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La Cassazione: “Siano a carico del Ssn le rette delle Rsa per Alzheimer avanzato, stato vegetativo permanente o patologie neurologiche degenerative gravi”

12 June 2026 at 17:55

“Tra il 27 e il 28 maggio 2026, la Corte di Cassazione ha depositato cinque ordinanze su casi distinti, tutte convergenti su un punto: chi ricovera in Rsa un familiare affetto da Alzheimer avanzato, da stato vegetativo permanente o da patologie neurologiche degenerative gravi ha diritto a che il Servizio Sanitario Nazionale copra l’intera retta”. A spiegarlo è una nota dell’associazione veronese di promozione sociale Noctua che sottolinea come la quota di compartecipazione che strutture e ASL hanno per anni richiesto alle famiglie non è dovuta.

La questione riguarda la cosiddetta lungoassistenza: la fase in cui il paziente non migliora né peggiora rapidamente, resta nella struttura per mesi o anni e le spese di ricovero continuano ad accumularsi. Le ASL chiamate in causa sostenevano che in questa fase trovasse applicazione automatica la ripartizione forfettaria dei costi al 50% prevista dalla tabella allegata al DPCM 29 novembre 2001, con metà della spesa di ricovero a carico di utente e/o del Comune. “La Cassazione ha chiarito che questa logica non regge quando le prestazioni erogate hanno ‘particolare rilevanza terapeutica’ e la componente sanitaria risulta inscindibile da quella assistenziale. In questi casi si applica l’articolo 3, comma 3, del DPCM 14 febbraio 2001: copertura totale a carico del fondo sanitario, ‘anche nelle fasi estensive e di lungoassistenza’ – spiega l’associazione veneta -. Il caso di riferimento è quello deciso con l’ordinanza n. 16601/2026 (R.G. 25695/2022, dep. 27 maggio 2026). La paziente, una donna veronese in stato vegetativo permanente da encefalopatia post-anossica, tetraplegica, tracheostomizzata, alimentata con sonda gastrostomica, è rimasta ricoverata in una struttura della provincia di Verona per quasi nove anni, dall’ottobre 2008 al marzo 2017. Le rette contestate ammontano a 169.408,85 euro (125.657,62 per il periodo ottobre 2008 – gennaio 2015 e 43.751,23 per il periodo febbraio 2015 – marzo 2017). Il Tribunale di Verona ha condannato la struttura a restituire 129.657,62 euro. La Corte d’Appello di Venezia ha confermato con sentenza n. 1818 del 3 agosto 2022. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell’ULSS n. 9 Scaligera”.

Poi c’è un’ordinanza relativa a una paziente con Alzheimer ricoverata in Emilia-Romagna, invalida al cento per cento, che “ha aggiunto un principio di rilievo: l’assenza di un piano terapeutico personalizzato formalmente redatto non esclude il diritto alla gratuità totale. La Cassazione ha riconosciuto che la gravità clinica dell’Alzheimer avanzato è documentata e nota; non occorre che ogni famiglia dimostri caso per caso l’intensità dell’assistenza ricevuta”. In primo grado la Cooperativa Proges era stata condannata a restituire 53.742,41 euro, la Cassazione ha ora confermato quella impostazione. Le altre tre ordinanze seguono lo stesso orientamento. “Sul piano pratico, le conseguenze sono due. I contratti di ricovero che pongono a carico dei familiari quote relative a prestazioni integralmente finanziate dal SSN sono nulli per violazione di norme imperative: non c’è causa giustificatrice, perché non si può assumere in via privata un’obbligazione che la legge assegna a un ente pubblico. Chi ha già pagato può chiedere la restituzione delle somme versate all’ASL territorialmente competente, agendo per indebito oggettivo ai sensi dell’articolo 2033 del codice civile. I termini di prescrizione ordinari decorrono da ogni singolo pagamento”, spiega ancora Noctua.

“La norma che impone la copertura totale da parte del SSN esiste dal 2001. Per vent’anni, ASL e strutture hanno applicato sistematicamente la ripartizione al 50% anche nei casi in cui era evidente che le prestazioni erogate fossero di natura sanitaria intensiva. Il caso veronese ha attraversato tre gradi di giudizio: in tutti e tre la famiglia ha ottenuto ragione. Ora la Cassazione ha chiarito il principio in modo netto, con cinque pronunce in quarantotto ore. Le famiglie che si trovano in questa situazione hanno argomenti solidi per agire”, commenta l’avvocato Maria Luisa Tezza dell’Ufficio Legale di Noctua APS. “Siamo soddisfatti che la Suprema Corte abbia confermato con chiarezza un principio che tutela le famiglie in una delle situazioni più difficili: quella di chi ha un congiunto gravemente malato e si trova a dover sostenere costi che la legge assegna al servizio pubblico”, aggiunge il presidente dell’associazione, Letizia Lanzi.

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Sostegno, boom del precariato: in dieci anni quasi quadruplicati i docenti in deroga

12 June 2026 at 07:00

La continuità didattica-educativa per gli alunni con disabilità in Italia resta una chimera. La situazione peggiora inesorabilmente in particolare per il sostegno scolastico. Negli ultimi dieci anni il numero dei posti di sostegno precari sono aumentati addirittura del 276%, quasi quadruplicando. Insegnanti con contratto a tempo determinato e spesso senza neanche una specializzazione sul sostegno sono passati da 33.371 nell’anno scolastico 2015-2016 a quota 125.462 nel 2024-2025. Un trend negativo che non si arresta, anzi. Il numero totale dei docenti sul sostegno precari è aumentato di oltre 92mila, con un incremento di circa 10mila insegnanti precari ogni anno. A renderlo noto è un’analisi di Tuttoscuola che riprende i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Se dieci anni fa il numero di posti precari rappresentava circa il 25% del totale di quelli attivati sul sostegno nelle scuole statali, l’anno scorso la cifra ha superato la metà con fortissime ricadute in primis sulla qualità della didattica e del diritto allo studio per gli studenti con disabilità motoria, sensoriale, intellettiva, cognitiva.

Secondo il report “il paradosso è che queste cattedre non hanno nulla di occasionale, dato che esistono ogni anno, aumentano costantemente e sono indispensabili per garantire (parzialmente, ndr) il diritto allo studio degli alunni con disabilità”. Nonostante queste evidenze, peraltro note e denunciate da associazioni ed esperti in materia, continuano a essere classificate come “in deroga”, creando sempre più nuovo precariato e praticamente rendendo quasi impossibile la stabilizzazione completa dell’intero personale docente coinvolto. I posti di sostegno “in deroga” sono quelle cattedre che vengono autorizzate dal ministero, annualmente, per rispondere ai bisogni degli studenti con fragilità ma che, secondo le norme in vigore, si perpetua a considerarle temporanee, senza essere definitivamente trasformate in posti stabili. Tuttoscuola riporta che su circa 350mila alunni con disabilità che frequentano le scuole statali, almeno 125mila hanno dovuto cambiare il proprio insegnante sul sostegno rispetto all’anno precedente, nonostante i circa 46mila supplenti confermati su richiesta delle famiglie, possibilità stabilita dal ministro Giuseppe Valditara, ma osteggiata dai sindacati e dal Consiglio superiore della pubblica istruzione.

