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La Corea del Nord non vuole essere solo il junior partner della Cina

9 June 2026 at 03:45

Xi Jinping è stato accolto a Pyongyang come si accoglie un alleato storico. Ieri, in piazza Kim Il Sung, una folla festante agitava bandiere cinesi e nordcoreane sotto gli slogan che celebravano l’«eterna amicizia» tra i due Paesi. Ad aspettarlo c’erano Kim Jong Un e la moglie Ri Sol Ju, una guardia d’onore dell’Esercito popolare coreano e una coreografia studiata per rappresentare l’unità tra Pechino e Pyongyang. Nei messaggi diffusi dai media di Stato, Xi ha definito le relazioni bilaterali giunte a un «nuovo punto di partenza storico», perché Cina e Corea del Nord condividono le «nuove missioni del nostro tempo».

Dietro la liturgia dell’amicizia di lunga data c’è una relazione stratificata, che non riguarda solo i due Paesi. L’ultima visita di Xi in Corea del Nord risaliva al 2019. Da allora è cambiato molto. La pandemia ha isolato ulteriormente Pyongyang, la guerra in Ucraina ha avvicinato Kim Jong Un a Vladimir Putin e il programma nucleare nordcoreano è diventato ancora più sofisticato. Soprattutto, la Corea del Nord non dipende più dalla Cina come un tempo.

Xi Jinping usa i suoi viaggi all’estero di inizio anno sempre in maniera strategica, come per mandare un messaggio al mondo. Nel 2023 la priorità della diplomazia cinese era la Russia, l’anno dopo l’Europa, mentre nel 2025 era il Sud-est asiatico. Adesso la scelta è caduta sulla Corea del Nord, uno dei fronti più delicati della competizione geopolitica in Asia.

Ai tempi dell’ultima visita a Pyongyang, nel 2019, il negoziato sul nucleare nordcoreano con gli Stati Uniti era ancora vivo, e Cina e Russia sostenevano formalmente il regime di sanzioni internazionali costruito per convincere il leader nordcoreano a rinunciare alle sue ambizioni atomiche. Oggi Kim non parla più di denuclearizzazione. Anzi, continua ad ampliare il proprio arsenale e considera ormai irreversibile lo status della Corea del Nord come potenza nucleare. Anche per Xi la priorità è cambiata. Il leader cinese, scrive l’Economist, sembra ormai più interessato a gestire una Corea del Nord nucleare che a disarmarla – o forse sa che dissuaderla sarebbe un impegno troppo dispendioso. L’obiettivo principale è evitare che Pyongyang scivoli troppo nell’orbita di Mosca, che negli ultimi anni ha accresciuto enormemente la propria influenza grazie alla cooperazione militare nata attorno alla guerra in Ucraina.

Non è una questione secondaria. La Cina resta di gran lunga il principale partner economico della Corea del Nord: la maggior parte del commercio estero nordcoreano passa ancora attraverso il confine cinese e nei primi mesi del 2026 gli scambi tra i due Paesi sono cresciuti di oltre il venti per cento rispetto all’anno precedente. Ma l’invasione russa dell’Ucraina ha modificato gli equilibri. In cambio di munizioni, missili e soldati inviati al fronte, Mosca ha fornito a Pyongyang energia e tecnologia militare, oltre a nuova liquidità e sostegno diplomatico.

Per questo motivo la visita di Xi assume un significato diverso da quello suggerito dalla coreografia dell’accoglienza.

Per anni la Corea del Nord è stata descritta come uno Stato isolato, economicamente dipendente dalla Cina e costretto a muoversi entro limiti ben definiti. In un certo senso è ancora così. Ma diversi osservatori ritengono che questa rappresentazione non sia più sufficiente: per la prima volta da molti anni, Pyongyang ha qualche carta alternativa da mettere sul tavolo nella sua alleanza con Pechino. In una lunga analisi pubblicata sul numero di maggio-giugno di Foreign Affairs, Oriana Skylar Mastro, politologa della Stanford University e studiosa degli equilibri strategici nell’Indo-Pacifico, sostiene che la guerra in Ucraina stia modificando profondamente la posizione internazionale di Pyongyang. I rapporti economici, militari e diplomatici costruiti con Mosca negli ultimi anni hanno «alleviato parte della pressione che per decenni ha mantenuto la Corea del Nord subordinata alla Cina». Il risultato è che Pyongyang «dispone oggi di meno vincoli che mai e può permettersi di giocare su due tavoli, sfruttando contemporaneamente il sostegno della Russia e quello della Cina».

