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Received — 4 June 2026 Il Giornale - Mondo

Zelensky scrive a Putin: "Incontriamoci", il Cremlino: "Venga a Mosca quando vuole". Trump: "Devono vedersi"

Vladimir Putin si dice pronto a "una soluzione pacifica". Ma il presidente ucraino gli indirizza una lettera aperta: "Poniamo fine a questa guerra con un dialogo diretto". Mosca: "Non contrari all'adesione dell'Ucraina alla Ue". E Trump esulta: "Sarebbe bellissimo se si incontrassero"

Il tunnel impossibile tra Russia e Stati Uniti: arriva la firma dello storico accordo sullo Stretto di Bering

Per oltre un secolo è stato considerato poco più di una fantasia da ingegneri visionari. Eppure il progetto di un collegamento fisso tra Russia e Stati Uniti attraverso lo Stretto di Bering continua periodicamente a riaffacciarsi nel dibattito internazionale, alimentato dalle grandi trasformazioni geopolitiche e dalla competizione sulle rotte artiche. Oggi, mentre il disgelo progressivo dell'Artico apre nuove prospettive commerciali e strategiche, l'idea di un tunnel sottomarino tra Siberia e Alaska viene riletta non tanto come un'infrastruttura imminente, quanto come il simbolo di un possibile nuovo ordine dei trasporti globali.

Kirill Dmitriev, inviato per gli investimenti di Vladimir Putin e capo del fondo sovrano russo Rdif, parlando con i giornalisti a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburto (Spief), citato dal canale tv Zvezda ha annunciato che “domani firmeremo un accordo per proseguire con la progettazione del tunnel, che verrà costruito".

Separati da appena 85 chilometri di mare e dalle due isole Diomede, Russia e Stati Uniti sono in realtà i due Paesi confinanti più vicini del pianeta. In mezzo passa anche la linea internazionale del cambio di data, dettaglio geografico che ha contribuito ad alimentare il fascino quasi leggendario di questo progetto.

Un'idea nata nell'Ottocento e mai davvero tramontata

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il progetto non è figlio della contemporaneità. La prima proposta organica risale al 1849, quando il governatore del Territorio del Colorado, William Gilpin, immaginò una grande ferrovia intercontinentale capace di unire Asia e America. Nei decenni successivi il piano venne ripreso dall'imprenditore ferroviario Edward Harriman e, agli inizi del Novecento, dall'ingegnere francese Léon Loicq de Lobel, che ipotizzò addirittura un tunnel sotto lo stretto. Le guerre mondiali e la Guerra Fredda congelarono però qualsiasi possibilità concreta.

Il progetto tornò in auge negli anni Cinquanta grazie all'ingegnere sino-americano Tung-Yen Lin, che elaborò uno dei piani tecnicamente più completi, prevedendo una struttura mista ferroviaria e stradale articolata in tre sezioni sfruttando le isole Diomede come punti intermedi di appoggio. Negli anni Duemila, con il crescente interesse russo per lo sviluppo dell'Artico, Mosca ha più volte rilanciato l'idea di un collegamento stabile, arrivando a ipotizzare investimenti superiori ai 60 miliardi di dollari e la costruzione di migliaia di chilometri di nuove infrastrutture ferroviarie nelle aree più remote della Siberia orientale.

Perché lo Stretto di Bering è tornato centrale

La rinascita del dibattito non dipende soltanto dal fascino ingegneristico dell'opera. Lo Stretto di Bering è oggi uno dei punti più sensibili della competizione geopolitica globale. Il progressivo scioglimento dei ghiacci rende infatti sempre più praticabili le rotte commerciali artiche, riducendo potenzialmente i tempi di navigazione tra Asia ed Europa rispetto ai tradizionali passaggi attraverso il Canale di Suez. In questo contesto, un collegamento terrestre tra i due continenti assume un valore strategico enorme.

Tuttavia, gli ostacoli restano giganteschi. Oltre alle difficoltà tecniche legate a fondali profondi, temperature estreme e presenza di ghiacci mobili, il principale limite è politico. Le relazioni tra Washington e Mosca attraversano una delle fasi più tese dalla fine della Guerra Fredda e rendono al momento impensabile una cooperazione di questa portata. Persino il Dipartimento di Stato americano, in passato, aveva dichiarato di non essere a conoscenza di alcun piano concreto condiviso con la Russia per un'infrastruttura di questo tipo.

Più che un tunnel, un indicatore dei nuovi equilibri mondiali

Nel XIX secolo il tunnel sotto lo Stretto di Bering rappresentava il sogno dell'espansione ferroviaria globale; durante la Guerra Fredda diventò un'utopia di pace tra superpotenze; oggi si inserisce nella corsa alle nuove rotte artiche e nella competizione tra grandi blocchi economici.

Secondo Dmitriev, le moderne tecnologie sviluppate dalla Boring Company di Elon Musk renderebbero possibile realizzare questo progetto per meno di 8 miliardi di dollari e in meno di otto anni.

Non è un caso che il progetto venga evocato ogni volta che si parla di una possibile ridefinizione dei rapporti tra Russia, Stati Uniti e, più recentemente, Cina. In un mondo che cerca nuove infrastrutture per sostenere la globalizzazione del XXI secolo, il tratto di mare che separa Alaska e Siberia continua a rappresentare uno dei confini più simbolici del pianeta: appena 85 chilometri che dividono due continenti, ma soprattutto due visioni dell'ordine mondiale.

Scontri e caos a Bruxelles: studenti in piazza e polizia costretta a usare gli idranti

Caos e disordini a Bruxelles questo pomeriggio, dove un migliaio di studenti si sono accalcati alla stazione centrale per protestare contro i tagli all’istruzione in lingua francese. Sono stati momenti di fortissime tensioni molto simili a quelle che si vedono durante tante manifestazioni studentesche nel nostro Paese. Non è chiaro quali sigle studentesche siano scese in piazza nella Capitale belga ma durante la manifestazione sono stati dati alle fiamme diversi oggetti e arredi urbani, comprese diverse rastrelliere con le biciclette. Sicuramente in piazza c’erano i sindacati, molti insegnanti si sono uniti agli studenti arrivando in città anche da altre zone del Belgio.

Non sono mancate le esplosioni e gli insulti, al punto che la polizia, presente sul posto con i vigili del fuoco, è stata costretta a utilizzare gli idranti per disperdere i manifestanti. Per tutta la durata della manifestazione l’area della stazione è stata interdetta al traffico e al passaggio e anche i trasporti sono stati bloccati per sicurezza. Dopo alcune ore di tensioni, la manifestazione si è finalmente dispersa, lasciando dietro di sé i segni della protesta. In Italia ci siamo abituati a tutto questo, da qualche anno a questa parte le manifestazioni degli studenti assumono carattere violento in ben più di un’occasione, spesso anche per motivi più futili rispetto a quelli che hanno mosso gli studenti belgi. La manifestazione di Bruxelles si è accesa a fronte di alcune decisioni assunte dal ministero dell’Istruzione per risparmiare circa 300 milioni di euro nei prossimi anni.

Dopo la manifestazione in stazione, a un certo punto i manifestanti hanno fatto irruzione nell'edificio del Parlamento della comunità francofona lanciando anche fumogeni e la polizia è dovuta intervenire in tenuta antisommossa per evitare problemi più gravi. Alle 16 la manifestazione è giunta a conclusione lasciando in centro a Bruxelles numerosi danni. Non è escluso che nelle prossime settimane, se le misure annunciate dovessero essere confermate, non ci sarà una nuova giornata come questa.