Non è solo un mero problema di cifre ma soprattutto di scarsa qualità dell’istruzione e dei servizi educativi offerti agli studenti con bisogni complessi. “Quando si parla del diritto allo studio di alunni e di alunne con disabilità, non si comprende bene il perché, ma il tema scivola, inesorabilmente, solo sul numero dei docenti che vengono incaricati su posto di sostegno come unica prospettiva d’analisi e non sulla loro competenza, qualità, formazione”, denuncia a ilfattoquotidiano.it Evelina Chiocca, presidente della Federazione Osservatorio182 e tra i principali esperti di sostegno in Italia. “Senz’altro siamo in presenza di numeri assolutamente inadeguati che presentano un quadro negativo della situazione, ma vorrei che si ponesse l’attenzione più sulla mancanza di continuità didattica che provoca numerose criticità e gravi disagi che troppo spesso gli studenti con disabilità sono costretti a vivere, se non a subire”. Lo studio di Tuttoscuola sottolinea, tra i vari aspetti, anche le forti differenze territoriali con una crescita delle cattedre “in deroga” particolarmente forte nel Sud dove si concentrava il 36% del totale nazionale nel 2024-25. Ad esempio la Sicilia rappresenta il caso peggiore con 12mila posti precari sul sostegno, con un aumento del 794%, a fronte della Lombardia che nello stesso periodo ha visto incrementare i posti in deroga del 146%.

Chiocca, presidente anche del Coordinamento italiano insegnanti di sostegno (Ciis) e docente nei corsi universitari di specializzazione TFA sostegno, aggiunge che “l’alunno con disabilità vive ancora forme di emarginazione e troppo spesso viene considerato alunno del solo docente di sostegno”. L’esperta spiega che “non di rado l’alunno con disabilità è allontanato dalla classe e inserito in gruppi di “soli alunni con disabilità”, classi differenziali di fatto”. Un quadro che dimostra che spesso gli studenti con disabilità faticano a conseguire un diploma e subiscono forme di trattamento differenti dagli altri coetanei.

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Catanzaro per la prima volta avrà il suo Pride: sarà l’unico della Calabria. “Non bisogna avere paura di essere visibili”

12 June 2026 at 07:00

Per la prima volta nella sua storia, Catanzaro avrà il suo Pride. L’appuntamento è per il 9 agosto sul lungomare del quartiere Lido e rappresenterà l’unica manifestazione regionale dedicata ai diritti della comunità LGBTQIA+ in Calabria nel 2026. Un evento storico per il capoluogo di regione, che arriva dopo anni in cui i Pride in Calabria si sono svolte in modo frammentato e non continuativo a Cosenza e Reggio Calabria. Il Catanzaro Pride nasce dall’esperienza di “Road to Pride”, una serie di iniziative che nell’ultimo anno hanno attraversato il territorio con presentazioni di libri, incontri pubblici e momenti di confronto sui temi dei diritti e dell’inclusione. Un percorso costruito dal basso che ha coinvolto associazioni, sindacati, partiti, collettivi e cittadini. “Il percorso è cominciato un anno fa, con un presidio che ha dato il via a questa esperienza”, racconta a ilfattoquotidiano.it Giovanni Carpanzano, presidente di Arci Equa e tra i promotori dell’iniziativa. “L’importanza di farlo a Catanzaro è molteplice: è il capoluogo di regione ed è un punto di riferimento per tutta la Calabria. Ci siamo sempre chiesti se fosse arrivato il momento di organizzare un Pride qui, ma prima non c’erano le condizioni. Con l’attuale amministrazione siamo riusciti ad aprire un dialogo e a costruire un percorso condiviso”. Per Carpanzano il Pride rappresenta anche una battaglia. “Abbiamo ragionato su cosa fare concretamente sul territorio e quest’anno siamo riusciti a costruire qualcosa di importante. È una soddisfazione vedere quante persone stanno entrando nell’onda del Pride”.

L’obiettivo, spiegano gli organizzatori, è anche quello di ribaltare una narrazione spesso stereotipata della regione. “Il Catanzaro Pride è il Pride di una Calabria che esiste e resiste”, afferma Carpanzano. “Non è vero che i diritti civili qui non sono arrivati. Esiste una rete di persone, associazioni e realtà che lavora ogni giorno. Il nostro obiettivo è fare cultura, far comprendere cosa significhi combattere per l’uguaglianza e costruire una società più inclusiva”. Il manifesto politico della manifestazione definisce il Catanzaro Pride “Transfemminista e intersezionale”. Gli organizzatori sostengono che le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere si intreccino con altre forme di oppressione, dal razzismo al classismo, fino al abilismo. Nel documento trovano spazio la difesa delle famiglie omogenitoriali, la richiesta del matrimonio egualitario, di una legge nazionale contro l’omolesbobitransfobia e di percorsi di affermazione di genere più accessibili. “Spesso si pensa che il Pride riguardi soltanto le persone LGBTQIA+, ma non è così”, continua Carpanzano. “Il Pride parla a tutte le persone che subiscono discriminazioni, esclusioni e disuguaglianze. Finché esisteranno cittadini trattati diversamente nell’accesso ai diritti, continuerà a esserci bisogno del Pride”.

La manifestazione rivendica una precisa collocazione politica. “Il nostro Pride è antifascista, antirazzista e antisionista”, spiega Carpanzano. Una posizione che trova riscontro anche nel manifesto, dove si legge che “non c’è spazio per chi alimenta odio verso migranti e persone razzializzate” e si criticano le politiche securitarie fondate su “muri e respingimenti”. Tra i punti più fermi c’è anche la posizione sul conflitto in Medio Oriente. Gli organizzatori aderiscono infatti alla campagna internazionale “No Pride in Genocide”, denunciando le violenze contro la popolazione palestinese a Gaza e schierandosi contro “ogni forma di colonialismo, apartheid e genocidio”. Tra gli aspetti più significativi c’è la scelta di organizzare l’evento in una Regione dove, secondo gli organizzatori, molte persone faticano ancora a vivere apertamente il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere. “Abbiamo voluto il Pride perché tante persone continuano a nascondersi per paura”, racconta Carpanzano. “Noi vogliamo dire che non bisogna avere paura. Esistiamo, siamo qui ed è importante mostrarlo. La difficoltà più grande è stata proprio far comprendere alla comunità LGBTQIA+ che era arrivato il momento di uscire allo scoperto e fare questo salto”. Un messaggio che, secondo gli organizzatori, ha già prodotto effetti concreti. “Molte persone provenienti dalle province ci hanno contattato per chiedere aiuto o semplicemente per raccontare la propria esperienza. Il percorso ci ha resi più visibili. E il fatto di svolgere il Pride sul lungomare, una delle zone più attraversate della città, ci permetterà di dire pubblicamente: ci siamo e possiamo aiutarci”. Tra i temi centrali del manifesto c’è anche il diritto a non essere costretti a lasciare la Calabria per vivere liberamente la propria identità. “Rivendichiamo il diritto di esistere, di essere visibili e di vivere pienamente qui”, si legge nel documento, che collega la battaglia per i diritti LGBTQIA+ alla richiesta di maggiori opportunità e spazi di libertà nel territorio.

La manifestazione potrà contare anche sul sostegno del Comune di Catanzaro. “L’amministrazione ci crede fortemente e sta facendo di tutto per aiutarci”, spiega Carpanzano. “Partecipa alle spese organizzative e all’organizzazione in modo significativo”. Parallelamente prosegue una raccolta fondi dal basso e la ricerca di sponsor “coerenti con i valori della manifestazione”. Gli organizzatori annunciano inoltre che chiederanno il patrocinio della Regione Calabria, mentre sono in corso interlocuzioni con l’Università e con numerose realtà associative del territorio. Tra le adesioni figurano anche Arcigay Cosenza, Arcigay Reggio Calabria e Agedo Reggio Calabria, a conferma della dimensione regionale dell’iniziativa. “Catanzaro è matura per questo passo avanti verso una comunità più solidale e inclusiva”, conclude Carpanzano. “E soprattutto questa non sarà un’esperienza isolata: l’idea è non fermarci più e rendere il Pride un appuntamento annuale”.

