Meno che discreta la prima. Pur considerando la forza dell’avversario. Pronti, via: il Brasile di Ancelotti parte piano. Poi di strada ne farà, il percorso è lungo. Quanta ne farà, è presto per dirlo, ma certo per ora non sembra all’altezza delle grandi favorite del torneo, Francia, Spagna, Argentina… Il Marocco invece si presenta con una veste tutta nuova, più giovane e più offensiva, sbarazzina, talvolta persino troppo, ma si conferma all’altezza della nazionale che quattro anni fa stupì il mondo arrampicandosi fino alla semifinale. E’ stata comunque una partita interessante: di buon livello il primo tempo, meno brillante il secondo, e non per colpa del caldo, assolutamente accettabile, 30 gradi all’inizio, 28 alla fine, con umidità introno al 45%.
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Se non fosse stato per le magliette indossate, stavolta per fortuna quelle tradizionali, all’inizio e poi anche per altri larghi tratti della partita, il Marocco sembrava il Brasile e il Brasile sembrava il Marocco. Da una parte, calcio bailado, ritmi alti, fantasia, eccellente tecnica individuale, il tutto condito con grandi sorrisi dei giocatori che si divertivano a fare quello che stavano facendo. Era il Marocco, non il Brasile. Dall’altra parte, una squadra attendista, piuttosto lunga, più preoccupata di difendere che di attaccare, con i funamboli là davanti troppo distanti da centrocampisti e difensori, tutti persino un po’ distratti. Era il Brasile, non il Marocco. Strano, anche perché il Marocco che ci ricordavamo, quello del 2022, era una formazione che si basava soprattutto su una grandissima solidità difensiva. Evidentemente, il cambio di allenatore ha determinato un rovesciamento delle caratteristiche della squadra. Costretto alle dimissioni nonostante il successo (a tavolino) in Coppa d’Africa, anzi proprio perché non aveva vinto la finale sul campo, il ct Regragui, autore dell’impresa in Qatar, è stato sostituito da Mohamed Ouahbi, che alla guida della Under 20 marocchina aveva conquistato il titolo mondiale di categoria. Dominio del gioco, aggressività e pressing, anche alto, i suoi principi di gioco. Che si sono visti subito. Mezz’ora di ottimo calcio e bellissimo gol del vantaggio.
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Poi è apparso Vinicius, la stella che tutti aspettavano. Anche con un po’ di pressione addosso: 9 gol segnati in Nazionale in 49 presenze venivano giudicati, in Brasile e non soltanto in Brasile, troppo pochi rispetto alla qualità del giocatore. Lasciato a se stesso nelle prime battute della partita, a un certo punto ha deciso di fare da solo, è tornato sulla linea di metà campo, è partito palla al piede, ha chiesto e ottenuto un triangolo con Bruno Guimaraes, è arrivato in area quasi sulla linea di fondo, si è fermato, è tornato indietro, dribblando il romanista El Aynaoui, è rientrato sul destro e ha infilato l’incrocio dei pali. Una fiammata che ha svegliato il Brasile fin lì dormiente. Poi Vinicius si è di nuovo un po’ spento, anche per merito di Hakimi, con cui ha dato vita a una serie di duelli davvero godibili.
In realtà, a modificare l’andamento della partita è stata anche una mossa tattica di Ancelotti. Aveva cominciato con Paqueta sulla destra e Rafinha alle spalle del disastroso centravanti Igor Thiago e quando ha scambiato le posizioni dei due le cose sono andate meglio. Pure le sostituzioni decise nella ripresa (Fabinho per Casemiro e poi Cunha al centro dell’attacco) hanno consentito al Brasile di riprendere un po’ il controllo del gioco. Per quanto alla fine i dati dicono che il Marocco è riuscito ad avere il 49% di possesso palla. Che contro cotali avversari non è niente male. Addirittura al nono minuto di recupero del secondo tempo i marocchini hanno avuto la grande occasione per vincere: solo un doppio intervento salvavita di Alisson, prima su un insidiosissimo tiro da lontano e poi sul tap in successivo, ha evitato al Brasile di cominciare il suo Mondiale con una sconfitta. Particolarmente sotto tono il centrocampo brasiliano: spesso in inferiorità numerica e sempre in difficoltà contro la pressione organizzata degli avversari.
Il Marocco ha messo in evidenza anche alcune individualità che andranno seguite con attenzione nel prosieguo del Mondiale. Su tutti, Ayyoub Bouaddi, 18 anni ma personalità da trentenne, centrocampista sicuro e dominante in tutte le zolle: titolare nel Lille, esordiente in Conference League a 16 e 3 giorni, in più giovane debuttante nelle coppe europee, in marzo ancora aveva giocato nella Under 21 francese prima di scegliere il Marocco. Poi il solito Brahim Diaz, con le sue traiettorie visionarie, come quella che ha propiziato il vantaggio marocchino, chissà se Mourinho lo lascerà andare alla Juventus, peccato sia stato costretto a uscire da un infortunio, speriamo per il bene del Mondiale che non sia grave. E ancora, Ismael Saibari, goleador di serata, migliore giocatore dell’ultimo campionato olandese, 15 gol nel Psg, 19 contando anche le euro-coppe, ma giocando da trequartista, suo ruolo naturale, non da centravanti come deve fare nel Marocco.
Insomma, volevamo scoprire il nuovo Brasile e invece abbiamo (ri)scoperto un nuovo Marocco. Ancelotti, non esattamente il volto della felicità, ha ammesso che la squadra deve migliorare, appellandosi all’inevitabile tensione del debutto. Vedremo. Prossima fermata: Scozia.
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