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L’intelligenza artificiale ha già iniziato a progettare sé stessa

13 June 2026 at 03:45

Pochi giorni fa Anthropic ha pubblicato sul suo sito un articolo intitolato “When AI Builds Itself”, quando l’intelligenza artificiale si costruisce da sola. Il punto di partenza è un’osservazione semplice: abbiamo sempre considerato l’intelligenza artificiale come ogni altra innovazione tecnologica, in cui ogni ogni nuovo modello viene progettato, testato e rilasciato da esseri umani. Ci sono ingegneri per scrivere i codici, ricercatori per fare gli esperimenti, e tecnici a supervisionare l’addestramento. Ma questa dinamica sta scomparendo. Secondo l’azienda di Dario Amodei, oltre l’ottanta per cento dei codici che entrano nei suoi sistemi vengono ormai scritti da Claude, il chatbot che sviluppa e commercializza. Perché una quota crescente dell’attività quotidiana è già delegata alle macchine. Il risultato, sostiene Anthropic, è un’accelerazione impressionante della produttività: nel secondo trimestre del 2026 un ingegnere medio avrebbe prodotto circa otto volte più codice rispetto al 2024.

Insomma, l’intelligenza artificiale sta iniziando a contribuire direttamente allo sviluppo della generazione successiva di sistemi di intelligenza artificiale. «Non siamo ancora nel mondo in cui Claude progetta autonomamente il proprio successore», scrivono gli autori, ma ci stiamo lentamente avvicinando a una situazione in cui una parte crescente della ricerca sull’IA viene svolta dall’IA stessa (i numeri vanno presi con cautela, perché sono dati interni, quindi difficili da verificare dall’esterno, ma il concetto di fondo resta).

Nel lessico del settore questa nuova condizione si chiama recursive self-improvement, miglioramento ricorsivo. Una prima versione di un sistema contribuisce a sviluppare una seconda versione, leggermente migliore. La seconda contribuisce alla nascita della terza. La terza della quarta. E così via, in un processo che potrebbe accelerare progressivamente.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Anthropic ne ha parlato anche l’Economist: «Nessuno sa davvero quali potrebbero essere le conseguenze del miglioramento ricorsivo», scrive il magazine britannico, «e poiché l’intelligenza artificiale, a differenza degli esseri umani, può lavorare senza sosta e su scala enorme, alcuni ricercatori ritengono che potrebbe innescare una rapida corsa verso sistemi superintelligenti. I più pessimisti temono che una superintelligenza possa sfuggire al controllo umano e che l’avvio di un processo di recursive self-improvement rappresenti il momento in cui il destino tecnologico dell’umanità passa dalle mani degli esseri umani a quelle delle macchine. Altri osservano però che, almeno inizialmente, anche un sistema capace di migliorarsi da solo dovrebbe fare i conti con limiti molto concreti: la disponibilità di potenza di calcolo, di energia e di infrastrutture».

Se la prospettiva di sistemi capaci di progettare da soli il proprio successore è ancora lontana e speculativa, la vera novità è l’idea di un circuito chiuso, almeno in parte. Allo stato attuale sono ancora gli umani a svolgere il ruolo di direttori di laboratorio quando si tratta di creare codici dell’intelligenza artificiale. Sono loro a indicare la direzione di ricerca e a inquadrare i problemi, e ovviamente gli obiettivi sono tutti decisi dall’uomo. Gli agenti di intelligenza artificiale si limitano a fare da manovalanza, se così si può dire, cioè progettano gli esperimenti, scrivono il codice, fanno i test, correggono gli errori e così via. Più semplicemente, l’intelligenza artificiale è ancora uno strumento.

Ancora per poco, forse. Perché almeno nei laboratori che costruiscono i modelli più avanzati, l’intelligenza artificiale sta assumendo quel ruolo di direttore del laboratorio. L’Economist cita il caso di Andrej Karpathy, uno dei ricercatori più influenti dell’ultimo decennio, già tra i fondatori di OpenAI e poi responsabile dell’intelligenza artificiale di Tesla. Dopo aver sviluppato un piccolo modello linguistico chiamato Nanochat, Karpathy ha affidato a un agente di IA il compito di migliorarne il processo di addestramento. Nel giro di pochi giorni il sistema ha individuato una serie di ottimizzazioni che hanno ridotto ulteriormente i tempi necessari per addestrare il modello. «Io non ho toccato nulla», ha raccontato Karpathy. È esattamente il tipo di miglioramento incrementale di cui parla Anthropic.

Il dettaglio tecnico più rilevante è che non serve una macchina potentissima e onnisciente per accelerare il processo, ne basta una capace di produrre la prossima generazione di macchine.

Qui rientra in gioco Anthropic, l’azienda di Dario Amodei che più di ogni altra ha costruito la propria identità pubblica attorno ai rischi dell’intelligenza artificiale. Fin dalla sua fondazione, i dirigenti di Anthropic parlano della necessità di coordinare gli sforzi internazionali e, se necessario, persino di rallentare la corsa verso modelli sempre più potenti. Lo stesso articolo sul recursive self-improvement si conclude con un appello alla costruzione di meccanismi che rendano possibile una pausa coordinata nello sviluppo dell’IA, qualora si rendesse necessaria.

È una posizione quantomeno ambigua. Nel senso che Anthropic è anche una delle aziende che stanno spingendo più velocemente la frontiera tecnologica. Per citare ancora l’Economist, «quale leader di mercato non sarebbe felice di vedere i concorrenti rallentare mentre cerca di mantenere il proprio vantaggio?».

Anthropic sembra sinceramente convinta che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia trasformativa e potenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritiene di dover restare tra gli attori che la sviluppano. È un comportamento da santoni, o da ipocriti, o qualcosa in mezzo a queste due opzioni.

Non tutti sono convinti che affidare una quota crescente della ricerca alle macchine equivalga necessariamente a produrre sistemi migliori. Un commento pubblicato ad aprile sul Washington Examiner, proponeva un punto di vista interessante. «Questo non è automiglioramento, è auto-rafforzamento», scrive l’autrice. L’obiezione è che sistemi addestrati da altri sistemi potrebbero diventare sempre più autoreferenziali, con il rischio di perdere il contatto con la realtà.