Cos’è la Sindrome da crepacuore che ha colpito Marjane Satrapi

Ha suscitato molta commozione la scomparsa a 56 anni di Marjane Satrapi, morta “di dolore” dopo un anno dalla perdita del marito e compagno di vita, Mattias Ripa. Questo decesso ha acceso i riflettori su una patologia spesso sottovalutata: si può morire di tristezza a causa della “Sindrome da crepacuore”.

Di cosa si tratta

Già da molti anni si è a conoscenza del fatto che questa sindrome, chiamata anche “takotsubo” (oppure cardiomiopatia da stress), non è una patologia benigna ma ha tassi di mortalità che possono avvicinarsi a chi muore in ospedale a causa di un infarto. “Le alterazioni del microcircolo coronarico hanno un ruolo fondamentale in molte malattie cardiovascolari ed in particolare nella sindrome di takostsubo”, ha spiegato il prof. Filippo Crea, Direttore del Dipartimento Universitario di Scienze Cardiovascolari e Pneumologiche dell’Università Cattolica di Roma.

Quali sono i sintomi

La sindrome si manifesta come un infarto: la sintomatologia più comune riguarda dolore al petto, affanno improvviso e alterazioni dell'elettrocardiogramma. La particolarità è che nel momento in cui viene eseguita una coronarografia d'urgenza perché si sospetta un infarto miocardico, le coronarie risultano normali in maniera sorprendente, in pratica senza stenosi (restringimento).

Cosa accade al cuore

A differenza delle coronarie, però, il cuore ha una forma alterata che diventa a palloncino come fosse il vaso (tsubo) che utilizzano i giapponesi per raccogliere i polipi (tako). Perché succede questo? Come nel caso della mancanza del marito di Marjane Satrapi, c’è un enorme stress emotivo, un trauma fisico o psichico.

Il meccanismo che porta l’ingrossamento del cuore è complesso: di fronte a una situazione allarmante che la persona non riesce a gestire, si attivano la corteccia cerebrale e il sistema nervoso autonomo simpatico. Questa attivazione fa sì che venga liberata una massiccia liberazione di catecolamine in quantità anche di 100 volte superiori ai valori normali. “In particolare di cortisolo e adrenalina, sostanze che se in eccesso hanno un effetto tossico sul muscolo cardiaco”, spiegano gli esperti.

Quali sono le cure

Quando si manifesta la fase più acuta della Sindrome da crepacuore, il medico prescrive solitamente farmaci calmanti o betabloccanti così da evitare che possa peggiorare il quadro clinico. Nella maggior parte dei casi la sindrome diventa reversibile: si riesce a guarire nel giro di un paio di mesi ma bisogna prima eliminare tutto lo stress che si è accumulato provocando l’evento negativo. Molto utile l’aiuto di psicoterapeuti o psichiatri.

Paura a Francoforte: cede il carrello del Boeing 787 e l'aereo collassa sulla pista

Tanta paura questa mattina all'aeroporto di Francoforte, dove si è verificato un grave incidente che ha coinvolto un Boeing 787. Mentre si trovava ancora in posizione di parcheggio, il carrello anteriore dell'aereo si è retratto inaspettatamente, piegandosi. Alcune persone sono rimaste coinvolte e ci sono stati dei feriti.

Eine Boeing 787 von Lufthansa ist am Flughafen Frankfurt am Main am Gate auf die Nase gekracht. Der Zwischenfall ereignete sich am Donnerstag kurz vor dem geplanten Abflug nach Los Angeles. Mehrere Arbeiter wurden verletzt.
Video ist ein #Netzfund pic.twitter.com/j99dHIaOZJ

— Der Bikey,Madman of Heavy Metal (@Opa_Mit_Bike) June 4, 2026

Stando a quanto riferito fino ad ora, il fatto si è verificato intorno alle 12.45 di stamani, giovedì 4 giugno. L'aereo Dreamliner della Lufthansa si trovava fermo al gate dell'aeroporto ed era nella fase di preparazione. Fortunatamente non c'erano ancora passeggeri a bordo, ma sul velivolo si trovavano già alcuni membri dell'equipaggio oltre al personale di terra, in quel momento impegnato nelle operazioni che precedono la partenza. Improvvisamente è accaduto l'imponderabile. Il carrello anteriore dell'aereo ha ceduto di colpo, e il muso del velivolo si è schiantato al suolo. Come conseguenza, il vettore della Lufthansa è rimasto pericolosamente inclinato in avanti.

Sono subito partiti i soccorsi. A quanto pare alcune persone sono rimaste ferite e c'è stato bisogno di assistenza medica, anche se per fortuna pare che nessuno sia grave. Non sono stati impiegati mezzi di soccorso.

Il volo Lufthansa per Los Angeles è stato annullato. L'aereo, infatti, è rimasto gravemente danneggiato. Non avrebbe potuto in alcun modo prendere il volo.

Lufthansa ha avviato un'unità di crisi finalizzata a chiarire le cause dell'accaduto. L'aereo è abbastanza nuovo, dato che è stato consegnato alla compagnia solo all'inizio dell'anno. Eppure si è verificato un simile incidente. Sarà necessario capire se a causare il disastro sia stato un errore meccanico oppure umano.

"Il carrello di atterraggio anteriore dell'aereo si è ripiegato inaspettatamente mentre era parcheggiato", è quanto dichiarato da un portavoce di Lufthansa, come riportato da Dpa. "Diversi dipendenti sono rimasti feriti e stanno ricevendo cure mediche".

Londra-New York in meno di 4 ore: come funziona l’aereo supersonico della Nasa

La rivoluzione del trasporto aereo arriverà molto presto. Infatti, l’aereo da ricerca supersonico “silenzioso” X-59 della Nasa si sta preparando per alcuni dei suoi voli più importanti. Tra pochi giorni, l'X-plane comincerà una nuova serie di voli di prova tra cui il primo volo ad una velocità superiore a quella del suono e altri obiettivi cruciali per la missione.

Le caratteristiche del bolide dei cieli

Dopo mesi in cui sono stati effettuati numerosi test, il team dell'X-59 ha esaminato i progressi compiuti a fine maggio e guarda con fiducia ai prossimi obiettivi tra cui altitudini più elevate e maggiori velocità. In questo modo gli ingegneri potranno valutare il comportamento dell'X-59 nelle condizioni operative richieste per la “missione Quest” della Nasa, il cui obiettivo sarà quello di raccogliere preziose informazioni sul volo supersonico silenzioso.

Gli sviluppatori prevedono che l’X-59 riuscirà a volare a più di 1010 km/h e un'altitudine stimata in 13 mila metri durante una serie di voli di prova all'inizio di giugno. Successivamente, arriverà anche un volo in "condizioni operative" nel corso del quale sarà toccato Mach 1,4 (1.490 km/h) a circa 16.700 metri di altitudine.

La “modalità silenziosa”

L’X-59 potrà volare al di sopra delle città in modalità silenziosa a differenza del passato quando la rottura della barriera del suono rappresentava un enorme problema per l’impatto acustico. In questo senso, infatti, l’X-59 riuscirà a generare rumori a bassa frequenza, ovattati, privi di un bordo netto o di un suono squillante (si chiama “quiet thumph”).

Distanze “dimezzate”

Se i test ulteriori daranno i risultati sperati, si potrà viaggiare tra grandi città con tempi dimezzati: da Londra a New York, ad esempio, si potranno impiegare circa 3 ore e 45 minuti invece delle 7-8 ore che si impiegano mediamente con i tradizionali aerei di linea. "Il prossimo passo sarà il primo volo supersonico di questo velivolo unico nel suo genere", ha dichiarato Cathy Bahm, responsabile del progetto Low Boom Flight Demonstrator della Nasa. "Ci stiamo avvicinando al punto di prova delle condizioni di missione per cui l'X-59 è stato progettato.

