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Una nuova diga minaccia il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, a rischio l’area protetta. Legambiente: “L’acqua non è merce di scambio”

10 June 2026 at 07:14

Una nuova diga all’interno del parco. Fiumi deviati e tubazioni. La minaccia incombe sopra una delle aree più suggestive e “antiche” d’Italia e d’Europa. Le cui acque, dal lato toscano, erano già note a Dante Alighieri, che le citò nella Divina Commedia. E dove, in tempi più recenti, è andato a caccia di foreste “quasi vergini” lo scrittore e divulgatore vicentino, Daniele Zovi: “Eccomi nel cuore della Riserva naturale Sasso Fratino, e di uno dei parchi più belli d’Italia, le Foreste Casentinesi“.

Ci troviamo in un parco di grandissimo prestigio naturalistico, dunque. E patrimonio mondiale dell’Unesco. Quasi 37mila ettari di verde – per dirla con Zovi, un “bosco disetaneo di faggio e abete bianco, arricchito dalla presenza di acero montano, tasso, maggiociondolo e sorbo” – distribuito tra Emilia-Romagna e Toscana. Ma è dal versante romagnolo che stanno sorgendo i problemi. Sì, perché l’Ente parco ha pubblicato sul proprio sito la bozza di regolamento, redatta dal Consiglio del parco stesso, che all’articolo 48, intitolato Opere di captazione idrica, apre per la prima volta alla possibilità di costruire “nuove captazioni idriche” e “opere di grande derivazione”. I sette commi dell’articolo parlano di scopi per “acqua potabile”, di nuove esigenze per “fronteggiare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici” (leggi, siccità) e fissano alcuni limiti. Tuttavia chi vive il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, vede nel nuovo regolamento un grave pericolo.

Il parco è nato nel 1993 su impulso della legge 394/91. All’interno presenta già, poiché ereditata dagli anni Settanta-Ottanta, una grande diga da 60 milioni di metri cubi annui, posta in un’area incontaminata, e gestita da Romagna Acque per il fabbisogno dei paesi e delle città a valle, fino al mare: è l’invaso di Ridracoli. Il Piano del parco, adottato nel 2002, vieta espressamente la costruzione di altre dighe o opere di grande derivazione, sia per scopi idropotabili sia per scopi idroelettrici. Ora, però, interviene il nuovo regolamento (il documento non venne mai approvato, poiché nel 2004 il Parco venne commissariato e per tutti questi anni è rimasto solo sulla carta). “La legge 394/91 stabilisce il divieto ma, al contempo, permette una deroga attraverso il regolamento” spiega Enzo Valbonesi, per dieci anni presidente del Parco delle Foreste Casentinesi, già presidente di Federparchi e oggi a capo del Circolo Legambiente Alto Bidente. “Ma la deroga riguarda, per fare un esempio, il fabbisogno di una casa, o di una frazione. Perché a essere vietate sono le grandi derivazioni. Cosa si intende? Come minimo un prelievo di acqua di cento litri al minuto“.

Caso chiuso? Non proprio. Perché a volere la nuova diga sono in tanti. Dalle città capoluogo di provincia, quindi da Rimini a Cesena, da Forlì a Ravenna, fino a Confindustria e, naturalmente, Romagna Acque. Tanto che in passato erano stati presentati, con l’assenso dei sindaci, due progetti che prevedevano dighe da 20 milioni di metri cubi d’acqua, nel fiume Rabbi o nel Bidente. E, da quanto si apprende, lo stesso ministero dell’Ambiente – a cui verrà inviato il regolamento dopo il 15 di luglio, data limite entro la quale i cittadini avranno facoltà di inviare le proprie osservazioni – è favorevole all’operazione. “Né il Parco nazionale del Gran Paradiso, né lo Stelvio, né le Dolomiti bellunesi, né il Parco nazionale d’Abruzzo consentono, all’interno dei loro regolamenti, la costruzione di queste opere” continua Valbonesi. “Anche perché, specialmente sulle Alpi, le derivazioni già le hanno. Hanno detto basta, su scala industriale acqua non se ne preleva più”.