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“PMA per tutte”, al via la raccolta firme della Coscioni per una legge di iniziativa popolare: “Basta discriminazioni contro single e coppie di donne”

11 June 2026 at 17:53

Cinquantamila firme certificate in sei mesi. Sono le sottoscrizioni che serviranno per il deposito in Parlamento della legge di iniziativa popolare “PMA per tutte”, lanciata dall’associazione Luca Coscioni, con l’obiettivo di aggiornare la legge 40 del 2004 e rimuovere gli ostacoli normativi ancora presenti, per garantire l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita a tutte le persone, indipendentemente dallo stato civile, dall’orientamento sessuale e in tutte le condizioni di salute in cui non siano possibili altri rimedi.

Di fronte allo scoglio dell’articolo 5 della stessa legge 40, che prevede che possano accedere a queste tecniche solo le coppie di sesso diverso, stabilmente conviventi o sposate, lo scorso anno Evita, una donna torinese single di 40 anni che si era vista negare il suo desiderio di maternità, aveva deciso di fare ricorso. Il Tribunale di Firenze ha rilevato la violazione dei suoi diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e trasmetto gli atti alla Corte costituzionale. Si è così espressa la Consulta, che ha mantenuto il divieto, ma aperto all’intervento del Parlamento, precisando come “non sussistono ‘impedimenti costituzionali’ a una eventuale estensione”.

Serve però che a muoversi siano Camera e Senato, ma, come ricordato dalla segretaria dell’associazione Coscioni, Filomena Gallo, negli anni “sono cambiate le legislature, i governi, ma è sempre mancata la volontà politica”. Anzi, l’attuale maggioranza di destra, ha ricordato, ha lavorato per inasprire i divieti ancora in vigore, con l’introduzione della legge Varchi, la legge che definisce la maternità surrogata reato universale: “Un divieto che ha colpito soprattutto i nati, dando instabilità nei rapporti con i genitori, mentre fino ad oggi nessuna persona è stata rinviata a giudizio e ci sono stati tutti decreti di archiviazione. E mentre in 71 Paesi la Gpa è invece legale”.

“Oggi in Italia il desiderio di avere un figlio continua a essere condizionato dallo stato civile o dall’orientamento affettivo delle persone. È una discriminazione che costringe ogni anno molte donne a recarsi all’estero per accedere alla PMA, e in altri casi a rinunciare o a ricorrere al mercato nero. Con questa raccolta firme chiediamo che anche in Italia sia garantito un accesso equo alla procreazione medicalmente assistita, senza discriminazioni”, hanno precisato nel corso di una conferenza stampa a Roma, la stessa Filomena Gallo e Francesca Re, coordinatrice della campagna “PMA per tutte”.

“Dopo vent’anni di battaglie che hanno cambiato la legge 40 e restituito diritti a migliaia di persone, chiediamo alla politica di fare la propria parte. Non è accettabile che donne single e coppie di donne siano ancora costrette a spostarsi all’estero per realizzare un progetto di famiglia che potrebbe essere legittimamente realizzato anche in Italia”.

Al momento, ha spiegato l’associazione Coscioni, in 13 Paesi, tra cui l’Italia, l’accesso alla PMA è vietato alle donne single e resta limitato alle sole coppie, in alcuni casi solo dello stesso sesso, in altri anche di sesso diverso. Oltre al nostro Paese, sono Albania, Armenia, Azerbaigian, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Lituania, Polonia, Principato di Monaco, Repubblica Ceca e Slovacchia a prevedere l’accesso alle sole coppie eterosessuali, mentre l’Austria e la Svizzera lo prevedono per tutte le tipologie di coppia, senza alcuna distinzione in base all’orientamento sessuale.

Al contrario, in 32 Paesi europei la PMA è già legalmente accessibile anche alle donne single. Tra questi Paesi, alcuni la permettono insieme anche a coppie omogenitoriali ed eterogenitoriali, come nel caso di Francia, Spagna, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi. Altri Paesi permettono invece la PMA per donne single e solo coppie eterogenitoriali, come Bielorussia, Cipro, Grecia, Lettonia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Russia, Serbia, Ucraina.

Alla campagna “PMA per tutte” hanno già aderito decine di associazioni, in modo trasversale: “È grazie al loro sostegno che sarà più complesso per il Parlamento, una volta raggiunte le 50mila firme, tentare di ignorare la nostra proposta. E sarà con il loro supporto che spingeremo per la calendarizzazione e la discussione”, ha rivendicato Alice Spaccini dell’associazione Coscioni. Ma il lavoro “proseguirà anche nei tribunali”, ha ricordato Gallo, “perché chiediamo norme giuste che rispettino le scelte degli italiani. Il sentire dei cittadini è diverso dal sentire politico. La società è già più avanti”.

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Ricette elettroniche valide in tutta l’Ue: dopo più di 10 anni si adegua anche l’Italia

11 June 2026 at 07:13

I cittadini italiani che si trovano temporaneamente in un altro Paese Ue potranno utilizzare le ricette elettroniche del proprio medico anche nelle farmacie estere, senza dover necessariamente passare da una nuova prescrizione locale. È la novità contenuta nella bozza di decreto del ministero della Salute, messa a punto con il Mef, che disciplina per la prima volta in modo sistematico la procedura italiana per le prescrizioni elettroniche transfrontaliere. Il testo stabilisce come dovranno dialogare i sistemi sanitari nazionali, quali verifiche saranno necessarie prima della consegna del farmaco e quali garanzie dovranno tutelare la privacy dei pazienti.

Il diritto di acquistare farmaci prescritti nel proprio Paese in un altro Stato dell’Unione è regolato da oltre un decennio dalla Direttiva 2011/24/UE, recepita dall’Italia nel 2014. Tuttavia, nella pratica, l’applicazione è rimasta perlopiù legata al formato cartaceo, costringendo farmacisti e pazienti a confrontarsi con barriere linguistiche e dubbi sull’autenticità dei documenti.

La principale novità di questo provvedimento è la definizione dell’architettura digitale italiana necessaria a dialogare con la piattaforma europea MyHealth@EU, la rete che mette in collegamento i sistemi sanitari dei diversi Paesi membri. Tutto funzionerà attraverso il National Connector, l’infrastruttura informatica che collegherà il Sistema tessera sanitaria italiano (Sts) con quello degli altri Stati, abilitando lo scambio elettronico delle prescrizioni. Sarà questo canale a trasmettere alla farmacia estera le informazioni necessarie per verificare la ricetta e procedere, quando possibile, alla consegna del medicinale.

Per richiedere il farmaco all’estero il paziente dovrà esibire un documento d’identità, il codice fiscale (tessera sanitaria) e il numero della ricetta elettronica. La farmacia estera interrogherà il proprio sistema nazionale che, tramite i connettori europei, verificherà in tempo reale la validità della prescrizione nel database italiano. Se l’esito è positivo, il farmaco viene erogato e l’avvenuta consegna viene registrata nel Sts, bloccando la ricetta per prevenire utilizzi multipli abusivi, sia in Italia che all’estero. In ogni caso, il formato cartaceo della ricetta non scompare del tutto. Se un Paese Ue non è ancora tecnologicamente allineato a MyHealth@EU, o se il paziente lo richiede espressamente, il medico potrà ancora rilasciare la vecchia prescrizione cartacea valida all’estero.

