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Pashinyan rafforza il suo governo e allontana l’Armenia da Putin

8 June 2026 at 10:11

La vittoria del partito del premier armeno Nikol Pashinyan alle elezioni parlamentari segna non solo la conferma al potere del leader della cosiddetta Rivoluzione di velluto, ma anche un ulteriore passo nel progressivo arretramento dell’influenza russa nel Caucaso meridionale. Con il 49,81% dei voti, Contratto civile ha ottenuto una maggioranza parlamentare che consente al governo di proseguire senza alleanze il proprio progetto politico, centrato su riforme interne, pace regionale e soprattutto riallineamento geopolitico verso l’Unione europea.

Il risultato elettorale è stato letto a Bruxelles come una conferma della traiettoria europea di Erevan, mentre a Mosca rappresenta un segnale politico sfavorevole in un’area storicamente considerata parte della propria sfera di influenza. La seconda forza, l’alleanza Armenia forte, del miliardario Samvel Karapetyan, fermandosi intorno al 23-25%, non riesce a costruire un’alternativa credibile al governo in carica, nonostante una campagna impostata su relazioni più strette con la Russia.

Il voto arriva in un contesto già segnato da un progressivo deterioramento dei rapporti tra Erevan e Mosca. Negli ultimi mesi il Cremlino ha intensificato le pressioni economiche e politiche sull’Armenia, anche attraverso restrizioni commerciali e una crescente campagna di influenza. È in questo quadro che la scelta elettorale assume una valenza più ampia: non solo un cambio di maggioranza, ma la conferma di una traiettoria di disallineamento strutturale dal sistema russo.

Pashinyan ha rivendicato il risultato come mandato per proseguire lungo la strada dell’integrazione europea e della normalizzazione dei rapporti con Azerbaigian e Turchia, dopo la crisi del Nagorno-Karabakh. La sua agenda si inserisce in una più ampia ridefinizione degli equilibri regionali, in cui l’Armenia tenta di trasformare la propria vulnerabilità militare e geografica in leva diplomatica verso Occidente.

La risposta internazionale ha rafforzato questa lettura. L’Unione europea ha salutato il voto come conferma del percorso democratico del Paese e della sua progressiva convergenza con le istituzioni europee. Ancora più esplicito il sostegno politico arrivato da Kyjiv: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato di elezioni «democratiche e libere», definendo il caso armeno un «test per l’Unione europea» e invitando Bruxelles a sostenere concretamente Erevan. Un posizionamento che inserisce l’Armenia in una più ampia traiettoria post-sovietica che vede Ucraina e Caucaso sempre più allineati nella ricerca di protezione politica e sicurezza occidentale.

Sul piano regionale, la vittoria di Pashinyan rafforza anche la prospettiva di un accordo con l’Azerbaigian e la normalizzazione dei rapporti con la Turchia, elementi che ridurrebbero ulteriormente il margine di influenza russo nell’area. È proprio su questo punto che si gioca una partita più ampia: la progressiva erosione del ruolo di Mosca come garante di sicurezza nel Caucaso, già messa in crisi dopo la guerra del 2023 e la perdita del Nagorno-Karabakh.

In questo contesto, l’Armenia diventa uno dei casi più avanzati di riallineamento politico nello spazio post-sovietico, insieme all’Ucraina. Un processo che non si limita alla diplomazia, ma coinvolge infrastrutture economiche, sicurezza e architettura delle alleanze.

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I missili iraniani su Israele dimostrano che Trump non riesce a chiudere la guerra

8 June 2026 at 06:47

A cento giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, i missili lanciati da Teheran contro Israele segnano un nuovo passaggio di una crisi che continua a ripetersi sempre uguale a sé stessa. Una decina di ordigni diretti verso la base di Ramat David, nel nord del Paese, tutti intercettati e senza vittime, ma sufficienti a rimettere in moto la spirale di attacchi incrociati tra Iran, Hezbollah e Israele.

La sequenza è ormai riconoscibile. Tutto parte da un nuovo episodio sul fronte libanese: questa volta un attacco di Hezbollah contro il nord di Israele. La risposta israeliana arriva subito, con un raid nei sobborghi meridionali di Beirut, nel cuore della capitale politica del movimento sciita. È a quel punto che entra in scena l’Iran, che rivendica l’azione come risposta ai bombardamenti israeliani e lancia missili contro obiettivi militari israeliani. Israele replica a sua volta colpendo obiettivi in Iran.

Nessuno degli attori sembra però voler superare la soglia che trasformerebbe la guerra regionale in un conflitto aperto e totale. I missili iraniani vengono intercettati, non ci sono vittime, e anche le risposte israeliane restano mirate su obiettivi militari. È una guerra che si muove dentro limiti sempre più precisi, dove la funzione degli attacchi è tanto militare quanto politica: segnalare deterrenza, mostrare capacità, evitare però il punto di non ritorno.

Dentro questo equilibrio instabile, gli Stati Uniti restano il centro politico della crisi e insieme il suo elemento più contraddittorio. Il presidente statunitense Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sia ancora possibile e che il negoziato non sia stato compromesso dagli ultimi attacchi. Ma allo stesso tempo Washington fatica a tenere insieme le due linee della propria strategia: la pressione su Israele per evitare escalation e la necessità di mantenere aperto il canale diplomatico con l’Iran.

Trump avrebbe chiesto direttamente al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di evitare ulteriori attacchi per non far saltare i colloqui con Teheran. Ma la logica israeliana è diversa: per il governo Netanyahu non esistono fronti separati tra Libano e Iran, e la pressione militare su Hezbollah e sulle sue retrovie iraniane è parte della stessa strategia di sicurezza.

L’Iran, dal canto suo, utilizza la guerra come leva negoziale. La risposta missilistica a Israele è calibrata per mostrare capacità di ritorsione senza trascinare gli Stati Uniti in un confronto diretto. Allo stesso tempo Teheran continua a legare qualsiasi possibile accordo con Washington alla situazione regionale, in particolare al ruolo di Hezbollah in Libano, trasformando il fronte libanese in una componente centrale del negoziato.

Il risultato è un conflitto che non si sviluppa in linea retta ma in cerchi concentrici, dove ogni teatro influenza l’altro. Il Libano è il punto di innesco, Israele il bersaglio e il moltiplicatore della risposta, l’Iran il livello strategico della ritorsione. Sopra tutto, gli Stati Uniti cercano di mantenere aperta una trattativa che procede in parallelo alla guerra e che rischia continuamente di esserne travolta.

A cento giorni dall’inizio del conflitto, il paradosso è proprio questo: mentre la diplomazia continua a parlare di accordi “vicini”, sul terreno la guerra non rallenta. Si stabilizza invece in una forma ibrida, fatta di attacchi limitati, risposte calibrate e negoziati che avanzano senza riuscire a produrre effetti reali.

In questo spazio intermedio, la crisi non si chiude e non esplode. Continua. E il punto non è più se la guerra finirà o si allargherà, ma quanto a lungo potrà restare in questo equilibrio instabile senza rompersi del tutto.

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Col maggioritario per i riformisti ci sarà sempre meno spazio

8 June 2026 at 05:45

Pur essendomi sempre riconosciuto nelle posizioni della sinistra riformista, confesso di fare molta fatica ad appassionarmi alle vicende dei suoi esponenti, ovunque collocati o in via di collocazione, dalla relativa corrente del Pd ai suoi passati e futuri fuoriusciti, dagli eterni litiganti del fu terzo polo (Matteo Renzi, Carlo Calenda, Luigi Marattin) a Pina Picierno e al suo nuovo movimento, Spazio pubblico, passando per tutti quelli che insieme o in competizione con loro hanno di volta in volta partecipato, auspicato, sollecitato nuove iniziative e nuovi partiti. Non riesco ad appassionarmi perché penso ci sia ben poco che possano fare per contrastare la logica centrifuga del bipolarismo di coalizione, che del resto fu voluto, in realtà, proprio per questo, a partire cioè dall’ossessione del possibile ritorno della Balena Bianca o del grande centro o come lo si voglia chiamare.