Eppure per Valbonesi “questo potrebbe costituire un precedente per gli altri parchi. Ed è paradossale che un parco, anziché tutelare i suoi fiumi, preveda di svenderli. Già prelevano 60 milioni di metri cubi d’acqua, che senso ha prenderne altra? Non è una merce di scambio, non è una royalty. Ci sono altri strumenti per garantire l’approvvigionamento idrico a scopo potabile, a partire dal risparmio: facendo manutenzione, riducendo le perdite”. Secondo Valbonesi “non è un caso che proprio in questi giorni si stia prevedendo di dare il via libera alla realizzazione, sul litorale di Rimini, di una piscina ogni due stabilimenti balneari“. Al di là di ciò, all’interno del parco, che è sito di Rete Natura 2000, sono presenti sei specie di anfibi di interesse comunitario – perciò inquadrati dalla Direttiva Habitat – e due specie di pesci.

A tutto questo si aggiunge che la presidenza del parco è vacante da un anno e mezzo: a guidarlo è la vicepresidente, nonché vicesindaca di Bagno di Romagna, Claudia Mazzoli. Il ministero dell’Ambiente, come prevede la legge, ha inviato una terna di nomi per il nuovo presidente, affinché le due Regioni esprimano la loro posizione. Ma i tre candidati, secondo le indiscrezioni, sono tutti toscani e legati a Fratelli d’Italia. Va da sé che per una ragione o per l’altra, né Eugenio GianiMichele De Pascale hanno approvato.

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“Morte e miracoli del numero 3”, il noir di Franco Vanni che mischia i lati oscuri del calcio alla miseria umana: la recensione

9 June 2026 at 13:12

C’è la città, la “sua” Milano. Ma anche la provincia, quella Comasca (già presente ne La regola del lupo). Soprattutto, però, c’è il pallone, con tutto il macrocosmo – e microcosmo – che porta con sé e che Franco Vanni, da sette anni “migrato” nelle pagine sportive de la Repubblica a seguire l’Inter, conosce benissimo: dai sogni di chi calca gli sgangherati campi di periferia ai giovani stranieri in cerca di riscatto, dal lusso e dagli eccessi di chi in Serie A è arrivato per davvero a ciò che in tv si vede meno, le violenze, gli ultrà, il razzismo, le ambizioni, il denaro.

Vanni torna in libreria con l’avvincente Morte e miracoli del numero 3, edito da Baldini+Castoldi (298 pagine, 20 euro), terzo capitolo della saga – con annessa indagine – del giornalista-investigatore Steno Molteni. Dopo gli intrighi di una Milano “sotterranea” de Il caso Kellan e l’omicidio alla Agatha Christie su una barca a vela nel bel mezzo del Lago di Como del già citato La regola del lupo, Steno, cronista de La Notte (citazione dello storico giornale del pomeriggio nato proprio nel capoluogo lombardo nel 1952), si imbatte in quello che solo apparentemente sembra essere un incidente stradale: un’auto che investe e uccide il talento senegalese di 18 anni, Asa Ba, che gioca come terzino nel Veniano Calcio (Serie D), ma già destinato a un promettente futuro nella società della città lariana. Il giornalista comincia ad indagare. Accanto a lui, il miglior amico, l’assistente capo della Squadra mobile Raffaele Cinà, detto Scimmia.

Qui, ancora una volta, viene fuori l’abilità di Vanni, un lungo passato da cronista di punta tra le aule del Tribunale meneghino: Steno e Scimmia si troveranno invischiati in una vicenda più grande, fatta di ricatti, hacker, procuratori senza scrupoli e miseria umana. Steno, in particolare, verrà coinvolto in prima persona: i “cattivi” della storia metteranno le mani su una persona a lui cara, Sabine Castoldi. E qui, di nuovo, un elemento con cui l’autore ha avuto a che fare nella propria esperienza professionale e che, senza cadere nello spoiler, lasciamo sospeso: l’acido (come quello che serviva alla nota “coppia dell’acido” di Milano per sfigurare i volti di alcuni giovani). La risoluzione del caso è spiazzante e agghiacciante allo stesso tempo: l’amore – o presunto tale – che si trasforma in violenza.