Poiché in Italia una ricetta può includere più farmaci, mentre molti ordinamenti europei prevedono la regola di un solo farmaco per prescrizione, il sistema italiano è programmato per dividere automaticamente i prodotti in impegnative separate, in modo da scongiurare incompatibilità tecniche. Non tutti i farmaci, però, potranno essere acquistati all’estero. Sarà il ministero della Salute a pubblicare l’elenco completo, dal quale resteranno comunque esclusi quelli soggetti a prescrizione speciale (ovvero quelli contenenti sostanze stupefacenti o psicotrope). In ogni caso, per essere dispensato al paziente, il farmaco dovrà essere autorizzato e commercializzato nel Paese in cui viene richiesto. In altre parole, una prescrizione italiana non garantisce automaticamente che quel medicinale sia disponibile in qualsiasi farmacia dell’Unione.

Una parte rilevante del provvedimento riguarda la protezione dei dati personali. Le comunicazioni viaggeranno su reti europee dedicate e cifrate, non esposte direttamente a Internet, con autenticazione a due fattori obbligatoria per medici e farmacisti. Infine, l’uso dei dati per scopi statistici o di programmazione sanitaria da parte delle istituzioni avverrà in forma pseudonimizzata, riducendo in questo modo il rischio di identificazione diretta del paziente.

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Progetto Itaca Roma, il volontariato per la salute mentale: “Così facciamo prevenzione nelle scuole, parlando di ansia e dei fattori di rischio”

10 June 2026 at 17:39

Non di solo pane. Fare i volontari, oggi, può significare anche occuparsi della salute mentale delle persone e lavorare perché lo stigma intorno alla malattia mentale si riduca, attraverso progetti che mettono insieme le persone, malati, famiglie, e persino aziende. È la visione dell’associazione Volontari per la salute mentale, Progetto Itaca Roma. Andrea Garzia, 59 anni, è un ingegnere elettronico ed uno dei volontari. “In realtà sono sempre stato attratto dal volontariato”, racconta, “sono passato infatti per Sant’Egidio, dove ho lavorato con i senza dimora per molto tempo. E forse proprio lì ho cominciato a notare il tema della salute mentale. Da lì sono transitato per Telefono Amico, fino a che ho incontrato, appunto, Itaca Roma e sono rimasto colpito dai loro progetti. Ho fatto un corso di dieci incontri e sono diventato volontario”. L’associazione Progetto Itaca nasce oltre 20 anni fa a Milano, poi nel tempo si è diffusa ed oggi è presente in 18 città. A Roma i progetti sono moltissimi. Andrea li racconta uno dopo l’altro, partendo da quello di cui si occupa di più. “È il progetto ‘Prevenzione nelle scuole’, che ha l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi delle scuole superiori sui temi della salute mentale, spiegando ad esempio la differenza tra una normale emozione e un potenziale disturbo. Come facciamo? Organizziamo degli incontri in cui andiamo nelle scuole con uno psichiatra, che è una figura molto meno conosciuta rispetto allo psicologo, meglio se giovane, che possa entrare subito in contatto con i ragazzi. E si parla di tutto, dall’ansia, ai disturbi ossessivo-compulsivi, al disturbi dell’umore o dell’alimentazione. Si discute di fattori di rischio e dell’importanza di parlare e non isolarsi. Cerchiamo di rendere la presentazione coinvolgente, se possono usare il cellulare utilizziamo anche un’applicazione che consenta di interagire in modo anonimo”.

Un altro progetto importante è la “Club House Itaca”, importata dal mondo anglosassone. Si tratta della possibilità di offrire uno spazio diurno residenziale, dove gli utenti, persone che hanno qualche problema nell’ambito della salute mentale, possono andare in sede a passare la giornata, coordinati e supportati dai volontari che cercano di organizzare la giornata in attività. “Si tratta di un’attività preziosa”, spiega Andrea, “Qui ci sono corsi per imparare a usare il computer, di giardinaggio, cucina, aperti a tutti, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale”. Abbinato alla Club House, di cui è un prolungamento, c’è il progetto che si chiama Job Station, che mette in contatto gli utenti che vengono alla Club House, quelli interessati ad un inserimento nel mondo del lavoro, con le aziende che offrono lavoro. “Per le persone fragili l’idea di iniziare un lavoro ‘di botto’ può essere difficile, allora cerchiamo di rendere questo passaggio soft affiancando al ragazzo o ragazza all’utente un tutor concordato con l’azienda, a cui chiediamo magari la possibilità di fare una prima fase di lavoro in smart working dalla nostra sede: in questo modo la percentuale di successo nel mantenimento del lavoro cresce sensibilmente”, continua Andrea.

Ma i progetti non finiscono qui: ci sono i gruppi di mutuo aiuto (GAMA): persone con problematiche simili si incontrano una volta a settimana in un posto sicuro e riservato, all’interno della sede, con l’aiuto di un facilitatore che sa gestire i gruppi. “È stato dimostrato”, continua il volontario, “che incontrarsi periodicamente e condividere le proprie esperienze ha un valore terapeutico, è molto efficace e a costo quasi zero, che può ad esempio integrare un percorso psicoterapeutico individuale o farne in parte le veci quando questo non è possibile (ad esempio per problemi economici)”. Ma non basta. C’è una linea di ascolto, un numero a cui i volontari danno informazioni su quello che fa il progetto Itaca, ma anche sui servizi pubblici a cui rivolgersi, dal centro di salute mentale al consultorio. E infine, poiché quando una persona si ammala si ammala anche tutta la famiglia, ecco il progetto “Famiglia a Famiglia”. “Ci rivolgiamo al nucleo familiare attraverso gruppi famiglia, in cui c’è sempre un facilitatore, in questo caso esperto rispetto all’avere in casa un parente con problemi di salute mentale e che quindi può aiutare quei familiari che si trovano ad affrontare questo tema per la prima volta. Organizziamo i gruppi in modo da far incontrare i familiari, che si scambiano esperienze, e si sentono meno soli: non è una cosa che abbiamo inventato noi”, conclude Andrea, “quando le famiglie erano allargate le persone si aiutavano, ma oggi quello che un tempo era spontaneo non c’è più e bisogna ricostruirlo”. Itaca Roma fa soprattutto questo: mettere insieme persone e famiglie con fragilità, attivare una condivisione che, immediatamente, cura, sconfiggendo la solitudine. Solitudine che non può che aggravare disturbi, malesseri e patologie, quando non è direttamente la causa.

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“Live for All”, nasce l’associazione che si batte per eventi dal vivo inclusivi: “Ora una legge di iniziativa popolare”

10 June 2026 at 15:37

Live for All, il primo progetto italiano per rendere gli spettacoli in tempo reale finalmente inclusivi e accessibili anche per le persone con disabilità, diventa una associazione. Il comitato promotore il 10 giugno a Milano ha lanciato la nuova sfida con una conferenza stampa in collaborazione con BASE Milano. Tra i presenti, alcuni promotori dell’iniziativa inclusiva come la consigliera regionale lombarda Italia viva Lisa Noja, oltre ad avvocati, architetti, professionisti della comunicazione, progettisti culturali e attivisti per i diritti delle persone con disabilità come Marina Cuollo, Giorgia Meneghesso, Simone Riflesso, Erica Ercole e Sonia Veres. “Diventiamo una realtà strutturata per incidere con maggiore forza nel dibattito pubblico e far capire quanto sia fondamentale e non più procrastinabile il diritto a veder garantiti l’accessibilità agli eventi dal vivo per le persone con disabilità”, dicono gli ideatori di Live for All. Il messaggio univoco è porre “fine a qualsiasi discriminazione a danno delle persone con disabilità che, come tutti gli altri, vogliono poter partecipare alla vita culturale nel momento dello svago senza impedimenti e ostacoli, tutti elementi che provocano ulteriore solitudine e segregazione”.