E questo, infatti, è anche l’unico obiettivo che il sistema maggioritario introdotto per via referendaria nel 1993 abbia pienamente centrato. Non per niente, nel 1993, una semplice dichiarazione di Silvio Berlusconi a favore di Gianfranco Fini in vista delle elezioni per il sindaco di Roma portò anche un giornale moderato come il Corriere della sera a titolare scandalizzato sulla scelta di campo del «Cavaliere nero». Nel 2013, il panorama politico si era talmente radicalizzato che Fini era diventato lui il moderato, e sui giornali qualcuno arrivava persino a immaginarlo leader del centrosinistra. Dopodiché, a far rimpiangere persino Berlusconi, abbiamo avuto, a destra, l’ascesa di Matteo Salvini e poi di Giorgia Meloni, e siamo ora al generale Roberto Vannacci, che già ci spiega come gli stessi Salvini e Meloni siano troppo moderati. Mentre a sinistra la forza centrifuga del sistema ha prodotto la grillizzazione del Pd, la diaspora dei riformisti e il fallimento di tutti i tentativi centristi e terzopolisti.

Dunque, che si parli della minoranza del Pd, dei riformisti schierati nel centrosinistra, di quelli decisi a correre fuori da i due poli o persino dei sedicenti riformisti di Forza Italia, per quanto mi riguarda, l’unica battaglia che devono fare è quella per il ritorno a una vera legge proporzionale, senza premi di maggioranza e dunque senza coalizioni pre-elettorali. Qualunque altra discussione e iniziativa continuerà ad apparirmi nella migliore delle ipotesi velleitaria, nella peggiore una truffa, utile solo a raccattare i voti degli ultimi elettori ragionevoli ancora rimasti per portare anche quelli al mulino di Vannacci. O di qualche vannaccino con la pochette.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Si riapre la partita su Mps e Generali dopo le mosse di Bpm e Intesa

8 June 2026 at 05:22

Ieri sera il consiglio di amministrazione di Intesa Sanpaolo ha dato il via libera per un’operazione congiunta con Unipol-Bper che prevede l’offerta su Banca Monte dei Paschi di Siena. Lo schema prevede la divisione del perimetro dell’istituto senese tra i due gruppi: a Intesa Sanpaolo, Mediobanca e le attività ad essa collegate, quindi wealth management, investment banking, credito al consumo e la partecipazione del 13,3% in Generali, oltre a una quota degli sportelli di Mps; a Unipol-Bper, il controllo del Monte dei Paschi di Siena con la parte prevalente della rete commerciale.

L’operazione consentirebbe a Intesa Sanpaolo di consolidare ulteriormente la propria posizione nel risparmio gestito e nell’assicurativo, mettendo al tempo stesso al sicuro l’asset strategico rappresentato dalla partecipazione in Generali. Per il gruppo guidato da Carlo Messina si tratterebbe anche di un rafforzamento del posizionamento europeo. Per Unipol-Bper, invece, l’operazione avrebbe l’obiettivo di accelerare il percorso di crescita dimensionale e trasformare il gruppo nel secondo polo bancario italiano per attivi e presenza territoriale, grazie all’integrazione con la rete di sportelli del Monte.

La mossa di Intesa-Bper arriva dopo che Banco Bpm aveva accelerato su Mps, proponendo una fusione tra pari in grado di creare un nuovo campione nazionale da circa 50 miliardi di euro di capitalizzazione. La proposta del gruppo guidato da Giuseppe Castagna punta a rafforzare la presenza sul territorio e a generare sinergie industriali rilevanti.

Il dossier Mps si conferma così al centro di una competizione tra grandi operatori del credito. L’istituto senese, guidato da Luigi Lovaglio, ha completato negli ultimi anni il proprio rilancio dopo la lunga fase di crisi e presenza pubblica nel capitale, tornando a essere un attore centrale del sistema bancario italiano anche grazie all’acquisizione di Mediobanca.

La banca di Siena è oggi uno snodo rilevante anche per la presenza indiretta in Generali, elemento che ha ulteriormente aumentato l’interesse dei principali gruppi finanziari. La quota di Mediobanca nel Leone di Trieste rappresenta infatti uno dei punti più sensibili degli equilibri del risparmio italiano.

Alla chiusura di Borsa di venerdì Mps capitalizzava circa 27,3 miliardi di euro. Il primo azionista è Delfin con il 17,5%, seguito dal gruppo Caltagirone con il 10,3%. Nel capitale figurano inoltre BlackRock al 4,9%, il Ministero dell’Economia e delle Finanze al 4,9% e Banco Bpm al 3,7%. La presenza residua del Tesoro resta uno dei nodi aperti nel percorso di progressivo disimpegno dello Stato dalla banca.

Secondo le indiscrezioni, lo schema Intesa-Bper avrebbe avuto un’accelerazione nel corso di un cda straordinario della banca guidata da Carlo Messina, mentre anche Unipol avrebbe riunito il proprio consiglio per valutare le possibili opzioni. L’operazione, se confermata, avrebbe inoltre effetti diretti sugli assetti di Generali, dove Intesa diventerebbe primo socio.

La proposta di Banco Bpm, nel frattempo, rischia di essere superata da una dinamica più ampia che coinvolge i principali gruppi del sistema. Oggi il cda di Mps è atteso per valutare le diverse opzioni sul tavolo e avviare le interlocuzioni con gli operatori interessati. Sullo sfondo resta la possibilità di un ulteriore riassetto complessivo del settore, in una fase di forte consolidamento del credito italiano.

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La Rai che insegue i numeri rinuncia alla propria missione

8 June 2026 at 04:57

La Rai è, per dimensioni, risorse, patrimonio archivistico e capacità di diffusione, la più grande azienda culturale italiana. Nessun museo, nessuna università, nessuna fondazione raggiunge ogni giorno un numero di cittadini paragonabile a quello del servizio pubblico radiotelevisivo.

Proprio per questo il giudizio sulla sua linea editoriale attuale non può che essere severo.

Il problema della Rai non è la mancanza di mezzi. Non è la carenza di professionalità. Non è nemmeno l’assenza di una domanda culturale da parte del pubblico. Il problema è l’assenza di una visione all’altezza della funzione.

Ma prima di parlare di visione, bisogna parlare di struttura. Perché il declino non è cominciato con l’ultima governance, né con la precedente. È cominciato quando si è deciso di riformare l’organizzazione interna delle reti copiando, frettolosamente e senza la stessa cura, il modello dei generi adottato da France Télévisions.

La Rai aveva risolto il tema della differenziazione editoriale in modo anomalo rispetto al resto d’Europa. Le tre reti generaliste possedevano identità riconoscibili, linguaggi distinti, pubblici differenti. Non era necessariamente un modello virtuoso, e certamente era condizionato dagli equilibri politici del tempo. Tuttavia, consentiva ai cittadini di sapere cosa aspettarsi da ciascuna rete e permetteva la coesistenza di sensibilità culturali diverse all’interno del servizio pubblico.

