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La competizione silenziosa sul futuro dell’Ucraina aperta dalla lettera di Zelensky

6 June 2026 at 03:45

Il copione sembra scontato: le dichiarazioni coordinate tra Parigi, Berlino, Londra e Bruxelles; il sostegno alla lettera del presidente ucraino Volodymyr Zelensky al leader russo Vladimir Putin; un rinnovato appello a riaprire i canali negoziali. Il presidente francese Emmanuel Macron che parla di una «buona iniziativa», la Commissione europea che ribadisce il sostegno a colloqui diretti, il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul che insiste sulla necessità di negoziati «con e dagli europei». Tutto appare lineare, quasi prevedibile.

Ma sotto questa superficie si sta muovendo qualcosa di più profondo: non una semplice apertura diplomatica, ma la competizione tra due modelli incompatibili di negoziato.

La lettera di Zelensky a Putin non è soltanto un invito al dialogo. È un’operazione politica multilivello. Rivolta a Mosca, costruisce la narrativa della responsabilità russa nel rifiuto della pace. Rivolta a Washington, segnala che Kyjiv non può attendere indefinitamente le priorità americane, oggi in parte assorbite da altri dossier strategici. Rivolta all’Europa, riafferma che le questioni di sicurezza del continente non possono essere negoziate senza la presenza europea. E rivolta all’opinione pubblica internazionale, tenta di consolidare l’immagine di un’Ucraina pronta al negoziato, ma non alla resa.

Dall’altra parte, Mosca lavora su una logica diversa. Le dichiarazioni che emergono dal Forum economico di San Pietroburgo e la narrativa rilanciata dai media statali non descrivono soltanto una disponibilità al dialogo condizionato, ma un tentativo di normalizzazione bilaterale del conflitto. L’idea stessa di un canale diretto tra Putin e il presidente statunitense Donald Trump, rilanciata dalla stampa russa, va letta meno come provocazione infrastrutturale e più come messaggio politico: riportare la gestione della guerra a un asse diretto tra grandi potenze, ovvero come la Russia vuole essere considerata, riducendo il ruolo europeo a elemento secondario.

L’Europa reagisce cercando di consolidare il proprio spazio politico. Le capitali europee insistono sulla centralità dell’Unione nei futuri negoziati, mentre Parigi prova a fissare paletti chiari: apertura al dialogo sì, ma senza riaprire la questione delle concessioni territoriali come premessa negoziale. È una linea che mira a impedire che l’eventuale evoluzione del dialogo venga assorbita da una dinamica bilaterale tra Washington e Mosca.

Il risultato è che oggi non esiste un solo tavolo negoziale in costruzione, ma due architetture potenzialmente incompatibili. La prima, sostenuta da Kyjiv e dalle principali capitali europee, è multilaterale: include garanzie di sicurezza, coinvolgimento europeo e statunitense, e una rigida separazione tra cessate il fuoco e concessioni territoriali. La seconda, promossa implicitamente dalla narrativa russa e da alcuni segnali provenienti dal fronte americano, è bilaterale: tende a ridurre il conflitto a una questione tra potenze, con l’Ucraina in posizione negoziale asimmetrica e l’Europa ai margini.

Nel frattempo, la guerra continua su un piano di logoramento. La Russia appare incapace di trasformare le proprie offensive in avanzamenti strategici significativi, nonostante la pressione su più assi del fronte. L’Ucraina, dal canto suo, ha progressivamente spostato il baricentro della propria strategia: meno controffensiva tradizionale, più interdizione sistemica attraverso attacchi a lungo raggio contro infrastrutture energetiche, logistiche e militari in territorio russo.

È proprio questo equilibrio instabile – nessuna vittoria decisiva, ma costi crescenti per entrambe le parti – a rendere oggi più credibile il discorso negoziale. Non perché la guerra stia finendo, ma perché si sta stabilizzando in una forma che nessuno dei due attori è in grado di rompere rapidamente.

Anche il fronte politico americano si inserisce in questa dinamica. Il recente via libera della Camera a un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina conferma la persistenza di un sostegno bipartisan, ma allo stesso tempo evidenzia una crescente frammentazione interna che potrebbe influenzare la postura di Washington nei prossimi mesi.

In questo scenario si inseriscono anche gli appuntamenti dei prossimi giorni: l’incontro di domani a Londra tra Macron, Zelensky, il primo ministro britannico Sir Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, e la successiva riunione della coalizione dei volenterosi prevista a Parigi a luglio. Assente, almeno dall’incontro nella capitale britannica, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, che più volte ha espresso dubbi sulla coalizione dei volenterosi e il cui governo litiga sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea («Prima di fare entrare l’Ucraina, noi dobbiamo far entrare i Balcani» ha detto ieri Antonio Tajani, ministro degli Esteri). Ma nonostante la sua assenza, queste occasioni che puntano a consolidare il coordinamento europeo sul dossier ucraino e a strutturare un quadro politico comune in vista di eventuali sviluppi negoziali.