È quello che nell’ambiente viene chiamato specification gaming. Quando si assegna a un sistema un obiettivo misurabile, il sistema tende a ottimizzare la metrica scelta, non necessariamente il risultato prospettato inizialmente. L’esempio tipico è quello della corsa virtuale: se si vuole insegnare a un agente a correre lungo un tracciato si assegnano punti per ogni checkpoint, ma a un certo punto l’agente scopre che può girare in tondo su un checkpoint e accumulare punti all’infinito senza completare la gara. Perché sta massimizzando il punteggio anziché guardare l’obiettivo finale. È il motivo per cui molti ricercatori continuano a considerare il giudizio umano – Anthropic lo chiama research taste – l’ultimo vero argine.

Resta aperta una questione più ampia sul futuro dell’intelligenza artificiale come driver di innovazione. Perché la tecnologia è sempre stata intesa come quella cosa che amplificava le capacità umane – ma il suo sviluppo dipendeva sempre dagli esseri umani. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la prima tecnologia capace di contribuire direttamente alla propria evoluzione. Non siamo ancora nel mondo della superintelligenza che popola tante discussioni futuristiche. Ma il circuito, almeno in parte, si è già chiuso. L’intelligenza artificiale sta iniziando a costruire l’intelligenza artificiale. Lo scorso febbraio il blogger Noah Smith ha spiegato così la posta in gioco: «Per la prima volta nella storia, gli esseri umani non sono più – o presto non saranno più – gli esseri più intelligenti del pianeta, in alcun senso funzionale del termine». Va letta come provocazione, ma siamo già al punto in cui il motore del progresso tecnologico non più un’esclusiva dell’uomo. Qualcosa vorrà dire.

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Gli europeisti a Milano, e il nuovo volto della lotta al bipopulismo

12 June 2026 at 03:45

L’invasione su vasta scala dell’Ucraina e il tema della difesa comune hanno trasformato l’Europa da sfondo del dibattito politico a linea di frattura che attraversa partiti, coalizioni e appartenenze consolidate. L’Europa intesa come casa dei valori liberali e democratici, e non solo come agglomerato di istituzioni e provvedimenti presi a Bruxelles. È dentro questo cambiamento che nasce Europeisti.eu, il movimento promosso da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli, che verrà presentato pubblicamente al Teatro Franco Parenti di Milano. Sul palco si alterneranno esponenti politici, amministratori locali, europarlamentari, associazioni e protagonisti della società civile che negli ultimi anni hanno spesso percorso strade diverse. Ma l’interesse attorno all’appuntamento – intitolato proprio “Se tu sei europeista” – va oltre la creazione di un nuovo soggetto politico.

L’idea di fondo è che le categorie con cui la politica italiana ha letto sé stessa negli ultimi anni stiano diventando insufficienti. Il bipopulismo che ha avviluppato la politica italiana, dalla destra di Giorgia Meloni all’asse tra il Partito democratico di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle, non deve necessariamente essere il destino ultimo del Paese. Per questo negli ultimi mesi qualcosa ha iniziato a cambiare. Sono nate nuove associazioni, nuove reti civiche, nuovi movimenti. Alcuni hanno una vocazione politica più esplicita, altri si definiscono luoghi di elaborazione culturale. Tutti però condividono la sensazione, o la speranza, che tra i due poli ci sia ancora uno spazio politico non rappresentato, che non sia soltanto una sottocorrente di uno dei due schieramenti.

Europeisti.eu si inserisce esattamente dentro questa ricerca. Il programma attraversa alcuni dei temi che negli ultimi anni sono diventati identitari per quest’area politica: il sostegno all’Ucraina, il futuro dell’Europa, la competitività economica, l’innovazione tecnologica, il ruolo delle città e delle autonomie. Il messaggio è semplice: costruire una casa comune per chi si riconosce nell’integrazione europea, nell’economia di mercato, nella difesa delle istituzioni liberali e in una collocazione occidentale e atlantista senza ambiguità. Per Falasca il punto non è semplicemente difendere le istituzioni europee, ma trasformare l’europeismo in una vera identità politica. «Siamo convinti che stia nascendo in tutta Europa la necessità di un europeismo come identità politica e non solo come posizionamento», dice a Linkiesta. «L’Europa non si difende più soltanto difendendo Bruxelles, ma costruendo un movimento politico dal basso capace di parlare direttamente alle persone».

Per molti dei protagonisti che si ritroveranno al Parenti, la guerra scatenata dalla Russia ha rappresentato uno spartiacque politico e culturale. Non a caso il simbolo scelto dal movimento richiama proprio la bandiera ucraina. «Noi crediamo che la resistenza degli ucraini sia il momento europeo più significativo della nostra epoca», dice Falasca. «La politica europeista non può che partire dal sacrificio di un popolo che combatte per la propria libertà».

Molte delle figure presenti a Milano hanno alle spalle percorsi differenti. Ci saranno esponenti provenienti dal Partito democratico, da Azione, dall’esperienza del Terzo Polo, dal Partito Liberal Democratico di Luigi Marattin, dal mondo civico e da quello associativo. Il Parenti assomiglierà a una fotografia di un’area politica che sta cercando di riconoscersi, e come una grande tenda accoglierà anime diverse andando oltre i dissidi e le divisioni.

Sarà anche la prima uscita pubblica di Pina Picierno a una settimana dal suo addio al Partito democratico. Con la sua associazione Spazio Pubblico ha già superato le dodicimila adesioni. I più attenti avranno colto nel nome un’assonanza con il partito di centrosinistra francese Place Publique, fondato dall’europarlamentare Raphael Glucksmann – che però è nel gruppo socialista al Parlamento europeo, mentre Picierno ha lasciato i socialisti per aderire ai liberali di Renew. Nella definizione che ne ha dato Marco Taradash ieri, «l’appello di Spazio Pubblico è rivolto a chi rifiuta i giochi senza costrutto di due schieramenti che si somigliano così tanto da doversi insultare quotidianamente per distinguersi».

La vicepresidente del Parlamento europeo non sarà l’unica protagonista della giornata, ma la sua presenza conferma che il tentativo in corso va oltre la semplice costruzione di una nuova sigla. L’obiettivo è quello di ricostruire relazioni politiche e culturali tra mondi che negli ultimi anni hanno finito per parlarsi sempre meno.

Per questo gli organizzatori insistono sul fatto che l’obiettivo non sia ricostruire semplicemente il perimetro dell’ex Terzo Polo. «Non possiamo limitarci a conservare uno spazio elettorale», osserva Falasca. «Dobbiamo avere l’ambizione di parlare trasversalmente agli elettori e convincere un numero sempre più grande di persone che questa è la nuova dimensione della politica».