La creazione dei generi trasversali ha progressivamente dissolto queste identità. La programmazione si è sganciata dalle reti, le responsabilità editoriali si sono frammentate e i palinsesti hanno perso coerenza. Le reti hanno smesso di rappresentare visioni culturali riconoscibili e sono diventate contenitori sempre più simili tra loro.

Il pubblico ha smesso di identificarsi con una proposta editoriale precisa. E le televisioni commerciali, insieme alle piattaforme digitali, hanno occupato parte dello spazio lasciato libero.

Non è stata soltanto una riforma organizzativa. È stata una resa culturale.

Da lì in poi la rincorsa agli ascolti è diventata il criterio dominante. Ma un servizio pubblico non nasce per vincere la gara dello share. Nasce per fare ciò che il mercato non fa e non ha interesse a fare: divulgazione scientifica, patrimonio storico e artistico, letteratura, teatro, musica, pensiero critico. Il luogo della complessità, non della semplificazione.

Invece, la Rai appare oggi schiacciata tra due dipendenze. Quella politica, che si manifesta attraverso una governance che cambia con le maggioranze. Quella commerciale, che si manifesta attraverso la ricerca continua del consenso immediato. È una doppia subordinazione che svuota la funzione stessa del servizio pubblico.

Eppure, la Rai dispone ancora di tutto ciò che serve: competenze, archivi, reti territoriali, capacità produttiva, risorse garantite dal canone. Manca una strategia culturale. Non un palinsesto. Una strategia.

La domanda da porsi è semplice: quale idea di cittadinanza sta promuovendo oggi la Rai? Perché la Rai non dovrebbe chiedersi come assomigliare alle televisioni commerciali. Dovrebbe chiedersi perché esiste. E la risposta non può essere lo share. La risposta è nella sua natura di servizio pubblico: formare cittadini più consapevoli, più informati, più liberi.

Per decenni la Rai ha contribuito a costruire l’identità culturale del Paese. Ha alfabetizzato, informato, raccontato l’Italia a sé stessa, accompagnandone trasformazioni, contraddizioni e speranze.

Oggi il rischio è che si limiti a inseguire il pubblico invece di guidarlo, a misurare il proprio valore con lo share invece che con l’impatto culturale che produce. E per un servizio pubblico questa non è un’evoluzione. È una rinuncia.

Se la più grande azienda culturale italiana rinuncia alla propria missione, il problema non riguarda soltanto la televisione. Riguarda la qualità della nostra democrazia. Perché quando il servizio pubblico smette di formare cittadini e si limita a intrattenere consumatori, non siamo di fronte soltanto a un fallimento editoriale.

Siamo di fronte a un fallimento culturale e democratico.

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La sovranità spaziale europea non nascerà senza una domanda industriale comune

8 June 2026 at 03:45

A quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, l’Europa si trova a gestire una trasformazione radicale della propria postura spaziale. Il cambiamento è prima di tutto culturale: lo spazio non è più percepito come campo puramente scientifico o strumento economico, ma come snodo strategico che unisce politica estera, difesa e sovranità tecnologica. Il riposizionamento dello spazio nelle agende pubbliche risponde, quindi, alla necessità di poter disporre dei propri assetti quando e dove necessario, un obiettivo inseguito lungo tutta la storia della cooperazione spaziale europea e diventato oggi decisivo in un contesto internazionale in rapido mutamento. Ridurre una dipendenza strutturale, che per decenni ha reso il continente vulnerabile alle decisioni altrui, è ormai una priorità strategica.

La recente European Space Conference (ESC) di Bruxelles, nel solco del Consiglio ministeriale dell’European Space Agency (ESA) del novembre 2025 – dove si è registrato un record storico di sottoscrizioni – segnala una rinnovata volontà di investire nello spazio. Sul fronte dei lanciatori – i razzi che permettono di trasportare satelliti e carichi utili in orbita – Ariane 6, con la configurazione 64 già operativa per lanci commerciali di grande portata, e il recupero di Vega-C, restituiscono all’Europa un accesso indipendente allo spazio dopo anni di stallo.

Galileo è pienamente operativo, con nuovi servizi all’avanguardia, prossimo al lancio del segnale PRS per attività governative e militari e già proiettato verso la seconda generazione. Copernicus vive un’espansione essenziale per mantenere la leadership nel monitoraggio ambientale e climatico; le decisioni di portare avanti nuovi programmi di osservazione per uso governativo e di sicurezza, in ambito comunitario ed ESA, promettono di colmare alcune lacune e rafforzare gli strumenti a disposizione. Infine, l’annuncio dell’operatività di Govsatcom segna un traguardo lungamente atteso per garantire comunicazioni sicure e sovrane a tutti gli stati membri, in attesa degli sviluppi su IRIS2 (Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite) entro il 2030.

Lo squilibrio transatlantico
È un quadro che, visto dall’esterno, potrebbe sembrare quello di una potenza spaziale matura. Eppure, vi è una complessità maggiore, che racchiude ambiti dove la strada verso l’autonomia è piuttosto tortuosa. Dalle dichiarazioni dei vertici europei della Conferenza di Bruxelles emerge l’esigenza di compiere un salto quantico su diversi tavoli dove le dipendenze sono più esposte. La proposta di budget nel prossimo Multiannual Financial Framework di 131 miliardi di euro è senza precedenti e unisce spazio e difesa in un pacchetto unificato, innestandosi su iniziative annunciate dal Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius all’ESC quali lo European Space Shield ed il Virtual Space Command, snodo centrale ad oggi mancante nell’architettura europea, già evocato nel gennaio 2022 dal precedente Commissario Thierry Breton.
In materia di intelligence, Early Warning, capacità di lancio reattivo e Space Domain Awareness, l’autonomia è lungi dall’essere compiuta. Permane uno squilibrio transatlantico che configura, più in generale, uno slittamento verso il vocabolario strategico statunitense: l’Europa cerca di adattarsi a quel lessico, finendo per misurarsi su parametri di origine americana che amplificano un più ampio ritardo tecnologico. Già il Rapporto Draghi sulla competitività evidenziava la necessità di ridurre dipendenze esterne e vulnerabilità strategiche, intervenendo alla base della catena del valore sulle materie prime critiche e tracciando la rotta per un vero mercato unico dello spazio e un coordinamento della spesa pubblica. Elementi che il dibattito intorno alla proposta di European Space Act sembra alle volte tralasciare, trascurando l’esigenza di superare uno status quo fermo al Trattato di Lisbona del 2007.

Tra i tanti temi aperti dalla riflessione su autonomia e dipendenza, il settore della connettività è il fronte più acceso. Starlink continua a dimostrare la sua rilevanza in Ucraina, specialmente dopo nuove misure che ne limitano l’uso non autorizzato da parte delle truppe russe, dando dimostrazione dell’urgenza di garantire un comando e controllo distribuito, sicuro, affidabile e disponibile. La sua natura privata, soggetta alla discrezionalità di un singolo attore, ha da tempo allarmato le istituzioni europee.

Dalla Conferenza di Bruxelles emergono però più ombre che luci su IRIS²: mentre si afferma che il programma sarà superiore a Starlink, rappresentanti dell’industria definiscono la sua governance un esempio di come non fare le cose. Questa percezione distorta nasconde il rischio di confondere la competitività commerciale con la necessità strategica, inseguendo un modello difficilmente riproducibile.

I nodi irrisolti concepiti a Bruxelles non sono però solo tecnologici, né interamente imputabili alle dinamiche globali. Il primo e più profondo riguarda la natura dello stimolo al cambiamento. La spinta verso la sovranità europea nello spazio è largamente eteronoma: dettata dal distacco americano, dalla guerra in Ucraina, dalla competizione tra grandi potenze – non da una matura volontà interna. Tanto più che, se l’attuale riposizionamento strategico dello spazio è dovuto a fattori esterni, sono le sfide squisitamente interne quelle più profonde, cruciali per risolvere le questioni di autonomia.