La domanda centrale, a questo punto, non è se si aprirà un negoziato, ma quale delle due architetture oggi in competizione riuscirà a imporsi come formato legittimo della trattativa. In gioco non c’è solo la fine della guerra, ma la definizione del sistema politico che ne determinerà l’esito.

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La militante Maga che fa da cacciatrice di streghe di Trump

3 June 2026 at 03:45

L’aveva previsto due mesi prima: la prossima sarà Tulsi Gabbard. E così è stato: la direttrice dell’intelligence nazionale degli Stati Uniti ha annunciato due settimane fa che a fine mese lascerà l’incarico. Ufficialmente per stare accanto al marito malato. Ma il mandato dell’ex deputata dem convertitasi al credo Maga più complottista si chiude come era iniziato: in modo disallineato rispetto al centro di gravità dell’amministrazione Trump.

Torniamo alla previsione, che non era stata affatto generica. Già il 18 marzo, subito dopo le dimissioni di Joe Kent dalla direzione del Centro nazionale antiterrorismo, Laura Loomer, attivista di estrema destra, teorica della cospirazione e autoproclamata «giornalista investigativa», aveva scritto su X: «Tulsi Gabbard si dimetterà prossimamente», indicando la direttrice dell’intelligence come bersaglio successivo. A fine marzo, le piattaforme di scommesse come Polymarket assegnavano solo il 13 per cento di probabilità a una sua uscita entro il 31 marzo, e i principali organi di stampa americani avevano trattato le affermazioni di Loomer con scetticismo. Aveva ragione lei.

Il caso Gabbard non è un episodio isolato. È l’ultimo capitolo di una storia che ha trasformato Loomer, trentatreenne di Tucson senza alcun incarico ufficiale, in uno degli centri di potere più temuti a Washington. Il neologismo che ne ha segnato l’ascesa è entrato nel lessico della capitale: essere loomered, colpito da Loomer, significa essere pubblicamente additato come infedele a Donald Trump, con conseguenze spesso immediate. Lo stesso presidente ha dichiarato: «Se vieni loomered sei nei guai. È la fine della carriera, in un certo senso».

Il metodo Loomer è sempre lo stesso. Accumula dossier su funzionari in carica, ne verifica le affiliazioni passate, cerca dichiarazioni incompatibili con la linea Maga, poi pubblica serie di post su X che raggiungono oltre un milione di persone. La logica è quella della colpa per associazione: un funzionario che ha lavorato con un critico di Trump è automaticamente sospetto, indipendentemente dal suo operato attuale.

Nell’aprile 2025, si era presentata nell’Ufficio Ovale con un fascicolo contenente circa una dozzina di nomi di funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale che riteneva non sufficientemente fedeli. Trump ne aveva licenziati sei, tra cui Brian Walsh, direttore per l’intelligence; Thomas Boodry, responsabile per gli affari legislativi; David Feith, responsabile per tecnologia e sicurezza nazionale; e Maggie Dougherty, responsabile per le organizzazioni internazionali. La riunione era straordinaria anche per il profilo dei presenti: oltre a Trump, parteciparono il vicepresidente JD Vance, la capo di gabinetto Susie Wiles, il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz e il segretario al Commercio Howard Lutnick. Waltz cercò di difendere i propri collaboratori. Poche settimane dopo, anche lui sarebbe stato rimosso per il Signalgate e mandato a New York come ambasciatore alle Nazioni Unite.

Lo stesso giorno, nel giro di ore, il raggio della purga si allargò ben oltre il Consiglio di sicurezza. Il generale Timothy Haugh, direttore della National Security Agency e capo del Cyber Command, fu rimosso insieme alla sua vice Wendy Noble. Loomer aveva incluso entrambi nella lista portata all’incontro con Trump, sostenendo che Haugh era stato scelto da Mark Milley, ex capo degli stati maggiori congiunti che Trump aveva pubblicamente accusato di tradimento. Noble fu descritta da Loomer come «una che odia Trump, nominata da Joe Biden», che «ha trascorso il suo tempo alla Nsa promuovendo le politiche di diversità e inclusione». I democratici al Senato e alla Camera protestarono invano: con quelle rimozioni, l’agenzia responsabile della sicurezza informatica americana perdeva in un pomeriggio la sua intera catena di comando.