Gli organizzatori raccontano di aver cercato interlocutori anche nel centrosinistra e nel centrodestra, compresi esponenti che pubblicamente rivendicano una forte identità europeista. «Avremmo voluto confrontarci anche con chi continua a stare dentro i due schieramenti», dice ancora Falasca. «Ma non abbiamo trovato disponibilità». Un’assenza che, in qualche modo, rafforza la natura dell’iniziativa: mettere in discussione proprio le appartenenze consolidate del bipopulismo.

L’evento europeista non sarà l’unico appuntamento milanese di queste settimane. Dieci giorni dopo, il 25 giugno, sempre a Milano, Pina Picierno, Marianna Madia ed Elisabetta Gualmini discuteranno con Lia Quartapelle e Simona Malpezzi in un incontro dal titolo “C’è ancora domani. Quattro strade per combattere populismo ed estremismo” (qui i biglietti). Un’iniziativa che unisce tre ex dirigenti democratiche che hanno seguito percorsi diversi dopo la rottura con il Pd: Gualmini è approdata in Azione, Madia collabora con Italia Viva da indipendente, mentre Picierno ha lanciato Spazio Pubblico. Quartapelle e Malpezzi, invece, sono rimaste nel Partito democratico. Tutte loro condividono l’idea che il dialogo tra le diverse anime del riformismo non possa interrompersi. «Sarebbe imperdonabile se nel 2027 dovessero prevalere le forze populiste e nazionaliste», ha spiegato Quartapelle. È un segnale politico che suggerisce come la discussione aperta nel mondo riformista sia tutt’altro che conclusa e continui a cercare forme nuove attraverso cui organizzarsi e riconoscersi.

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Trump, Infantino, e tutto il peggio dei Mondiali

11 June 2026 at 03:45

Omar Abdulkadir Artan era arrivato a Miami con un visto valido e una convocazione ufficiale della Fifa. A quarantadue anni, dopo avere arbitrato la Coppa d’Africa e le qualificazioni mondiali, stava per diventare il primo somalo a dirigere una partita dei Mondiali 2026. La Confederazione africana lo aveva appena nominato miglior arbitro dell’anno. A pochi giorni dall’inizio del torneo, gli Stati Uniti gli hanno impedito di entrare nel Paese. Nella ricostruzione di Reuters, Artan è atterrato a Miami con un aereo da Istanbul lo scorso fine settimana, gli agenti della Customs and Border Protection lo hanno sottoposto a controlli lunghissimi e certosini, poi lo hanno respinto. L’agenzia non ha spiegato pubblicamente le ragioni della decisione. Il governo somalo ha tentato una mediazione con Washington e la Fifa, ma non c’è stato verso. Il presidente della federazione internazionale, Gianni Infantino ha detto di non avere un ruolo nei processi di immigrazione dei Paesi ospitanti e di essere stato informato che lo status dell’arbitro non sarà modificato: «Un caso sfortunato e spiacevole», ha detto, come per lavarsene le mani nel modo più vigliacco possibile.

La vicenda di Artan contiene molte delle contraddizioni che accompagnano la Coppa del Mondo del 2026 tra Stati Uniti, Canada e Messico. Un torneo che la Fifa presenta come il più grande e inclusivo della sua storia inizia con un arbitro bloccato alla frontiera. L’organizzazione che si fregia dello slogan “Football Unites the World” scopre di non poter garantire l’ingresso nel Paese ospitante nemmeno a una persona che, in un modo o nell’altro, lavora per lei. Da questo punto di vista, era andato meglio nelle edizioni dei Mondiali giocate alla corte di regimi autoritari come la Russia o il Qatar. Ma gli Stati Uniti di Donald Trump sono anche questo.

Negli ultimi mesi, alcune organizzazioni per i diritti umani hanno pubblicato guide rivolte a tifosi, giornalisti e visitatori diretti negli Stati Uniti. Amnesty International raccomanda di mettere in sicurezza i dispositivi elettronici, eliminare informazioni sensibili dai telefoni e preparare un piano di emergenza in caso di fermo o detenzione. Human Rights First suggerisce addirittura di scaricare un’applicazione per avvisare familiari e conoscenti qualora si finisca in custodia delle autorità. Il Committee to Protect Journalists ha preparato materiale specifico per i reporter che seguiranno il torneo.

In tutti questi documenti non si parla di come raggiungere uno stadio, non ci sono guide per le città, gli alberghi, i punti di ristoro. Ci sono solo istruzioni su come affrontare controlli di frontiera, ispezioni dei dispositivi elettronici e possibili problemi con le autorità migratorie.

La cappa securitaria degli Stati Uniti – di cui ha parlato con cura di ogni dettaglio l’Equipe, con una straordinaria copertina – sta avvolgendo anche i giocatori. Il calciatore iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto per sette ore in aeroporto. Gli è stato controllato il telefono e sono stati fatti controlli molto approfonditi in cerca di non si sa cosa. Accanto a lui, un fotografo che accompagnava la nazionale non ha ottenuto l’autorizzazione a entrare. Raccontando l’episodio, il Council on Foreign Relations ha scritto che per evitare problemi di questo tipo molti tifosi, prevalentemente africani e mediorientali, stavano valutando di seguire le partite in Canada o in Messico. Negli scorsi giorni anche il calciatore svizzero Breel Embolo e il marocchino Zakaria El Ouahdi hanno avuto problemi con i controlli, ma alla fine gli è stato concesso di entrare nel Paese.

Gli Stati Uniti continuano ad accogliere milioni di visitatori ogni anno e il Mondiale attirerà una massa enorme di persone. Ma non si può ignorare la sensazione che si prova osservando queste scene una accanto all’altra.

Lunedì scorso l’economista Stefan Szymanski (autore di “Soccernomics”) e il giornalista Ashish Malhotra hanno pubblicato sull’Economist un articolo con un titolo volutamente provocatorio: “Potrebbero essere gli ultimi Mondiali”. Perché nel corso del Novecento i Mondiali di calcio si sono evoluti e trasformati insieme alla globalizzazione: le frontiere si aprivano, i voli diventavano più economici, il commercio internazionale si espandeva, internet accorciava le distanze e abbatteva barriere. Il torneo di calcio più importante di tutti sembrava il riflesso di quel processo. Oggi queste condizioni sembrano sgretolarsi. «È la prima edizione ospitata da un Paese impegnato in un conflitto con una nazione partecipante», notano Szymanski e Malhotra – per i meno attenti: non parlano del Messico né del Canada. E ancora: «È la prima edizione in cui cittadini di alcuni Paesi qualificati sono soggetti a restrizioni di viaggio imposte dal Paese organizzatore. La prima in cui il leader della nazione ospitante ha minacciato apertamente uno dei co-organizzatori e accarezzato l’idea di annettere l’altro».

