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Vince milioni alla Lotteria, ma continua a fare il lavoro che odia: “La mia famiglia non sa gestire i soldi, continuo a vivere come se nulla fosse cambiato”

12 June 2026 at 09:35

Vincere milioni alla lotteria e continuare a fare un lavoro che si detesta. È la scelta controcorrente di una donna che, dopo aver incassato un jackpot milionario, ha deciso di non stravolgere la propria vita e di mantenere il massimo riserbo sulla vincita, persino con la sua famiglia. La donna, rimasta anonima, ha raccontato la sua storia sui social, spiegando di essere cresciuta in condizioni economiche difficili e di aver recentemente riscosso una somma a sette cifre. Nonostante il patrimonio accumulato, continua a svolgere il suo impiego abituale e ha persino iniziato a guidare per Uber nel tempo libero per guadagnare qualche soldo extra.

Una scelta che ha sorpreso molti utenti online. La vincitrice ha infatti spiegato di voler vivere come se nulla fosse cambiato, almeno per il momento, e che voleva evitare di attirare l’attenzione sulla propria nuova condizione economica. Tra gli episodi raccontati c’è anche l’acquisto di una nuova automobile: “I miei familiari sono convinti che debba pagarla a rate ogni mese, ma in realtà ho comprato una piccola Hyundai da 30mila dollari e l’ho saldata immediatamente”, ha raccontato.

La donna ha spiegato di non aver ancora rivelato la vincita ai parenti, pur avendo intenzione di utilizzare parte del denaro per migliorare la qualità della vita della famiglia: “Vorrei che mia madre potesse andare in pensione. Vorrei che smettessimo di vivere nelle case popolari e potessimo finalmente avere una vita dignitosa e confortevole. Non voglio più vivere con l’ansia del lavoro”, ha affermato. La vincitrice ha aggiunto di aver iniziato a riflettere sul futuro e sulla gestione del patrimonio: “Sono idee che ho annotato nel tempo e forse non tutte sono particolarmente realistiche, ma so che devo imparare a investire il denaro in modo più intelligente”.

A frenarla dal condividere immediatamente la notizia con i suoi cari sarebbe soprattutto il loro rapporto con il denaro: “Amo profondamente la mia famiglia, ma nessuno di noi è davvero preparato quando si tratta di questioni finanziarie. Vedo persone della mia famiglia consumare l’intero stipendio acquistando cose a caso online ogni due settimane. Credo che abbiamo bisogno di una maggiore educazione finanziaria prima che io racconti loro qualsiasi cosa”, ha aggiunto.

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Healey si dimette, ma è Starmer a pagare il prezzo politico del riarmo britannico

12 June 2026 at 03:45

La decisione di John Healey di lasciare l’incarico di ministro della Difesa è destinata a collocarsi tra gli episodi più significativi degli ultimi venticinque anni della politica britannica. Il confronto con precedenti crisi di governo, dall’Affare Westland in poi, appare quasi inevitabile: ma questa volta, a differenza di allora, non si tratta di contratti o di equilibri industriali. Il punto è se il Tesoro britannico stia davvero garantendo la sicurezza del Paese in un contesto di guerra europea e competizione strategica globale.

La scelta che Healey ha comunicato ieri a metà giornata si colloca al centro di una frattura politica che coinvolge direttamente il primo ministro Sir Keir Starmer e la capacità del governo di tradurre le ambizioni strategiche in risorse reali. Nella sua lettera di dimissioni, Healey accusa esplicitamente Downing Street di non essere «in grado» – e il Tesoro di non essere «disposto» – a fornire le risorse necessarie alla difesa nazionale in una fase di crescente instabilità internazionale. Una frase che, specie se considerato il fatto che il primo ministro è anche First Lord of the Treasury – è la chiave delle pesanti critiche di Healey a Starmer che riguardano le sue capacità politiche.