Contattata da ilfattoquotidiano.it Noja spiega che “in Parlamento c’è un progetto di legge insufficiente rispetto alle esigenze e ai bisogni delle persone con disabilità per quanto riguarda gli eventi dal vivo accessibili. Abbiamo proposto degli emendamenti in Commissione Cultura alla Camera ma sono stati bocciati”. “Di fronte a questo silenzio”, continua, “vogliamo depositare una proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre una normativa quadro sull’accessibilità degli eventi dal vivo e per dire che questo è un tema che interessa ai cittadini, il Parlamento deve occuparsene subito e chiederemo anche interventi a livello comunale e regionale per la promozione di criteri specifici di accessibilità nei bandi e negli investimenti pubblici destinati a eventi, spazi culturali e impianti sportivi”.

Il 3 luglio scorso il Comitato per i concerti accessibili e l’Associazione Al.Di.Qua.Artists (Alternative Disability Quality Artists) avevano presentato il “Manifesto per eventi dal vivo accessibili” in Senato contenente dieci proposte concrete per la partecipazione delle donne e degli uomini con disabilità agli eventi dal vivo. L’iniziativa era partita sulla base di diverse criticità che le persone con disabilità stesse avevano riscontrato in occasione di eventi non fruibili per tutti. Il Comitato formato oltre che da Noja, Tomirotti e Cuollo anche da Riccardo Di Lella e Serena Tummino, aveva anche lanciato una petizione su change.org che attualmente ha superato le 34mila firme.

“Oggi”, denuncia a ilfattoquotidiano.it Noja, “ci sono diversi bandi che stanziano complessivamente milioni di euro per la ristrutturazione degli impianti, dei palazzetti dello sport, delle strutture, ma purtroppo l’accessibilità non è sempre presentata come prerequisito vincolante per partecipare ai progetti dei bandi pubblici”. “Come nascente associazione vogliamo fare da advocacy e porci come interlocutori a livello nazionale con gli enti e i decisori politici. L’organizzazione che andremo a costituire”, continua, “sarà aperta al contributo di tutti coloro che vorranno proseguire con noi, con ancora più forza, la battaglia contro le barriere fisiche, sensoriali, cognitive e culturali che limitano l’esperienza dei live, sia per il pubblico in platea che per i professionisti e gli artisti con disabilità sul palco”. Chiedono la possibilità di “effettuare prenotazioni uguali a tutti gli altri, con un click” senza farraginosi meccanismi di selezione, “numeri significativi di posti dedicati alle persone con disabilità” come ad esempio a donne e uomini che per spostarsi utilizzano una carrozzina, “posti adeguati per una corretta fruibilità e una giusta visibilità”, nel rispetto delle esigenze di sicurezza con personale adeguatamente formato, “basta segregazioni” con aree separate e discriminatorie e “nuovi parametri di progettazione” degli impianti e infrastrutture secondo i principi della progettazione universale. La creazione di un’associazione arriva “dalla necessità di dare al nostro movimento una forma più organizzata e incisiva” spiegano gli ideatori. Sottolineano, tra le varie cose, che seguendo i dettami della “Costituzione italiana e la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, abbiamo tutti la responsabilità di eliminare fattivamente le barriere che impediscono alle persone con disabilità la partecipazione effettiva alla vita culturale”. “Live for All”, concludono, “si batte per un sistema-spettacolo dal vivo che non lasci indietro nessuno e che possa essere realmente inclusivo per tutti. Continuiamo la nostra battaglia sui diritti e per le pari opportunità”.

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WhatsApp deve riaprire le porte agli assistenti AI rivali per evitare danni irreparabili alla concorrenza, lo dice Bruxelles

10 June 2026 at 14:56
La Commissione europea ha imposto a Meta di ripristinare entro cinque giorni l’accesso degli assistenti AI concorrenti a WhatsApp. La misura, adottata mentre l’indagine antitrust è ancora in corso, punta a evitare danni alla concorrenza in un mercato considerato cruciale

“Da Sala e Salvini politiche simili. A Milano alloggi vuoti mentre le famiglie aspettano una casa”: il 13 giugno la mobilitazione per il diritto all’abitare

10 June 2026 at 14:28

“Dal sindaco di Milano Beppe Sala e dal ministro Matteo Salvini vediamo politiche simili. L’idea è sempre la stessa, far cassa sull’edilizia popolare abbandonando a sé stessi i soggetti con maggior disagio”. L’allarme arriva dai movimenti per la casa di Milano che questa mattina hanno presentato la giornata di mobilitazione che si svolgerà il 13 giugno nelle case popolari della città e si concluderà con un corteo da piazza Tricolore a piazza della Scala. “Questa giornata avviene in un momento di gravissima emergenza abitativa. Abbiamo più di 1500 sfratti convalidati nel 2025, 400 domande di emergenza abitativa accettate ma senza alloggi, 17mila famiglie in attesa di casa popolare e quasi 10mila alloggi sfitti” spiega Bruno Cattoli, dell’Unione Inquilini Milano che insieme ad altre 50 realtà del coordinamento 3 luglio ha organizzato la conferenza stampa di lancio del corteo in un luogo simbolo dell’emergenza abitativa. Un caseggiato popolare con un centinaio di alloggi sfitti in zona Prealpi. La proprietà è del Comune che lo ha inserito in un piano di vendita: “Ma per il momento è tutto fermo, viene lasciato nel degrado con la maggior parte degli alloggi sono sfitti – spiega Mattia Gatti, segretario del Sicet Milano – dunque case che potrebbero andare a chi bisogno rimangono vuote senza manutenzione e aumenta il degrado. Noi chiediamo che le case non siano vendute ma che sia dato in assegnazione a chi da anni sta aspettando una casa”.

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Povertà e assenza di reti alimentano i maltrattamenti infantili: Emilia-Romagna la Regione più attenta, criticità al Sud

10 June 2026 at 12:42

Una delle principali cause che alimenta il maltrattamento infantile oggi è la povertà relazionale, cioè la più generale mancanza di adulti di riferimento, legami significativi, comunità e spazi sicuri, che espone bambini e bambine a isolamento, disagio e, appunto, possibili abusi. Ad aumentare i rischi, ci sono l’instabilità economica, la disoccupazione e persino l’inflazione, che mettendo a rischio la salute mentale degli adulti incidono sulla sicurezza dei minorenni. È quanto emerge dalla settima edizione dell’“Indice regionale sul maltrattamento e la cura dell’infanzia in Italia” della Fondazione Cesvi (organizzazione umanitaria laica e indipendente) e presentata oggi a Roma alla presenza, tra gli altri, della presidente e del direttore generale di Cesvi, Ilaria Dallatana e Stefano Piziali e della ministra Eugenia Roccella. L’Indice, che si basa su 65 indicatori, non misura il numero dei casi di maltrattamento, ma la capacità delle regioni di contrastarlo con politiche pubbliche e servizi territoriali. Cura, salute, sicurezza, conoscenza, lavoro e accesso ai servizi sono le sei capacità analizzate.

La crescita degli abusi emotivi

Il messaggio è netto: la povertà non è solo la mancanza di risorse materiali, ma anche la carenza o il deterioramento di relazioni significative e di adulti e comunità capaci di proteggere. Solitudine, assenza di ascolto, fragilità dei legami familiari, mancanza di amici e scarsa presenza di adulti che intercettino il disagio. “Il maltrattamento dell’infanzia non è un fenomeno confinato alle mura domestiche, ma una sfida collettiva che affonda le radici nelle condizioni relazionali e sociali in cui bambini e famiglie vivono”, afferma Stefano Piziali. Se la famiglia è il primo spazio di protezione emotiva, può essere però intaccata da criticità, come conflitti di coppia, tensioni economiche e carichi di lavoro. Fondamentali le relazioni tra pari, anch’esse però potenzialmente segnate da esperienze dolorose come bullismo, razzismo e omofobia.

