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Tim Summer Hits 2026 torna con Carlo Conti e Andrea Delogu per lanciare la musica dell’estate: ecco le date

8 June 2026 at 16:39

Carlo Conti e Andrea Delogu per il terzo anno consecutivo tornano al timone di Tim Summer Hits che apre l’estate 2026 a Roma. Quattro serate-evento nel cuore della Capitale: sul palco di Piazza del Popolo si alterneranno le star della musica per cantare insieme al pubblico i loro successi del momento, dando vita a performance live.

Gli appuntamenti sono fissati per domenica 21, lunedì 22, martedì 23 e mercoledì 24 giugno. Una delle piazze di Roma tra le più conosciute al mondo si trasformerà così nel più grande palcoscenico a cielo aperto di questa stagione, accogliendo i gli artisti e le artiste delle classifiche, le icone pop con le canzoni che si candidano a diventare tormentoni dell’estate.

Le serate (ad ingresso gratuito) saranno registrate e trasmesse prossimamente in prima serata su Rai1, in contemporanea su Rai Radio2 e disponibili anche su RaiPlay.

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Mauro Ermanno Giovanardi: la bellezza di restare fedeli a se stessi

7 June 2026 at 05:50

Mauro Ermanno Giovanardi ha 64 anni e nel corso della sua carriera ha raccolto quattro Targhe Tenco, un Premio Ciampi, un Premio De André, un Premio Lunezia e molti altri riconoscimenti che, nel mondo della canzone d’autore, non arrivano per caso. Se lo conosci già, sai di chi sto parlando. Se non lo conosci ancora, questo è un buon posto da cui cominciare.

Nei consueti nove punti di questo blog – che compie 15 anni in questi giorni – provo a ripercorrere una storia che vale la pena conoscere per intero. Cominciamo!

1. Prima dei La Crus
C’erano i Carnival of Fools, band milanese nata nel 1988 che Giovanardi ha raccontato nel documentario Jesus Loves the Fools, uscito nel 2024, la cui regia è affidata a Filippo D’Angelo, Dimitris Statiris e Giovanardi stesso. Non erano l’ennesimo gruppo che guardava all’estero copiandone le pose. C’era già lì qualcosa di riconoscibile: quella voce da crooner cresciuta con il Post-punk, il gusto per l’atmosfera più che per il riff, l’inquietudine trattata come materia prima. Un seme che aveva bisogno di altri anni per diventare quello che sarebbe arrivato dopo.

2. I La Crus
Nascono come duo con Alessandro Cremonesi, coautore dei testi. Cesare Malfatti arriverà qualche tempo dopo nel ruolo di programmatore, e per buona parte degli anni Novanta occupano uno spazio che nessun altro in Italia sembrava voler abitare: elettronica, canzone d’autore, trip hop, sperimentazione e musica industriale che andavano mano nella mano con Piero Ciampi, le notti milanesi e la fascinazione metropolitana. Dopo otto dischi con Warner il progetto implode, e si riuniscono quindici anni dopo con Proteggimi da ciò che voglio, con Carmen Consoli, Colapesce e Di Martino, Vasco Brondi e il filosofo Slavoj Žižek come ospiti. Poi si fermano di nuovo. Giovanardi dice che difficilmente ci sarà un seguito discografico. Non sembra amarezza, sembra realismo.

3. La voce
La voce di Giovanardi è baritonale, controllata, capace di stare dentro una canzone sublimandone le coordinate. Non ha mai avuto bisogno del virtuosismo né dell’urlo. Funziona per quello che trattiene, non per quello che mostra. Alzare la voce per fare arrivare un messaggio non è nelle sue corde. Speak low, cantava Billie Holiday.

4. La dimensione teatrale
Non è un’estetica di superficie. Ogni pausa ha un peso, ogni silenzio è calcolato. È uno dei pochi artisti italiani capaci di fare di una canzone un piccolo monologo esistenziale senza che suoni come un esercizio di stile. Il percorso teatrale è stato centrale nella sua carriera: lo spettacolo Chelsea Hotel, costruito insieme al giornalista e critico musicale Massimo Cotto, arrivò a 54 repliche. Cotto è morto nell’agosto del 2024. Giovanardi lo ha ricordato riportando in scena quello spettacolo all’inizio del 2026.