Dietro la rottura c’è il nodo mai risolto del nuovo Defence Investment Plan, rimasto per mesi in sospeso tra ministero della Difesa e Tesoro. Le ultime ipotesi parlano di circa 13 miliardi di sterline aggiuntive su quattro anni, una cifra giudicata insufficiente rispetto alle esigenze operative delle forze armate e ben al di sotto delle richieste avanzate dallo stesso ministero. Il divario complessivo per la modernizzazione dello strumento militare britannico è stato indicato da diverse fonti fino a circa 28 miliardi. Il punto non è solo quanto si spende, ma come si distribuisce nel tempo. Il piano avrebbe dovuto dare sostanza alla Strategic Defence Review, costruendo una traiettoria di riarmo coerente con gli impegni Nato, il sostegno all’Ucraina e la crescente esposizione britannica in teatri come il Medio Oriente e l’Artico. Ma la struttura del piano è stata progressivamente indebolita da un problema politico di fondo: la difficoltà di finanziare contemporaneamente tutte le ambizioni strategiche senza compiere scelte esplicite di riduzione delle priorità.

È in questo contesto che si inserisce la frattura tra Difesa e Tesoro, con il piano di spesa rinviato e risorse concentrate nella parte finale del decennio, proprio mentre le esigenze operative richiederebbero un rafforzamento immediato di prontezza, munizionamento e capacità industriale. Una scelta che, secondo Healey, rende il piano non credibile rispetto allo scenario di rischio, incluso quello di un possibile confronto diretto tra Nato e Russia entro la fine del decennio.

La crisi del Defence Investment Plan riflette una tensione strutturale: da un lato la crescente militarizzazione del contesto internazionale, dall’altro la rigidità delle scelte fiscali interne. In mezzo, un processo decisionale frammentato tra Downing Street, Tesoro e Difesa, incapace di ricomporre il disallineamento tra strategia e bilancio. Anche il vertice militare ha iniziato a segnalare pubblicamente il problema. Il capo delle forze armate britanniche, il maresciallo dell’aria Sir Richard Knighton, ha scritto direttamente al primo ministro per esprimere preoccupazione sul livello di finanziamento previsto, come rivelato da Sky News.

A complicare il quadro vi è anche la dimensione politica interna. Il governo Starmer si trova stretto tra la necessità di mantenere la credibilità fiscale e la pressione crescente degli alleati Nato per un aumento sostanziale della spesa militare, fino al 3,5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Il Regno Unito, oggi intorno al 2,3%, ha indicato come obiettivo il 2,5% entro il 2027, una traiettoria che appare sempre più insufficiente rispetto alla velocità del deterioramento del contesto strategico.

Sul piano politico interno la crisi non riguarda più soltanto la difesa. Le dimissioni di Healey si inseriscono in una sequenza che segnala una crescente instabilità nel governo. Il primo ministro Starmer è ora esposto a tensioni politiche interne e a scenari di leadership contest sempre meno teorici. Il sindaco di Greater Manchester Andy Burnham potrebbe entrare a Westminster – condizione necessaria per aspirare alla leadership del partito – nel caso vincesse le elezioni suppletive di giovedì per il seggio di Makerfield, e ha già dichiarato la disponibilità a partecipare a un’eventuale sfida per la guida del Labour.

Healey è il sesto ministro a lasciare il governo nell’arco di un mese. L’ultimo prima di lui è stato Wes Streeting, che ha lasciato la guida del ministero della Salute criticando la «deriva» e la mancanza di visione del governo. L’ondata di uscite, pur con motivazioni diverse, contribuisce a delineare un quadro di crescente logoramento politico interno.

Proprio ieri il Financial Times aveva pubblicato un ritratto di Healey descrivendolo come una figura centrale del Labour, moderata e profondamente inserita nell’establishment politico e militare. Una posizione che rende le sue dimissioni ancora più significative: non si tratta di un tecnico marginale, ma di uno dei principali garanti della credibilità del governo in materia di difesa e Nato.

