell’iceberg di quanto avviene nelle campagne al confine tra Basilicata e Calabria: lo raccontano bene i vertici delle forze dell’ordine di Matera nel corso di quella audizione di tre mesi fa. Basta riascoltare le parole del questore Mario Della Cioppa, del comandante provinciale dei carabinieri Giovanni Russo e del comandante della Guardia di Finanza Roberto Maniscalco.

La “mafia del Pakistan”

Rimettendo insieme i pezzi di vecchie inchieste e dell’indagine sulla morte dei quattro indiani che viaggiavano insieme ad altri 6 braccianti hanno scoperto molto altro. Così a dicembre erano arrivati quattro arresti: caporali, come i due pachistani fermati per aver bruciato da vivi tre afgani e un loro connazionale dentro il minivan nella stazione di servizio tra Amendolara e Roseto Capo Spulico. Il canovaccio è sempre lo stesso, l’humus dal quale affiorano le indagini non cambia mai. Per questo l’unico sopravvissuto alla strage di lunedì, Taj Mohammad Alamyar, ha usato un’espressione calzante: “Mafia del Pakistan”.

I testimoni nelle strutture protette

Davanti alla Commissione, il racconto dei vertici delle forze dell’ordine era stato chiarissimo: dalle indagini coordinate dalla procura di Matera, guidata da Alessio Coccioli, era emerso un quadro netto. Allora, come nella vicenda di Amendolara, c’erano i 300 euro da lasciare ai caporali per un alloggio fatiscente che costringeva a vivere i braccianti in “condizioni degradanti”, aveva raccontato il comandante Russo. Svelando anche un retroscena dell’inchiesta che sostanzia il comportamento mafioso di quei caporali: i superstiti della strage in Val d’Agri, spiegò, erano stati intimiditi dai caporali affinché fornissero una ricostruzione annacquata, sostanzialmente falsa, agli investigatori. Una vera e propria minaccia che aveva spinto carabinieri e polizia a spostare i braccianti sopravvissuti in una struttura protetta al fine di tutelarsi e garantire un racconto veritiero: un trattamento riservato ai testimoni di giustizia che decidono di rompere il muro di silenzio imposto dai clan mafiosi.

I metodi di sorveglianza e il secondo livello

Anche grazie a questi accorgimenti, gli inquirenti erano arrivati all’arresto dei quattro caporali ed erano riusciti a rimettere insieme un quadro accusatorio solido. Nelle carte, si racconta di paghe giornaliere da 42 euro per 8 ore di lavoro nei campi alle quali aggiungere altre 2-3 ore trascorse sui bus per andare e tornare dai terreni. “Erano sottoposti a metodi di sorveglianza assolutamente vietati, dovevano chiedere il permesso per andare in bagno. E non sempre li veniva accordato”, avevano spiegato gli investigatori. Delineato la posizione dei caporali, la procura di Matera sta ora mettendo a fuoco un secondo livello, quello dei datori di lavoro, per verificare un loro eventuale coinvolgimento in quello che tra Siberitide e Piana di Metaponto appare come un “sistema” collaudato.

Gli imprenditori denunciati e i reclutatori

Del resto la Finanza, a novembre 2025, aveva denunciato i titolari di una trentina di aziende agricole della costa jonica lucana per il mancato versamento dei contributi dei dipendenti. L’ammanco era considerevole: oltre 2 milioni di euro, nei quali era compreso anche il 9% a carico del lavoratore. In sostanza, gli imprenditori aveva trattenuto sui loro conti correnti circa 200mila euro dei braccianti lucrando ulteriormente sul loro lavoro già mal pagato. Un sistema nel quale la Cgil Calabria continua a insistere sul coinvolgimento della ‘ndrangheta e che, certamente, non finisce ai caporali. In alcune inchieste degli anni scorsi erano emersi anche alcuni reclutatori in Nord Africa il cui compito era fornire una sorta di lista di braccianti da arruolare; in cambio intascavano tra i 5 e 10mila euro per favorire la loro assunzione fittizia nelle aziende. Lo schema si è ripresentato, in una sorta di eterna replica, in un’altra più recente indagine della Dda di Potenza. Un “sistema”, appunto, con caporali e livelli superiori che spartiscono la torta sulle spalle dei disperati allestendo una partita truccata, nella quale a perdere erano e sono sempre i braccianti.

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