La nuova libertà di manovra della Corea del Nrod arriva anche al culmine di un processo di lunga duranta, che ha portato un profonda trasformazione interna del regime. Ne ha parlato il New York Times in una lunga ricostruzione pubblicata poco prima del viaggio di Xi Jinping: Kim Jong Un ha sfruttato gli anni della pandemia per rafforzare il controllo sulla società e sull’economia nordcoreana, trasformando una fase che sembrava minacciare la sopravvivenza del regime in un’opportunità per consolidare il proprio potere. «Kim ha iniziato la pandemia chiudendo il confine con la Cina, emanando ordini di sparare a vista per impedire ai nordcoreani di fuggire oltre confine. Ha represso il commercio e il contrabbando attraverso il confine, costringendo il suo popolo a dipendere meno dalle importazioni e a produrre più beni a livello nazionale», si legge sul New York Times. La crisi sanitaria è diventata quindi l’occasione per ricostruire il monopolio statale sull’economia e sull’informazione, riportando sotto il controllo del partito gli spazi di autonomia che si erano aperti dopo la grande carestia degli anni Novanta.

Nel 2022 l’invasione dell’Ucraina gli ha offerto un altro assist. Il sostegno militare fornito a Mosca – dalle munizioni ai missili, fino all’invio di migliaia di soldati – ha permesso alla Corea del Nord di migliorare la sua condizione di junior partner nei rapporti bilaterali. Secondo il New York Times, l’economia nordcoreana è tornata a crescere nel 2024 al ritmo più elevato degli ultimi otto anni, mentre il regime ha ripreso a investire in infrastrutture, edilizia e grandi progetti simbolici. «Negli ultimi anni, Kim Jong-un è passato dall’inferno al paradiso», ha detto al New York Times Jiro Ishimaru, caporedattore dell’agenzia di stampa giapponese Asia Press International.

La nuova realtà della Corea del Nord cambia anche la sua posizione all’interno di quell’asse delle autocrazie che Anne Applebaum nel suo saggio del 2024 aveva definito “Autocrazie S.p.A.”.

Pur dipendendo ancora da Cina e Russia, sul piano globale Pyongyang è riuscita a rilanciare il suo valore strategico e questo le consente di giocare una partita molto più autonoma. Le autocrazie continuano a collaborare e a sostenersi reciprocamente, come scrivevamo anche su Linkiesta Magazine la scorsa estate. Ma la visita di Xi a Pyongyang mostra che all’interno di quella rete esistono anche interessi divergenti e nuove forme di competizione. Putin ha bisogno di Kim per sostenere il proprio sforzo bellico. Xi non vuole perdere influenza sulla penisola coreana. E Kim, forse più di tutti, sta imparando a sfruttare questa situazione a proprio vantaggio.

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Un’Europa più forte è possibile, ma tutto ha un prezzo

3 June 2026 at 03:45

Le proposte di modifica dei meccanismi decisionali europei sono come il giorno della marmotta, la stessa scena che si ripete all’infinito. Al gioco partecipa anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: «Il piano A è andare avanti a ventisette. Ma se ciò non fosse possibile, il Trattato prevede una cooperazione rafforzata». Con questa frase, pronunciata lo scorso febbraio davanti al Parlamento europeo durante il dibattito sulla competitività e sul rapporto Draghi, von der Leyen ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’Europa a più velocità. Intesa come strumento pragmatico per «abbattere le barriere che ci impediscono di essere un vero gigante globale».

Poche settimane prima, i ministri dell’Economia e delle Finanze di Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Paesi Bassi avevano discusso come far avanzare alcuni dossier cruciali senza attendere l’accordo di tutti i ventisette i Paesi dell’Unione. «Le sei grandi economie europee vogliono fare da motore per l’Europa», ha detto il ministro tedesco Lars Klingbeil. Il messaggio, nella sostanza, è lo stesso: rafforzare competitività e difesa, come suggerito da Mario Draghi, richiede velocità, non unanimità.

L’idea di procedere per gruppi ristretti non è nuova nella storia dell’integrazione europea. I trattati consentono già un’integrazione differenziata. L’euro, Schengen, le cooperazioni nel diritto di famiglia, i brevetti: diversi esempi mostrano che l’Unione ha da tempo accettato di viaggiare a più velocità. Solo che adesso le pressioni di un’America meno cooperativa, di una Russia aggressiva e di una Cina dominante nelle catene globali del valore lasciano l’Europa ancora più esposta. La flessibilità aiuta, ma non basta a garantire decisioni rapide su dossier centrali come politica estera e difesa, alimentando nell’opinione pubblica la percezione di un’Europa lenta e inefficace.