Il dirigente sportivo francese Jules Rimet, ideatore dei Mondiali, sognava un torneo capace di avvicinare i popoli. Novantasei anni dopo, siamo qui a raccontare di arbitri e giocatori bloccati in aeroporto. E non saranno sfuggite le immagini di giocatori e staff del Senegal sottoposti a controlli invasivi e interminabili all’aeroporto di San Antonio – le trovate qui sotto – e lo stesso è accaduto alla nazionale uzbeka, trattata alla stregua di una banda di criminali.

🇸🇳🇺🇸🏆🔥 MUNDIAL 2026:

Así fue recibida la selección de Senegal en Estados Unidos.

Los jugadores y el staff de Senegal fueron registrados minuciosamente en la pista de aterrizaje en Carolina del Norte, de cara al Mundial 2026, como parte de un control rutinario de aduanas y… pic.twitter.com/iVyzFuVvgG

— Alerta Mundial (@AlertaMundoNews) June 8, 2026

La scorsa estate, durante la semifinale del Mondiale per Club, Enzo Fernández si è accasciato sul prato del MetLife Stadium, nel New Jersey. Sperava di non svenire. Il centrocampista argentino del Chelsea ha raccontato al Guardian di avere avuto le vertigini e a un certo punto si è dovuto sdraiare sull’erba: «Il caldo era incredibile, mi girava la testa».

Il Mondiale per Club è stata un’anteprima di quello che probabilmente vedremo nelle prossime settimane, un’anticipazione di un problema che la Fifa sembra aver sottovalutato per anni. Questi Mondiali si svolgeranno in zone che a giugno e luglio possono trasformarsi in un territori inospitali dal punto di vista climatico. Le temperature saranno costantemente sopra i trenta gradi, ma ciò che preoccupa gli scienziati è un parametro meno noto chiamato temperatura di bulbo umido (Wgbt), cioè la temperatura più bassa che una massa d’aria può raggiungere per effetto dell’evaporazione dell’acqua – a differenza della temperatura tradizionale, tiene conto anche dell’umidità, della radiazione solare e del vento. È una misura molto più vicina a ciò che il corpo umano percepisce davvero.

In un lunghissimo articolo interattivo, il Financial Times ha analizzato i dati climatici delle città ospitanti e ha scoperto che alcune delle sedi principali del torneo, tra cui Miami, Dallas, Houston e Atlanta, superano regolarmente le soglie considerate rischiose dagli specialisti. Houston, per esempio, ha registrato valori superiori ai trenta gradi di bulbo umido in quasi tre quarti delle giornate di giugno e luglio dell’ultimo decennio. Dallas ci è arrivata in circa metà dei casi.

Molte nazionali stanno modificando la preparazione atletica per affrontare condizioni climatiche più simili a quelle di una spedizione nella giugla tropicale che a un torneo di calcio. L’Inghilterra, ad esempio, ha coinvolto specialisti che lavorano con atleti olimpici di altre discipline più abituate a lavorare in situazioni di caldo estremo.

Il calcio, come molti altri sport outdoor, ha molto presto a ignorare il meteo, derubricato a variabile secondaria. Pioggia, neve, vento, caldo. Si gioca sempre. Adesso potrebbe non essere più possibile. Un gruppo di ricercatori del network World Weather Attribution ha stimato che circa un quarto delle partite dei Mondiali 2026 potrebbe disputarsi con temperature di bulbo umido superiori ai livelli di sicurezza per la salute.

È un tema che riguarda i calciatori, ma anche i tifosi, costretti in spazi ridotti, nelle fan zone, in coda ai tornelli, sui mezzi di trasporto. «Quando la temperatura di bulbo umido supera i 26 gradi, le prestazioni sportive possono peggiorare. Sopra i 28 gradi aumenta il rischio di patologie da calore», ha spiegato al Financial Times Chris Mullington, consulente dell’Imperial College Healthcare NHS Trust. E se i calciatori dispongono di monitoraggio costante e pause per l’idratazione, i tifosi no.

La Fifa aveva annunciato nuove misure per proteggere tifosi e giocatori, come pause obbligatorie per bere, tende refrigerate, stazioni per l’acqua, ventilatori e nebulizzatori. Ma pochi giorni fa ha aggiornato il regolamento per gli spettatori vietando l’ingresso delle borracce riutilizzabili negli stadi. Formalmente, ha parlato di ragioni di sicurezza, per evitare lanci di oggetti dagli spalti. In realtà l’obiettivo è vendere solo acqua e bevande degli sponsor del torneo. Come prevedibile, ci sono state molte proteste da parte di tifosi e associazioni di categoria.

AP/Lapresse

Per anni la Fifa guidata dal presidente Gianni Infantino ha inseguito i mercati più ricchi del pianeta. La Russia, il Qatar, oggi gli Stati Uniti e tra otto anni toccherà all’Arabia Saudita. La geografia del calcio si sovrappone a quella del denaro, con la promessa di investimenti, sponsor e ricavi sempre più alti. Anche a costo di andare contro i suoi stessi tifosi, visti come un mare indistinto da cui drenare liquidità. Lo stiamo vedendo soprattutto con i costi dei biglietti. Secondo Ticketdata, all’inizio di giugno il prezzo medio d’ingresso per una partita dei Mondiali sfiorava i seicento dollari. Cifre inaccessibili per i tifosi provenienti da molti dei Paesi coinvolti nel torneo.