Il principale merito di Vanni è senz’altro quello di aver unito, con una scrittura concreta e diretta e senza mai perdere il controllo della narrazione, il mondo del calcio con quello noir della cronaca giudiziaria, il cui risultato è un thriller stratificato e al contempo teso, che lascia il lettore aggrappato alle pagine, fino alla svolta finale. Ma non solo. L’autore, che nel 2022 ha scritto con Matteo Spaziante Il calcio ha perso (Mondadori), svela con sapienza il lato oscuro del pallone, quello lontano dai riflettori: la pressione psicologica e le speranze distorte che gravitano attorno ai giovani talenti, l’analisi dello sfruttamento dei ragazzini africani, la tossicità del tifo, la violenza verbale.

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La Stampa, inizia il corso targato Sae: il nuovo direttore è Antonio Di Rosa, tra i vice Alessandro De Angelis e Luciano Tancredi

9 June 2026 at 13:01

Antonio Di Rosa direttore dal primo di luglio. Al suo fianco, come vice, Luciano Tancredi e Alessandro De Angelis. Prende così forma la nuova La Stampa del corso targato Sae (Sapere audere editori), il gruppo editoriale guidato da Alberto Leonardis, l’imprenditore abruzzese che a partire dal 2020, a capo di una cordata, ha rilevato da Gedi Il Tirreno, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara, a cui poi si sono aggiunti La Nuova Sardegna nel 2022 e La Provincia Pavese nel 2025.

Leonardis, un passato – tra le altre – in Telecom Italia, Microsoft, Oracle e Poste Italiane, azionista de Il Centro ed ex azionista dell’agenzia di stampa Dire, ha coordinato i lavori dell’assemblea dei soci, con la nomina del Consiglio di amministrazione, composto da 11 membri, il cui presidente è Paolo Ceretti e l’amministratore delegato è Massimo Briolini. Dopodiché, le nomine del giornale: Di Rosa prenderà il posto di Andrea Malaguti, mentre Tancredi lascia la direzione de La Nuova Sardegna, affiancato da De Angelis (fondatore ed ex vicedirettore di HuffPost Italia) e già firma del quotidiano torinese. Da quanto si apprende, resteranno in carica alcuni degli attuali vicedirettori: Federico Monga, Gianni Armand-Pilon, Giuseppe Bottero e Massimo Righi.

Di Rosa, classe 1951, ha una lunga esperienza giornalistica – e di direzione – alle spalle. Lavora al Giornale di Calabria, alla Gazzetta del Popolo (storico quotidiano di Torino, chiuso nel 1983) e alla Stampa. Poi diventa vicedirettore de il Corriere della Sera, nel 1996, quando a dirigere il giornale di via Solferino è Paolo Mieli. Successivamente guida il Secolo XIX, La Gazzetta dello sport, l’agenzia di Stampa LaPresse e infine La Nuova Sardegna. Di Rosa, per Leonardis, è un punto di riferimento, tanto da avergli affidato incarichi di rappresentanza e sviluppo editoriale all’interno del gruppo e, ora, il delicato ruolo di rilanciare la Stampa dopo la gestione della famiglia Elkann.

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“Repubblica” attacca il suo collaboratore Paolo Di Paolo con un corsivo anonimo per l’esclusione di Erri De Luca da Salerno Letteratura. “Da Robinson saltata una pagina sul festival”

9 June 2026 at 06:34

Un boxino al centro della pagina, dal titolo Due diverse idee di tolleranza. Nessuna firma, un attacco frontale. Così la Repubblica, il giornale diretto da Mario Orfeo, in maniera del tutto irrituale ha screditato un proprio collaboratore, Paolo Di Paolo, condirettore di Salerno Letteratura. Al centro dell’invettiva il caso Erri De Luca. Di Paolo, nell’edizione del quotidiano di venerdì scorso, è accusato di aver escluso lo scrittore dal festival campano. Anche se, com’è noto, a De Luca è stata tolta la prolusione (dopo le sue dichiarazioni in favore di Israele) in cambio di partecipare al programma con un altro intervento.