Non poche sono le preoccupazioni affiorate all’ESC su burocrazia, governance inefficiente, competizione intra-europea e spinte nazionali. Queste ultime sono allo stesso tempo necessarie alla costruzione di capacità europee e NATO di pooling and sharing, qualora implementate in chiave di interoperabilità, ma possono anche frantumare l’azione europea rendendola vana.

Le lezioni del passato
In questa prospettiva, come evitare le trappole della dipendenza e dell’irrilevanza? Come interpretare la tensione tra spinte centrifughe e integrazione europea? Questi interrogativi richiamano lezioni dal passato e risposte trovate faticosamente in oltre sessant’anni di cooperazione europea.

Già nel maggio del 1966, una Tavola Rotonda organizzata dall’Istituto Affari Internazionali metteva in luce le fragilità strutturali del continente sulla cooperazione spaziale. Pur dando risalto agli sforzi multilaterali per mettere in comune rispettive risorse finanziarie, tecniche e industriali – unicum nel panorama mondiale – gli esperti descrivevano la cooperazione spaziale come afflitta da frammentarietà negli organismi di settore, da obiettivi talvolta in contrasto, dall’assenza di una politica spaziale comune e di un coordinamento efficace. La diagnosi era impietosa: inevitabile dispendio di risorse e duplicazioni, mancanza di stabilità programmatica e istituzionale, assenza di cooperazione effettiva con gli Stati Uniti. L’Italia, in particolare, sosteneva iniziative d’avanguardia per il geo-ritorno, il coordinamento e l’integrazione – e addirittura la fusione – degli organismi esistenti.

Quella diagnosi trovò conferma nel decennio successivo. La divisione tra ELDO (Convenzione per l’istituzione di una Organizzazione Europea per lo Sviluppo e la Costruzione di veicoli di lancio Spaziale), responsabile dei lanciatori, ed ESRO (Convenzione per l’istituzione di una Organizzazione Europea della Ricerca Spaziale), dedicato alla ricerca scientifica, era diventata emblema di una paralisi organizzativa e di una visione strutturalmente incapace di produrre risultati. Competenze separate e mancanza di coordinamento portarono a inefficienze ed errori gestionali gravi, in un contesto pre-ESA in cui già si discuteva di superamento del geo-ritorno e di preferenza europea.

Ripetute crisi, dovute a fuoriuscite e disimpegni da parte di Francia, Regno Unito e Italia, sancirono il fallimento di quel modello, aprendo una stagione fatta al contempo di singoli programmi nazionali – proprio nelle telecomunicazioni, come il programma Sirio italiano – e della fase costituente dell’ESA, in grado di attuare le riforme di governance e politica industriale discusse nei quindici anni precedenti, puntando a rafforzare un’industria europea pesantemente frammentata.

Una necessità strategica globale
Oggi, come negli anni Sessanta, sorgono spontanee alcune domande: la frammentazione avrà la meglio? Pesano di più le spinte centrifughe o l’integrazione europea? Le storie di successo che permettono all’Europa di vantare oggi infrastrutture d’eccellenza dimostrano che, nonostante le resistenze, l’integrazione ha prevalso quando è stata spinta da logiche di autonomia e percepita come necessità strategica globale. Ancor più di Copernicus – pur nato come strumento di sovranità informativa per clima e ambiente – il programma Galileo rappresenta la sintesi perfetta di questo percorso. Proposto negli anni Novanta per scopi civili, affonda le sue radici nella volontà di acquisire capacità indipendenti per influire sulle questioni globali.

La sua storia è segnata dalla tensione tra logiche di mercato e ambizioni politiche, e dalle fratture tra Stati europei che davano priorità alla fattibilità commerciale e al mantenimento dello status quo con gli Stati Uniti piuttosto che a visioni di autonomia – anticipando il dibattito ormai decennale sulla natura più o meno aperta dell’autonomia strategica, introdotta nel 2016 dall’EU Global Strategy. Infine, nel 2007 si imporrà il sostegno ad un Galileo modellato su un progetto di sovranità.  Da quel percorso emerge una lezione che vale ancora oggi: non si tratta più soltanto di rispondere e reagire agli shock esterni, ma di assicurare una logica implementazione e dare prova concreta delle ambizioni europee alla luce delle capacità disponibili.

È in questa luce che va letta la recente costituzione di Bromo, nuova società paritetica tra Airbus, Thales e Leonardo per l’integrazione delle attività satellitari e dei servizi spaziali, annunciata nell’autunno 2025. La sua rilevanza non è solo industriale: Bromo è, potenzialmente, il tipo di aggregazione dal basso che può coadiuvare a superare le inerzie istituzionali, portando le logiche nazionali verso un orizzonte europeo, contribuendo quantomeno a federare la domanda interna.

Il suo successo, però, dipende da due condizioni che rimandano direttamente ai nodi identificati in apertura. La prima è la rapidità decisionale europea: il progetto industriale richiederà circa due anni per diventare operativo. La seconda è, ancora, la disponibilità di una domanda interna adeguata – lo stesso tema che il Rapporto Draghi aveva indicato come prioritario e che il dibattito istituzionale continua a procrastinare. È un difficile equilibrio, retto da continui aggiustamenti di rotta e negoziazioni, più che dall’eventualità di raggiungere sintesi strutturali. L’Europa ha gli strumenti per affrontare queste sfide, ma il margine di tempo è più stretto rispetto agli anni Sessanta e il costo dell’irrilevanza più alto.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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Il voto sull’Iran risveglia i Maga dall’illusione di una presidenza imperiale  

8 June 2026 at 03:45

Con un voto storico dal profondo significato politico e costituzionale, la scorsa settimana la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una War Powers Resolution mirata a imporre un vincolo stringente ai poteri d’azione militare del presidente Donald Trump nel conflitto in corso contro l’Iran. L’esito della votazione riflette una convergenza trans-partitica che supera le tradizionali trincee della polarizzazione ideologica. Sebbene la Casa Bianca abbia immediatamente respinto l’atto e gli equilibri delle forze al Senato lasci prevedere l’impossibilità di superare la barriera del veto presidenziale tramite una maggioranza qualificata dei due terzi, la magnitudo politica dell’evento rimane dirompente. Si tratta, infatti, della prima reale ed evidente frattura interna alla maggioranza del Partito repubblicano dall’inizio della seconda presidenza Trump. La defezione di un nucleo critico di deputati del Gop infrange il mito dell’allineamento monolitico imposto dalla leadership del movimento Maga, svelando come il consenso attorno alla conduzione della politica estera trumpiana sia tutt’altro che incondizionato.

Questa ribellione parlamentare non può essere derubricata a mero attrito istituzionale o a un’effimera scossa procedurale; essa rappresenta il punto di rottura macroscopico di una tensione costituzionale latente che cova da mesi nei corridoi di Washington. Per comprendere l’effettivo peso di questo voto, è necessario inquadrarlo nel quadro concettuale della teoria dell’esecutivo unitario, pilastro dottrinale di cui l’amministrazione Trump si è fatta strenua interprete. Secondo questa lettura iper-presidenzialista dell’ordinamento costituzionale americano, l’intero potere esecutivo risiede in modo indivisibile ed esclusivo nella figura del Presidente, le cui prerogative di comando in materia di sicurezza nazionale e conduzione bellica non tollerano interferenze o sanzioni da parte degli altri rami dello Stato.