Il punto politico che emerge è quindi duplice. Da un lato, la crisi del Defence Investment Plan riflette una tensione strutturale tra ambizioni strategiche e vincoli fiscali. Dall’altro, la sequenza di dimissioni apre interrogativi sulla stabilità politica dell’esecutivo stesso. Il risultato è una doppia fragilità: sul piano della sicurezza nazionale e su quello della leadership politica. E la domanda che si apre con l’uscita di Healey non riguarda più soltanto il futuro della difesa britannica, ma la tenuta complessiva del governo Starmer in una fase di crescente pressione esterna e logoramento interno.

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Sei Paesi annunciano nuove sanzioni contro chi sostiene le colonie israeliane: colpito anche il ministro Smotrich

9 June 2026 at 18:37

Sei Paesi sono pronti a colpire nuovamente individui e organizzazioni che hanno a che fare con gli insediamenti israeliani illegali nei Territori Occupati. Regno Unito, Australia, Canada, Francia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno annunciato un’azione sanzionatoria congiunta a causa del “livello record” raggiunto dall’espansione delle colonie e con l’aumento delle violenze contro la popolazione palestinese. E tra i nomi di coloro che subiranno le conseguenze di questa decisione figura anche il ministro estremista delle Finanze Bezalel Smotrich.

La mossa non ha lasciato indifferente il governo israeliano che con una nota del Ministero degli Esteri ha definito le misure “vergognose“, sostenendo che rappresentano un tentativo di imporre una posizione politica sul conflitto israelo-palestinese e sul diritto degli ebrei a vivere nella Terra d’Israele “mascherato da lotta alla violenza”. Il governo britannico, invece, sostiene che le misure
hanno l’obiettivo di interrompere i flussi finanziari che avrebbero consentito a gruppi di coloni estremisti di agire “nell’impunità”. Tra i colpiti figurano le organizzazioni The Farms Association, Ahavat Gilad, Artzenu e Shivat Zion Lerigvey Admata, oltre a diversi individui. “La violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti sono illegali e rappresentano una minaccia fondamentale alla soluzione dei due Stati e alla pace e sicurezza a lungo termine per palestinesi e israeliani”, ha dichiarato la ministra degli Esteri, Yvette Cooper. Londra ha anche esortato il governo israeliano a fermare l’espansione delle colonie, contrastare le violenze e perseguire i responsabili, avvertendo che potrebbero essere adottate ulteriori misure.

Sulle stesse posizioni anche la Francia. Il ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, ha annunciato il divieto d’ingresso nel Paese per Smotrich, dichiarato persona non grata come quattro leader di organizzazioni di coloni e per 21 coloni definiti “violenti”. Tel Aviv ha accusato i governi coinvolti di alimentare l’antisemitismo attraverso politiche anti-israeliane e di ignorare, al contrario, quelle che considera le vere cause della violenza, citando in particolare il controverso sistema di sussidi dell’Autorità nazionale palestinese destinati a detenuti e familiari di persone coinvolte in attacchi contro Israele.

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Regno Unito, tenta di sgozzare un passante a Belfast: sale la tensione, furia dell’estrema destra

9 June 2026 at 11:45

Regno Unito, tenta di sgozzare un passante a Belfast

Ieri sera a Belfast, in Irlanda del Nord, un uomo è stato aggredito con il coltello. Nel video dell’assalto diffuso sui social media, che il primo ministro britannico Keir Starmer ha definito “rivoltante”, si vede l’aggressore seduto sopra un uomo ferito e coperto di sangue mentre tenta di sgozzarlo. La polizia ha annunciato l’arresto di un sospettato, probabilmente un uomo di origine somala.

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L’episodio si verifica pochi giorni dopo una manifestazione tenutasi a Southampton, nel sud dell’Inghilterra, per protestare contro la gestione da parte della polizia dell’omicidio di uno studente bianco avvenuto lo scorso dicembre e attribuito a un giovane sikh. Alla manifestazione avevano partecipato anche figure dell’estrema destra britannica, tra cui l’attivista Tommy Robinson, il cui vero nome è Stephen Yaxley-Lennon.