Nel corsivo non firmato si accusa Di Paolo di aver cambiato idea, passando dalla difesa di De Luca all’entrata “in scena”, pochi giorni dopo, di un “Di Paolo 2, dotato di minore tolleranza ma, in compenso, di un formidabile apparato digerente”. Ma non è tutto, perché dall’inserto culturale della domenica, Robinson, è saltata una pagina su Salerno Letteratura, concordata col festival stesso. La prima a dare la notizia è stata la scrittrice Loredana Lipperini. Nei giorni scorsi, sui suoi social, si è domandata se su Robinson sarebbero usciti i servizi sul festival. Poi, domenica, a giornale in edicola: “Se avevate qualche dubbio, sappiate che su Robinson non c’è una riga su Salerno Letteratura. Erano, mi si dice, previste due pagine”. Da quanto risulta a ilFattoQuotidiano.it, la pagina era una, composta da due articoli. E a rilanciarla è stato Professione Reporter, che al momento non ha ricevuto alcuna smentita.

Sulla vicenda che ha coinvolto Di Paolo, è intervenuto il Comitato di redazione del giornale fondato da Eugenio Scalfari. “Sull’edizione di ieri del nostro giornale è comparso ancora una volta un corsivo non firmato nel quale vengono espresse opinioni su fatti che riguardano il dibattito pubblico. Nei giorni precedenti e nei mesi scorsi c’erano stati casi analoghi per questioni sportive. Senza entrare nel merito delle opinioni espresse, c’è una questione di metodo che ci preme come rappresentanza sindacale. Esprimiamo perciò un forte disagio di fronte a tale modo di utilizzare il giornale: questi commenti non firmati danneggiano l’immagine di tutta la redazione, visto che addirittura si utilizza il plurale maiestatis, e talvolta sembrano mossi più da questioni personali che altro. Nello specifico, il corsivo non firmato di ieri prendeva di mira Paolo Di Paolo, storico collaboratore delle pagine culturali (e non solo di quelle) di la Repubblica. Il collega scrittore è stato messo alla berlina pesantemente e questo ha suscitato, e sta suscitando ancora oggi, molte dure prese di posizioni contro la Repubblica su tutti i social”.

Così il Cdr fa sapere di essere “amareggiato di fronte a questo tipo di azioni e auspica un chiarimento in merito con la direzione. Sarebbe auspicabile che, per chiarezza verso i lettori e la redazione stessa, e al netto di antiquate usanze – sappiamo bene che gli articoli non firmati sono riconducibili alla direzione – ognuno firmasse ciò che scrive, assumendosene piena responsabilità. Esprimiamo quindi e infine pubblica solidarietà a Paolo Di Paolo”.

Poco più di un anno fa era stata ancora la posizione su Israele e Gaza a creare scompiglio in largo Fochetti. Allora era stata una mozione proprio sul conflitto, voluta dal cdr e approvata dall’assemblea: il cdr si era dimesso denunciando “comportamenti anti-sindacali”.

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Ballottaggi elezioni comunali, Meloni esulta: “Avanti così”. Schlein: “Ha problemi con la calcolatrice, ha vinto il centrosinistra”. Ecco tutti i numeri

8 June 2026 at 18:41

Hanno vinto tutti, come al solito. Ha vinto il centrodestra, che tiene Arezzo e Macerata e si prende Lecco. Ma ha vinto anche il centrosinistra, che trionfa – a sorpresa – ad Agrigento e si conferma a Chieti e Trani. E dunque, a stare a sentire i politici degli opposti schieramenti, c’è da festeggiare. Tuttavia a ben guardare le elezioni amministrative nel complesso non ha vinto né l’uno né l’altro. Sì, perché nei 118 comuni con più di 15mila abitanti al voto quest’anno tanto il centrodestra quanto il centrosinistra perdono sindaci. Chi vincono, quindi? I civici.

Tutti i risultati

L’elaborazione è pubblicata da YouTrend: dopo la tornata del 2026 il centrosinistra, in termini assoluti, porta a casa 50 città, 40 invece il centrodestra. Qual era la situazione prima del voto? Il centrosinistra aveva 59 sindaci, 42 il centrodestra. E dunque è boom per i candidati civici, che da 17 passano a 28.