5. Ciampi
Ci sono artisti che citano Piero Ciampi per darsi un tono. Giovanardi lo ha restituito al presente e fatto conoscere alla generazione alternativa di quella stagione irripetibile degli anni Novanta. Lo ha fatto con rispetto, senza trasformarlo in santino da nicchia: con la versione de Il vino portata nei concerti dei La Crus, migliaia di ragazzi sono andati a comprare i suoi dischi originali. Lui stesso ricorda l’ultimo concerto agli Arcimboldi, con Nada sul palco e 2500 persone che cantavano il ritornello. In Italia la memoria culturale viene spesso lasciata morire in silenzio. Questo è uno dei casi in cui non è successo.

6. Dentro me, Come ogni volta, Nera signora
Canzoni che sembrano arrivare da un luogo fuori dal tempo e che riescono a dare un nome a pensieri che erano già nostri, ma che non avevamo ancora saputo formulare. Le ascolti una seconda volta e ti sembra chiara una cosa: quelle parole ti appartengono. Hai la sensazione che siano sempre state lì, in attesa di essere riconosciute. È una qualità rarissima. Forse la più rara che una canzone possa avere.

7. Sanremo 2011
Porta a Sanremo Io confesso, ricostituendo i La Crus per quella settimana festivaliera. Struttura perfetta, un testo che guarda in faccia la colpa senza retorica, un arrangiamento costruito attorno alla voce. Un uomo solo davanti a ciò che ha fatto, niente di più. È una di quelle canzoni che ogni artista dovrebbe ascoltare prima di salire sul palco dell’Ariston, per capire cosa significhi scrivere davvero per Sanremo. Il Festival la manda a casa sesta e non si accorge che avrebbe dovuto vincere. A distanza di anni è ancora lì, immune al tempo; un diamante che continua a brillare.

8. Andare avanti
Resta una delle figure più importanti della musica italiana degli ultimi quarant’anni. Non si è trasformato nel sacerdote nostalgico degli anni Novanta, non ha inseguito il revival. Ha continuato a muoversi, collaborare, cercare, anche quando sarebbe stato più comodo vivere di rendita su quello che aveva già costruito.

9. E poi scegliere con cura le parole
Il nuovo album è uscito il 20 marzo per Woodworm. Cominciato prima del Covid, messo in pausa per la reunion dei La Crus, ripreso e chiuso nel 2022, pubblicato adesso. Molti testi sono nati a quattro mani con Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope, Giuseppe Anastasi in una sorta di collettivo della parola. Dal vivo lo porta in trio con due postazioni di tastiere, un impianto essenziale che richiama la new wave anglosassone. Lui lo descrive come il disco più esistenzialista che abbia mai fatto, attraversato da quella che chiama, citando Calvino e le sue Lezioni americane, una “leggerezza pensosa”. Da ascoltare subito: Anni Zero, Il buio nella pelle, La coscienza della mia generazione.

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Buon ascolto!

9 Canzoni 9 … di Mauro Ermanno Giovanardi

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Più che una band, una “Dimensione”. Eccoli i Brama mentre danno ordine al caos

6 June 2026 at 05:50

Nel giro di pochi anni i Dimensione Brama sono passati dai live abusivi sui tetti di Roma durante il Covid-19 ai palchi televisivi di X-Factor, portandosi dietro un immaginario alto in cui convivono Bertolt Brecht, TikTok, David Bowie, Joy Division e i CCCP, la tragedia trasformata in contenuto e la sensazione costante che il mondo stia andando in malora. Qualcuno li ricorderà proprio per il passaggio nel talent di Sky, quando Manuel Agnelli, dopo una loro reinterpretazione degli Smiths, commentò che era come aver costruito un parcheggio sopra la sua adolescenza. Con Teatral Politik la band romana prova a dare una forma al suo caos: dentro ci sono politica-spettacolo, collasso emotivo, desiderio, alienazione digitale e una domanda che torna continuamente durante la conversazione: cosa significa fare arte oggi, in un’epoca in cui tutto sembra diventare immediatamente consumo, estetica, distrazione? Li ho raggiunti poco prima dei loro live tra Roma e Milano.

Vi definite “dimensione”, non band: state creando musica o un luogo in cui rifugiarvi per tempi meno buoni?
Entrambe le cose. L’immagine del rifugio, dell’autarchia, della città che resiste, ci appartiene molto. Stiamo cercando un modo e un senso per fare arte oggi, e questa ricerca si intreccia continuamente con una domanda: a cosa serve fare musica? E a chi serve? Il presagio di tempi più oscuri lo sentiamo tutti. Attorno a noi percepiamo un clima da ‘si salvi chi può’, ma non vogliamo accettarlo come destino. Altrimenti basterebbe cercare un lavoro stabile, una casa, accumulare denaro e chiudersi lì. Noi stiamo provando a costruire qualcosa che abbia una prospettiva più lunga.