Il meccanismo ha generato un riflesso condizionato negli uffici della capitale. Il senatore democratico Mark Warner, vicepresidente della commissione Intelligence del Senato, ne sa qualcosa: aveva programmato una visita all’Agenzia nazionale di intelligence geospaziale quando Loomer lo aveva attaccato preventivamente, accusando il Pentagono di permettere a un «senatore democratico anti Trump» di accedere a strutture riservate. La visita fu cancellata. «Quando Laura Loomer pubblica un post, il gabinetto di Trump si mobilita», ha dichiarato Warner.

La capacità “predittiva” di Loomer affascina e inquieta a Washington in egual misura, ma va letta con cautela. Le sue «profezie» sui funzionari da rimuovere sono meno previsioni che campagne di pressione: lei stessa contribuisce a creare le condizioni che poi si avverano. Nel caso Gabbard, Roger Stone aveva accusato Loomer di aver tentato di convincere Trump che la direttrice dell’intelligence fosse «sul punto di dimettersi – nel tentativo di spingere Trump a licenziarla preventivamente. Tutta una farsa. Per fortuna ho agito in tempo», aveva scritto Stone su X ad aprile. Ciò significa che Loomer aveva già tentato di accelerare la caduta di Gabbard almeno un mese prima che si concretizzasse.

Non sempre le sue campagne vanno a segno. Il New Yorker ha raccontato il caso di Vinay Prasad, scienziato della Food and Drug Administration impegnato in un blocco regolatorio su un farmaco per la distrofia muscolare per ragioni di sicurezza clinica. Loomer lo aveva attaccato definendolo un «cavallo di Troia marxista» infiltrato nell’amministrazione. Prasad si era dimesso sotto pressione – ma era stato reintegrato meno di due settimane dopo, quando era emerso che la campagna contro di lui coincideva con gli interessi finanziari del produttore del farmaco, Sarepta Therapeutics.

Il fenomeno Loomer si inserisce, racconta il settimanale americano, in un quadro più ampio che ha prodotto un neologismo: «chi posta comanda». La porosità tra l’infosfera della destra radicale e le decisioni di governo è inedita. Un funzionario di alto livello dell’amministrazione ha descritto la dinamica in termini espliciti: «Se qualcosa è popolare su X di destra, la Casa Bianca vi dà seguito nel novanta per cento dei casi». Loomer è il terminale più visibile di questo circuito, ma non necessariamente il più trasparente quanto ai mandanti.

Diverse fonti citate dal New Yorker suggeriscono che alcune delle sue campagne siano alimentate da interessi privati che usano la sua piattaforma per regolare conti interni all’amministrazione o per orientare decisioni di regolamentazione economica. Lei nega di essere una «pistola a pagamento». Ma il confine tra militanza genuina e attività di pressione indiretta è, nel suo caso, impossibile da tracciare; ed è proprio questa ambiguità a rendere il suo operato tanto difficile da neutralizzare.

Quel che è certo è che il suo potere è contingente e personale. Un ex funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale ha sintetizzato la sua posizione con lucidità: «Non ha una base che la sostenga se il presidente dovesse cambiare idea sul suo valore. È uno di quei cortigiani utili come cassa di risonanza, come agente, ma in definitiva sacrificabili». Per ora, però, la sua cassa di risonanza funziona. E a Washington lo sanno tutti.

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Un Consiglio di sicurezza europeo per risolvere la crisi di governance strategica

2 June 2026 at 03:45

L’idea di un Consiglio di sicurezza europeo è tornata al centro del dibattito europeo con una rapidità che dice molto più della proposta in sé che della sua fattibilità. Non si tratta infatti di un progetto istituzionale definito, ma del sintomo di una domanda più profonda: chi prende oggi le decisioni strategiche sulla sicurezza dell’Europa? Ne ha scritto nei giorni scorsi il Financial Times, citando anche una serie di contributi paralleli che mostrano un consenso raro sulla diagnosi ma anche una forte divergenza sulle cure. Tutti concordano che l’architettura attuale – un triangolo imperfetto tra Unione europea, Nato e formati ad hoc – non è più adeguata. Nessuno, però, concorda su cosa debba sostituirla.