Nei 18 capoluoghi di provincia il centrosinistra ne porta a casa dieci, sei il centrodestra e due i civici. E qui sì che per i due schieramenti c’è un miglioramento: il primo partiva da otto, il secondo da cinque. Dunque un piccolo incremento per entrambi. I ballottaggi di oggi, invece, dicono che c’è stato un sostanziale equilibrio: tre a tre, col centrodestra che ha strappato Lecco e il centrosinistra, come detto, Agrigento. Per Lorenzo Pregliasco di YouTrend “i capoluoghi confermano la tendenza del primo turno, di un certo equilibrio. L’affluenza registra un calo fisiologico di circa otto punti” e si conferma il “punto debole dei ballottaggio che tendono a vedere una partecipazione inferiore”. L’affluenza si è attestata al 52,07%, in calo di oltre otto punti.

Centrodestra vs centrosinistra

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel pomeriggio ha fatto sapere, attraverso i social, che è soddisfatta del risultato, che conferma “ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori. Avanti così, con serietà e concretezza”. Per Antonio Tajani “il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista”. Soddisfazione anche per la Lega, con la ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, secondo cui “la Lega vince a Lecco, Arezzo, Macerata e in tantissimi altri comuni e vince il centrodestra”, e con Matteo Salvini, che ha affidato ai social poche parole di circostanza, impegnato com’è nella gestione degli scossoni all’interno del partito e con una probabile riorganizzazione dei vertici.

A Meloni risponde prima Matteo Renzi, su X: “Nei comuni capoluogo è finita 10-6 per il centrosinistra. Sulla politica internazionale non ci hanno invitato a Londra. Sulla politica economica peggiorano debito, stipendi, bollette e produttività. E tu ci dici ‘avanti così?’ Chi si contenta gode, capisco. Ma così è troppo”. Poi tocca a Elly Schlein: “Vedo che continua ad avere problemi con la calcolatrice. Che si tratti di ammettere i troppo scarsi investimenti sulla sanità pubblica di questo governo o i risultati delle amministrative, il tentativo è sempre lo stesso: capovolgere la realtà. Quanto a noi, avevamo detto che i conti li avremmo fatti alla fine. Su 18 capoluoghi al voto, tra primo turno e ballottaggi, al centrosinistra vanno 8 sindaci e al centrodestra 6 sindaci. Belle vittorie a Agrigento, dove governavano loro, a Chieti e a Trani. Già al primo turno tra i comuni sopra i 15mila abitanti il centrosinistra ha vinto in 37 e il centrodestra in 25, cui si aggiungono numerosi comuni vinti in questo secondo turno, come la splendida vittoria di Molfetta. Al di là della propaganda di Meloni e Salvini, anche in questa tornata elettorale i numeri fotografano una chiara affermazione dell’alleanza progressista, con il Pd primo partito in gran parte del Paese”.

Sempre per i dem, c’è il responsabile organizzazione Igor Taruffi: “Alle vittorie di Mantova, Pistoia, Prato, Avellino e Andria al primo turno si aggiungono oggi Chieti, Trani e Agrigento al ballottaggio. Numeri ancora più chiari se si tiene conto dei risultati di altri due capoluoghi quali Salerno ed Enna già assegnati al primo turno in cui a prevalere non è stato certo il centrodestra”. E infine, il caso Molfetta, con Manuel Minervini di Rifondazione, sostenuto dal campo largo: “La vittoria netta del candidato del campo progressista è una nota particolarmente preziosa maturata in condizioni difficili ma che segnala l’affermazione anche del nuovo corso del Pd, che ha scelto di costruire l’alleanza progressista dicendo no a trasformismi e ambiguità”.