Per la prima volta, ai Mondiali in Stati Uniti, Messico e Canada è stato adottato in modo esteso il dynamic pricing, un sistema usato principalmente dalle compagnie aeree e dalle piattaforme alberghiere: i prezzi oscillano in base alla domanda. Fra ottobre e aprile, ha calcolato The Athletic, la federazione ha aumentato i prezzi di quasi novanta delle centoquattro partite in programma. L’aumento medio è stato del trentaquattro per cento. Per la prima volta il Mondiale sembra essere stato pensato come un grande evento premium, un prodotto di lusso. Lex Pryor su The Ringer ha scritto: «Definire il lancio dell’evento uno shitshow non rende pienamente l’idea». Perché oltre ai biglietti per le partite c’è tutto il contorno. Sono stati registrati aumenti superiori al trecento per cento per alcune strutture alberghiere nelle città ospitanti degli Stati Uniti. I parcheggi ufficiali vicino agli stadi hanno raggiunto prezzi che in diversi casi superano i duecentocinquanta dollari. Al MetLife Stadium del New Jersey si è arrivati a trecento; a Los Angeles duecentocinquanta; ad Atlanta duecentoventicinque. E i trasporti hanno seguito la stessa logica.

Gianni Infantino sembra applicare al calcio il vecchio mantra della Silicon Valley di inizio secolo «move fast, break things», immaginando il calcio come un’industria destinata a una crescita infinita, con risorse inesauribili, in cui alzare sempre la posta porterà più audience, più contenuti, più ricchezza. È quello che il giornalista britannico Rory Smith aveva definito, ormai un anno fa, la visione del calcio «non come sport ma come prodotto».

Questa logica la vediamo applicata all’intero progetto Fifa, dall’allargamento dei Mondiali a quarantotto squadre a una Coppa del Mondo per club di cui non si sentiva il bisogno. Ogni anno spuntano nuove competizioni, partite aggiuntive, quindi nuovi pacchetti commerciali e diritti di trasmissione da vendere al miglior offerente. Allargare il calcio per spremere più ricchezza. Anche ingolfando i calendari, mettendo a repentaglio la salute dei giocatori, violando diritti, tutto pur di ingigantire il content.

I risultati finora sono modesti. Perché proprio mentre la Fifa cercava di trasformare i Mondiali nel più grande spettacolo commerciale della storia dello sport qualcosa ha iniziato a incrinarsi. A metà maggio i prezzi di rivendita di alcuni biglietti sono scesi sotto quelli ufficiali, proprio in virtù dei prezzi dinamici. E l’associazione americana degli albergatori ha segnalato una domanda inferiore alle aspettative in molte città ospitanti. Perché deve esserci una soglia – di prezzo, o di decenza – oltre la quale il consumatore non è più disposto a comprare il prodotto calcistico.

Forse non è neanche il problema più grande della Fifa, in questo momento. O meglio, potrebbe essere solo una parte del problema. Perché possiamo essere sicuri che Donald Trump prima o poi lascerà la Casa Bianca e Gianni Infantino un giorno non sarà più presidente della Fifa. Ma le criticità emerse alla vigilia di questi Mondiali sembrano più profonde dei protagonisti che le hanno causate. Riguardano la libertà di movimento delle persone, il rapporto tra capitalismo e sorveglianza, la sostenibilità economica degli eventi globali e perfino la possibilità di continuare a giocare a calcio in alcune parti del mondo durante l’estate. Il sogno di Jules Rimet di avvicinare Paesi e culture diverse non è scomparso, ma forse non è mai stato così sbiadito.

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La Corea del Nord non vuole essere solo il junior partner della Cina

9 June 2026 at 03:45

Xi Jinping è stato accolto a Pyongyang come si accoglie un alleato storico. Ieri, in piazza Kim Il Sung, una folla festante agitava bandiere cinesi e nordcoreane sotto gli slogan che celebravano l’«eterna amicizia» tra i due Paesi. Ad aspettarlo c’erano Kim Jong Un e la moglie Ri Sol Ju, una guardia d’onore dell’Esercito popolare coreano e una coreografia studiata per rappresentare l’unità tra Pechino e Pyongyang. Nei messaggi diffusi dai media di Stato, Xi ha definito le relazioni bilaterali giunte a un «nuovo punto di partenza storico», perché Cina e Corea del Nord condividono le «nuove missioni del nostro tempo».

Dietro la liturgia dell’amicizia di lunga data c’è una relazione stratificata, che non riguarda solo i due Paesi. L’ultima visita di Xi in Corea del Nord risaliva al 2019. Da allora è cambiato molto. La pandemia ha isolato ulteriormente Pyongyang, la guerra in Ucraina ha avvicinato Kim Jong Un a Vladimir Putin e il programma nucleare nordcoreano è diventato ancora più sofisticato. Soprattutto, la Corea del Nord non dipende più dalla Cina come un tempo.

Xi Jinping usa i suoi viaggi all’estero di inizio anno sempre in maniera strategica, come per mandare un messaggio al mondo. Nel 2023 la priorità della diplomazia cinese era la Russia, l’anno dopo l’Europa, mentre nel 2025 era il Sud-est asiatico. Adesso la scelta è caduta sulla Corea del Nord, uno dei fronti più delicati della competizione geopolitica in Asia.

Ai tempi dell’ultima visita a Pyongyang, nel 2019, il negoziato sul nucleare nordcoreano con gli Stati Uniti era ancora vivo, e Cina e Russia sostenevano formalmente il regime di sanzioni internazionali costruito per convincere il leader nordcoreano a rinunciare alle sue ambizioni atomiche. Oggi Kim non parla più di denuclearizzazione. Anzi, continua ad ampliare il proprio arsenale e considera ormai irreversibile lo status della Corea del Nord come potenza nucleare. Anche per Xi la priorità è cambiata. Il leader cinese, scrive l’Economist, sembra ormai più interessato a gestire una Corea del Nord nucleare che a disarmarla – o forse sa che dissuaderla sarebbe un impegno troppo dispendioso. L’obiettivo principale è evitare che Pyongyang scivoli troppo nell’orbita di Mosca, che negli ultimi anni ha accresciuto enormemente la propria influenza grazie alla cooperazione militare nata attorno alla guerra in Ucraina.

Non è una questione secondaria. La Cina resta di gran lunga il principale partner economico della Corea del Nord: la maggior parte del commercio estero nordcoreano passa ancora attraverso il confine cinese e nei primi mesi del 2026 gli scambi tra i due Paesi sono cresciuti di oltre il venti per cento rispetto all’anno precedente. Ma l’invasione russa dell’Ucraina ha modificato gli equilibri. In cambio di munizioni, missili e soldati inviati al fronte, Mosca ha fornito a Pyongyang energia e tecnologia militare, oltre a nuova liquidità e sostegno diplomatico.