Secondo l’OMS, gli abusi si distinguono in fisico, sessuale, emotivo e trascuratezza. L’abuso emotivo è la forma più frequente (36,3%), seguito da quello fisico (22,6%) e sessuale (12,7%). Quest’ultimo colpisce più le bambine (18% contro il, 7,6% dei maschi). I reati contro minorenni in Italia hanno raggiunto 7.204 casi nel 2024 (+35% nell’ultimo decennio). Nel 2023 i servizi sociali in Italia seguivano oltre 113.000 minorenni vittime di maltrattamento (+58% rispetto al 2018). “Ma la violenza sui minorenni”, spiegano dal Cesvi, “è ancora fortemente sottostimata, a causa della paura, della vergogna e anche della normalizzazione culturale delle pratiche violente”. Le conseguenze sono gravissime, sia nel breve che nel lungo periodo: oltre a lesioni e infezioni, anche ansia, depressione, aggressività, disturbi del sonno, disturbo post traumatico da stress, compromissioni di sviluppo cognitivo e relazioni sociali, autolesionismo, abbandono scolastico, tentativi di suicidio.

Nord-sud, le differenze che pesano

L’Indice regionale analizza fattori di rischi e servizi delle singole regioni, mettendo in evidenza grandi disparità territoriali. La regione con la migliore capacità complessiva di fronteggiare il tema del maltrattamento all’infanzia è l’Emilia-Romagna, seguita da Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Le regioni che presentano maggiori criticità sono, invece, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Le regioni che presentano una situazione negativa sono quelle in cui i fattori di rischio si combinano a servizi sotto la media. E non a caso i servizi a sostegno della genitorialità (pratici e psicologici), in ripresa dopo la pandemia, raggiungono in Italia 144.627 utenti, 495 ogni 100.000 abitanti: ma sono molto più diffusi al nord (741) rispetto al centro e al sud (322,1 e 271 sempre ogni 100.000 abitanti).

In generale, gli utenti dei servizi sociali professionali (bambini e adulti) registrano un aumento dopo la pandemia (da 725.440 del 2018 a 775.220 nel 2022 (+6,9%). L’assistenza domiciliare per famiglie e minorenni cresce ma resta inferiore al 2018: 32.281 utenti (-8,3%). Aumenta anche il numero di utenti dei servizi sociali per dipendenze (da 21.408 a 27.261) e il tasso di dimissioni ospedaliere per disturbi psichici tra minorenni (da 5,5 a 8,1 dimissioni nel 2023 ogni 10.000 abitanti). Scende il numero assoluto dei pediatri, da 7.499 a 6.962.

Rafforzare le ‘antenne sociali’

Sulla base dei dati, Cesvi invita, per contrastare povertà relazionale e maltrattamenti, a rafforzare gli spazi educativi e di aggregazione, sostenere le famiglie, valorizzare il ruolo della scuola e promuovere reti territoriali integrate tra servizi, terzo settore e comunità locali, mettendo il minorenne al centro di una vera ‘comunità di cura’. Anche il quartiere può essere decisivo: centri diurni, biblioteche, campetti sportivi possono diventare fattori protettivi. “Occorre rafforzare quelle che definiamo ‘antenne sociali’, cioè pediatri, insegnanti e operatori sociali che intercettino la vulnerabilità prima che si trasformi in maltrattamento e per questo serve anche più formazione degli operatori”, afferma sempre Piziali. Proprio in quest’ottica, Cesvi ha sviluppato un programma di “Case del Sorriso” in contesti territoriali fragili come i quartieri periferici di Napoli, Bari, Siracusa ma anche Milano, offrendo sostegno psicologico, supporto alla genitorialità, sport, proposte educative. Per rafforzare socialità, protezione e senso di appartenenza.

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Molestie sul lavoro, la lezione della Cassazione: se un fatto non si può provare, non è detto che sia falso

10 June 2026 at 06:20

di Renato Albanese *

Una recente pronuncia della Corte di Cassazione, sentenza n. 4339/2026, richiama un principio di grande rilievo per la gestione delle segnalazioni di molestie nei luoghi di lavoro: la mancata prova di un fatto non equivale alla dimostrazione della sua falsità.

Il caso riguardava una lavoratrice che aveva denunciato molestie sessuali sul lavoro. Il procedimento nei confronti della persona accusata era stato archiviato e, nei successivi giudizi di merito, l’assenza di riscontri e alcune incongruenze nel racconto erano state considerate sufficienti per condannare la denunciante per calunnia. La Cassazione ha però annullato tale decisione, chiarendo che l’archiviazione di un procedimento o l’insufficienza delle prove non consentono automaticamente di affermare che l’accusa fosse falsa o che chi ha denunciato fosse consapevole della sua falsità.

La distinzione è fondamentale non solo sul piano penale, ma anche per le organizzazioni chiamate a gestire segnalazioni interne. Esistono infatti tre piani diversi: un fatto può non essere provato; può non essere accertato; oppure può essere dimostrato che sia stato inventato. Confondere questi livelli porta a errori di valutazione e a decisioni organizzative inappropriate.

Nei contesti lavorativi, le segnalazioni di molestie arrivano spesso in modo frammentario, tardivo o prive di testimoni diretti. Possono emergere in ambienti già caratterizzati da tensioni relazionali, conflitti o squilibri di potere. Tuttavia, nessuno di questi elementi costituisce, di per sé, la prova della falsità della denuncia.

Sono frequenti alcune scorciatoie interpretative: “non ci sono testimoni, quindi il fatto non è avvenuto”; “il racconto è cambiato, quindi è inventato”; “esisteva un conflitto, quindi si tratta di una vendetta”; “il procedimento è stato archiviato, quindi l’accusa era falsa”. Si tratta di conclusioni apparentemente rassicuranti perché semplificano la complessità, ma che non consentono di comprendere realmente quanto accaduto.

Una corretta gestione richiede invece un’attività di ricostruzione accurata. Occorre analizzare la sequenza degli eventi, verificare quando e come la segnalazione è stata formulata, distinguere tra contraddizioni sostanziali e semplici precisazioni successive, valutare la stabilità del nucleo centrale del racconto e considerare il contesto in cui i fatti si sono sviluppati.
Particolare attenzione va dedicata al contesto organizzativo. Un rapporto lavorativo conflittuale può certamente suggerire cautela, ma non rappresenta automaticamente la prova di una strumentalizzazione. Talvolta il conflitto è la conseguenza della condotta denunciata; altre volte costituisce semplicemente l’ambiente nel quale essa si è verificata. Per questo il contesto non deve essere utilizzato come etichetta interpretativa, ma come elemento da esaminare criticamente.

Analoga prudenza deve essere adottata nella valutazione dei riscontri. È necessario distinguere tra prove inesistenti, prove non ricercate, prove non più disponibili e prove che confermano solo aspetti periferici della vicenda. Anche l’assenza di testimoni va letta alla luce della natura della condotta denunciata, che spesso si realizza in situazioni appartate o caratterizzate da asimmetrie di potere.

La sentenza affronta inoltre un tema particolarmente delicato: il giudizio sul comportamento della persona che denuncia. Domande come “perché non ha parlato subito?”, “perché non ha reagito?”, “perché non si è dimessa?” o “perché nessuno se n’è accorto?” vengono spesso utilizzate per mettere in dubbio la credibilità della vittima. Tuttavia, tali interrogativi rischiano di fondarsi su un modello astratto di “vittima ideale” che non trova riscontro nella realtà.

