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L’indecente ipocrisia di Conte sull’Ucraina

11 June 2026 at 10:57

La risoluzione presentata dal Movimento 5 stelle sulle comunicazioni della presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno impegna il governo a «interrompere gli aiuti militari alle autorità governative ucraine, implementando allo stesso tempo le misure di sostegno umanitario e gli aiuti alla popolazione civile e nel prossimo futuro a sostenere il processo di ricostruzione, nell’interesse del popolo ucraino e della stessa Europa».

Poche volte in vita mia ho visto una dimostrazione di ipocrisia più rivoltante. In altre parole, si chiede di non inviare più agli ucraini i sistemi di difesa con cui intercettano i missili che ogni giorno i russi scagliano contro case, ospedali, scuole e parchi giochi; in compenso, però, si promettono «aiuti umanitari» alla popolazione civile lasciata indifesa sotto le bombe e persino soldi per la ricostruzione di quelle stesse case, aziende e infrastrutture che si intende lasciare radere al suolo.

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Meloni non si merita il regalo di una simile opposizione

11 June 2026 at 06:01

Ho taciuto ostinatamente per un’intera settimana. Non ho detto nulla quando Elly Schlein, dopo lunga vacanza, non sapendo che dire, ha buttato lì la proposta della patrimoniale, senza nemmeno sforzarsi di precisare esattamente contro chi e per fare cosa. Non ho detto niente quando, il giorno dopo o forse già il giorno stesso, com’era ovvio, i suoi più furbi alleati e concorrenti si sono affrettati a dire che per loro non se ne parlava neanche. Non ho detto niente quando, tre o quattro giorni dopo, Schlein ha cominciato la prevedibile ritirata, biascicando che comunque non era nel programma della coalizione (messaggio neanche tanto subliminale all’elettorato: sì, l’ho detto, ma di che vi preoccupate, tanto mica conto qualcosa). Non ho detto niente per giorni, mentre i quotidiani della destra ci riempivano le prime pagine, augurandomi che un asteroide, un’invasione aliena, un cataclisma di qualsiasi genere distraessero finalmente l’opinione pubblica e deviassero il dibattito. Non ho detto niente di niente fino a ieri, quando ho ascoltato Giorgia Meloni ribattere gongolante, davanti alla platea di Confcommercio (e dove se no?), che «altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo, un patrimonio». Ho resistito finché ho potuto.

Personalmente, intendiamoci, non sono affatto contrario alla patrimoniale. Quello che mi fa impazzire è che buttarla lì così, senza chiarire chi (e quanto) ci rimetterebbe, né chi da una simile manovra trarrebbe beneficio, significa spaventare il novantanove virgola nove per cento dell’elettorato per eccitare lo zero virgola uno, che si esalta al solo sentire la parola (se è una strategia di tipo para-maoista per consolidare la propria leadership, magari in vista delle primarie, complimenti per la lungimiranza).

C’è però in questa mossa qualcosa di ancora più incredibile, ed è che tutto questo – la dichiarazione in termini vaghi e autolesionistici, l’immediata sconfessione da parte degli alleati, la ritirata ignominiosa tra i fischi del pubblico e l’esultanza degli avversari – è già accaduto, pari pari, appena otto mesi fa. Tanto è vero che sulla Linea del 12 novembre 2025, come potete constatare, avevo già commentato l’intera tarantella del «maldestro e autolesionistico rilancio della patrimoniale», un caso di «purissimo feticismo lessicale che non ha niente a che vedere con la realtà, e sembra fatto apposta per squalificare sia la proposta in sé sia i proponenti (non per niente Conte, che di tutto il gruppo è decisamente il più furbo, ne ha subito approfittato per prendere le distanze e distinguersi da Pd e Avs)». Siamo sempre lì. E io infatti continuo a pensare che una tassa patrimoniale coi fiocchi ce l’avevamo, si chiamava Imu, messa da Mario Monti e tolta dal Pd, ma ovviamente dire tassa sulla prima casa, evocando addirittura Monti, non raccoglierebbe nemmeno un applauso in nessuna assemblea di istituto, apericena impegnato o dibattito post-cineforum. E certo non sarebbe un grande slogan per la campagna elettorale, anche per le ragioni spiegate da Guia Soncini, e cioè che «siamo una repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti», le quali «hanno comprato come seconda casa quella in cui i nipoti andranno a vivere».

Ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è non avere niente da dire su niente, mai, e pensare che dire «patrimoniale» ti farà comunque prendere gli applausi delle persone con cui vai a cena. Ecco qual è il problema: il feticismo lessicale, che è l’altra faccia dell’assoluto vuoto di idee e convinzioni. Il problema è che il Pd di Schlein è un partito che fa solo battaglie simboliche, guidato da dirigenti che parlano solo a quelli che condividono il loro stesso gergo, i loro stessi tic linguistici e ideologici, che pensano di andare alle elezioni, in Italia, scrivendo sulla propria bandiera «Patrimonalə», con la schwa.
Chi può, faccia qualcosa. Meloni non merita un simile regalo.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Vannacci non è un problema per la destra liberale

10 June 2026 at 05:53

In questi giorni si parla molto del generale Roberto Vannacci, per i sondaggi sempre più incoraggianti, per il successo di pubblico delle sue iniziative e per il crescente numero di parlamentari che abbandonano i partiti del centrodestra, specialmente la Lega, per passare con Futuro nazionale. Si dice che il centrodestra si trovi ora in grave difficoltà: tenerlo fuori significherebbe rinunciare a un pacchetto di voti che i sondaggi cominciano valutare piuttosto consistente, e in crescita; riaccoglierlo dentro, potrebbe significare perderne altrettanti al centro, oltre a creare ovvi problemi agli alleati, e anzitutto alla Lega da cui è uscito con una scissione a freddo, poco dopo esservi entrato (ed essere stato eletto parlamentare europeo, e pure vicesegretario del partito). Per non parlare dei problemi relativi alla politica estera, posti dalle sue posizioni smaccatamente filorusse. Tutto perfettamente comprensibile. Al tempo stesso, però, c’è qualcosa che non mi convince nel modo in cui la vicenda viene raccontata e analizzata. In breve, non penso che il generale Vannacci, con le sue posizioni, costituisca un problema per la destra liberale, per la semplice ragione che in Italia la destra liberale non esiste.

Non voglio rivangare vecchie polemiche su Silvio Berlusconi e la natura del berlusconismo che non mi appassionavano nemmeno quando Berlusconi era vivo, figuriamoci adesso. Ricordo solo agli smemorati che alle elezioni del 2006 la coalizione guidata dal Cavaliere comprendeva il Movimento sociale – Fiamma Tricolore, quello fondato da Pino Rauti in contrasto con la svolta di Fiuggi del Msi di Gianfranco Fini, nonché Forza Nuova di Roberto Fiore e Fronte sociale nazionale di Adriano Tilgher, federati con Libertà di azione di Alessandra Mussolini sotto il simbolo, di sicuro richiamo per i rispettivi elettorati, «Alternativa sociale con Musssolini» (e c’era pure una lista «No euro iniquo»).

A conferma del fatto che già vent’anni fa, nel centrodestra guidato da Berlusconi, non costituiva nemmeno motivo di discussione accogliere nella coalizione movimenti e leader neofascisti come quelli summenzionati, personaggi con ruoli non secondari nella storia dell’eversione nera, rispetto ai quali i giochi di parole di Vannacci sulla Decima Mas, francamente, appaiono cose da bambini. Non voglio ripetere quello che qui ho già scritto e declamato, e che vi invito a non rileggere né riascoltare, ammesso lo abbiate mai fatto, affinché io possa rivendervelo come nuovo alla prima occasione (cioè molto presto, visto il tasso di innovazione della politica italiana), ma il punto è sempre quello, c’è poco da fare: la logica centrifuga del bipolarismo maggioritario.

Contrariamente alla favola propalata dai suoi indefessi sostenitori, secondo cui il meccanismo avrebbe portato gradualmente alla costituzionalizzazione delle estreme, quello che è accaduto in questi trent’anni è semplicemente che le posizioni delle frange più estreme sono diventate la bandiera delle maggioranze. Del resto, non c’è una sola parola, iniziativa o slogan lanciato da Vannacci, dalla remigrazione alla propaganda putiniana, che non sia stato già ampiamente sbandierato, a suo tempo, da Lega e Fratelli d’Italia. Dunque, al di là delle questioni personali e di potere, se restiamo sul piano delle idee e dei valori, non si vede proprio perché mai adesso dovrebbero fare tanto i difficili.