Fin dall’esordio delle operazioni belliche contro Teheran, la Casa Bianca ha adottato una interpretazione aggressiva e unilaterale dei testi legislativi, sfruttando sistematicamente i vuoti interpretativi della War Powers Resolution del 1973 e utilizzando il cosiddetto 60-day loophole come fulcro della sua strategia politico-costituzionale. L’amministrazione non si è limitata ad arrogarsi il diritto unilaterale di avviare le ostilità, ma ha ridefinito arbitrariamente la cronologia legale del conflitto. Frammentando l’azione militare tramite pause tattiche, cessate il fuoco provvisori e repentine riprese, l’esecutivo ha azzerato artificialmente il computo dei 60 giorni, aggirando di fatto l’obbligo del controllo parlamentare e riducendo la legge del 1973 a un guscio vuoto.

La finalità politica perseguita da Trump appare nitida: produrre uno svuotamento sostanziale delle funzioni del ramo legislativo, dimostrando nei fatti che il potere di supervisione e bilanciamento del parlamento perde qualsiasi legittimità giuridica e politica ogniqualvolta si ponga in contrasto con la volontà del presidente nella sua veste di comandante-in-capo. Forzare questo blocco legislativo sull’Iran risponde al preciso calcolo politico interno di sottrarsi alla necessità di negoziare con un Congresso frammentato, marginalizzando l’opposizione democratica e, contemporaneamente, neutralizzando l’ala più scettica del proprio stesso schieramento. In un duro comunicato ufficiale diramato subito dopo il voto, la Casa Bianca ha liquidato l’iniziativa parlamentare con parole che non lasciano spazio a mediazioni istituzionali: «Questa risoluzione è un attacco sconsiderato alle prerogative costituzionali del presidente come comandante-in-capo. In un momento in cui le nostre forze armate affrontano minacce attive, la Camera ha scelto di indebolire la capacità dell’America di difendere i propri interessi, offrendo un vantaggio strategico al regime di Teheran. Il presidente eserciterà il suo diritto di veto per proteggere la sicurezza nazionale e l’autorità dell’esecutivo».

Una crisi internazionale di vasta portata geopolitica viene così ridotta a mero strumento della competizione istituzionale interna americana. La Repubblica islamica dell’Iran diventa così il grimaldello attraverso cui ricompattare una base elettorale profondamente scettica dei risultati di questa Amministrazione e ridefinire i confini della prerogativa presidenziale.

Tuttavia, la reazione bipartisan della Camera indica che questa modalità di gestione unilaterale della proiezione internazionale americana ha oltrepassato la soglia critica di tolleranza sistemica, innescando gli anticorpi insiti nella Costituzione americana. La spaccatura del blocco repubblicano mette a nudo le contraddizioni ideologiche e dottrinali profonde che attraversano la destra americana nell’era del populismo. Sotto l’ombrello del movimento Maga albergano infatti filosofie istituzionali intrinsecamente inconciliabili: da un lato, l’avanguardia iper-presidenzialista, tesa a scardinare i corpi intermedi dello Stato in nome di una legittimazione esecutiva diretta; dall’altro, una forte componente di matrice libertaria e conservatrice classica, il cui nucleo identitario risiede proprio nel sospetto radicale verso l’ipertrofia del potere federale e la concentrazione delle prerogative belliche nelle mani dell’esecutivo. Il dossier iraniano ha fatto precipitare questa seconda componente in un cortocircuito etico e politico, costringendola a scegliere tra il conformismo di scuderia e la coerenza dottrinale. 

Mentre a Washington si consuma questo scontro di natura costituzionale, le ripercussioni internazionali della crisi interna paralizzano l’efficacia e la credibilità della diplomazia statunitense. Lo stallo delle trattative volte a sbloccare e porre in sicurezza il transito marittimo nello Stretto di Hormuz è la conseguenza diretta di una superpotenza globale la cui postura strategica è ormai determinata esclusivamente da calcoli elettorali e dagli gli umori di una presidenza volatile.

Di fronte a un quadro istituzionale in cui le garanzie di sicurezza e gli impegni internazionali di Washington non promanano più da un solido consenso bipartisan ma dipendono dalle prerogative dell’esecutivo, le diplomazie internazionali preferiscono adottare una postura d’attesa. Gli europei e le monarchie partner del Golfo Persico comprendono perfettamente che l’interlocutore d’oltreatlantico non esprime più una volontà statuale stabile, ma un’amministrazione strutturalmente vulnerabile, esposta al rischio di revocare i propri impegni internazionali in base ai repentini mutamenti degli equilibri politici interni.

Il voto della Camera, pur essendo destinato ad arrestarsi dinanzi al potere di veto presidenziale o alla resistenza della maggioranza al Senato, segnala inequivocabilmente che la presidenza imperiale sognata dall’ala più estremista del movimento Maga, lungi dall’essere monolitica, poggia su fondamenta instabili. L’ammutinamento di Capitol Hill dimostra che la postura imperiale non può reggere se ridotta a mero espediente di politica interna. Costringendo i legislatori repubblicani alla scelta tra la fedeltà alla fazione o la tenuta del sistema, la Casa Bianca ha risvegliato, proprio nel momento in cui la credibilità e la deterrenza della superpotenza esigevano la massima coesione istituzionale, i pesi e contrappesi che hanno garantito la stabilità della Repubblica negli ultimi 250 anni.

La scommessa dell’amministrazione Trump sull’Iran ha prodotto l’esito perverso di riattivare la coscienza istituzionale del Congresso proprio nel momento in cui tenta di consolidare la dottrina dell’esecutivo unitario attraverso la gestione spregiudicata di un conflitto.

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Come trasformare un ristorante messicano in una pizzeria di ricerca

8 June 2026 at 03:45

Fuddìe significa “follie” in dialetto siciliano: ma dentro quel nome c’è anche il riflesso della parola inglese foodie, buongustaio. E in effetti la storia di “Fuddìe pizza e cucina” sembra nata proprio da una deviazione improvvisa, da una scelta che sulla carta appariva irrazionale: due donne, una professionista affermata e la sua collaboratrice, che decidono di lasciare una traiettoria rassicurante per infilarsi nel territorio instabile della ristorazione. 

Rosalba Lo Iacono fa l’osteopata. Marilena Adamo è la sua segretaria e compagna di avventura. Nel 2022 aprono ad Alcamo, in provincia di Trapani, un locale dedicato alla cucina messicana autentica, dopo anni di studio ossessivo su spezie, ricette e materie prime. Pare che tutto sia nato dopo un viaggio ad Amsterdam e dall’incontro con un piccolo ristorante messicano capace di mostrare una cucina lontana dagli stereotipi tex-mex che popolano l’immaginario europeo. 

La prima intuizione, però, non basta. Il locale funziona, ma qualcosa continua a muoversi sotto la superficie. Rosalba, che nel frattempo accumula forni in casa e studia lievitazioni come farebbe un tecnico di laboratorio, inizia a spostare il baricentro verso la pizza. Non una pizza tradizionale e nemmeno una pizza “instagrammabile” nel senso più facile del termine. Piuttosto un progetto gastronomico complesso, quasi maniacale, costruito su impasti lunghi, farine selezionate e una continua ricerca di equilibrio. 