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“L’ex principe Andrea pagava un ‘grano di pepe’ per vivere al Royal Lodge con 30 stanze e in più subaffittava 3 cottage incassando i canoni anche dopo esser stato cacciato”: il nuovo scandalo travolge Re Carlo

5 June 2026 at 15:44

Un recente rapporto della National Audit Office (NAO) ha riportato l’attenzione pubblica sulle modalità con cui vengono gestite le proprietà del Crown Estate, l’ente che amministra i beni della Corona e versa i propri profitti al Tesoro dello Stato. Al centro c’è l’accordo siglato nel 2003 da Andrew Mountbatten-Windsor, allora duca di York, per l’occupazione di Royal Lodge, la storica residenza di circa 30 stanze nel Windsor Great Park. Secondo i documenti analizzati dalla NAO e dal Public Accounts Committee del Parlamento, Andrew ottenne un contratto di locazione della durata di 75 anni versando un premio iniziale di un milione di sterline e impegnandosi a finanziare lavori di ristrutturazione per almeno 7,5 milioni di sterline, costo finale poi lievitato.

In cambio, l’affitto annuale fu fissato a un “peppercorn rent”, un grano di pepe, formula del diritto medievale per indicare un canone puramente simbolico. Grazie a questo meccanismo, per oltre vent’anni ha potuto occupare una proprietà di enorme valore con costi vivi molto contenuti. Il contratto autorizzava il subaffitto di fino a tre cottage presenti all’interno della vasta tenuta. Andrew ha utilizzato questa possibilità fino ad aprile 2026, incassando canoni privati dai locatari, prevalentemente membri del personale di servizio o ex dipendenti, somme mai confluite nelle casse del Crown Estate. Non sono emerse irregolarità di natura penale: tutto era conforme ai termini contrattuali. L’operazione però solleva legittimi interrogativi sul concetto di “value for money” per i contribuenti britannici. Il Crown Estate ha infatti rinunciato a canoni di mercato, stimati intorno alle 260.000 sterline annue, mentre Andrew godeva di un reddito privato parallelo.

I lavori di ristrutturazione del 2003-2005 furono interamente a carico di Andrew, finanziati con risorse private e familiari dell’epoca, in particolare con il sostegno della Regina Elisabetta II. Non, quindi, attigendo a fondi pubblici del Sovereign Grant, ma comunque a condizioni particolarmente vantaggiose nel lungo periodo in cambio di un investimento iniziale. La manutenzione ordinaria e altri costi sono stati in seguito sostenuti anche grazie ad aiuti privati del Re Carlo, mentre la sicurezza ha richiesto, in vario grado, risorse pubbliche.

La ristrutturazione trasformò una residenza che aveva bisogno di interventi importanti ed urgenti (fino alla sua morte nel 2002 era la residenza della Queen Mother) in una dimora di alto livello. Oltre ai lavori strutturali necessari, gli interventi furono lussuosi: una piscina, campi da tennis, una voliera, vasti giardini su circa 40 ettari di terreno e rilevanti migliorie interne, tra soffitti, impianti, pavimentazioni e sistemi di sicurezza. Interventi che permisero ad Andrew e alla ex moglie Sarah Ferguson, che pur divorziati dal 1996 hanno continuato a convivere a Royal Lodge dal 2008, di condividere uno stile di vita lussuoso in una delle residenze più prestigiose della Corona, con spazi ampi e servizi che andavano ben oltre le esigenze di base.