L'X-59 ha completato i primi voli di prova ad alta quota e a velocità prossime a quelle supersoniche, aprendo la strada a ulteriori voli incentrati sul suo intero raggio d'azione. Questi voli più recenti, a quote inferiori e a velocità ridotte, stanno contribuendo a confermare le prestazioni dell'X-plane in un'ampia gamma di condizioni, incluso il volo sia con il carrello di atterraggio retratto che esteso.

"La nostra priorità era quella di raggiungere la massima altitudine e velocità possibile nel minor tempo possibile per consentire al team di esaminare la porzione a maggior rischio dell'inviluppo di volo, per poi procedere con la regione a quote e velocità inferiori mentre il team analizzava i risultati", ha dichiarato Cathy Bahm, responsabile del progetto Low Boom Flight Demonstrator presso l'Armstrong Flight Research Center della NASA a Edwards, in California.

Tensioni Usa-Cina, Rubio commemora Tienanmen. La furia di Pechino: "Distorsione della storia"

Le ultime tensioni tra Stati Uniti e Cina, a quasi un mese di distanza dalla visita di Donald Trump a Pechino, riguardano l'anniversario dei fatti di Tienanmen. È successo che il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha diffuso una nota per commemorare il 4 giugno del 1989. Non una data qualunque ma il giorno del famigerato massacro di Tienanmen quando, 37 anni fa, "il Partito Comunista Cinese ordinò alle proprie truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici all'interno e nei dintorni di Piazza Tienanmen". Non è mancata la secca replica della Cina, dove qualsiasi accenno a questo episodio è ancora un tabù e l'argomento è pesantemente censurato. Le affermazioni degli Usa "distorcono i fatti e diffamano la Cina", ha tuonato Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino.

La commemorazione di Rubio

"Il 4 giugno il mondo commemora il 37esimo anniversario dell'ordine impartito dal Partito Comunista Cinese alle sue truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici dentro e intorno a Piazza Tienanmen. Nessuna censura può cancellare il passato. Coloro che si sono sacrificati per difendere i loro diritti inalienabili di libertà di espressione e di riunione pacifica saranno un giorno riabilitati", si legge nel comunicato di Rubio.

Come ha scritto Reuters, la dichiarazione dell'alto funzionario statunitense rispecchia in gran parte le sue precedenti osservazioni sulla repressione cinese, ma non è da escludere che il messaggio possa anche servire a rassicurare i dissidenti cinesi e i sostenitori della democrazia in un momento in cui Trump e Xi stanno dialogando in maniera più intensa.

I fatti di Tienanmen

Nella primavera del 1989 decine di migliaia di studenti, lavoratori e altri manifestanti si radunarono in Piazza Tienanmen e nei dintorni, chiedendo riforme politiche, maggiori libertà e azioni contro la corruzione. Il 4 giugno dello stesso anno, l'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese fece irruzione nella piazza aprendo il fuoco sulla folla.

Secondo le stime occidentali, basate su registri ospedalieri, testimonianze oculari, dispacci diplomatici e conteggi di vittime accertate e persone scomparse, sarebbero stati uccisi fino a 1.000 civili. Il governo cinese smentisce questa ricostruzione e fornisce una cifra molto inferiore, compresa tra 200 e 300 vittime. Ogni anno Pechino rafforza le misure di sicurezza intorno a Piazza Tienanmen per impedire commemorazioni pubbliche o proteste.

La risposta della Cina

La risposta della Cina non è tardata ad arrivare. "Il governo cinese è giunto da tempo a una conclusione chiara riguardo a quei disordini politici verificatisi alla fine degli anni '80", ha dichiarato Mao Ning durante una conferenza stampa. "Le relative dichiarazioni errate da parte degli Stati Uniti distorcono i fatti storici, infangano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina e interferiscono negli affari interni della Cina", ha aggiunto la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino.

Quest'anno, secondo quanto riportato da Amnesty International, le autorità cinesi avrebbero impedito ai familiari delle vittime del 1989 di visitare le loro tombe nel cimitero di Wan'an a Pechino, una decisione che la stessa Amnesty ha definito come "un atto crudele". I membri del gruppo delle Madri di Tienanmen hanno spiegato di aver ricevuto una notifica dall'Ufficio di Sicurezza Municipale di Pechino secondo cui, per la prima volta in oltre 30 anni, non sarà loro consentito l'accesso al luogo di sepoltura di molte vittime, né sarà loro permesso di celebrare le tradizionali cerimonie funebri annuali.

"Ora non ci permettono più di andare al cimitero di Wan'an, né di leggere testi sacrificali o elogi funebri", ha dichiarato a Radio Free Asia Zhang Xianling, un membro del gruppo. "Queste azioni, che prima erano di routine, non sono più consentite. Ora non ci è nemmeno permesso di andarci, cosa che non era mai successa prima", ha quindi concluso la donna.

Tor Vergata, il rettore: "Il palestinese arrestato aveva i titoli per accedere al master"

Il giorno dopo la diffusione della notizia dell'arresto di un ricercatore palestinese, da parte dell'Idf, con la grave accusa di essere un combattente di Hamas coinvolto nella strage del 7 ottobre, si fa sentire il rettore dell'università di Tor Vergata, dove l'uomo avrebbe dovuto recarsi per proseguire i suoi studi. Parlando con l'agenzia Ansa Nathan Levialdi Ghiron, rettore di Tor Vergata, riferisce che il proprio ateneo si era occupato solo degli aspetti curriculari relativi a Mahmoud Al Najjar, non ad altre questioni legate alla sicurezza o al passato dell'uomo.

"Sono arrivati per ora nel nostro ateneo sette studenti palestinesi: non ci occupiamo degli aspetti legati alla documentazione che li riguarda - ha detto il rettore - ma solo della parte relativa alla loro ammissione, il resto non è di nostra competenza. Nel caso dello studente arrestato, ci siamo occupati dei titoli per accedere al master a cui si era iscritto. Valutiamo se gli studenti hanno i titoli necessari; nel suo caso li aveva. Sul resto non sappiamo nulla. Abbiamo scritto alla Farnesina, siamo in attesa di comunicazioni, non abbiamo informazione aggiornate".

Intanto fonti palestinesi affermano che Al Najjar "aveva ottenuto tutte le autorizzazioni sia dal lato israeliano sia dal lato giordano" per venire in Italia. Una volta giunto al valico di Kerem Sharom "è stato arrestato per ragioni legate a gravi motivi di sicurezza nazionale, con sorpresa - si sottolinea - delle stesse Autorità di frontiera vista l'autorizzazione all'uscita già dalle stesse concessa".

L'arresto ha stupito anche l'ente israeliano preposto agli affari civili nei territori palestinesi

Al pari di tutti gli altri studenti palestinesi usciti il 2 giugno e nelle occasioni precedenti - sottolineano fonti palestinesi - al Nijjar aveva ottenuto tutte le autorizzazioni sia dal lato israeliano (Cogat e altri enti previsti dalla normativa israeliana) sia dal lato giordano. Giunto al valico di Kerem Sharom, è stato arrestato dalle autorità israeliane di confine per "gravi motivi di sicurezza nazionale" legati alla sua presunta partecipazione all'attacco del 7 ottobre. L'arresto - riferiscono le fonti - è avvenuto sorprendendo lo stesso Cogat, l'ente del ministero della Difesa israeliano responsabile degli affari civili nei territori palestinesi. Idf ha confermato che l'arresto è stato effettuato dopo un supplemento di istruttoria delle Autorità di sicurezza israeliane su possibili coinvolgimenti in attività illegali.