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L’Ucraina resiste meglio della Russia alle difficoltà di una guerra lunga

3 June 2026 at 11:58

Gli atroci bombardamenti sui civili scatenati dalla Russia, che continuano a colpire edifici residenziali e persino un parco giochi, dimostrano la malvagità di chi prende di mira consapevolmente uomini, donne e bambini, e anche di chi continua a battersi per negare l’invio di sistemi antimissile a Kyjiv. Ma non cambiano il risultato sul campo.

Anche Foreign Affairs scrive ormai che l’Ucraina ha rovesciato la situazione. Per tutto il 2024 e buona parte del 2025, osserva Jack Watling, la Russia è riuscita a reclutare più uomini di quanti ne perdesse al fronte, mentre il contrario accadeva all’Ucraina, e così Putin poteva ritenere che col tempo, sia pure al prezzo di un numero di perdite esorbitante, avrebbe raggiunto i suoi obiettivi, dunque non aveva motivo di trattare.

Ora però la situazione si è rovesciata, sia per il modo in cui le forze armate ucraine hanno saputo riorganizzarsi, e utilizzare al meglio l’innovazione tecnologica per impedire l’avanzata del nemico e al tempo stesso colpire in profondità sul territorio russo, sia per la crescente inefficienza, corruzione e impreparazione degli invasori. Esempio: «In un esercito in cui la logistica è coordinata in modo preponderante tramite Telegram, ma in cui Telegram è vietato, un addetto alla logistica coscienzioso corre un alto rischio di essere fermato dalla polizia militare ed essere costretto a scegliere tra pagare una tangente e venire riassegnato alle unità d’assalto».

Per tutte queste ragioni vi sono alte probabilità che la Russia cominci a prendere seriamente in considerazione l’idea di un cessate il fuoco. Resta da vedere, ma è un punto che l’articolo non affronta, se l’eventuale accordo segnerebbe effettivamente la fine della guerra e del progetto imperialista del regime putiniano, o invece solo una breve pausa, o addirittura una tregua di facciata, funzionale a preparare il terreno per nuove aggressioni, come avvenne di fatto con la vergognosa pace di Minsk.

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Trump si dimostra più lucido degli apologeti di Netanyahu

3 June 2026 at 06:01

La telefonata rivelata da Axios in cui Donald Trump rovescia la sua epic fury su Benjamin Netanyahu, dicendogli improvvisamente la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità («Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo») dimostra anzitutto due cose. La prima è che Trump, pur mentendo costantemente e spesso anche delirando in pubblico, in privato è molto più lucido di quanto sembrerebbe; la seconda è che è comunque molto più razionale di tanti apologeti di Netanyahu, e di tutti coloro che si ostinano a imbastire implausibili difese dell’indifendibile, danneggiando la loro causa e la loro credibilità. Per colpa di Netanyahu, che a quest’ora dovrebbe essere in galera da un pezzo, oggi tutti odiano Israele, come testimonia lo sfogo del suo ultimo sostenitore rimasto sul pianeta. Il che ovviamente non vuol dire che di questa situazione Netanyahu sia l’unico e solo responsabile, come dimostra il fatto stesso che ci sia ancora qualcuno, persino in Italia, che ha il coraggio di difenderlo. Del resto, più passa il tempo e più l’assoluta indifferenza per le vittime degli attacchi israeliani (o delle violenze dei coloni) avvicina i commentatori filo-Netanyahu alle vette di cinismo, disprezzo della logica e della vita umana del circo filo-putiniano.

C’è chi dice che non esistano in Italia sostenitori disinteressati di Vladimir Putin, ma è una teoria che mi convince poco e mi piace ancora meno, non foss’altro perché «chi ti paga?» è il tipico grido di battaglia degli sbandati organizzati e aizzati dai troll del Cremlino, e lo lascio volentieri a loro. Ma comincio a pensare che, tanto per i sostenitori di Putin quanto per quelli di Netanyahu, la disarmante sincerità di Trump, la sua fanciullesca inconsapevolezza, la trasparente, spudorata, evidente empietà dei suoi metodi e dei suoi fini possano avere paradossalmente un effetto catartico, mostrando al mondo intero la patetica inconsistenza di tutte le loro narrazioni e giustificazioni.

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Quelli che usano la libertà d’espressione contro la libertà

2 June 2026 at 06:42

In questi giorni, forse anche perché legittimamente annoiati dal delirio di onnipotenza trumpiano da un lato e dal delirio d’impotenza della politica italiana dall’altro, in tanti ci siamo esercitati su un certo numero di polemiche che ruotavano tutte, per un verso o per l’altro, attorno alla libertà d’espressione, il più malinteso e manipolato tra i valori della democrazia liberale, divenuto non per caso la bandiera di tutti i peggiori fascismi in circolazione.