Oggi da “Fuddìe pizza e cucina” la cucina messicana esiste ancora, ma la pizza è diventata il centro gravitazionale. Gli impasti vengono realizzati con una miscela proprietaria di cinque farine Petra e farine Molino del Ponte Drago di filiera corta, prodotte a Castelvetrano, lasciate maturare tra le 48 e le 72 ore attraverso due prefermenti. Un approccio che racconta bene la personalità di Rosalba: tecnica, controllo, attenzione quasi clinica alla materia viva dell’impasto. Del resto, chi lavora sul corpo umano probabilmente sviluppa un rapporto particolare anche con fermentazioni, tensioni e tempi di trasformazione. A dare ulteriore struttura al progetto arriva Rosario Manfré, pizzaiolo con esperienze importanti a Copenhagen in locali di fascia alta, diventato figura chiave nella costruzione dell’identità della pizzeria. 

Il risultato è una proposta che divide, in un territorio abituato a pizzerie con una visione più locale (anche se, negli ultimi anni, in zona sono arrivate pizzerie siculo-napoletane eccellenti come Allegracori e Gusto). Ma è proprio questo il punto interessante: in un panorama dove moltissime pizzerie inseguono codici ormai standardizzati, Fuddìe sceglie di esporsi con una cifra personale, autoriale. Le spezie della tradizione messicana continuano a infiltrarsi nelle farciture, i topping cercano profondità più che immediatezza e la pizza smette di essere soltanto conforto per trasformarsi in pensiero. 

Anche la scelta degli ingredienti racconta questa direzione: i salumi Levoni entrano nel menu come elemento di una costruzione che punta sulla qualità riconoscibile, mentre il lavoro sulle farine Petra diventa quasi un manifesto tecnico del locale, con i fornitori, che sono una dichiarazione di metodo non scritta ma agita. 

Forse il successo di “Fuddìe pizza e cucina” nasce proprio qui: nella sensazione di trovarsi davanti a un posto che non replica formule già viste. Una pizzeria siciliana nata da un ristorante messicano, guidata da un’osteopata che parla di impasti come fossero organismi viventi, capace di trasformare una “follia” in uno degli indirizzi più intriganti dell’ovest dell’isola. Ah, la pizza è eccezionale.

Fuddìe pizza e cucina
Viale Europa, 158 – Alcamo (TP)

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Il peccato d’origine della seconda (fase della) Repubblica 

8 June 2026 at 05:45

Con la caduta del Muro di Berlino erano venute meno le ragioni delle due anomalie contrapposte che avevano caratterizzato il sistema politico italiano fino ad allora, cioè il “fattore K” con la presenza del più forte partito comunista dell’Occidente e l’unità politica dei cattolici nella Dc. Con i referendum elettorali per il sistema uninominale maggioritario, vi sarebbero state le condizioni per cercare di riformare quel sistema politico-istituzionale (in crisi da oltre dieci anni) in direzione di un bipolarismo di tipo europeo: un partito liberale/conservatore/popolare di qua e un partito socialdemocratico/ riformista/laburista di là, che finalmente avrebbero potuto legittimarsi reciprocamente. L’operazione politica “Mani pulite” impedì il perseguimento di questo obiettivo, consegnandoci di fatto un bipolarismo basato su altre due anomalie: da una parte, gli eredi del Pci che perseguendo la “via giudiziaria” non fecero i conti con la propria storia e quindi con il riformismo; dall’altra, Berlusconi che dette rappresentanza politica alla maggioranza degli italiani che ne era rimasta priva (riuscendo abilmente a coniugare il vento dell’antipolitica e la retorica del “nuovo” e della “società civile” con le istanze e i valori del vecchio pentapartito), ma portò con sé il suo enorme conflitto di interessi. Ne scaturì un bipolarismo di tipo muscolare tra antiberlusconiani e anticomunisti, frutto di coalizioni ampie ma disomogenee, costruite più per vincere che per governare; i due schieramenti non si legittimarono reciprocamente e non furono capaci di realizzare una riforma costituzionale condivisa che portasse a compimento la transizione verso la “democrazia maggioritaria” avviata dai referendum elettorali. Non poteva certo essere sufficiente la sola riforma elettorale, oltretutto gravata da limiti e contraddizioni, come vedremo analizzando il cosiddetto Mattarellum. Non solo: quel sistema prevalentemente maggioritario prevedeva la formazione delle coalizioni prima del voto e, di fatto, anche l’indicazione preventiva dei candidati premier, così da rendere gli elettori “arbitri della scelta dei governi” (secondo l’espressione di Roberto Ruffilli), ma fu subito contraddetto dalla cosiddetta “dottrina Scalfaro” che consentì di “ribaltare” i governi Berlusconi e Prodi (…). 

Un bipolarismo che non a caso è poi imploso, in particolare a seguito della crisi finanziaria e del debito sovrano nell’Area Euro, anche a causa dello spreco del “dividendo” dell’Euro da parte dell’Italia (cioè lo spreco del risparmio prodotto dalla caduta dei tassi di interesse sul debito pubblico conseguente all’introduzione della moneta europea); quel dividendo fu infatti utilizzato per finanziare maggiori spese anziché per ridurre l’indebitamento e rendere sostenibile il debito pubblico, con la conseguente esposizione dell’Italia a shock finanziari, come quello che nel 2011 portò lo spread sopra i 570 punti. Questa situazione portò alla nascita del governo Monti, alla politica di austerity in piena recessione e al conseguente successo del M5S (Movimento 5 Stelle) nelle elezioni del 2013 e ancor più in quelle del 2018, dopo la vittoria del No al referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi volta a superare il bicameralismo paritario e a riformare il Titolo V.

La democrazia italiana rimane pertanto caratterizzata dalla particolare debolezza sia del sistema politico sia del sistema istituzionale, diversamente dalle altre democrazie europee storicamente più forti per almeno uno di questi due aspetti (almeno fino alla crisi che recentemente le ha investite, di cui si dirà più specificamente a conclusione del presente volume).

Per tutto questo, oltre che ragioni culturali, in Italia le nuove fasi di radicalizzazione e polarizzazione politica si sono sviluppate in anticipo e con caratteristiche peculiari rispetto alle altre democrazie occidentali, facendo dell’Italia una sorta di laboratorio politico del populismo. 

Dopo quasi un decennio, il fenomeno populista si è relativamente depotenziato, messo alla prova dalla responsabilità governativa attraverso esecutivi di coalizione (anche se scaricando costi rilevanti sulla finanza pubblica), ma non è affatto scomparso e pervade ancora larghi tratti del nostro sistema politico e nessuno è in grado di assicurare che non si ripresenti, magari più forte di prima. La dinamica bipolare ha ripreso corso, anche se per le categorie della politica “classica” sarebbe problematico considerare come “coalizione” un insieme di forze politiche che non hanno posizioni unitarie in tema di politica estera, difesa e collocazione internazionale dell’Italia. Anche per questo, ancora una volta, non è detto che ci si trovi di fronte a una novità stabile.

Questi rilievi d’ordine generale interagiscono poi con altre considerazione che pervengono dalla XIX legislatura, così come essa si è fin qui dipanata. Si è certamente verificata una inedita stabilità politica dell’esecutivo, apprezzata addirittura in contesti come la Francia che, su questo terreno, hanno da sempre impartito lezioni all’Italia. Non è dato sapere, però, se tale fase potrà proiettarsi nel più lungo periodo. Tutti i governi europei, infatti, si sono dovuti confrontare con una situazione internazionale inedita, caratterizzata da fenomeni di relativa “deglobalizzazione” che in ambito economico è stata emblematizzata dai dazi e in quello geopolitico dalla rottura del tradizionale asse transatlantico. Le difficoltà sono state ancor più accresciute per la grande volatilità delle posizioni del Presidente statunitense. Ed esse stanno investendo con forza ancora maggiore i governi che gli sono ideologicamente più vicini, come quello italiano, che in alcuni momenti si sono avvantaggiati della possibilità di svolgere un ruolo di ponte tra Stati Uniti d’America ed Europa. Quel vantaggio, però, sembra ora cambiare di segno. Per fare da ponte, infatti, è necessario avere comunque rapporti e contiguità con Trump. E questo, le opinioni pubbliche europee, sembrano gradirlo sempre meno. Si tratta di processi che non potranno fare a meno di “scaricarsi” anche sulla composizione e sulla consistenza degli schieramenti. Anche perché, con il mondo in subbuglio, non si possono affatto escludere nuovi tsunami che rialimentino il populismo. 