Scontri razziali, altri guai per Starmer

«Giù, sulle vostre ginocchia». Glielo urlano in faccia, con violenza. Da una parte la polizia, immobile, trincerata dietro alle proprie divise. Dall'altra gli abitanti di Southampton. Qualcuno brandisce la bandiera inglese. L'odio anima la piazza, la divora, ne alimenta paure e tensioni. Pretendono che quegli agenti, che nel 2020 si erano inginocchiati per George Floyd, adesso lo facciano anche per Henry Nowak. Quando era in fin di vita, anziché aiutarlo lo hanno trascinato, voltato e poi ammanettato. E questo perché hanno preferito dar retta a Vickrum Digwa che accusava quel ragazzo riverso a terra di averlo aggredito per motivi razziali. E non si capisce come questo possa essere avvenuto. Perché guardando le immagini della bodycam della polizia, rese pubbliche al termine del processo che ha condannato Digwa all'ergastolo, appare chiaro chi è ha aggredito chi. Così, appena il video ha fatto il giro dei social, la piazza è esplosa. Pietre, lattine, sedie, razzi di segnalazione: qualsiasi cosa gli capitasse a tiro andava bene per bersagliare gli agenti tra le cui fila, al termine degli scontri, si sono contati undici feriti. Dall'altra parte della barricata, invece, sono state arrestate due persone.

Il problema, però, non è solo di ordine pubblico. E, molto probabilmente, non riguarda solo la città di Southampton ma tutta l'Inghilterra. Certo, il ministro dell'Interno, Shabana Mahmood, non poteva che definire i disordini «del tutto inaccettabili», ma la morte di Henry Nowak non può essere archiviata in questo modo. L'Independent Office for Police Conduct, che indaga sulle accuse di comportamenti scorretti da parte della polizia, sta già prendendo in esame l'operato degli agenti che sono intervenuti il 3 dicembre 2025, la sera in cui è morto Henry. Questi dovranno spiegare perché hanno ammanettato il 18enne nonostante fosse esanime a terra; perché non lo hanno liberato quando ripeteva, con un filo di voce, «non riesco a respirare»; perché non gli hanno creduto quando ha detto loro di essere stato accoltellato. Anche il primo ministro Keir Starmer ha usato parole dure contro i disordini di martedì sera ma ha anche dichiarato di essere rimasto sconvolto dalle immagini della bodycam e ha preteso risposte su come «le accuse di razzismo abbiano influenzato il processo decisionale» degli agenti.

La verità è che Starmer, quelle risposte, ce le ha sotto gli occhi. Gli basterebbe dare un'occhiata alle linee guida contro il razzismo per capire perché, come denunciato dai genitori di Henry, la polizia «ha lasciato morire il figlio senza dignità». Il Consiglio Nazionale dei Capi di Polizia ha già fatto sapere che le rivedrà. E lo stesso è stato promesso dal ministro della Polizia, Sarah Jones. Queste linee guida, come spiegato da Nigel Farage di Reform Uk, hanno condizionato il comportamento dei poliziotti creando un «doppio standard» a favore delle minoranze etniche e una sorta di razzismo contro i bianchi.

Corsi (obbligatori) su diversità e inclusione: le forze dell'ordine piegate all'agenda woke

Come è potuto accadere che gli agenti dell'Hampshire ignorassero le richieste d'aiuto di un ragazzo, che giaceva esanime a terra, e si fidassero della versione di chi lo aveva accoltellato solo perché questo diceva di aver subito un'aggressione razzista? Ecco come: anni di corsi di sensibilizzazione culturale, anni di formazione su Diversità, equità e inclusione (Dei), anni di incontri con oratori esterni. Tutto questo ha spinto la polizia a non credere a Henry Nowak, quando diceva di essere stato accoltellato, ma a prendere le difese di Vickrum Digwa che lo aveva appena colpito con una lama da venti centimetri.

Ora che un giudice ha stabilito che quella sera del 3 dicembre 2025 Henry "non aveva detto nulla di razzista" e ha condannato Digwa all'ergastolo, il dibattito politico e mediatico si è spostato sulle regole d'ingaggio della polizia. Per capire come si muovono gli agenti della contea dell'Hampshire è d'aiuto leggere il "Race action plan" per il triennio 2024-2026. "L'omicidio di George Floyd da parte di agenti di polizia in servizio negli Stati Uniti nel 2020 è stato un momento cruciale per le forze dell'ordine nel Regno Unito, rendendo necessario un vero cambiamento", si legge. "Sebbene questo tragico evento sia accaduto in un altro Paese, le forze dell'ordine in tutto il Regno Unito hanno avuto per molti anni un rapporto teso con alcune comunità". Il 2020 può, dunque, essere considerato il momento in cui nasce il culto cieco all'agenda Dei. Con il College of Policing che invita gli agenti a "rispondere positivamente ad accuse, segnali e percezioni di ostilità e odio" e a "non contestare questa percezione". Con la polizia dell'Hampshire che stanzia un milione di sterline per tenere corsi sulla questione razziale la cui partecipazione era non solo "obbligatoria" ma addirittura "collegata all'avanzamento di carriera". Con il capo dello stesso dipartimento che nel 2022 fissava come "priorità assoluta" l'essere anti-razzisti e inclusivi. Con le forze dell'ordine che, come sottolinea lo Spectator, "hanno reagito alle accuse di razzismo istituzionale andando all'estremo opposto".

Sentito dal Telegraph, l'ex presidente della Metropolitan Police Federation, Rick Prior, ha raccontato che oggigiorno "la cosa peggiore che possa capitare a un agente di polizia è essere accusato di razzismo" perché rischia di essere allontanato dal lavoro per mesi. Pertanto, anziché "essere obiettivo", quando interviene in un caso di presunto razzismo, persegue soltanto quell'obiettivo. Nel "Race action plan", infatti, non solo si invita a occuparsi dei "reati che causano il maggior danno alle comunità di minoranze etniche" ma anche ad assicurarsi che "siano in atto procedure che consentano a tutte le vittime di crimini d'odio di ricevere il miglior servizio possibile in base alle loro esigenze".

Il governo Starmer ha fatto sapere che queste linee guida saranno presto riviste e che sarà fatta luce su come "le accuse di razzismo abbiano influenzato il processo decisionale" degli agenti. Peccato che l'ufficio, che dovrà indagare, è lo stesso che invitava i poliziotti a non ferire le persone che denunciano episodi di razzismo dicendo che nelle loro accuse mancano prove "tangibili".

Droni su San Pietroburgo. Kiev sfida la Davos di Putin

Nelle stesse ore in cui a San Pietroburgo si apriva il Forum Economico Internazionale, la cosiddetta "Davos russa" voluta dal Cremlino per mostrare al mondo un Paese tutt'altro che isolato, il cielo sopra la seconda città della Federazione veniva attraversato da velivoli ucraini diretti contro infrastrutture strategiche, terminal petroliferi e installazioni militari. È l'immagine più efficace di una guerra combattuta sempre più in profondità nei territori dei contendenti, ma accompagnata da un'intensa attività diplomatica che prova a immaginare il giorno dopo. Grazie anche alle parole di Zelensky, che si dice pronto a incontrare Putin senza la mediazione di Washington.

La giornata si è aperta con una delle operazioni ucraine a lungo raggio più significative dall'inizio della guerra. Droni di Kiev hanno colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo, snodo energetico strategico sul Golfo di Finlandia, a circa 1.100 chilometri dal confine. Le autorità russe confermano l'attacco e riferiscono di feriti e danni nell'area di Kronstadt, dove si concentrano infrastrutture portuali e militari sensibili. L'esercito ucraino sostiene di aver colpito navi e asset logistici, tra cui la corvetta lanciamissili Boykiy. Il presidente Zelensky ha riferito anche di un raid contro un'azienda del settore militare nella regione di Tambov. Sul versante opposto un drone avrebbe centrato un autobus diretto in Crimea: il bilancio è di otto morti. Il Cremlino promette rappresaglie e la prosecuzione dell'offensiva.