Chi subisce molestie sul lavoro può essere frenato dalla paura di ritorsioni, dalla dipendenza economica, dal timore di non essere creduto, dalla vergogna o dalla necessità di preservare la propria posizione professionale. Per questo una reazione tardiva, incompleta o non conforme alle aspettative sociali non costituisce, di per sé, un indice di falsità. Per le organizzazioni, il messaggio è chiaro: non è richiesto scegliere immediatamente chi abbia ragione, né sostituirsi all’autorità giudiziaria. È invece necessario gestire il rischio organizzativo, raccogliere gli elementi disponibili, adottare misure proporzionate di tutela, monitorare l’evoluzione del contesto e garantire che la segnalazione venga presa in carico con serietà e imparzialità.

La vera sfida consiste nel distinguere tra fatto non provato e fatto falso, tra conflitto e strumentalità, tra contraddizione sostanziale e semplice precisazione. Una gestione efficace delle molestie sul lavoro non parte dalla conclusione, ma dalla ricostruzione dei fatti.

La lezione della Cassazione è quindi netta: “archiviato” non significa necessariamente “falso”; “non provato” non significa “inventato”. Nei casi di molestie sul lavoro, il rischio non è solo arrivare tardi. È anche arrivare troppo presto a una conclusione. Il rigore nella valutazione serve proprio a evitare che l’incertezza venga trasformata, troppo rapidamente, in una conclusione errata.

*Mi occupo di analisi e valutazione del rischio di violenza e molestie sul lavoro, gestione dei casi e prevenzione organizzativa, con un approccio di ingegneria preventiva

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Donare gli organi: il modello Singapore che l’Italia non vuole

10 June 2026 at 05:18

di Laura Ruzzante

A Singapore hanno trovato una soluzione semplice a un problema che in Occidente riusciamo a complicare con la stessa efficienza con cui trasformiamo una buca in una commissione parlamentare. La regola è questa: sei automaticamente donatore di organi, salvo esplicita rinuncia. Nessuno ti obbliga, puoi dire di no. Però, se scegli di non mettere a disposizione i tuoi organi dopo la morte, perdi priorità qualora un giorno fossi tu ad aver bisogno di un trapianto. In sostanza: se non vuoi partecipare alla lotteria, non puoi pretendere di avere il biglietto vincente.

Una logica talmente elementare da apparire rivoluzionaria.

Da noi il dibattito assume subito toni metafisici. C’è chi teme complotti sanitari, chi immagina chirurghi in agguato dietro l’angolo con la chiave inglese e chi considera il proprio fegato una reliquia da preservare per l’eternità. Come se nell’aldilà esistesse un controllo bagagli e San Pietro potesse dirti: “Mi spiace, lei entra solo con entrambi i reni”. Eppure la questione è piuttosto semplice. Quando muori, i tuoi organi hanno tre possibili destini: essere cremati, essere sepolti o continuare a funzionare dentro qualcun altro. Le prime due opzioni soddisfano il senso estetico dei parenti. La terza salva delle vite.

In Italia, negli ultimi anni, si è scelto almeno di affrontare il tema al momento del rilascio della carta d’identità elettronica. L’impiegato ti guarda, ti porge il modulo e ti chiede se vuoi essere donatore. Quando capitò a me, la riflessione durò meno di una pausa pubblicitaria.

“Da morta non mi servono e non li mettono nei canopi come i faraoni.”

Fine del dibattito.

Naturalmente ognuno deve essere libero di scegliere. La libertà consiste proprio nel poter dire sì o no. Ma la libertà non significa pretendere che le conseguenze delle proprie scelte vengano cancellate. Il principio di Singapore è quasi brutale nella sua chiarezza: se vuoi ricevere, devi essere disposto a dare. Non è cattiveria, è reciprocità. È il contratto sociale ridotto all’osso, letteralmente.

Perché il vero paradosso non è donare i propri organi dopo la morte. Il vero paradosso è voler conservare il diritto di ricevere quelli degli altri mentre si tiene ben chiusa la propria cassaforte biologica. Insomma: il morto generoso salva vite. Il morto egoista occupa spazio al cimitero.

E francamente, tra le due eredità, la prima sembra decisamente più elegante.

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Benvenuti al Mondiale, se vi fanno entrare. Gli Stati Uniti ospitano il campionato calcistico, ma respingono chi dovrebbe parteciparvi

9 June 2026 at 15:19
Tra visti concessi con restrizioni, controlli prolungati e respingimenti alle frontiere, gli Stati Uniti di Trump giocano sporco ancor prima del fischio d'inizio. Ecco cosa è successo a cittadini di Iran, Iraq e Somalia (tra gli altri)

Quando una donna denuncia, è spesso sola e vulnerabile. Possibile che certa stampa non lo capisca?

9 June 2026 at 15:13

C’è un elemento che accomuna molte donne che denunciano violenze, molestie sul lavoro o abusi di potere: la solitudine.

Una solitudine che spesso non inizia dopo la denuncia, ma molto prima. È la solitudine di chi sa che dovrà misurarsi con rapporti di forza profondamente diseguali; di chi teme di non essere creduta; di chi sa che il proprio racconto verrà esaminato, sezionato, messo in discussione più della condotta di chi viene accusato. Una solitudine che diventa ancora più pesante quando dall’altra parte ci sono uomini potenti, influenti, dotati di risorse economiche, relazioni e capacità di orientare l’opinione pubblica.

La vicenda che ha coinvolto G., la donna uruguayana, nel caso della Grazia Nicole Minetti, e quella dell’imprenditrice che ha denunciato il senatore Francesco Silvestro, per una violenza sessuale avvenuta, secondo l’accusa, negli uffici del Senato, sono storie lontane, nel tempo e nello spazio. Sono storie che ci pongono, ancora una volta, di fronte alla questione del corpo delle donne e del dominio sessuale degli uomini, al diverso peso attribuito alla credibilità femminile e a quella maschile e al prezzo che si paga sempre, quando si solleva il velo e si mostra il vero volto del potere.

Le donne che subiscono violenza prendono la parola all’interno di una società nella quale i rapporti di forza contano. Contano il denaro, le relazioni, la visibilità pubblica, il prestigio. Conta la possibilità di accedere ai media e di sostenere lunghe battaglie giudiziarie. E conta, dall’altra parte, la paura di non essere credute, di essere esposte al giudizio collettivo, di vedere la propria vita privata passata al setaccio mentre quella degli uomini coinvolti continua a essere raccontata attraverso lo specchio del successo e del prestigio sociale.

Alberto Genovese venne raccontato su Il Sole 24 ore (l’articolo contestato fu poi rimosso) come una meteora che si era spenta prematuramente, quasi fosse vittima di un incidente di percorso. Oggi la stampa lo racconta mentre organizza una festa di lusso per il suo compleanno, insieme alla moglie. Tutto è stato dimenticato tranne la ricchezza di Genovese e la celebrazione del suo tenore di vita. Altri imputati per stupro sono stati raccontati per il ruolo pubblico o privato come “campioni dello sport” o “bravi ragazzi” che sarebbero “presto diventati padri”. Le accuse di stupro pesano meno del ruolo famigliare o sociale degli stupratori.

Nel caso dell’imprenditrice che ha sporto denuncia per violenza sessuale, basterebbe mettere su un piatto della bilancia le domande che un giornalista di Repubblica ha rivolto al senatore e, sull’altro, quelle che ha rivolto all’imprenditrice. Il senatore ha dovuto rispondere a domande ‘ficcanti’ quali: “Possiede una villa?”. Per poi commentare: “Io un bel ragazzo, lei una donna normale. In tribunale ci divertiremo”. Parole gravissime, (di cui poi si è scusato, peccato che non si sia dimesso) che richiamano stereotipi e pregiudizi che per troppo tempo hanno accompagnato i processi per violenza sessuale, nei quali il giudizio si è spesso spostato dalle condotte degli imputati all’aspetto fisico, al comportamento e alla vita delle donne che denunciano.