Per questo motivo la visita di Xi assume un significato diverso da quello suggerito dalla coreografia dell’accoglienza.

Per anni la Corea del Nord è stata descritta come uno Stato isolato, economicamente dipendente dalla Cina e costretto a muoversi entro limiti ben definiti. In un certo senso è ancora così. Ma diversi osservatori ritengono che questa rappresentazione non sia più sufficiente: per la prima volta da molti anni, Pyongyang ha qualche carta alternativa da mettere sul tavolo nella sua alleanza con Pechino. In una lunga analisi pubblicata sul numero di maggio-giugno di Foreign Affairs, Oriana Skylar Mastro, politologa della Stanford University e studiosa degli equilibri strategici nell’Indo-Pacifico, sostiene che la guerra in Ucraina stia modificando profondamente la posizione internazionale di Pyongyang. I rapporti economici, militari e diplomatici costruiti con Mosca negli ultimi anni hanno «alleviato parte della pressione che per decenni ha mantenuto la Corea del Nord subordinata alla Cina». Il risultato è che Pyongyang «dispone oggi di meno vincoli che mai e può permettersi di giocare su due tavoli, sfruttando contemporaneamente il sostegno della Russia e quello della Cina».

La nuova libertà di manovra della Corea del Nrod arriva anche al culmine di un processo di lunga duranta, che ha portato un profonda trasformazione interna del regime. Ne ha parlato il New York Times in una lunga ricostruzione pubblicata poco prima del viaggio di Xi Jinping: Kim Jong Un ha sfruttato gli anni della pandemia per rafforzare il controllo sulla società e sull’economia nordcoreana, trasformando una fase che sembrava minacciare la sopravvivenza del regime in un’opportunità per consolidare il proprio potere. «Kim ha iniziato la pandemia chiudendo il confine con la Cina, emanando ordini di sparare a vista per impedire ai nordcoreani di fuggire oltre confine. Ha represso il commercio e il contrabbando attraverso il confine, costringendo il suo popolo a dipendere meno dalle importazioni e a produrre più beni a livello nazionale», si legge sul New York Times. La crisi sanitaria è diventata quindi l’occasione per ricostruire il monopolio statale sull’economia e sull’informazione, riportando sotto il controllo del partito gli spazi di autonomia che si erano aperti dopo la grande carestia degli anni Novanta.

Nel 2022 l’invasione dell’Ucraina gli ha offerto un altro assist. Il sostegno militare fornito a Mosca – dalle munizioni ai missili, fino all’invio di migliaia di soldati – ha permesso alla Corea del Nord di migliorare la sua condizione di junior partner nei rapporti bilaterali. Secondo il New York Times, l’economia nordcoreana è tornata a crescere nel 2024 al ritmo più elevato degli ultimi otto anni, mentre il regime ha ripreso a investire in infrastrutture, edilizia e grandi progetti simbolici. «Negli ultimi anni, Kim Jong-un è passato dall’inferno al paradiso», ha detto al New York Times Jiro Ishimaru, caporedattore dell’agenzia di stampa giapponese Asia Press International.

La nuova realtà della Corea del Nord cambia anche la sua posizione all’interno di quell’asse delle autocrazie che Anne Applebaum nel suo saggio del 2024 aveva definito “Autocrazie S.p.A.”.

Pur dipendendo ancora da Cina e Russia, sul piano globale Pyongyang è riuscita a rilanciare il suo valore strategico e questo le consente di giocare una partita molto più autonoma. Le autocrazie continuano a collaborare e a sostenersi reciprocamente, come scrivevamo anche su Linkiesta Magazine la scorsa estate. Ma la visita di Xi a Pyongyang mostra che all’interno di quella rete esistono anche interessi divergenti e nuove forme di competizione. Putin ha bisogno di Kim per sostenere il proprio sforzo bellico. Xi non vuole perdere influenza sulla penisola coreana. E Kim, forse più di tutti, sta imparando a sfruttare questa situazione a proprio vantaggio.

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Un’Europa più forte è possibile, ma tutto ha un prezzo

3 June 2026 at 03:45

Le proposte di modifica dei meccanismi decisionali europei sono come il giorno della marmotta, la stessa scena che si ripete all’infinito. Al gioco partecipa anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: «Il piano A è andare avanti a ventisette. Ma se ciò non fosse possibile, il Trattato prevede una cooperazione rafforzata». Con questa frase, pronunciata lo scorso febbraio davanti al Parlamento europeo durante il dibattito sulla competitività e sul rapporto Draghi, von der Leyen ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’Europa a più velocità. Intesa come strumento pragmatico per «abbattere le barriere che ci impediscono di essere un vero gigante globale».

Poche settimane prima, i ministri dell’Economia e delle Finanze di Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Paesi Bassi avevano discusso come far avanzare alcuni dossier cruciali senza attendere l’accordo di tutti i ventisette i Paesi dell’Unione. «Le sei grandi economie europee vogliono fare da motore per l’Europa», ha detto il ministro tedesco Lars Klingbeil. Il messaggio, nella sostanza, è lo stesso: rafforzare competitività e difesa, come suggerito da Mario Draghi, richiede velocità, non unanimità.

L’idea di procedere per gruppi ristretti non è nuova nella storia dell’integrazione europea. I trattati consentono già un’integrazione differenziata. L’euro, Schengen, le cooperazioni nel diritto di famiglia, i brevetti: diversi esempi mostrano che l’Unione ha da tempo accettato di viaggiare a più velocità. Solo che adesso le pressioni di un’America meno cooperativa, di una Russia aggressiva e di una Cina dominante nelle catene globali del valore lasciano l’Europa ancora più esposta. La flessibilità aiuta, ma non basta a garantire decisioni rapide su dossier centrali come politica estera e difesa, alimentando nell’opinione pubblica la percezione di un’Europa lenta e inefficace.

I sei Stati che vogliono fare da motore intendono muoversi in campi su cui l’Unione discute da decenni con pochi risultati concreti: difesa comune, intelligence, sicurezza interna, accesso alle materie prime, coordinamento fiscale. Già nel 2017 la Commissione Juncker pubblicò un libro bianco sul futuro dell’Europa, indicando scenari e strumenti per affrontare sfide molto simili a quelle attuali. Quasi dieci anni dopo, gran parte di quei progetti esiste, certo, ma solo su carta.