Dall’intervista di Erri De Luca su Gaza fino alle parole di Enrico Mentana sulla programmazione della 7, passando per le dichiarazioni di Francesco De Gregori contro certe pose da artisti impegnati e per l’annullamento del concerto di Kanye West a Reggio Emilia, su giornali, talk show e social network praticamente non si parla d’altro, da giorni. Il problema è che se ne parla male. Quindi vi dico subito in modo chiaro e semplice come la vedo io: quello che conta, nella libertà di espressione, è la libertà, non l’espressione.

Consentire una serie di letture pubbliche del Mein Kampf nel ghetto di Roma sarebbe certamente un modo esemplare di assicurare la facoltà di esprimersi di migliaia di antisemiti in camicia bruna, ma confliggerebbe con la libertà dei residenti e con il loro diritto a uscire di casa senza dover temere di venire aggrediti, linciati o ammazzati in mezzo alla strada. Fatta questa premessa di carattere generale, veniamo ai casi particolari e ad alcune necessarie distinzioni, cioè esattamente quello che a mio parere è mancato in un dibattito soffocato dalla logica dell’appartenenza tribale, o forse solo dall’attaccamento di tutti i partecipanti alle proprie ossessioni e idiosincrasie.

Sul caso che ha fatto più rumore – e ragionevolmente si è portato dietro gli altri, secondo la stessa logica per cui se un giocatore di golf uccide qualcuno a mazzate in modo particolarmente efferato, per i successivi due mesi giornali e tv si riempiono di serial killer golfisti, magari anche solo amatori, o al limite spettatori occasionali – ho già scritto qui in dettaglio, dunque mi limito a sottolineare un punto. E cioè che si può benissimo condividere la riprovazione di De Luca per l’uso ritorsivo del termine «genocidio» contro Israele, senza però accettare la sua giustificazione dei massacri di Gaza con l’argomento secondo cui «il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto», e ancor meno l’assurdo parallelo con Mosul, Raqqa e Mariupol. Allo stesso modo si può condividere la critica di De Gregori all’idea che l’artista debba dare al mondo continue lezioni di vita, politica e educazione civica (come mostrano di condividerla, su Linkiesta, Cataldo Intrieri e Guia Soncini), e trovare tuttavia insostenibile, ingeneroso e persino irritante indicare come esempio di un simile modo di fare proprio Bruce Springsteen.

Di fronte alle squadracce di Donald Trump che ammazzano cittadini in mezzo alla strada, e a editori multimiliardari di quotidiani e tv che gli baciano la mano, per non dire di peggio, il fatto che almeno lui alzi la voce e cerchi di scuotere il suo paese è un esempio di coraggio e dirittura morale per cui bisognerebbe ringraziarlo e rendergli onore, certo non sfotterlo. Quanto alle parole di Mentana sulla linea antigovernativa dei talk show della 7, il punto è semplicemente che l’espulsione dalla Rai di programmi e conduttori non allineati ha fatto la fortuna della concorrenza (vogliamo parlare dei dati di ascolto della Nove grazie a Fabio Fazio?) creando un vuoto, una distorsione del mercato, tra la Rai meloniana e la Mediaset berlusconiana, di cui per La 7 sarebbe stato folle non approfittare.

Lo scandalo, ovviamente, è il fatto che pressoché tutti o quasi tutti i giornalisti e conduttori di maggiore successo siano finiti su La 7, per l’intollerante prepotenza dei nuovi padroni della tv, al tempo del mono-duopolio meloniano Rai-Mediaset. Quanto infine alla polemica sul concerto annullato di Kanye West, rapper ultra-trumpiano che ha apertamente inneggiato a Hitler, mi colpisce solo per un aspetto: che ci ricorda una volta di più quanto la retorica sui rischi del nuovo antisemitismo da parte della destra trumpiana e filotrumpiana sia completamente fasulla e strumentale, e sia esattamente l’altra faccia della loro non meno fasulla e strumentale battaglia sulla libertà d’espressione: l’una e l’altra si traducono banalmente nel cercare scuse per ridurre al silenzio gli avversari politici e per diffondere in ogni modo ogni possibile discorso d’odio. Una manovra che come al solito vede convergere e confondersi, in una miscela esplosiva, furbacchioni di destra e fessi di sinistra.

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