Un aspetto che rende particolarmente delicato il caso è il profilo reddituale di Andrew. Il suo unico reddito pubblicamente dichiarato e continuativo, oggi, è la pensione della Royal Navy, maturata per i 22 anni di servizio tra il 1979 e il 2001, che ammonta a circa 20.000 sterline annue. Quando era un “working royal” attivo, riceveva un appannaggio significativo ma non sufficiente per un tenore di vita da milioni. L’ultimo dato pubblico, del 2010, parla di 249.000 sterline annue, oltre ai costi per il suo ufficio. Dopo lo scandalo Epstein e l’estromissione dagli impegni ufficiali, nel 2019, questi finanziamenti pubblici sono cessati. Da allora ha ricevuto un sostegno privato dalla Regina Elisabetta prima e dal Re Carlo poi, stimato intorno al milione di sterline annue, poi ridotto e infine interrotto intorno al 2024. Non risultano redditi significativi da attività imprenditoriali o professionali autonome. Una situazione finanziaria che evidenzia il vantaggio dell’accordo su Royal Lodge e dei subaffitti.

Il rapporto NAO si occupa anche delle abitazioni concesse a Beatrice ed Eugenie, figlie di Andrew e non più working royals. Entrambe occupano proprietà all’interno di palazzi reali: Beatrice a St James’s Palace ed Eugenie a Ivy Cottage, all’interno di Kensington Palace: aree fra le più care della già carissima capitale britannica. Entrambe godono di affitti significativamente scontati rispetto al valore di mercato (tra il 55% e il 68% secondo le stime più recenti). Questi canoni ridotti sono coperti dal Privy Purse, cioè dai fondi privati del Re Carlo derivanti principalmente dal Ducato di Lancaster. Si tratta di un meccanismo distinto dal Sovereign Grant, ma che solleva comunque questioni di coerenza e trasparenza.

Sono disposizioni che non violano norme scritte, ma contribuiscono a delineare un quadro complessivo di scarsa trasparenza. Il Public Accounts Committee ha avviato un’inchiesta più ampia sui contratti di locazione del Crown Estate con vari membri della famiglia reale, inclusi quelli del Principe Edward a Bagshot Park. Fra i nodi problematici ci sono la regolarità delle ispezioni di manutenzione, le possibili penali per risoluzione anticipata del contratto e la necessità di regole più uniformi, trasparenti e vicine ai criteri commerciali. Il caso di Royal Lodge non configura uno scandalo giudiziario, ma rappresenta un esempio emblematico di come accordi stipulati decenni fa, in un contesto familiare e istituzionale diverso, possano apparire oggi anacronistici. La monarchia si trova di fronte a una scelta delicata: aumentare la trasparenza finanziaria e adottare regole più common, oppure mantenere una “flessibilità” da privilegiati che oggi rischia di erodere la fiducia pubblica.

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“Non respiro”: il 18enne Henry Nowak muore in custodia della polizia, ma era vittima di un accoltellamento. Virale l’hashtag #WhiteLivesMatter

2 June 2026 at 14:11

“Non respiro, non respiro”. È il 3 dicembre 2025, sono passati cinque anni e mezzo dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis, l’afroamericano morto soffocato sotto il ginocchio di un agente di polizia che lo aveva immobilizzato a terra. Fu il caso che scatenò proteste di piazza in tutto il mondo sotto lo slogan Black Lives Matter. Poco meno di sei anni dopo, queste sono state le ultime parole di un’altra vittima, il giovanissimo Henry Nowak, appena 18enne. Lui, però, non è americano. E soprattutto non è nero. È morto mentre la polizia lo aveva ammanettato a terra dopo aver ricevuto delle coltellate dal 23enne sikh fanatico delle armi, Vikcrum Digwa. Così la destra (e non solo) britannica (e non solo) ha iniziato a diffondere le immagini della morte di Nowak. E l’hashtag che su X diventa virale è #WhiteLivesMatter.

In Inghilterra le varie realtà di destra, dall’estremista razzista Tommy Robinson fino al leader di Reform Uk, Nigel Farage, hanno subito cavalcato l’episodio e parlano di “razzismo al contrario“. E a dare loro una mano a diffondere il messaggio ci ha pensato anche Elon Musk che dal suo profilo X ha rilanciato i vari messaggi di proteste per ciò che è successo a Southampton.