Il caso Vigevano e il No al referendum

A far parlare di sé, dopo il primo turno, era stata la seconda città più popolosa della provincia di Pavia – dopo il capoluogo – vale a dire Vigevano. E lo aveva fatto per il risultato oltre le aspettative del candidato di Roberto Vannacci, che correva senza simbolo (per ragioni organizzative), Fulvio Suvilla. Il candidato di Futuro Nazionale, infatti, aveva preso oltre il 14% dei voti, mentre Salvini aveva commissariato il partito dopo il disastro elettorale (il candidato del Carroccio è stato escluso dal ballottaggio). Nei giorni scorsi, Vannacci ha dato l’indicazione di non appoggiare nessuno, e di fare scheda bianca o nulla. Oggi ha vinto il candidato di Forza Italia, Paolo Previde Massara. E dall’analisi dei flussi elettorali di YouTrend, risulta che il 52% di chi aveva espresso il voto per Fuvilla è rimasto a casa, mentre il 41% ha dato la propria preferenza a Previde Massara.

Interessante un’altra elaborazione di YouTrend, che ha preso in considerazione il voto al referendum costituzionale dello scorso 22-23 marzo. Incrociando i dati tra le elezioni comunali e il referendum, emerge che il centrodestra “ha conquistato 25 comuni nei quali aveva prevalso il No. Al contrario, ci sono 6 comuni in cui aveva vinto il Sì ma in cui si è affermato il centrosinistra. Sebbene in questa tornata i comuni sopra i 15mila abitanti in cui il No aveva prevalso siano nettamente più numerosi rispetto a quelli in cui aveva vinto il Sì (91 contro 27), il dato evidenzia come il consenso raccolto dal No al referendum non si sia tradotto automaticamente in un sostegno ai candidati di centrosinistra alle amministrative”.

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Non solo Pozzolo, quando il politico si mette alla guida ubriaco: dall’assessora di Ferrara al sindaco di Trento. E tutti gli altri guai degli eletti al volante

3 June 2026 at 14:27

Per Gianfranco Fini era un “balengo“. Una testa calda, in piemontese. “Un violento estremista verbale” lo definì l’ex presidente della Camera dei deputati. E così venne allontanato da Alleanza nazionale. Era il 2009, eppure da allora Emanuele Pozzolo ha fatto parecchia strada. In senso questa volta non metaforico, però, sulla strada ha lasciato il proprio suv. E la patente di guida. Già, perché dopo lo sparo a Capodanno che gli è costato più di un grattacapo giudiziario, una figuraccia politica e il soprannome di “pistolero”, ora il parlamentare ex Fratelli d’Italia, passato a Futuro nazionale lo scorso febbraio, è tornato a far parlare di sé: incidente nel Biellese e tasso alcolemico, da quanto si apprende, superiore al doppio del limite consentito. Con tanto di incavolatura di Roberto Vannacci a pochi giorni dall’assemblea del partito.

Lo schianto e le dimissioni

Guida in stato di ebbrezza, auto che finiscono fuori dalla carreggiata, ma anche decine di multe per eccesso di velocità o per l’ingresso nella ztl. A scorrere le pagine delle cronache – nazionali e locali – si scopre che talvolta ai politici, al volante, piace correre. E che non sempre rispettano il codice della strada. Neanche un mese fa è toccato alla (allora) assessora di Ferrara, Francesca Savini, con accanto, sul sedile del passeggero, il sindaco Alan Fabbri. Sono a Sermide e Felonica, nel Mantovano, quando lei sbanda e perde il controllo della macchina, che si ribalta e si schianta contro un palo: per fortuna nessuna conseguenza fisica per i due, ma Savini è risultata positiva all’alcol test con un tasso di oltre 1,5 grammi per litro. Denuncia e, naturalmente, ritiro di patente e veicolo. Per la città emiliana, un terremoto politico: Savini si assume le responsabilità e “per rispetto verso i cittadini” e “nella consapevolezza del ruolo pubblico che ho ricoperto” si dimette.