Mentre i combattimenti continuano senza tregua, Kiev lavora per consolidare il sostegno politico e militare dell'Occidente. In visita in Ucraina per una riunione del Consiglio Atlantico, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha affermato che è Mosca, e non Kiev, a trovarsi oggi sotto pressione, pur ribadendo che l'adesione ucraina all'Alleanza non è all'ordine del giorno. Rutte ha inoltre assicurato la prosecuzione delle forniture dei missili intercettori PAC-3, sebbene le scorte dei sistemi Patriot restino limitate, e ha confermato il funzionamento del programma Purl, attraverso il quale i Paesi alleati acquistano armamenti dagli arsenali statunitensi destinati all'Ucraina.

Nel colloquio con Rutte, Zelensky ha però manifestato la preoccupazione che l'attenzione della comunità internazionale possa allontanarsi dal conflitto, e si è detto disposto ad avviare un dialogo diretto con Putin, senza attendere un eventuale intervento Usa. Da Washington, tuttavia, il segretario di Stato Rubio ha assicurato che gli Usa sono pronti a tornare a svolgere un ruolo attivo negli sforzi diplomatici.

Parole importanti, ma il quadro resta contraddittorio. Il premier ungherese Magyar ha proposto Budapest come possibile sede per futuri negoziati di pace, mentre da Mosca la portavoce del ministero degli Esteri Zakharova afferma che non sono arrivate proposte europee concrete su un mediatore. Il Cremlino rilancia il nome dell'ex cancelliere tedesco Schroder. Questo scenario fa da sfondo all'apertura del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, vetrina delle nuove relazioni costruite dalla Russia dopo l'isolamento seguito all'invasione dell'Ucraina. All'evento partecipano 130 Paesi, anche Rodney Mims Cook Jr per gli Usa. Presente anche l'ex sottosegretario del governo gialloverde Michele Geraci, con un millantato incarico ministeriale smentito però dall'esecutivo. Atteso l'intervento di Putin, che tornerà sul conflitto, tra segnali di apertura o nuove rigidità.

Trump ottimista sull'Iran. "L'intesa già nel weekend"

Rimane elevata la tensione tra Usa e Iran, con nuovi raid reciproci, ma Donald Trump continua a professare ottimismo su un esito positivo dei negoziati, con una firma che può scattare "già nel weekend", e il capo della diplomazia americana Marco Rubio definisce l'operazione militare "conclusa". Ribadendo poi il messaggio che eventuali attacchi sono "di natura puramente difensiva" e volti a proteggere le navi mercantili civili che tentano di attraversare lo stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti l'altra notte hanno attaccato l'isola di Qeshm, colpendo una torre radio di Teheran, come conferma il Centcom, che ha parlato di azioni "difensive". E ha spiegato che le forze Usa hanno intercettato e abbattuto tre droni iraniani lanciati verso marinai civili che stavano transitando nelle acque regionali, e tre missili lanciati al Bahrein. La Repubblica islamica ha reagito lanciando missili contro la nave Panaya e prendendo di mira Kuwait e Bahrein. "Abbiamo danneggiato la base della Quinta Flotta e preso di mira una base aerea nella regione", rivendicano i pasdaran, ma Washington replica che è "falso".

Il presidente Trump, intanto, conferma il suo ottimismo, sostenendo che i colloqui si stanno "evolvendo rapidamente" e che l'Iran ha "già concordato che non avranno armi nucleari". Il tycoon in un'intervista al podcast con Miranda Devine del Washington Post dice di credere che la guida suprema Mojtaba Khamenei sia "assolutamente coinvolto" nel processo decisionale su come porre fine alla guerra, e che "mi piacerebbe incontrarlo, e probabilmente ci incontreremo prima o poi, a seconda di come si evolveranno le cose". Anche secondo il segretario di stato Marco Rubio l'ayatollah - succeduto al padre Ali Khamenei, rimasto ucciso nella prima ondata di attacchi di Usa e Israele - è vivo e "sempre più attivo", precisando tuttavia che tutte le comunicazioni tra gli Stati Uniti e il leader dell'Iran "sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari". Proprio questo aspetto fa sottolineare al titolare di Foggy Bottom la difficoltà di veicolare messaggi all'interno del governo di Teheran. Trump, da parte sua, afferma che gli Stati Uniti "non hanno bisogno" delle loro forze sul terreno, e la sua guerra sta andando bene anche senza la necessità di inviare truppe. "Abbiamo annientato gran parte del loro esercito solo con i bombardamenti - prosegue - Non abbiamo mandato nessuno sul campo".

Poi, il comandante in capo ride delle teorie secondo cui sarebbe stato ingannato dal premier Benjamin Netanyahu per dare il via all'operazione militare. "Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare - assicura al Wp - Ho iniziato perché non possiamo permettere che l'Iran si doti di un'arma nucleare". E questo "riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso".

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che qualsiasi attacco a Beirut scatenerà una "ripresa della guerra su vasta scala". E il vicepresidente del Parlamento Mojtaba Nikzad ripete che "la delegazione iraniana insiste sul nostro diritto all'arricchimento dell'uranio, sulla revoca delle sanzioni e sul risarcimento dei danni". "Non abbiamo negoziato sul programma missilistico - sostiene ancora - Non è corretto dire che ci limitiamo a combattere, ma non dialoghiamo. Le linee rosse tracciate dalla Guida sono all'ordine del giorno. Conduciamo trattative con gli Usa se necessario, ma non ci fidiamo delle promesse".

In fumo il mito della fortezza di Leningrado. Lo smacco della guerra nella città dello Zar

Nella foto, sulla Prospettiva Nevskij l'aria non è tersa come al solito, quando il vento dalla taiga o del Mar Bianco lucida il profilo di quella che è stata definita una delle più belle città italiane nonostante se ne stia acciambellata in un angolo semiartico del Baltico. No, sulla cupola d'oro della cattedrale di Sant'Isacco si allarga un fumo nero, denso, che non somiglia alla nebbia mattutina descritta in Anna Karenina, ma piuttosto fa risprofondare San Pietroburgo, la perla del Baltico, la "finestra russa sull'Occidente", ai tempi del feroce assedio nazista del '41-'44. Portando con sé quel gusto rancido di guerra in casa che l'Europa si sta sempre più abituando a masticare.

Mezza Ucraina è ormai rasa al suolo, ma paradossalmente il fumo a San Pietroburgo è un'immagine più potente dei palazzi sventrati di Kiev, perché proprio nell'immaginario collettivo risiede la centralità della periferica ex capitale imperiale, nonché città natale di Vladimir Putin. I droni e i missili ucraini Boykiy che ieri hanno centrato le infrastrutture petrolifere russe alla vigilia del summit economico con delegati di 130 Paesi, costringendo a deviare i voli in arrivo all'aeroporto Pulkovo, in realtà hanno abbattuto ben altro: il mito d'acciaio della Leningrado inespugnabile.

Ovvio, la città barocca e neoclassica eretta da Pietro il Grande alla foce paludosa della Neva in spregio a tutto quanto lo Zar liberale odiava della Russia rurale non è certo caduta, e non è neanche ferita; a dirla tutta, le uniche vere vittime dell'attacco sono l'orgoglio nazionale della popolazione e il senso di sicurezza di chi la governa dal Cremlino. Eppure vedere trascinata nel conflitto la città che più di tutte ha fatto da tramite culturale fra Europa e Russia fa riflettere, ci fa sentire le ostilità ancor più vicine di quanto non sembrassero le ben più atroci stragi nel Donetsk.