La ricostruzione della morte di Nowak ha dell’incredibile e ha già scatenato un putiferio in Gran Bretagna sia riguardo all’operato della polizia sia sulla gestione dell’immigrazione. Il fatto risale al dicembre scorso. Il giovane stava tornando a casa nella città meridionale dell’Inghilterra dopo una serata con gli amici. Sulla sua strada, però, incontra Digwa che lo accoltella senza apparente motivo per cinque volte con una lama lunga 21 centimetri. A chiamare la polizia, però, è proprio Digwa. Non perché si sia reso conto della gravità del suo gesto, bensì per cercare una via d’uscita: agli agenti, con la complicità del fratello e di un amico, racconta di essere stato vittima di “un razzista che voleva farci del male, ci siamo dovuti difendere”. Gli agenti arrivano e credono al suo racconto, tanto che si gettano su Nowak, a terra in una pozza di sangue e ormai in fin di vita. Quando il 18enne dice loro, con la voce ormai bassissima, di essere stato accoltellato, uno dei poliziotti replica: “Non credo proprio” e inizia a leggergli i suoi diritti. Solo dopo qualche minuto una poliziotta si accorge che il 18enne stava raccontando la verità e chiama un’ambulanza. Ma è troppo tardi, come rivela oggi un video finalmente pubblicato dalla Hampshire & Isle of Wight Constabulary e registrato dalle bodycam degli agenti. Le ultime parole di Nowak saranno “non respiro“. E mentre i poliziotti sono intenti a immobilizzare quella che è in realtà la vittima di un accoltellamento, la madre di Digwa, oggi condannato a 21 anni di carcere, arriva sul posto, prende l’arma del delitto e la fa sparire.

Una storia talmente assurda e piena di colpe, non solo di chi ha commesso l’agguato ma anche del corpo di polizia, da rappresentare il gancio perfetto per tutti quei movimenti che sostengono la tesi del “razzismo al contrario”, con gli stranieri che sarebbero più tutelati dei “bianchi”. Così a personaggi come Tommy Robinson ed Elon Musk, impegnati a rendere virale l’hashtag #WhiteLivesMatter, si accoda anche Farage che al caso dedica un video sui suoi canali social: “Queste sono le immagini di discriminazione più sconvolgenti che vedrete mai – dice – Un ragazzo bianco ammanettato da agenti di polizia più preoccupati da un’accusa di razzismo che da un omicidio. Questo deve rappresentare un punto di svolta. Anche le vite dei bianchi contano”, ha detto. E poi usa le ultime parole di Nowak proprio per fare un paragone col caso Floyd: “Parole tristemente familiari – continua – Ricordate George Floyd, un pregiudicato di lungo corso, morto in circostanze terribili nel Midwest degli Stati Uniti alcuni anni fa? Ricordate la reazione a quell’evento e il modo in cui si comportò la polizia? Nel giro di pochi giorni Keir Starmer si inginocchiava in segno di solidarietà. Il movimento Black Lives Matter esplose in tutto il Paese. La statua di Churchill venne imbrattata, il Cenotaph a Londra vandalizzato. Eppure, quale è stata la reazione pubblica dei nostri leader politici e dei media? Assoluto silenzio. Viviamo in una cultura dal doppio standard, in cui i diritti e gli interessi dei bianchi contano meno di quelli delle minoranze etniche”.

Il clima ha costretto anche il premier Keir Starmer a intervenire: “Si tratta di un caso terribile e sconvolgente. I familiari di Henry hanno dovuto affrontare il trauma di un lungo processo e sopportare che l’assassino inventasse accuse vergognose nei confronti di loro figlio, un ragazzo riflessivo, gentile e profondamente amato. Dobbiamo interrompere questa spirale di tragedie affrontando l’orrore della criminalità legata ai coltelli”.

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