Nel vostro immaginario convivono punk e barocco, X-Factor e Brecht: da dove nasce questa necessità di tenere insieme cose che sembrano incompatibili?
Probabilmente dal fatto che siamo un gruppo di persone diverse. Ognuno vive dentro la propria trama e tutte queste necessità finiscono per confluire nello stesso progetto. Al liceo un professore ci disse una cosa che ci è rimasta impressa: esiste una medicina per l’anima e sono le belle parole. Non solo quelle dei libri, ma anche quelle. Da lì nasce un immaginario in cui la cultura cosiddetta alta si mescola con il pop, il trash, TikTok, la psicanalisi e tutto ciò che attraversa il presente. Siamo figli del nostro tempo e passare da Brecht alla cultura pop ci sembra naturale.

Brama deriva da un termine germanico che significa “urlo”: cosa cercavate di urlare quando siete nati nel 2021?
Venivamo dalla pandemia, da un momento storico che ha lasciato un segno molto profondo. Quell’urlo era insieme liberazione, paura, rabbia. Ma dentro c’è anche il significato italiano della parola: desiderio. Un desiderio ostinato, difficile da sradicare. All’inizio eravamo un collettivo enorme, poi il progetto si è trasformato. La necessità però era chiarissima: volevamo fare concerti, stare insieme alle persone. Non siamo partiti pensando a Spotify o a X-Factor. Volevamo riunire corpi e creare comunità in un momento in cui il senso di prossimità tra gli esseri umani sembrava sgretolarsi.

Che ricordo avete del vostro primo concerto?
Il primo concerto fu completamente abusivo: fine 2021, un terrazzo nel centro di Roma, il G7 in città, gli elicotteri sopra la testa. A un certo punto arrivarono i carabinieri per fermarci, ma riuscimmo comunque a concludere il live. Paradossalmente fu proprio quella serata a farci capire la forza di ciò che stavamo costruendo.

A un certo punto siete finiti a X-Factor: vi sentite adatti a quel mondo o vi siete sentiti degli infiltrati?
Entrambe le cose. Sentivamo che quel contesto poteva appartenerci e allo stesso tempo avevamo la sensazione di essere infiltrati. Ci interessava osservare da vicino il rapporto ambiguo tra autenticità e spettacolarizzazione delle emozioni. La cosa che ci ha colpito davvero è stata scoprire quanto poco controllo abbiano i concorrenti. Più si va avanti e più ci si accorge che esiste un copione implicito, anche se nessuno lo dichiara apertamente. All’inizio ci sentivamo molto più liberi, poi arrivavano indicazioni precise: stare fermi sul palco, incarnare una certa eleganza, non essere troppo punk perché quel ruolo era già occupato, non essere troppo altro perché c’era già qualcuno a rappresentarlo. È interessante perché questa pressione non agisce soltanto sull’estetica, ma finisce per entrare dentro le persone.

E il rapporto con i giudici? Manuel Agnelli, dopo una vostra esibizione, sembrava molto contrariato…
Lì c’è stato soprattutto un equivoco. Poco prima dell’esibizione si stacca il jack della chitarra e siamo costretti a fermarci. Mentre i tecnici lavorano al problema, improvvisiamo un can can delirante in mezzo al pubblico. Per noi era un momento spontaneo, quasi clownesco. Per Manuel fu una mancanza di rispetto verso il brano che stavamo suonando, perché lui ha una concezione molto sacrale della musica. Il paradosso è che quel pezzo lo avevamo scelto per omaggiare il giornalista Ernesto Assante, che ci aveva sempre incoraggiato a partecipare al programma. Dopo la sua scomparsa siamo stati contattati dalla produzione e abbiamo vissuto tutto con un forte coinvolgimento emotivo. Quella cover era dedicata a lui.

Nel nuovo album parlate di un mondo che “va a fuoco e sembra anche bello”: quanto vi spaventa il fatto che siamo capaci di trasformare qualsiasi tragedia in estetica?
La tragedia oggi viene continuamente trasformata in immaginario. Ma nel momento in cui diventa soltanto estetica, smette di essere tragedia. Non si tratta di censurarla, ma di continuare a riconoscerla per quello che è. Il problema è che ormai la tragedia è ovunque: nei telegiornali, nei feed, nelle immagini che scorrono senza sosta. E questa esposizione permanente produce assuefazione. Forse la forma contemporanea della censura consiste proprio nel mostrare tutto, fino a rendere tutto invisibile.