I sei Stati che vogliono fare da motore intendono muoversi in campi su cui l’Unione discute da decenni con pochi risultati concreti: difesa comune, intelligence, sicurezza interna, accesso alle materie prime, coordinamento fiscale. Già nel 2017 la Commissione Juncker pubblicò un libro bianco sul futuro dell’Europa, indicando scenari e strumenti per affrontare sfide molto simili a quelle attuali. Quasi dieci anni dopo, gran parte di quei progetti esiste, certo, ma solo su carta.

Forse è il caso di trasformare la geometria variabile da strumento occasionale a metodo strutturale. Non per creare un club esclusivo di Stati europei, ma per definire regole chiare di partecipazione, aperte a chiunque voglia aderire rispettando lo Stato di diritto. Alcuni Paesi membri potrebbero muoversi su dossier critici senza inciampare in veti e ostruzionismi, offrendo al contempo incentivi concreti a chi vuole aggregarsi in un secondo momento.

Energia, difesa, politica estera, governance economica e coordinamento fiscale sono settori in cui questo approccio potrebbe fare la differenza: accelerando decisioni strategiche, riducendo la frammentazione e costruendo strumenti permanenti di stabilità. L’esperienza recente della pandemia e del Next Generation Eu hanno dimostrato un vecchio assunto del liberismo: una crisi è sempre un’opportunità. In questo caso l’opportunità è quella di accelerare la costruzione europea. Accettare che alcuni Paesi avanzino più velocemente su certi dossier potrebbe essere il prezzo per evitare che l’Europa resti ferma mentre il mondo accelera.

Il cuore del dilemma europeo non è solo politico, ma costituzionale. A differenza di altri organismi intergovernativi, l’Ue è un ordinamento costituzionalizzato dai Trattati, con vincoli stringenti che disciplinano perfino le eccezioni al principio dell’unanimità. Questo è particolarmente evidente nel caso della cooperazione rafforzata, l’artificio giuridico spesso invocato come via d’uscita dal blocco a ventisette.

L’articolo 20 del Trattato sull’Unione europea (TUE) consente a un gruppo di Stati di avanzare insieme su specifici dossier, purché gli obiettivi non possano essere raggiunti dall’Unione nel suo insieme e partecipino almeno nove Paesi. È concepito come deroga, non come regola. Poi ci sono gli articoli 326-334 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Questi stabiliscono che le cooperazioni rafforzate devono rispettare i Trattati e il diritto dell’Unione, e soprattutto non possono pregiudicare né il mercato interno né la coesione economica, sociale e territoriale.

In più, ogni nuova cooperazione deve essere aperta a tutti gli Stati membri e che questi possano aderire in qualsiasi momento. In parole semplici, anche se un gruppo di Stati volesse avanzare su difesa comune, intelligence o fiscalità europea, non può farlo in modi che ostacolino qualcuno o alterino la concorrenza interna al mercato unico. Questa è la tutela di base dell’integrazione europea, molte volte sottaciuta nel dibattito politico. Proprio per questo, trasformare la geometria variabile in metodo strutturale è praticamente impossibile. Servirebbe un processo revisione costituzionale su larga scala, inattuabile soprattutto in tempi brevi, in una fase di grande fragilità – Emmanuel Macron è un’anatra zoppa in patria, Friedrich Merz non ha lo standing né la forza politica, Giorgia Meloni non sembra davvero intenzionata a diventare la leader europeista di cui ci sarebbe bisogno, ammesso che abbia le carte per farlo.

Il credito politico per aprire una vera revisione dei trattati oggi non c’è, in Europa. Una riforma costituzionale richiederebbe anni di negoziati, ratifiche nazionali e referendum. Sarebbe un percorso macchinoso e vulnerabile alle ingerenze di potenze esterne, dalla Russia alla Cina, interessate proprio a mantenere un’Europa debole e incapace di decidere. La domanda quindi non è se l’Europa abbia bisogno di avanzare a più velocità, ma come farlo senza spaccarsi prima di cominciare. La risposta più onesta è anche la meno elegante. Non serve una rivoluzione o una nuova fase costituente. La via più percorribile è quella sotterranea, poco a poco, forzando gli strumenti esistenti e accettando una dose strutturale di ambiguità. In perfetto stile Ue.