Forse è il caso di trasformare la geometria variabile da strumento occasionale a metodo strutturale. Non per creare un club esclusivo di Stati europei, ma per definire regole chiare di partecipazione, aperte a chiunque voglia aderire rispettando lo Stato di diritto. Alcuni Paesi membri potrebbero muoversi su dossier critici senza inciampare in veti e ostruzionismi, offrendo al contempo incentivi concreti a chi vuole aggregarsi in un secondo momento.

Energia, difesa, politica estera, governance economica e coordinamento fiscale sono settori in cui questo approccio potrebbe fare la differenza: accelerando decisioni strategiche, riducendo la frammentazione e costruendo strumenti permanenti di stabilità. L’esperienza recente della pandemia e del Next Generation Eu hanno dimostrato un vecchio assunto del liberismo: una crisi è sempre un’opportunità. In questo caso l’opportunità è quella di accelerare la costruzione europea. Accettare che alcuni Paesi avanzino più velocemente su certi dossier potrebbe essere il prezzo per evitare che l’Europa resti ferma mentre il mondo accelera.

Il cuore del dilemma europeo non è solo politico, ma costituzionale. A differenza di altri organismi intergovernativi, l’Ue è un ordinamento costituzionalizzato dai Trattati, con vincoli stringenti che disciplinano perfino le eccezioni al principio dell’unanimità. Questo è particolarmente evidente nel caso della cooperazione rafforzata, l’artificio giuridico spesso invocato come via d’uscita dal blocco a ventisette.

L’articolo 20 del Trattato sull’Unione europea (TUE) consente a un gruppo di Stati di avanzare insieme su specifici dossier, purché gli obiettivi non possano essere raggiunti dall’Unione nel suo insieme e partecipino almeno nove Paesi. È concepito come deroga, non come regola. Poi ci sono gli articoli 326-334 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Questi stabiliscono che le cooperazioni rafforzate devono rispettare i Trattati e il diritto dell’Unione, e soprattutto non possono pregiudicare né il mercato interno né la coesione economica, sociale e territoriale.

In più, ogni nuova cooperazione deve essere aperta a tutti gli Stati membri e che questi possano aderire in qualsiasi momento. In parole semplici, anche se un gruppo di Stati volesse avanzare su difesa comune, intelligence o fiscalità europea, non può farlo in modi che ostacolino qualcuno o alterino la concorrenza interna al mercato unico. Questa è la tutela di base dell’integrazione europea, molte volte sottaciuta nel dibattito politico. Proprio per questo, trasformare la geometria variabile in metodo strutturale è praticamente impossibile. Servirebbe un processo revisione costituzionale su larga scala, inattuabile soprattutto in tempi brevi, in una fase di grande fragilità – Emmanuel Macron è un’anatra zoppa in patria, Friedrich Merz non ha lo standing né la forza politica, Giorgia Meloni non sembra davvero intenzionata a diventare la leader europeista di cui ci sarebbe bisogno, ammesso che abbia le carte per farlo.

Il credito politico per aprire una vera revisione dei trattati oggi non c’è, in Europa. Una riforma costituzionale richiederebbe anni di negoziati, ratifiche nazionali e referendum. Sarebbe un percorso macchinoso e vulnerabile alle ingerenze di potenze esterne, dalla Russia alla Cina, interessate proprio a mantenere un’Europa debole e incapace di decidere. La domanda quindi non è se l’Europa abbia bisogno di avanzare a più velocità, ma come farlo senza spaccarsi prima di cominciare. La risposta più onesta è anche la meno elegante. Non serve una rivoluzione o una nuova fase costituente. La via più percorribile è quella sotterranea, poco a poco, forzando gli strumenti esistenti e accettando una dose strutturale di ambiguità. In perfetto stile Ue.

La prima opzione sul tavolo è spingere al massimo la cooperazione rafforzata (art. 20 TUE), interpretandola in modo estensivo e trasformandola, di fatto, in una prassi più frequente per consentire a gruppi di Stati di avanzare su difesa, sicurezza, politica industriale e approvvigionamenti strategici. È un costituzionalismo creativo: stare dentro i trattati, stiracchiandoli al massimo, un po’ come fanno da anni molti governi nazionali quando governano per decreto.

La seconda strada è più esplicita, quindi rischiosa. È la strada quella degli accordi intergovernativi extra-Ue. Trattati bilaterali o trilaterali tra Stati che condividono una visione strategica, come il Trattato del Quirinale tra Italia e Francia o il Trattato di Aquisgrana firmato nel 2019 tra Francia e Germania. Sono accordi di coordinamento sui dossier più importanti, senza passare per le procedure comunitarie. È una via già battuta, spesso celebrata, talvolta disattesa, quasi sempre personalizzata. Di solito funzionano finché c’è una regia politica forte, e fin qui è stata utilissima quella di Emmanuel Macron. Senza di lui, e senza una leadership capace di pensare in termini europei, questa architettura rischia di svuotarsi rapidamente.

Entrambe queste soluzioni – cooperazione rafforzata “forzata” e accordi intergovernativi – non sono alternative pulite. Sono compromessi. La prima resta prigioniera dei limiti giuridici dei trattati, la seconda rischia di legittimare un’Europa costruita fuori dall’Unione. Il confine è sottile, ma l’alternativa – restare formalmente uniti e politicamente irrilevanti – è peggiore. Se il mondo accelera e l’Europa resta ferma, la geometria variabile diventa una necessità di sopravvivenza.

Davanti a questa impasse la tentazione è pensare che una forzatura sia inevitabile. In fondo, l’Europa ha spesso costruito i suoi pilastri prima ancora di avere un tetto comune. L’euro è nato senza un’unione fiscale compiuta. Schengen ha preceduto una vera politica migratoria. L’integrazione europea non è mai stata lineare; è stata incrementale, talvolta imperfetta, spesso ambigua.

Oggi quella stessa ambiguità potrebbe diventare metodo. Spingere al massimo la cooperazione rafforzata, moltiplicare accordi intergovernativi, costruire alleanze strategiche che superano i confini formali dell’Unione. Non è un caso che nel 2026 si siano intensificati i dialoghi con il Canada, sul piano commerciale e perfino su quello della difesa, con l’ingresso di Ottawa nei progetti europei di sicurezza industriale. È il segnale di un’Europa che, per rafforzarsi, comincia a costruire ponti anche al di fuori dei ventisette.