Il disco si intitola Teatral Politik, come a sottolineare che è lo spettacolo ad aver preso il posto della politica…
Per esistere davvero, la politica avrebbe bisogno di capacità, profondità e lungimiranza. Qualità che sembrano rare sia nella vita pubblica sia in quella privata. Oggi i politici assomigliano sempre più a influencer. La politica sembra ormai una serie televisiva, c’è uno scollamento crescente tra rappresentazione e realtà e noi consumiamo tutto questo come intrattenimento.

Tra dieci anni, cosa sperate di non essere diventati?
Avidi. E aridi. Vorremmo soprattutto evitare di diventare la copia di noi stessi. Ci affascinano modelli come i Nomadi o i Gong: esperienze capaci di attraversare il tempo trasformandosi continuamente senza perdere la propria identità. Insomma, preferiremmo lasciare un’eredità che altri possano raccogliere e reinventare.

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A giugno apre a Bari il Centro Europeo Ricerche Musicali, il fondatore: “Sarà un acceleratore professionale per tutto il territorio”

4 June 2026 at 16:15

Da giugno a Bari suonerà una melodia diversa. Nel capoluogo pugliese aprirà il Cerm, Centro Europeo Ricerche Musicali, un istituto di formazione, un luogo dove i giovani potranno studiare l’universo della musica e il suo funzionamento. Fondato e diretto da Antonio Princigalli, il Centro vuole essere un “acceleratore professionale, creativo e culturale”, come lo definisce lui stesso, un’occasione per apprendere, condividere e sviluppare le conoscenze relative a ogni aspetto dell’ecosistema del settore e dove favorire la crescita occupazionale.

I primi corsi istituiti per l’anno accademico 2026/2027 saranno presentati agli open days previsti il 13, 20, 27 giugno e il 4 luglio. Si tratta di Music Business e Management, con Dino Lupelli e il contributo di oltre trenta docenti; Fundraising e relazioni istituzionali, coordinato da Silvia Tarassi; From Sound to Story, dove Dario Tatoli sarà un maestro per chi vuole imparare a raccontare storie tramite il suono; Tecnico/a Audio Video Luci; Oltre l’Oriente immaginato, nel quale Nabil Bey Salameh offrrirà una panoramica critica e approfondita del mondo arabo attraverso la musica; e infine il Corso Popolare di Chitarra grattugiata in cui Massimo Zamboni suggerirà un “manuale d’istruzioni per sopravvivere suonando”.

“Il sistema musicale va rigenerato di continuo”. spiega Princigalli al Corriere della Sera. Serve immettere nuova linfa vitale in un settore in “netta involuzione a livello nazionale e regionale”, anche perché, come racconta, “ho sempre considerato quello musicale un sistema produttivo che, come gli altri, sopravvive e si sviluppa solo se c’è una ricerca continua, se c’è nuova produzione, nuovi ricercatori, nuove aziende”. Una mancanza di cui invece il manager si è accorto circa dieci anni fa: “In Italia e nella nostra regione (la Puglia ndr) c’è un tappo generazionale gigantesco”, conclude.

Il Cerm darà quindi vita a un vero punto di riferimento per la musica sul territorio, attraverso corsi, seminari, masterclass e workshop. Un’iniziativa che ha già avuto un grande seguito con più di venti partner tra festival, agenzie, centri di produzione ed etichette. Si tratta di alcune delle realtà più vivaci del panorama nazionale e regionale: secondo l’Osservatorio culturale della Puglia, nel 2024 nelle Regione i soli festival ed eventi musicali hanno creato oltre 1.200 posizioni lavorative stagionali. Occorre quindi avere figure professionali sempre più specializzate per un settore chiave nell’economia del territorio. Su questa scia, oltre allo studio, ci sarà in parallelo l’attività di ricerca, motivo per il quale è stato istituito un fondo aperto all’implementazione da parte di enti pubblici e soggetti privati con il quale si promuovono e sostengono la produzione creativa di artisti emergenti. Ci si dedicherà anche allo studio del patrimonio musicale materiale e immateriale e ai progetti sull’evoluzione dell’ecosistema musicale in tutte le sue declinazioni, con un focus specifico sullo sviluppo dell’ecosistema locale. A gennaio 2027 saranno pubblicati i primi avvisi di borse di ricerca.