La prima opzione sul tavolo è spingere al massimo la cooperazione rafforzata (art. 20 TUE), interpretandola in modo estensivo e trasformandola, di fatto, in una prassi più frequente per consentire a gruppi di Stati di avanzare su difesa, sicurezza, politica industriale e approvvigionamenti strategici. È un costituzionalismo creativo: stare dentro i trattati, stiracchiandoli al massimo, un po’ come fanno da anni molti governi nazionali quando governano per decreto.

La seconda strada è più esplicita, quindi rischiosa. È la strada quella degli accordi intergovernativi extra-Ue. Trattati bilaterali o trilaterali tra Stati che condividono una visione strategica, come il Trattato del Quirinale tra Italia e Francia o il Trattato di Aquisgrana firmato nel 2019 tra Francia e Germania. Sono accordi di coordinamento sui dossier più importanti, senza passare per le procedure comunitarie. È una via già battuta, spesso celebrata, talvolta disattesa, quasi sempre personalizzata. Di solito funzionano finché c’è una regia politica forte, e fin qui è stata utilissima quella di Emmanuel Macron. Senza di lui, e senza una leadership capace di pensare in termini europei, questa architettura rischia di svuotarsi rapidamente.

Entrambe queste soluzioni – cooperazione rafforzata “forzata” e accordi intergovernativi – non sono alternative pulite. Sono compromessi. La prima resta prigioniera dei limiti giuridici dei trattati, la seconda rischia di legittimare un’Europa costruita fuori dall’Unione. Il confine è sottile, ma l’alternativa – restare formalmente uniti e politicamente irrilevanti – è peggiore. Se il mondo accelera e l’Europa resta ferma, la geometria variabile diventa una necessità di sopravvivenza.

Davanti a questa impasse la tentazione è pensare che una forzatura sia inevitabile. In fondo, l’Europa ha spesso costruito i suoi pilastri prima ancora di avere un tetto comune. L’euro è nato senza un’unione fiscale compiuta. Schengen ha preceduto una vera politica migratoria. L’integrazione europea non è mai stata lineare; è stata incrementale, talvolta imperfetta, spesso ambigua.

Oggi quella stessa ambiguità potrebbe diventare metodo. Spingere al massimo la cooperazione rafforzata, moltiplicare accordi intergovernativi, costruire alleanze strategiche che superano i confini formali dell’Unione. Non è un caso che nel 2026 si siano intensificati i dialoghi con il Canada, sul piano commerciale e perfino su quello della difesa, con l’ingresso di Ottawa nei progetti europei di sicurezza industriale. È il segnale di un’Europa che, per rafforzarsi, comincia a costruire ponti anche al di fuori dei ventisette.

Ma qui si apre il vero paradosso. Rafforzare l’Unione aggirando le sue rigidità può renderla più efficace nel breve periodo. Allo stesso tempo, rischia di spostare il baricentro decisionale fuori dal perimetro istituzionale comune, creando un’Europa che si consolida per addizione di accordi, più che per coesione interna. Se l’Europa sceglie di avanzare per gruppi ristretti e per alleanze esterne, sta costruendo un nucleo più solido o sta accettando una frammentazione controllata? Forse il vero banco di prova non sarà la prossima riforma dei trattati, ma la capacità di tenere insieme velocità e unità, potenza e legittimità. Perché un’Europa più forte fuori dall’Europa potrebbe essere una soluzione. Oppure l’inizio di un nuovo equilibrio ancora tutto da definire.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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Il nuovo chip Nvidia, e il futuro dei pc governati dall’intelligenza artificiale

2 June 2026 at 03:45

Al Computex di Taipei appena iniziato, Nvidia si è esposta con un annuncio molto audace. L’azienda di Jen-Hsun Huang ha presentato RTX Spark, un nuovo processore progettato per portare gli agenti di intelligenza artificiale direttamente dentro i personal computer e sui desktop Windows. Dal punto di vista tecnico è una novità importante, perché trasforma Nvidia da semplice produttore di acceleratori grafici a fornitore di una piattaforma di calcolo completa. Ma ovviamente questa storia non riguarda solo l’hardware, l’orizzonte della notizia è molto più vasto.

Per decenni il pc è stato organizzato attorno alle applicazioni. Si apriva Word per scrivere, Excel per fare calcoli, Photoshop per modificare immagini. Nvidia sta scommettendo su un modello completamente diverso. Durante il Computex, Huang ha spiegato che questi sistemi sono stati progettati per usare agenti di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo, senza dover dipendere continuamente dal cloud. Reuters ha definito RTX Spark un passaggio dal «pc app-centrico» al «pc che usa gli agenti di intelligenza artificiale». Quindi si avrebbe un computer pensato per coordinare assistenti digitali capaci di svolgere compiti autonomamente.