San Pietroburgo è un'Atlantide del passato, "un riflesso in un vetro appannato" come scriveva Nabokov, ma ha dna pienamente europeo fin dalla sua gestazione. Costruita dai migliori architetti italiani, è la città degli Zar spietati e di quelli assassinati, di tre rivoluzioni e di un attentato jihadista, la città delle Notti bianche e di Delitto e castigo, dei racconti di Gogol e dei versi di Battiato, la città dell'Ermitage e della fortezza di Pietro e Paolo, la città di Lenin e di Stravinskij, del balletto e delle purghe del Kgb, della presunzione e della semplicità. È una città "fondata sugli scheletri" delle decine di migliaia di operai costretti ad erigerla e sull'utopia bolscevica, ma che è riuscita a sopravvivere austera tra eroismo e orrore, dall'ammutinamento dei marinai anarchici di Kronstadt - la base militare nella baia antistante, anch'essa colpita ieri dagli ucraini - alla resistenza di Leningrado.

San Pietroburgo, amichevolmente Piter, è parte di noi tutti, di quanti hanno avuto la fortuna di visitarla e innamorarsene, di quanti l'hanno sognata leggendola o di quanti hanno imparato a declinare i verbi di moto sugli autobus della sua Prospettiva. Vederla in fumo, seppur da lontano, fa rabbrividire tutti. Compresi i tanti che sanno scindere la ricchezza incalcolabile dell'anima russa dalla pochezza di chi ha scelto una guerra senza pace.

Bibi ricuce con Donald: "Divergenze tattiche". E attacca i leader Ue: "Assecondano l'islam"

"Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari". L'intervista di ieri alla Cnbc in cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu flagella il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader europei accusati di sudditanza nei confronti delle minoranze islamiche e di ignavia nei confronti del conflitto iraniano contiene parecchie verità. Ma risponde anche a un'evidente necessità. Riaprendo lo scontro con l'Europa Bibi punta soprattutto a far dimenticare quello con l'alleato Donald Trump. E a ricucire quell'alleanza con l'America che gli ha permesso - il 28 febbraio scorso - di attaccare la Repubblica Islamica.

Anche perché dietro quella diatriba telefonica, confermata ieri da un Trump che ammette di aver dato del "fottutamente pazzo" a Netanyahu, che l'ha ridotta a "divergenze tattiche", si nasconde un evidente successo strategico dell'Iran. Imponendo il cessate il fuoco in Libano come questione chiave per la riapertura di Hormuz e il raggiungimento di una non meglio definita intesa sul nucleare con gli Usa gli iraniani stanno trasformano la trattativa in un'equazione irrisolvibile. Un'equazione capace di paralizzare l'amministrazione Usa e il governo Netanyahu condannando entrambi a un'irreversibile sconfitta nelle elezioni di autunno per il rinnovo del parlamento israeliano e del Congresso statunitense. Una doppia sconfitta che sancirebbe di fatto la vittoria ai punti della Repubblica Islamica.

Bloccare la macchina militare israeliana significa infatti mantenere in vita quella di Hezbollah e garantire la continuazione degli attacchi con missili e droni che hanno costretto all'esodo gli abitanti dei villaggi e delle cittadine israeliane al confine. La continuazione di quegli attacchi rischia di condannare alla sconfitta Netanyahu accusato dagli avversari di aver tenuto il Paese in guerra per tre anni senza aver sconfitto i due principali nemici, ovvero l'Iran e il Partito di Dio. D'altra parte accettare le condizioni di Teheran sul Libano e sacrificare l'alleato Netanyahu equivale a rinunciare all'opzione militare. E quindi all'unica minaccia capace di far paura Teheran. Sottoscrivendo le richieste iraniane sul Libano il presidente americano rischia insomma di ritrovarsi prigioniero di quella tela di Penelope dei negoziati che gli iraniani sono abilissimi a tessere e disfare ogni qualvolta ne hanno bisogno. Una tela che più si avvicina la scadenza delle elezioni di Midterm più si fa soffocante. I tempi stretti rendono complessa anche un'eventuale rottura delle trattative con Teheran e la ricerca di una vittoria sul campo. Sia la riapertura "manu militari" di Hormuz, sia il recupero dei 460 chili di uranio arricchito al 60% rimasti in territorio iraniano sono operazioni assai rischiose. E più passa il tempo più rischiano di costringere Trump ad affrontare il voto di novembre con un conflitto ancora in corso. O peggio, con il peso di un insuccesso militare.

Assunto al Pentagono un condannato per l'assalto al Campidoglio

Un uomo condannato per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, poi pentitosi per il proprio ruolo nei disordini, è stato assunto dall’amministrazione Trump in un ufficio del Pentagono che si occupa di operazioni militari altamente classificate. Si tratta di Elias Irizarry, che all’epoca dell’irruzione a Capitol Hill aveva 19 anni. Secondo quanto confermato da quattro persone al Washington Post, l’incarico ha suscitato preoccupazioni interne. L’ufficio nel quale Irizarry è stato destinato gestisce dossier delicati, tra cui sicurezza delle ambasciate, recupero di personale e operazioni per la liberazione di ostaggi. Si tratta di attività che, secondo fonti interne, richiedono normalmente un’autorizzazione di sicurezza di livello top secret.

Il Pentagono ha difeso la scelta. In una nota, il portavoce Joel Valdez ha definito Irizarry "un giovane professionista qualificato e patriottico", aggiungendo che il Dipartimento della Difesa è "orgoglioso" di averlo nominato. Non è chiaro chi, all’interno dell’amministrazione Trump, abbia deciso la sua assunzione.

Il 6 gennaio 2021 Irizarry era una matricola della Citadel, accademia militare pubblica della Carolina del Sud, e prestava servizio come cadetto nella Civil Air Patrol. Quel giorno si era recato a Washington con altri due uomini e, dopo il comizio di Donald Trump, si era unito alla folla che superò le linee della polizia ed entrò nel Campidoglio mentre il Congresso stava certificando la vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 2020.

Secondo i procuratori, Irizarry entrò nell’edificio passando da una finestra rotta e aveva con sé un’asta metallica. Non risulta però che abbia colpito qualcuno. In seguito si dichiarò colpevole di un reato minore: ingresso e permanenza in un edificio o area sottoposti a restrizioni. Fu condannato a 14 giorni di carcere. Nel corso del procedimento, Irizarry espresse pentimento. Davanti al giudice disse di vergognarsi per quanto accaduto e definì il 6 gennaio "il più grande attacco alla nostra democrazia dalla Guerra civile". Inoltre si scusò anche con le vedove di alcuni agenti morti dopo quella giornata.

Il giudice Tanya S. Chutkan, pur sottolineando la gravità dei fatti, evidenziò anche la giovane età di Irizarry e il precedente percorso personale, definito "encomiabile" prima dell’assalto. Dopo l’espulsione dalla Citadel, il giudice offrì persino di scrivere una lettera a sostegno di una sua eventuale riammissione. Irizarry fu poi riammesso nel 2023 e si laureò l’anno successivo. I procuratori, al contrario, sostennero che la sua formazione militare e il servizio nella Civil Air Patrol rendevano le sue scelte del 6 gennaio ancora più gravi. In una memoria, segnalarono anche che sul suo telefono era stato rilevato un vuoto di dati tra il primo e l’8 gennaio 2021, circostanza che secondo l’accusa lasciava pensare alla cancellazione di informazioni relative ai fatti di Capitol Hill.

Dopo la laurea, Irizarry tentò anche la carriera politica in South Carolina, candidandosi senza successo alla Camera statale. Fu sconfitto nelle primarie repubblicane del 2024 dal deputato Randy Ligon. Sul suo profilo LinkedIn risultano riconoscimenti accademici ottenuti alla Citadel e, dal gennaio 2024, la definizione professionale di "Patriot".