L’imprenditrice, invece, si è trovata a dover rispondere a domande rivittimizzanti perché sono, di fatto, illazioni: “Senza che vi sia stato nessun gioco o nessun consenso tra voi? E lui dice il vino mi eccita?”, “Scusi se lo chiedo, perché non si è ribellata. Non poteva urlare?”, “Lei fa trascorrere un anno per presentare denuncia. Perché?”, “Il senatore dice che lei aveva promesso di andare a cena”.

Una narrazione che ci fa toccare con mano quanto la vergogna non abbia ancora cambiato lato e non ricade nemmeno su certa stampa che senza pudore, continua a riproporre schemi e narrazioni ormai ampiamente contestati, nonostante l’invito rivolto da Gisele Pelicot.

La vergogna al contrario, resta ancora incollata alle vittime che dopo la denuncia, hanno subito campagne d’odio, insulti, intimidazioni e processi mediatici. Così la presunzione di innocenza dell’uomo rischia spesso di tradursi, nel dibattito pubblico, in una presunzione di calunnia nei confronti delle donne, soprattutto quando in gioco vi è una forte asimmetria di potere.

Dovremmo invece chiederci sempre, quanto le disparità di potere possano rendere insostenibile il peso di una denuncia penale o pubblica, rendendo molte donne vulnerabili prima, durante e dopo aver rilasciato la loro testimonianza. È anche questo che spiega perché tante scelgano il silenzio e perché altre, dopo aver parlato, decidano di fare un passo indietro. Se una donna che mostra il vero volto di uomini celebrati pubblicamente in virtù del loro denaro e del loro potere, viene lasciata sola, perdiamo tutte e tutti. Si perde una battaglia di civiltà e lei perde la propria voce.

Possibile che la stampa italiana non si interroghi mai su cosa significa per una donna sostenere una denuncia pubblica in una situazione di disparità di potere? Possibile che la stampa italiana non sollevi mai il velo su se stessa?

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La corsa agli armamenti nucleari è ufficialmente ripartita, nel 2025 è stato speso il 19% in più del 2024

9 June 2026 at 12:22
Un rapporto dell’International campaign to abolish nuclear weapons (Ican) fissa a 119 miliardi di dollari la spesa per gli armamenti nucleari dei nove paesi dotati di queste armi nel 2025. Gli Stati Uniti spendono più di tutti

Cannabis medica, interrogazioni parlamentari di Avs, M5S e +Europa sui pazienti convocati in caserma per l’indagine sulla consegna a domicilio

9 June 2026 at 11:27

La vicenda dei pazienti in cura con cannabis medica convocati dai carabinieri in tutta Italia, raccontata in anteprima da ilfattoquotidiano.it, è approdata in Parlamento grazie a tre diverse interrogazioni presentate negli scorsi giorni. Marco Grimaldi, Avs, Mario Perantoni del Movimento 5 Stelle, si sono rivolti ai ministri dell’Interno e della Salute, e, il 5 giugno, Riccardo Magi di +Europa ha esteso la richiesta anche al ministro delle Infrastrutture. Tre atti distinti, tre forze politiche diverse, una sola domanda di fondo: cosa sta succedendo e chi ha autorizzato tutto questo?

La storia è tanto surreale quanto concreta. In queste settimane centinaia di persone, malati oncologici, persone con dolore cronico o sclerosi multipla, anziani, perfino proprietari di cani in terapia, sono state convocate presso caserme dei Carabinieri in diverse città italiane: Roma, Milano, Napoli, Bologna, Verona, Rimini. Chiamate in quanto “persone informate sui fatti”, tutte avevano in comune una cosa: hanno ricevuto a domicilio farmaci a base di cannabinoidi regolarmente prescritti dal medico.

Nessun reato contestato, ma domande invasive: quale medico ha firmato la ricetta? Per quale patologia? Da quale farmacia è stato acquistato il medicinale? In alcuni casi, riferiscono diverse associazioni di tutela, sono stati richiesti screenshot di email e conversazioni WhatsApp. Ora i parlamentari Grimaldi e Perantoni chiedono chiarezza: “Le modalità descritte nelle convocazioni rischiano di generare un clima di intimidazione e di sfiducia nei confronti delle istituzioni, incidendo negativamente sulla continuità terapeutica e sulla dignità dei pazienti”. Per Grimaldi è necessario chiarire anche “attraverso quali canali siano stati acquisiti i dati sanitari dei pazienti coinvolti, trattandosi di categorie particolari di dati personali tutelate dalla normativa vigente, inclusi il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) e il decreto legislativo n. 51 del 2018”.

Il motivo dell’indagine, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, è tecnicamente fondato: recapitare a domicilio farmaci a base di stupefacenti anche se a scopo terapeutico è vietato dalla legge. Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 6877 del 2024, ha confermato che le farmacie non possono spedire direttamente questi farmaci ai pazienti, perché non rientrano tra i soggetti autorizzati a farlo. Magi chiede quindi al Governo di intervenire per risolvere la “farraginosità normativa che si concretizza nella sovrapposizione di disposizioni tra di loro contraddittorie e che creano profondi disagi sia alle farmacie autorizzate alla vendita, sia ai pazienti stessi”. Il risultato pratico per un ammalato in Italia è un cortocircuito kafkiano. La cannabis terapeutica è legale in Italia dal 2006 e regolamentata come farmaco a tutti gli effetti dal decreto ministeriale del novembre 2015. Ma è trattata da un numero esiguo di farmacie: circa mille su 21 mila totali. Chi ha bisogno del medicinale non può riceverlo a casa, non può acquistarlo nella farmacia sotto casa, deve percorrere centinaia di chilometri per trovare un esercizio disponibile.

Però chi assume regolarmente cannabis terapeutica e si mette al volante per raggiungere la farmacia rischia la sospensione della patente in applicazione del nuovo Codice della strada firmato Salvini. Su questo punto specifico insiste l’interrogazione di Magi, che parla di “un cortocircuito interpretativo” nel quale i pazienti vengono esposti “all’ulteriore rischio di revoca o sospensione della patente di guida anche in virtù delle recenti modifiche al Codice della Strada che puniscono la positività al test per le sostanze stupefacenti senza distinzioni tra uso ricreativo e quello regolarmente prescritto e, evidentemente, tracciato”.

Il 70% delle farmacie che potrebbero trattare questi prodotti rifiuta di ricevere spedizioni destinate ai pazienti di altre province, per paura di sanzioni o contestazioni amministrative. Sanzioni reali, concrete: una farmacia che pubblica sul proprio sito informazioni sulla cannabis medica, come fa normalmente per qualsiasi altro farmaco, può incorrere in multe di migliaia di euro, perché il dpr 309/90 vieta la “promozione”, anche indiretta, delle sostanze stupefacenti. Un’odissea normativa che appare ideata per combattere il narcotraffico, non per regolare un farmaco prodotto dallo Stato attraverso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze “a tacere dell’evidente discriminazione nei confronti degli altri pazienti che assumono altra tipologia di farmaci psicotropi regolarmente prescritti”, come sottolinea il grilllino Perantoni. A denunciare per prima la vicenda sono state l’avvocata Cathy La Torre, fondatrice di WildSide Legal, e Antonella Soldo dell’associazione Meglio Legale che continuano a ricevere segnalazioni da tutta Italia come quella di un paziente bolognese: “Mi sono sentito trattato più come un sospettato che come un paziente che utilizza cannabis medica nel rispetto della legge”.

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