Il punto di partenza è noto: la governance della sicurezza europea è frammentata. L’Unione europea fatica a superare la regola dell’unanimità in politica estera e di difesa; la Nato resta strutturalmente dipendente dalla leadership e dalle capacità degli Stati Uniti; nel mezzo, proliferano coalizioni informali, gruppi di contatto e formati “volenterosi” che suppliscono all’assenza di una cabina di regia stabile. In questo contesto, la domanda attribuita a Henry Kissinger, «Chi chiamo se voglio parlare con l’Europa?», continua a non avere una risposta convincente. La figura dell’Alto rappresentante, oggi Kaja Kallas, non dispone del peso politico necessario per fungere da vero centro decisionale. E i leader nazionali, pur decisivi, agiscono in modo disallineato e spesso reattivo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato una trasformazione già in corso. Non solo ha riportato la guerra convenzionale nel continente, ma ha anche reso evidente che l’Europa non può più contare su un automatismo transatlantico. La crescente attenzione strategica degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico e la possibilità di future frizioni politiche con Washington hanno incrinato l’assunto fondamentale dell’ordine post-Guerra fredda. Parallelamente, l’Ucraina è diventata un attore centrale della sicurezza europea, non soltanto un paese candidato all’adesione. Le analisi convergono nel riconoscere che Kyjiv, con la sua esperienza militare e la sua capacità di innovazione bellica, è ormai parte integrante dell’ecosistema di difesa europeo. Non a caso, molte proposte includono la sua partecipazione a un futuro Consiglio di sicurezza europeo come elemento strutturale e non opzionale.

Le proposte oggi sul tavolo non sono uniformi. Al contrario, delineano cinque approcci distinti alla stessa domanda: come creare un livello efficace di leadership strategica europea?

Luigi Scazzieri dell’European Union Institute for Security Studies, think tank dell’Unione europea, immagina il Consiglio come un meccanismo di coordinamento intermedio tra Unione europea e Nato. Un forum strutturato per accelerare la traduzione dell’analisi strategica in decisioni operative. La sua è una visione funzionale, attenta a evitare duplicazioni istituzionali ma consapevole della necessità di superare i limiti procedurali dell’Unione.

Il professor Richard Whitman dell’Università del Kent, nel Regno Unito, invece, insiste sul problema politico di fondo: non esiste oggi uno spazio unico in cui gli Stati europei discutano in modo coerente la propria architettura di sicurezza. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questa lettura, non è tanto una soluzione quanto una risposta alla dispersione del dibattito strategico.

Sergey Lagodinsky della Heinrich-Böll-Stiftung, fondazione politica tedesca affiliata ai Verdi, adotta una postura più radicale. La sua critica si concentra sull’inadeguatezza del metodo europeo basato sul consenso e sulla lentezza procedurale. In un contesto di minacce immediate, sostiene, l’Europa deve accettare forme decisionali più ristrette e più rapide, anche a costo di ridurre l’inclusività del processo.

Ionela Ciolan del Martens Centre, dal canto suo, interpreta il Consiglio come uno strumento di autonomia strategica europea. Il punto non è solo migliorare il coordinamento, ma ridurre la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. In questa visione, il Consiglio di sicurezza europeo diventa un passo verso una vera soggettività geopolitica dell’Europa.

Infine, le proposte di Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa, e di Michel Barnier, ex primo ministro francese e commissario europeo, convergono su un modello più intergovernativo e selettivo, che includa non solo gli Stati membri dell’UE ma anche Regno Unito, Norvegia e Ucraina. Un formato più flessibile, pensato per riflettere la realtà della sicurezza europea oltre i confini istituzionali dell’Unione.

Dietro queste differenze si nasconde un dilemma strutturale che l’Europa non ha ancora risolto: la tensione tra inclusività e capacità decisionale. Un Consiglio di sicurezza europeo realmente efficace richiederebbe probabilmente un nucleo ristretto di attori in grado di condividere una valutazione comune delle minacce e di agire rapidamente. Ma questo implicherebbe inevitabilmente la creazione di gerarchie tra Stati membri, con conseguenze politiche difficili da accettare per molti governi. Al contrario, un modello pienamente inclusivo rischierebbe di replicare le inefficienze già visibili nelle istituzioni esistenti.

In realtà, più che di una proposta nuova, si tratta della formalizzazione di una tendenza già in corso. La sicurezza europea si sta già strutturando attraverso formati variabili, coalizioni temporanee e coordinamenti ristretti tra grandi potenze europee. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questo senso, non creerebbe un nuovo sistema, ma renderebbe esplicito quello emergente. Il rischio, però, è evidente: senza una chiara definizione istituzionale, il risultato potrebbe essere l’ennesimo strato aggiuntivo in un sistema già complesso, senza risolvere il problema di fondo della frammentazione.

Il dibattito in corso segnala meno la nascita di una nuova istituzione e più la crisi irreversibile dell’equilibrio precedente. L’Europa si trova in una fase di transizione in cui le vecchie strutture non garantiscono più efficacia, mentre le nuove non sono ancora formalizzate. In questo spazio intermedio, il Consiglio di sicurezza europeo funziona soprattutto come contenitore concettuale: un modo per dare un nome alla necessità crescente di leadership strategica. Ma la domanda decisiva rimane aperta. Non è se l’Europa avrà un Consiglio di sicurezza. È chi, in Europa, sarà disposto ad accettare che la sicurezza non possa più essere gestita come un’architettura pienamente orizzontale.

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