È un’evoluzione diversa anche rispetto alla forma delle precedenti innovazioni tecnologiche nel settore informatico, progettate quasi sempre per dare all’utente chatbot più potenti o laptop più veloci. Nvidia, scrive il New York Times nel suo approfondimento, sta lavorando con Microsoft e con i principali produttori di computer per permettere agli assistenti digitali di «usare i pc operando autonomamente mouse e tastiera come farebbe un utente». È un tentativo di trasformare il computer nel luogo in cui vivranno gli agenti di intelligenza artificiale della prossima generazione.

È anche una dichiarazione di guerra a Intel (guerra di mercato, s’intende). Per quarant’anni la filiera dei pc Windows è stata regolata da una divisione dei compiti molto chiara: Intel produceva il processore centrale, Nvidia forniva le schede grafiche più avanzate. Con RTX Spark quel confine sbiadisce. Nvidia vuole controllare la piattaforma nel suo insieme, dal processore centrale agli strumenti che eseguono modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo.

Lo sfondo finanziario rende la sfida ancora più credibile, sicuramente più di quanto non sarebbe stata solo pochi anni fa. Nvidia ha chiuso l’ultimo esercizio fiscale con ricavi superiori a duecentoquindici miliardi di dollari, in crescita del sessantacinque per cento rispetto all’anno precedente. Intel, che continua a difendere la centralità della CPU nell’era dell’intelligenza artificiale, si è fermata a poco meno di cinquantatré miliardi.

L’investitore M.G. Siegler, esperto del settore, ha scritto sul suo sito Spyglass che quello che si è visto sul palco del Computex è più di un semplice lancio di prodotto, sintetizzando tutto con una formula molto efficace: Nvidia starebbe cercando di «diventare Intel prima che Intel riesca a diventare Nvidia».

Se per anni l’intero settore tecnologico ha cercato di replicare il successo di Nvidia nell’intelligenza artificiale, oggi l’azienda di Santa Clara in California ha iniziato a occupare territori che storicamente appartenevano ad altri: prima i supercomputer per l’intelligenza artificiale, poi i processori per server, adesso il personal computer.

Negli ultimi due anni abbiamo imparato a pensare all’intelligenza artificiale come a una finestra di testo. ChatGpt, Claude, Gemini funzionano con uno scambio di messaggi in forma scritta. Nella visione di Nvidia, dietro l’angolo ci aspetta una specie di rivoluzione copernicana: «Posso immaginare perfettamente un giorno in cui ci sarà un supercomputer AI dentro ogni casa», ha detto Huang. «Gestirà tutti i tuoi agenti, tutti i tuoi assistenti, e loro faranno continuamente cose per te». È una visione del modo in cui l’informatica potrebbe evolvere nel prossimo decennio. Si può intravedere ciò che oggi sta prendendo forma in Cina: negli ultimi mesi Alibaba, Tencent e ByteDance hanno iniziato a integrare agenti di intelligenza artificiale dentro le proprie piattaforme, trasformando chatbot e assistenti in sistemi capaci di acquistare prodotti, prenotare servizi, confrontare offerte e completare operazioni per conto degli utenti.

Questa storia si collega a una delle contraddizioni più interessanti del dibattito sull’intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi, gran parte della discussione politica americana si è concentrata sui rischi dei modelli più avanzati: i timori per la sicurezza informatica, il rinvio di un ordine esecutivo di Donald Trump condizionato da David Sacks, le richieste di supervisione governativa, perfino i paragoni con la deterrenza nucleare. È qui che si registra una curiosa asimmetria tra politica e Big Tech. Perché più i governi iniziano a preoccuparsi dei rischi della tecnologia, più le aziende lavorano per renderla invisibile e strutturale, praticamente sottintesa. Da un lato il tentativo, piuttosto disperato, di controllare i modelli più avanzati, dall’altro l’idea di integrarli dentro computer, smartphone, automobili e dispositivi domestici.

La discussione pubblica ha iniziato ad assomigliare sempre più a quella delle grandi tecnologie strategiche del Novecento, sui toni della deterrenza e dei rischi per la sicurezza, con inevitabili accordi tra grandi potenze. Una tecnologia eccezionale, nel senso più ampio del termine. Le aziende dell’intelligenza artificiale, invece, stanno cercando di trasformarla in una tecnologia ordinaria. E quando una tecnologia diventa ordinaria, di solito è già troppo tardi per decidere se la volevamo davvero.

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