La sua assunzione riapre il dibattito sulle nomine politiche in incarichi sensibili al Pentagono. Nel 2023, esponenti repubblicani del Congresso avevano chiesto spiegazioni all’allora segretario alla Difesa Lloyd Austin per la presenza, nello stesso ufficio, di Ariane Tabatabai, esperta di sicurezza nazionale e Medio Oriente, accusata da alcuni parlamentari di presunti legami discutibili con l’Iran.

All’epoca il presidente repubblicano della Commissione Forze armate della Camera Mike Rogers sostenne che il passato professionale di Tabatabai avrebbe dovuto escluderla da un incarico tanto delicato. Ora, con il caso Irizarry, le stesse domande tornano a circolare dentro il Pentagono: chi può accedere a informazioni riservate e quali precedenti devono pesare nella scelta di chi lavora nei settori più sensibili della difesa americana.

Tenta di aprire il portellone e aggredisce l'equipaggio: ex lottatore MMA lo ferma

Momenti di fortissima tensione a bordo di un aereo della Frontier Airlines, costretto a effettuare un atterraggio di emergenza a Miami dopo che un passeggero ha cercato di aprire le uscite di emergenza.

L'uomo, in evidente stato di alterazione, ha perso completamente il controllo: ha cercato di accedere alla cabina di pilotaggio e ha aggredito un'assistente di volo che in quel momento si trovava fuori servizio. È stato provvidenziale l'intervento dei passeggeri, tra i quali anche un ex lottatore di MMA, per neutralizzare l'esagitato e consentire all'equipaggio di contenerlo.

Stando a quanto riportato dalla stampa oltreoceano, il fatto si è verificato sul volo 3345 della Frontier Airlines lo scorso 31 maggio. Il velivolo, decollato dall'aeroporto di San Juan, Porto Rico, era diretto all'aeroporto internazionale di Chicago O'Hare. Era trascorsa un'ora dalla partenza quando il passeggero ha iniziato a dare problemi, chiedendo al personale di bordo di essere lasciato scendere. In quel momento, però, l'aereo era in viaggio.

L'uomo ha ignorato le richieste dell'equipaggio di restare al proprio posto. Si è alzato e ha tentato di forzare la porta della cabina di pilotaggio. Un assistente di volo è riuscito a fermarlo, e ha cercato di accompagnarlo al suo posto, ma durante il breve percorso il soggetto ha chiesto di poter usare il bagno, salvo poi urinare sul pavimento.

Spostato in un altro posto, il passeggero è stato affiancato da un assistente di volo fuori servizio che si era offerto di sorvegliarlo. Dopo poco però, ancora disordini. L'esagitato ha aggredito il suo compagno di posto, cercando di strangolarlo. Poi ha provato ad aprire il portellone. Sono stati gli altri passeggeri a correre in aiuto del personale di volo, bloccando l'uomo e cercando di contenerlo. Fra coloro che sono intervenuti anche un ex lottatore di MMA, Josh Longood.

A quel punto il comandante ha chiesto di effettuare un atterraggio d'emergenza, e il volo della Frontier Airlines è stato dirottato sull'aeroporto di Miami, dove è atterrato intorno alle ore 23.00. Lì si trovavano le forze dell'ordine. La polizia e gli uomini dell'FBI hanno preso l'esagitato e lo hanno portato via con loro. Sottoposto a identificazione, il soggetto è risultato essere un 51enne, tale Juan Gabriel Reyes. L'uomo è stato arrestato. La sua cauzione è fissata a 20 mila dollari.

WATCH: Passengers restrain a man onboard a Frontier Airlines flight to Chicago's O'Hare on Sunday after he reportedly tried to open an emergency exit door in an attempt to jump off the plane mid-flight.

According to the Federal Aviation Administration, Frontier Airlines flight… pic.twitter.com/g3QBearixJ

— Breaking Aviation News & Videos (@aviationbrk) June 2, 2026

La linea di Trump: ripresa della guerra se muoiono americani

La guerra non è davvero finita, ma Donald Trump sembra aver deciso quale sia il limite oltre il quale gli Stati Uniti torneranno a combattere apertamente contro l'Iran. Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, il presidente americano avrebbe confidato ai propri collaboratori che prenderebbe in considerazione la fine della fragile tregua soltanto nel caso in cui Teheran uccidesse militari statunitensi. Una posizione che fotografa il delicato equilibrio raggiunto dopo mesi di scontri e che, al tempo stesso, racconta la volontà della Casa Bianca di evitare una nuova escalation regionale.

Dietro questa scelta non c'è soltanto una valutazione militare. Washington deve infatti gestire una situazione estremamente complessa: i continui incidenti nel Golfo, le tensioni con Israele, il dossier nucleare iraniano e una crescente pressione interna, con il Congresso che nelle ultime ore ha mostrato segnali di insofferenza verso un coinvolgimento militare prolungato. In questo contesto, la strategia di Trump sembra puntare a una sorta di "contenimento armato", accettando episodi limitati di ostilità pur di scongiurare una guerra totale.

La dottrina della soglia minima

Le indiscrezioni raccolte dal Wall Street Journal descrivono un presidente intenzionato a mantenere il cessate-il-fuoco anche di fronte a provocazioni circoscritte, purché non comportino vittime tra le forze armate americane. La valutazione dell'amministrazione sarebbe che una ripresa delle operazioni su larga scala rischierebbe di trascinare nuovamente gli Stati Uniti in un conflitto regionale dagli esiti imprevedibili.

Nelle ultime settimane, infatti, la tregua è stata più volte messa alla prova da lanci di droni, attacchi missilistici e scontri indiretti tra le rispettive aree di influenza. Gli episodi hanno aumentato la pressione politica su Trump, ma non abbastanza da convincerlo a riaprire il fronte bellico. La convinzione della Casa Bianca sarebbe che una certa dose di instabilità sia preferibile a una nuova campagna militare che potrebbe coinvolgere direttamente altri attori regionali e mettere ulteriormente a rischio la sicurezza dello Stretto di Hormuz.

La linea rossa, dunque, rimane una sola: il sangue americano. Solo la morte di soldati statunitensi costituirebbe, secondo le fonti citate dal quotidiano economico, il casus belli capace di far ripartire l'offensiva.

Il peso del Congresso e dell'opinione pubblica

La prudenza della Casa Bianca arriva mentre a Washington cresce il dibattito sui poteri di guerra del presidente. La Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione che punta a limitare la prosecuzione delle operazioni militari contro l'Iran senza una specifica autorizzazione del Congresso, un segnale politico significativo anche se l'efficacia pratica del provvedimento resta incerta.

Negli ambienti repubblicani è aumentato il timore che una guerra lunga possa trasformarsi in un costo politico ed economico difficilmente sostenibile, soprattutto in una fase in cui l'opinione pubblica americana appare sempre più diffidente verso nuovi impegni militari in Medio Oriente. Anche per questo motivo Trump avrebbe preferito congelare diverse opzioni offensive già nei mesi scorsi, lasciando spazio ai tentativi di mediazione sostenuti dai Paesi del Golfo e dai canali diplomatici indiretti con Teheran.

Tra diplomazia e rischio di escalation

La scelta di mantenere in vita il cessate il fuoco si intreccia con il più ampio negoziato sul programma nucleare iraniano e sulla sicurezza delle rotte energetiche del Golfo Persico. Secondo le ricostruzioni della stampa americana, l'amministrazione starebbe lavorando a una possibile intesa che permetta di congelare il conflitto e riaprire gradualmente il dialogo, anche se le distanze tra Washington e Teheran rimangono profonde.

Il problema è che la tregua resta estremamente fragile. Gli episodi di violenza continuano a verificarsi e ogni incidente rischia di alterare il delicato equilibrio costruito negli ultimi mesi. Attacchi contro infrastrutture civili o militari nell'area del Golfo hanno già dimostrato quanto sia sottile il confine tra una crisi controllata e una nuova escalation regionale.