Ma il fenomeno, neanche a dirlo, è bipartisan. Si prenda, a titolo d’esempio, il caso che ha coinvolto niente di meno che il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, e quella che allora era la sua capa di gabinetto – poi promossa assessora alla Cultura – Cristina Manetti. È la mattina del 13 ottobre, giorno dello scrutinio delle elezioni regionali: sulla Firenze Mare una Fiat 500 percorre la corsia d’emergenza “al fine di eludere la coda dovuta all’intenso traffico”. Alla guida c’è Manetti, che viene fermata dalla polizia: multa e patente sospesa per due mesi. “Mi girava la testa, stavo cercando di fermarmi” spiega lei. Secondo la sottosegretaria all’Interno, Wanda Ferro, Giani si interessò alla vicenda, tanto da arrivare direttamente sul posto, parlare con la polizia stradale e presentarsi successivamente in Prefettura con la stessa Manetti.

“Sarà stato il caffè corretto?”

Come si accennava poc’anzi, le pagine delle cronache locali restituiscono altre storie simili. Nel 2010 i carabinieri ritirano la patente per guida in stato d’ebbrezza all’allora sindaco di Trento, Alessandro Andreatta, del Pd. “Sarà stato il caffè corretto?” si domanda lui. “Non mi sono mai ubriacato in vita mia”. Il tasso alcolemico è 1,3 grammi per litro. Dal racconto dello stesso Andreatta: quella sera mangia salumi e formaggi, canederli, polenta, funghi e fagioli, e una crostata come dessert. Il tutto condito da tre bicchieri di vino Teroldego. Alla fine della cena, il caffè corretto grappa. Come si sa il Trentino è terra di buone forchette (e buoni calici). Nel 2021 tocca al consigliere regionale ed ex presidente della Lega locale, Alessandro Savoi: sta rincasando dalla Val di Cembra, verso il capoluogo, quando viene fermato dalle forze dell’ordine. “Mi hanno ritirato la patente” conferma lui. Il problema è che, come scrive Il Nordest quotidiano, si tratta della seconda volta nel giro di due anni.

Da Ponente a Levante, nell’agosto dello scorso anno la vicesindaca di Savona, Elisa Di Padova, cade dal proprio scooter e sua figlia di otto anni, che è in sella con lei, riporta un trauma cranico, con annesso ricovero in ospedale. Il tasso alcolemico di Di Padova è pari a 1,9 grammi per litro. Denuncia per guida in stato di ebbrezza, dimissioni respinte.

Dalla ztl al semaforo rosso

E poi c’è il capitolo infrazioni e multe. Qui la lista è lunga. Ma ci basterà citare i casi più emblematici. Nell’estate del 2023 salta fuori che l’ex ministra del Turismo, Daniela Santanchè, è destinataria di 462 accertamenti, la maggior parte dei quali per l’ingresso in zona a traffico limitato, relativi agli anni che vanno dal 2015 al 2019. Lei risponde a un’interrogazione in Senato e spiega che “le multe sono riferite erroneamente a me”. La ragione? “Sono di competenza dell’Arma dei carabinieri, a cui ho dato in comodato gratuito una mia vettura, per non gravare sulle auto di scorta di proprietà statale. Non ho alcuna multa da pagare”.

Di ztl è esperto il deputato di Fratelli d’Italia, Cirio Maschio, al quale nel 2020 i vigili urbani gli inviano un centinaio di multe da pagare, per un totale di 16mila euro. Le contravvenzioni risalgono al 2018 e lui, essendo all’epoca presidente del Consiglio comunale di Verona, non può impugnarle per incompatibilità col ruolo che ricopre: “Ho deciso di pagarle e amen” dichiara lui. Il partito di Giorgia Meloni annovera anche il caso della deputata Alessia Ambrosi, a cui però il giudice di pace ha dato ragione: annullate le sette multe comminate dall’autovelox di Torri del Benaco. “Sono state considerate irregolari – ha dichiarato lei, tra le papabili ora per passare con Roberto Vannacci – una vittoria importante per me e per tutti i cittadini vessati nel cui nome ho vinto questa battaglia”.

E per citare l’ultimo caso, ci spostiamo a Milano. L’ex capogruppo del Pd a Palazzo Marino, Filippo Barberis, oggi capo di gabinetto di Beppe Sala, è costretto a girare la città coi mezzi pubblici: è passato col rosso a bordo del suo scooter. E siccome, da quanto si sa, una violazione analoga gli è stata contestata l’anno scorso, la polizia locale gli ha sospeso la patente.