Ma qui si apre il vero paradosso. Rafforzare l’Unione aggirando le sue rigidità può renderla più efficace nel breve periodo. Allo stesso tempo, rischia di spostare il baricentro decisionale fuori dal perimetro istituzionale comune, creando un’Europa che si consolida per addizione di accordi, più che per coesione interna. Se l’Europa sceglie di avanzare per gruppi ristretti e per alleanze esterne, sta costruendo un nucleo più solido o sta accettando una frammentazione controllata? Forse il vero banco di prova non sarà la prossima riforma dei trattati, ma la capacità di tenere insieme velocità e unità, potenza e legittimità. Perché un’Europa più forte fuori dall’Europa potrebbe essere una soluzione. Oppure l’inizio di un nuovo equilibrio ancora tutto da definire.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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Il nuovo chip Nvidia, e il futuro dei pc governati dall’intelligenza artificiale

2 June 2026 at 03:45

Al Computex di Taipei appena iniziato, Nvidia si è esposta con un annuncio molto audace. L’azienda di Jen-Hsun Huang ha presentato RTX Spark, un nuovo processore progettato per portare gli agenti di intelligenza artificiale direttamente dentro i personal computer e sui desktop Windows. Dal punto di vista tecnico è una novità importante, perché trasforma Nvidia da semplice produttore di acceleratori grafici a fornitore di una piattaforma di calcolo completa. Ma ovviamente questa storia non riguarda solo l’hardware, l’orizzonte della notizia è molto più vasto.

Per decenni il pc è stato organizzato attorno alle applicazioni. Si apriva Word per scrivere, Excel per fare calcoli, Photoshop per modificare immagini. Nvidia sta scommettendo su un modello completamente diverso. Durante il Computex, Huang ha spiegato che questi sistemi sono stati progettati per usare agenti di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo, senza dover dipendere continuamente dal cloud. Reuters ha definito RTX Spark un passaggio dal «pc app-centrico» al «pc che usa gli agenti di intelligenza artificiale». Quindi si avrebbe un computer pensato per coordinare assistenti digitali capaci di svolgere compiti autonomamente.

È un’evoluzione diversa anche rispetto alla forma delle precedenti innovazioni tecnologiche nel settore informatico, progettate quasi sempre per dare all’utente chatbot più potenti o laptop più veloci. Nvidia, scrive il New York Times nel suo approfondimento, sta lavorando con Microsoft e con i principali produttori di computer per permettere agli assistenti digitali di «usare i pc operando autonomamente mouse e tastiera come farebbe un utente». È un tentativo di trasformare il computer nel luogo in cui vivranno gli agenti di intelligenza artificiale della prossima generazione.

È anche una dichiarazione di guerra a Intel (guerra di mercato, s’intende). Per quarant’anni la filiera dei pc Windows è stata regolata da una divisione dei compiti molto chiara: Intel produceva il processore centrale, Nvidia forniva le schede grafiche più avanzate. Con RTX Spark quel confine sbiadisce. Nvidia vuole controllare la piattaforma nel suo insieme, dal processore centrale agli strumenti che eseguono modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo.

Lo sfondo finanziario rende la sfida ancora più credibile, sicuramente più di quanto non sarebbe stata solo pochi anni fa. Nvidia ha chiuso l’ultimo esercizio fiscale con ricavi superiori a duecentoquindici miliardi di dollari, in crescita del sessantacinque per cento rispetto all’anno precedente. Intel, che continua a difendere la centralità della CPU nell’era dell’intelligenza artificiale, si è fermata a poco meno di cinquantatré miliardi.

L’investitore M.G. Siegler, esperto del settore, ha scritto sul suo sito Spyglass che quello che si è visto sul palco del Computex è più di un semplice lancio di prodotto, sintetizzando tutto con una formula molto efficace: Nvidia starebbe cercando di «diventare Intel prima che Intel riesca a diventare Nvidia».

Se per anni l’intero settore tecnologico ha cercato di replicare il successo di Nvidia nell’intelligenza artificiale, oggi l’azienda di Santa Clara in California ha iniziato a occupare territori che storicamente appartenevano ad altri: prima i supercomputer per l’intelligenza artificiale, poi i processori per server, adesso il personal computer.

Negli ultimi due anni abbiamo imparato a pensare all’intelligenza artificiale come a una finestra di testo. ChatGpt, Claude, Gemini funzionano con uno scambio di messaggi in forma scritta. Nella visione di Nvidia, dietro l’angolo ci aspetta una specie di rivoluzione copernicana: «Posso immaginare perfettamente un giorno in cui ci sarà un supercomputer AI dentro ogni casa», ha detto Huang. «Gestirà tutti i tuoi agenti, tutti i tuoi assistenti, e loro faranno continuamente cose per te». È una visione del modo in cui l’informatica potrebbe evolvere nel prossimo decennio. Si può intravedere ciò che oggi sta prendendo forma in Cina: negli ultimi mesi Alibaba, Tencent e ByteDance hanno iniziato a integrare agenti di intelligenza artificiale dentro le proprie piattaforme, trasformando chatbot e assistenti in sistemi capaci di acquistare prodotti, prenotare servizi, confrontare offerte e completare operazioni per conto degli utenti.

Questa storia si collega a una delle contraddizioni più interessanti del dibattito sull’intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi, gran parte della discussione politica americana si è concentrata sui rischi dei modelli più avanzati: i timori per la sicurezza informatica, il rinvio di un ordine esecutivo di Donald Trump condizionato da David Sacks, le richieste di supervisione governativa, perfino i paragoni con la deterrenza nucleare. È qui che si registra una curiosa asimmetria tra politica e Big Tech. Perché più i governi iniziano a preoccuparsi dei rischi della tecnologia, più le aziende lavorano per renderla invisibile e strutturale, praticamente sottintesa. Da un lato il tentativo, piuttosto disperato, di controllare i modelli più avanzati, dall’altro l’idea di integrarli dentro computer, smartphone, automobili e dispositivi domestici.

La discussione pubblica ha iniziato ad assomigliare sempre più a quella delle grandi tecnologie strategiche del Novecento, sui toni della deterrenza e dei rischi per la sicurezza, con inevitabili accordi tra grandi potenze. Una tecnologia eccezionale, nel senso più ampio del termine. Le aziende dell’intelligenza artificiale, invece, stanno cercando di trasformarla in una tecnologia ordinaria. E quando una tecnologia diventa ordinaria, di solito è già troppo tardi per decidere se la volevamo davvero.

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