Infine, un’ultima considerazione proviene proprio dall’esito del referendum sulla riforma dell’ordinamento giurisdizionale da poco celebrato. Esso ha tarpato le ali alla spinta innovatrice che il governo in carica intendeva imprimere. La circostanza, qualunque idea si abbia della riforma bocciata, per la maggioranza è un problema politico di non poco conto. Lo è però anche, paradossalmente, per lo schieramento che vorrebbe presto sostituirla alla guida del Paese. Esso infatti, sull’onda del successo, rischia d’assumere in materia d’istituzioni un atteggiamento di rigido conservatorismo. Può servire nel breve periodo e persino facilitare qualche successo parziale. Per quanto detto nell’introduzione di questo libro, però, si può escludere che tale posizione possa reggere a lungo, perché la forza dei cambiamenti epocali in atto impone in ogni caso di riconsiderare gli assetti istituzionali sia a livello nazionale che sovranazionale.

Tratto da “Storia di una riforma mai nata”, di Peppino Calderisi, Rubbettino Editore, 296 pagine, 24 euro

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La repubblica ha bisogno di un’assemblea costituente

8 June 2026 at 03:45

Giusto festeggiare gli 80 anni della Repubblica. Inevitabile che forti dosi di retorica punteggino celebrazioni spesso ridondanti. Utile se si coglie l’occasione per riflettere su alcuni passaggi della nostra storia e per fare un bilancio di questi 8 decenni di vita repubblicana. Ma soprattutto è indispensabile guardare avanti, uscendo dalla doppia trappola, quella del passato come nostalgia unificante e quella del passato come permanente fattore di polarizzazione divisiva.

Questi 80 anni di storia italiana sono stati pieni di luci, ma non sono certo mancate le ombre. Rispetto al 2 giugno del 1946 il Paese è certamente più ricco, più moderno, più evoluto. Ma allo stesso tempo più depresso, più disincantato, più disamorato della cosa pubblica, sempre meno convinto della concreta capacità della politica di incidere e migliorare la propria condizione di vita, come dimostra il crescente astensionismo elettorale. Ha attraversato momenti di straordinaria vitalità – politica, economica, sociale, culturale – e periodi di drammatica oscurità, dagli anni di piombo alle stragi mafiose, dalle crisi economiche alla degenerazione del rapporto tra magistratura e politica, fino ai tanti nodi irrisolti del sistema politico e istituzionale.

Ma non è questa la sede per approfondire il chiaroscuro di questi 80 anni della nostra Repubblica, che peraltro è mirabilmente descritto da Giuliano Amato e Giovanni Tarli Barbieri nel saggio “Le stagioni della Repubblica” edito dal Mulino (oggetto della War Room di giovedì 4 giugno, qui il link), in cui è stata analizzata l’evoluzione del nostro sistema istituzionale senza occultare i tanti passi falsi, ma al contempo illustrando la capacità del modello repubblicano di superare conflitti, estremismi e tensioni storiche attraverso un processo democratico capace di evolvere se stesso difendendo la Costituzione. Per esempio, uno dei grandi meriti del sistema repubblicano fu quello di riassorbire presto la spaccatura palesata proprio nel referendum del 2-3 giugno 1946, nel quale la Monarchia perse per poco più di due milioni di voti, mettendo in evidenza un paese diviso a metà, tra un Nord repubblicano e un Sud da Roma in giù a larga prevalenza monarchico. Mentre lo stesso non si può dire dell’altra enorme crepa del dopoguerra, quella tra fascisti e antifascisti, ancora presente nell’Italia di oggi, divisa tra nostalgici più o meno palesi e figli della resistenza più o meno massimalisti. Un conflitto che oggi ha preso le sembianze di uno scontro permanente sul passato tra opposti, ma accomunati dal medesimo immobilismo nel presente e da una totale assenza di visione del futuro. Un male che nuoce alla salute della nostra democrazia e rivela l’innegabile difficoltà della Repubblica di rigenerare le proprie istituzioni, con il Quirinale rimasto l’ultimo vero perno su cui si poggia tutto il sistema istituzionale, unico ancora capace di pacificare e unire il Paese.

La politica italiana è profondamente malata. Lo è la sua capacità di rappresentanza, lo sono i suoi meccanismi di (non) funzionamento. Il sistema istituzionale è arrugginito, quando non disfunzionante. La produzione legislativa è lenta e pletorica, spesso inessenziale. Il processo decisionale è rallentato, involuto, ma soprattutto incapace di produrre effetti reali e incisivi. Pur schematico, questo referto è più che sufficiente per trarre la conclusione che intervenire sul sistema politico-istituzionale, anche attraverso modifiche costituzionali, non solo è legittimo, ma indispensabile. Ma per riuscire a realizzarle, le riforme istituzionali, e farle bene, c’è una precondizione, senza la quale nulla è possibile: riformare la politica e il sistema politico. Non che in questi anni siano mancati i tentativi, solo che ci si è sempre affidati a chimere, facili illusioni o, peggio, disastrose forzature. Nella galleria degli errori (e orrori) vanno iscritti a pieno titolo la fine dei partiti tradizionali, il maggioritario, il bipolarismo, la personalizzazione della politica, il leaderismo esasperato, il progressivo deprezzamento e depauperamento del Parlamento, il federalismo verso il basso, il sovranismo come antitesi all’integrazione europea, l’accettazione del ruolo improprio assunto dalla magistratura, i cambiamenti costituzionali non condivisi tra maggioranze e opposizioni.

Ed è proprio da qui che vorrei partire per provare a dare a noi stessi una prospettiva che drammaticamente oggi ci manca. Ormai da molto tempo sostengo che l’Italia abbia bisogno di un ri(costituente), gioco di parole per dire che credo opportuna e necessaria una ripartenza basata su un momento formale straordinario: una nuova Assemblea Costituente. Eletta per compiere, senza furie iconoclaste ma anche senza alcun tabù, una revisione organica dell’architettura istituzionale dello Stato, a cominciare dalla imprescindibile semplificazione delle troppe ed elefantiache strutture del decentramento amministrativo, e per portare il Paese – finalmente – ad una vera “Terza Repubblica”. Sono anni, infatti, che un numero crescente di italiani – ormai la grande maggioranza – manda con i mezzi che ha, quindi anche e soprattutto con l’astensione dal voto, messaggi alla classe politica dicendole che è ora di chiudere l’infinita stagione del bipolarismo muscolare e della transizione verso non si sa bene che cosa, che impropriamente abbiamo chiamato Seconda Repubblica. La politica finora è rimasta sorda di fronte a questi appelli, preferendo parlare con il linguaggio della reciproca delegittimazione alle sempre più esigue tifoserie, aiutata in questo da un sistema mediatico complice.