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Strage di lupi nel Parco d’Abruzzo, fitofarmaci nelle esche avvelenate: la Procura punta su agricoltori e aziende escluse dai fondi Ue

3 June 2026 at 06:57

Fitofarmaci agricoli nelle esche avvelenate. Così sono morti almeno 23 lupi nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise tra la metà e la fine di aprile. Oltre ai grandi carnivori, anche poiane e volpi. È a una svolta l’inchiesta sui lupi uccisi tra i territori di Alfedena, Villetta Barrea, Pescasseroli e ai confini dell’area protetta in Marsica, in provincia dell’Aquila. Grazie al lavoro dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo e al Centro di Medicina Forense Veterinaria di Grosseto, la Procura della Repubblica di Sulmona – il cui procuratore capo Luciano D’Angelo ha assunto il coordinamento delle indagini – è a conoscenza del fatto che tutti i bocconi avvelenati contenevano i preparati destinati all’uso agricolo.

L’elemento è rilevante, soprattutto in considerazione del fatto che certi tipi di sostanze possono essere acquistate solo da aziende iscritte in particolari registri regionali; e che chi le compra deve essere registrato. Per questa ragione diventa importante l’incontro di domani in Procura con Dino Rossi, presidente del Cospa (Comitato agricoltori e allevatori d’Abruzzo). Rossi, infatti, potrà fornire agli inquirenti elementi utili sulle sostanze utilizzate e sui dati relativi ai fitofarmaci maggiormente impiegati in agricoltura. In questo contesto, infatti, si punta a capire quali colture vengono trattate coi prodotti incriminati e chi li usi. In più, altre analisi si stanno focalizzando sul Dna di un’esca allo scopo di risalire al proprietario.

Ma non è tutto. Parallelamente, seguendo l’ipotesi investigativa dei magistrati, si fa luce sui meccanismi legati alla distribuzione – o meno – dei fondi europei. In particolare l’attenzione è posta nei confronti di chi è rimasto escluso dai contributi dell’Ue a causa dell’affitto di 20mila ettari da parte dell’Ente Parco.

Le prime cinque carcasse sono state trovate a metà aprile nel territorio del Comune di Alfedena. Poi altre cinque in quello di Pescasseroli. L’Ente Parco aveva subito diffuso una nota con cui denunciava “il contesto generale segnato da un dibattito sempre più acceso sullo status della gestione del lupo”, ribadendo che “ogni forma di azione illegale e di giustizia-fai-da-te è inaccettabile e non può trovare alcuna giustificazione”. Il riferimento andava al declassamento dello status di protezione del lupo, voluto dall’Unione europea, dai Paesi che aderiscono alla convenzione di Berna e promosso dal governo guidato da Giorgia Meloni, che ha portato il mammifero da “rigorosamente protetto” a “protetto”, col via libera al suo contenimento. Tradotto: alla sua uccisione (il primo abbattimento legale dopo 50 anni si è verificato ad agosto nel 2025 in Alto Adige).

“Eventi di questa natura riguardano l’intera collettività – aveva scritto il Parco – poiché colpiscono direttamente non solo il patrimonio naturale comune e i valori che ne sono alla base, ma anche l’identità stessa e l’immagine dell’intero territorio. La tutela della biodiversità e il rispetto della Natura non sono ambiti che possano riguardare solo alcuni: chiamano in causa la responsabilità e la sensibilità di tutti”. Da quel giorno il numero di lupi avvelenati ha continuato a salire. In questo contesto, si stima che ogni anno, per mano dell’uomo, muoiano più di 300 lupi. L’associazione Io non ho paura del lupo, per esempio, tra il 2019 e il 2023 ha censito 1.639 carcasse recuperate a livello nazionale. Numeri che fanno impressione ma ai quali, purtroppo, si aggiungeranno anche gli abbattimenti resi legali.

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L'articolo Strage di lupi nel Parco d’Abruzzo, fitofarmaci nelle esche avvelenate: la Procura punta su agricoltori e aziende escluse dai fondi Ue proviene da Il Fatto Quotidiano.

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