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De Gregori, e il florido mercato degli artisti engagé

2 June 2026 at 03:45

Lo vedo passare, il Principe, la mattina per il Lungotevere della Vittoria: leggero, scivola via e intorno a lui il vuoto. Nessuno che osi disturbare il suo cammino, chiedergli un selfie. Francesco De Gregori è un atipico pezzo di Roma, quella che non indulge alla caciara e alla cordialità finta e appiccicosa da circolo sul Tevere (dove, al massimo, in anni lontani sarà entrato per portare i figli a nuoto, da tipico padre collaborativo di Roma Nord, forse).

Francesco De Gregori, in cinquantatré anni, ha scritto a sua volta pezzi di storia della vita di tanti, da quando frequentava il Folkstudio ai primi concerti in un cinema-teatro dietro la Tiburtina, dove si alzava immancabile il pugno quando annunciava che avevano ammazzato Pablo, perché non avevamo capito niente, come al solito. Una sera Lucio Dalla salì sul palco per un duetto di “Anidride solforosa” di Roberto Roversi. Succedeva anche questo, ai tempi: altro che le finte ospitate casuali dei costosi concertini di oggi.

Fino ai suoi immancabili concerti natalizi al Teatro Tenda di piazza Mancini, con cui si scandivano amori importanti e sofferti.

Che io mi ricordi, la sua canzone più politica è “Storie di ieri”, la prima in cui, negli anni Settanta, veniva pronunciato il nome di Mussolini per definirlo un «poeta truffatore».

Certo, anche “Viva l’Italia”, ma lì cantava un Paese idealizzato che si stringeva «ad occhi aperti nella notte triste» della strage di piazza Fontana e che si sarebbe riunito, di lì a pochi anni, per l’ultima volta intorno al feretro di Enrico Berlinguer.

Un Paese che forse non è mai esistito e oggi è sparito, ma a cui si poteva guardare anche con empatia e pietà, come il piccolo cuoco di Salò alle prese con la Storia che gli passa accanto in un’Italia che muore nel suo ultimo grande lavoro, “Amore nel pomeriggio”, del 2001.

Fondamentalmente Francesco De Gregori al “popolo de sinistra” è sempre stato estraneo. Ha raccontato scenari surreali (“Alice”), metafore (“Bufalo Bill” e “Titanic”), solitudini di donne cannone e leve calcistiche, sospeso tra Bob Dylan e Leonard Cohen. Ha raccontato storie intime e individuali. Il resto non gli ha mai interessato e, proprio per questo, subì un traumatico processo a scena aperta il 2 aprile 1976 al Palalido di Milano.

Durante il tour di “Bufalo Bill “(e non era un caso: l’uomo diventato simbolo, suo malgrado, di qualcosa di molto più grande), fu accusato e minacciato – si parlò di una pistola mostrata in pubblico – da membri di Autonomia Operaia, gruppo estremista, di essersi venduto al capitale, di essere diventato l’artista commerciale di “Buonanotte fiorellino”, di sfruttare i suoi ammiratori costretti a pagare (millecinquecento lire, oggi circa settanta centesimi) per ascoltarlo.

Raccontano le cronache che sul palco «un uomo dalla barba bianca, dall’età indefinibile, prende la parola: “La rivoluzione non si fa con la musica. Prima si fa la rivoluzione, poi si pensa alle arti e alla musica. Lo diceva anche Majakovskij, che era un vero rivoluzionario, e si è suicidato. Suicidati anche tu”».

De Gregori ascolta pallido e silenzioso. Mormora al microfono: «Forse sono una vittima dell’industria». Riesce a raggiungere il camerino, distrutto, e conclude: «Stasera mancava solo l’olio di ricino».

Esattamente mezzo secolo dopo, un altro uomo di età indefinibile, capelli e baffetti bianchi, è salito sul palco per fargli il processo sul suo silenzio riguardo al «genocidio di Gaza». L’uomo è Gino Castaldo, critico musicale di Repubblica, immortalato dalla Gialappa’s come un omino seviziato da Ema Stokholma.

Castaldo non lo invita al suicidio, ma a pentirsi di non aver condannato con le giuste parole l’eccidio di settantamila gazawi, per molti evidentemente del tutto sovrapponibile a quello di milioni di ebrei. Forse la vera colpa è di non aver sdoganato la grande voglia di antisemitismo che gira nell’aria.

Dall’Italia del 12 dicembre a quella di Zerocalcare non è cambiato nulla. O forse è cambiato tutto. De Gregori scivola via sul Lungotevere mentre «i gatti guardano nel sole».

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