Ora, però, il punto di rottura è vicino. Sia perché il declino strutturale del Paese è tale da rendere inevitabile la presentazione del conto, sia perché il quadro geopolitico planetario, con la rottura del patto di solidarietà euro-atlantico voluta dagli Stati Uniti di Trump proprio mentre a nord-est e a sud dell’Europa bussano guerre rovinose, già in atto e potenziali, produrrà conseguenze devastanti, sia per le economie (crisi energetica) e per i sistemi finanziari (rischi di crack come nel 2008 e seguenti), sia per la tenuta delle opinioni pubbliche (il riarmo) e dei sistemi politici. Sta dunque per chiudersi la lunga stagione che Giuseppe De Rita ha chiamato “il ciclo della politica- pop”, dominato dai “leader singolari”, cioè figure sorprendenti, fuori dagli schemi, ma meteore, perché quando la politica è soltanto costruzione comunicativa, le leadership sono destinate ad esaurirsi rapidamente. Insomma, il mix pernicioso tra populismo, radicalismo, leaderismo e nuovismo è – sperabilmente – al trapasso. E paradossalmente potrebbe essere il suo interprete più rappresentativo, Donald Trump, a posarci sopra una bella pietra tombale, proprio in virtù del suo fallimentare estremismo. Di conseguenza potrebbe (dovrebbe) aprirsi una nuova fase della politica che De Rita definisce “ritorno alla normalità” e stima si manifesti “da qui al 2032”.

E di cosa c’è più bisogno per favorire l’avvio e il consolidamento di questa nuova  epoca se non di riscrivere le comuni regole del gioco e ridisegnare l’architettura dello Stato, centrale e periferico, e di farlo nella sede più alta e appropriata di un’assemblea appositamente convocata? La quale, grazie al mandato popolare e l’alto valore anche simbolico che avrebbe la sua convocazione 78 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1 gennaio 1948), disporrebbe dell’autorevolezza e della coesione necessarie a modernizzare seriamente un assetto istituzionale che non risponde più alle attese ed alle esigenze di un Paese che deve riacquisire fiducia e tornare a investire sul futuro. L’Italia ha bisogno di una “grande svolta” per rifondare su nuove basi il sistema politico, per riscrivere in modo condiviso le regole comuni, per rinnovare profondamente la classe dirigente, per ritrovare la strada dello sviluppo economico, per riscoprire lo spirito fondativo della Repubblica.

Certo, l’Assemblea Costituente è quello più impegnativo dell’intera gamma di strumenti utilizzabili. Ma, da un lato, veniamo dal fallimento delle Bicamerali per non uscire dal recinto di Camera e Senato, e dall’altro gli esiti di diversi referendum sconsigliano le forzature a colpi di maggioranza, perché gli italiani – giustamente – non si fidano e puniscono la modalità prima ancora che il merito delle riforme costituzionali. Nello stesso tempo, è assurdo contestare l’intenzione – bollandola come sovversiva, reazionaria e fascista – di mettere mano alla Costituzione, in nome della sua presunta intangibilità. Dunque, l’Assemblea Costituente è senza dubbio lo strumento più efficace, più adeguato e il più evocativo della necessità del cambiamento, perché solo un luogo extra-parlamentare, cioè la cui composizione e i cui lavori siano sganciati dal Parlamento vigente e dall’iter dei suoi lavori, e che quindi non costringa nessuno all’abiura della propria militanza e che prescinda dalla distinzione tra maggioranza e opposizione, può funzionare. L’Assemblea dovrà essere dotata di poteri sia redigenti che deliberativi, i suoi componenti (un centinaio è il numero giusto) saranno eletti dai cittadini con una procedura elettorale proporzionale pura a collegio unico nazionale (vanno esclusi i parlamentari in carica e va lasciata una quota di saggi scelti dal Capo dello Stato), e le sarà assegnato un anno di tempo per concludere i lavori. Infine, lo spirito costituente indurrà l’esaurirsi della contrapposizione permanente come unica ragione del fare politica, premessa per mandare in pensione il bipolarismo armato e favorire la convergenza su basi post ideologiche dei partiti, inevitabilmente rinnovati nelle loro classi dirigenti.

Dopo le elezioni del 2022, Giorgia Meloni ha avuto la possibilità di alzare l’asticella rispetto ai suoi predecessori, promuovendo una legge costituzionale che convocasse un’Assemblea Costituente (o anche, volendo, che istituisse una Commissione Costituente, secondo le indicazioni di Marcello Pera, che pure la stessa Meloni aveva fatto eleggere nelle liste di FdI). E in quella sede decidere se è il presidenzialismo, e di quale tipo, che può assicurare al Paese una politica che sappia fare le riforme, o seppure, come io penso, lo sia un premierato alla tedesca, che non prevede elezione diretta del primo ministro, ma si affida alla sfiducia costruttiva e ad altre regole di sana governabilità. Invece, nell’illusione di avere ricevuto dagli italiani un mandato forte – cosa che non è, visto che il destra-centro rappresenta un quarto degli aventi diritto al voto, ed è peraltro fortemente diviso al suo interno – Meloni ha scelto la via parlamentare, abborracciando una proposta, il premierato, politicamente sbagliata e tecnicamente piena di lacune e contraddizioni. Tant’è che è stata abbandonata per strada, ripiegando su una legge elettorale nominalmente proporzionale ma in effetti iper-maggioritaria per via dell’assegnazione di un premio (sono in discussione la quantità di seggi e la soglia sopra la quale se ne avrebbe diritto, per evitare la probabile bocciatura della Corte Costituzionale) che assicuri la vittoria certa ad una delle coalizioni in gara. Ora, se è vero che l’Italia ha un disperato bisogno, insieme, di stabilità politica e di governabilità, è altrettanto vero che mentre la seconda assicura anche la prima, non è così viceversa. E la stabilità non si può imporre per legge, discende dalla qualità dei partiti e delle loro classi dirigenti, dal sistema politico che si adotta e dal buon funzionamento dell’attività legislativa. Mentre per rafforzare l’esecutivo basterebbero tre piccole modifiche costituzionali: trasformare il presidente del Consiglio in Cancelliere attribuendogli il potere di nomina e revoca dei ministri; introdurre la “sfiducia costruttiva” in modo che le Camere possano mandare a casa un governo solo quando ce n’è già un altro pronto; fissare un tempo di durata dei governi, fermo restando la scadenza anticipata (che però sarebbe mitigata dalla “sfiducia costruttiva”).

Ma non è difficile comprendere che si tratta di questioni su cui è bene evitare la contrapposizione, e cercare invece la convergenza. Condizione che in questo sistema politico non è possibile realizzare in Parlamento. Meloni, che ha il problema di come riempire di contenuti l’anno abbondante che ci separa dalla fine della legislatura per evitare che sia solo una infinta e sanguinosa campagna elettorale, avrebbe tutto l’interesse ad adottare l’idea della Costituente. Lo farà? Ne dubito fortemente. Così come non mi pare proprio che il campo largo, tra una Schlein landinizzata e un Conte impegnato a praticare un pacifismo funzionale a Putin, abbia non dico l’intelligenza politica, ma almeno l’astuzia per farne l’oggetto del suo programma (che non c’è). Non resta dunque che sperare che l’idea dell’Assemblea Costituente come “ricostituente” per guarire l’Italia malata, nasca dal basso, dalla società civile, dai corpi sociali intermedi, dagli intellettuali e da qualche media che si voglia sottrarre alla mediocrità dilagante. Io la lanciai, con tanto di proposta formalizzata, nel 2006, e la rilancio oggi, sperando di avere migliore fortuna. Chi vuole davvero bene alla Repubblica si attivi. Agli altri lasciamo volentieri la celebrazione dei suoi 80 anni, che fa fino e non impegna. Viva la Repubblica.

 

Tratto dalla newsletter “Terza Repubblica” di Enrico Cisnetto

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