Israele-Libano, ucciso un casco blu. Hezbollah respinge l'accordo sul cessate il fuoco. Trump: "Non abbiamo bisogno dell'aiuto degli europei"

Israele e Libano hanno annunciato di aver concordato il rinnovo del cessate il fuoco e l'istituzione di zone di sicurezza controllate dall'esercito libanese, che escluderanno Hezbollah. La tregua sarà subordinata alla "cessazione completa del fuoco di Hezbollah e all'evacuazione di tutti i suoi membri dal settore del Litani meridionale". Nuovo ciclo di colloqui dal 22 giugno per raggiungere un "accordo globale". Bombe israeliane su Gaza City, colpito un condominio: 9 morti di cui 4 bambini. L'Idf arresta uno studente diretto a Roma: 'È di Hamas, prese parte al 7 ottobre". Intanto negli Usa la Camera approva una risoluzione che ordina il ritiro delle truppe americane dalla guerra in Iran, un duro colpo politico per Trump. La risoluzione, adottata con quattro sì Repubblicani, è in gran parte simbolica: il presidente può porre il veto. Intanto Trump annuncia di voler incontrare Khamenei e che i colloqui con l'Iran potrebbero chiudersi in settimana. Il Wsj: Trump porrebbe fine al cessate il fuoco se venissero uccise truppe americane

Il “pipistrello fantasma” Usa vola sul Pacifico: il drone che può cambiare la guerra aerea

Lo hanno soprannominato “Ghost Bat”, ovvero il “pipistrello fantasma”. Stiamo parlando del drone da combattimento sviluppato da Boeing in Australia, in lizza per diventare uno dei pilastri della futura aviazione militare occidentale nel complesso scacchiere geopolitico del Pacifico. L’MQ-28 ha iniziato a effettuare voli di prova dalla base navale di Point Mugu, in California, uno dei principali centri statunitensi per i test aeronautici e missilistici. Il velivolo senza pilota è progettato per operare accanto ai caccia tradizionali, condividendo dati, individuando bersagli e svolgendo missioni ad alto rischio senza mettere in pericolo piloti umani.

Un pipistrello fantasma nel Pacifico

Secondo quanto riportato dal portale The War Zone, gli ultimi test nel Pacifico servono a dimostrare la maturità tecnologica del programma e ad aprire la strada a possibili esportazioni, compresa un’eventuale integrazione nelle future strategie militari del Pentagono. Il Ghost Bat rappresenta infatti uno dei progetti più avanzati nel settore dei droni da combattimento collaborativi, i cosiddetti Collaborative Combat Aircraft, pensati per affiancare velivoli con equipaggio in scenari di guerra ad alta intensità.

L’MQ-28 è stato progettato con una struttura modulare che consente di cambiare rapidamente il muso del velivolo e installare sensori differenti a seconda della missione. Le ultime immagini diffuse da Boeing mostrano un esemplare dotato di sistema IRST, il sensore a infrarossi utilizzato per individuare bersagli aerei senza emettere segnali radar. Il drone è già stato impiegato in Australia in esercitazioni con aerei E-7 Wedgetail e caccia F/A-18 Super Hornet, dimostrando la capacità di operare come “gregario intelligente” in supporto ai velivoli pilotati.

Le future versioni saranno ancora più grandi e avranno una maggiore autonomia operativa, oltre a una stiva interna per armamenti. Boeing prevede che il futuro Block 3 possa trasportare missili AIM-120 AMRAAM oppure bombe guidate GBU-39, ampliando notevolmente le capacità offensive del sistema. Nei test precedenti il Ghost Bat ha già effettuato il lancio reale di un missile aria-aria, dimostrando che il programma non è più soltanto sperimentale.

Usa in prima linea

L’interesse americano per il progetto cresce anche perché la Marina statunitense sta cercando nuove soluzioni per rafforzare l’aviazione imbarcata del futuro. La US Navy lavora infatti allo sviluppo di droni da combattimento capaci di operare dalle portaerei insieme ai caccia tradizionali, riducendo i rischi per gli equipaggi nelle missioni più pericolose.

Da questo punto di vista, l’MQ-28 viene considerato un candidato credibile grazie alla sua autonomia basata sull’intelligenza artificiale e alla capacità di coordinarsi con altri sistemi in volo. Il teatro del Pacifico rappresenta inoltre il banco di prova ideale per queste tecnologie: enormi distanze, crescente competizione con la Cina e necessità di mantenere superiorità aerea anche in scenari altamente contestati.

Boeing guarda già oltre gli Stati Uniti e ha avviato contatti con diversi Paesi dell’Indo-Pacifico, incluso il Giappone, mentre in Europa il gruppo tedesco Rheinmetall collabora alla promozione del suddetto drone presso Berlino. Il “pipistrello fantasma” farà ancora parlare di sé.

Spunta il "sesto occhio" nel Pacifico: la rivoluzione degli 007 che rafforza gli Usa

Il Giappone è ormai pronto a compiere uno dei cambiamenti più significativi della sua politica di sicurezza dal secondo dopoguerra. Il parlamento nipponico ha infatti approvato la creazione di un nuovo Consiglio nazionale per l'intelligence e di una National Intelligence Agency destinata a coordinare raccolta, analisi e condivisione delle informazioni strategiche. Si tratta di una riforma arrivata nel bel mezzo della crescente assertività della Cina e delle tensioni attorno a Taiwan, e che soprattutto conferma la volontà di Tokyo di assumere un ruolo più attivo nell'architettura di sicurezza dell'Indo-Pacifico.

Un “sesto occhio” al fianco degli Usa

La sensazione è che il suddetto progetto rappresenti un tassello fondamentale del percorso con cui il governo guidato da Takaichi Sanae punta a rafforzare la capacità del Paese di affrontare minacce sempre più complesse. Come ha fatto notare il portale Geopolitical Monitor, la nascita della nuova agenzia costituisce la più importante ristrutturazione del sistema informativo giapponese dai tempi della fondazione del Cabinet Intelligence and Research Office nel 1952.

Per oltre settant'anni il Giappone ha fatto affidamento su una rete frammentata di organismi civili e militari, integrata in larga misura dalle informazioni condivise dagli Stati Uniti. Il nuovo assetto punta invece a superare la dispersione delle competenze tra ministeri e agenzie, creando un centro decisionale in grado di coordinare in modo più efficace intelligence estera, controspionaggio e sicurezza nazionale.

Non solo: la riforma risponde alla trasformazione dell’arena asiatica che oggi richiede una capacità di raccolta e valutazione delle informazioni molto più rapida e integrata rispetto al passato. Cosa potrebbe succedere? Il Giappone ha tutte le carte in regola per diventare un partner sempre più autonomo, ma anche più utile all'interno delle reti di cooperazione con Washington e con gli altri alleati regionali.

La mossa del Giappone

Di recente Tokyo ha intensificato la cooperazione con Filippine, Australia, India e Stati Uniti, e sono ancora in discussione nuovi accordi per la condivisione di informazioni sensibili e per il coordinamento delle attività di sorveglianza marittima. Ecco che la futura agenzia viene vista da molti esperti come un potenziale "sesto occhio" del sistema di intelligence occidentale, in riferimento alla rete Five Eyes composta da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Non mancano tuttavia le critiche. In Cina, diversi esperti e media interpretano la riforma come un ulteriore passo verso il superamento delle limitazioni imposte al Giappone nel dopoguerra e come un elemento destinato a rafforzare la strategia americana di contenimento nell'Indo-Pacifico.

Anche all'interno dello stesso Giappone sono emerse preoccupazioni riguardo alla tutela delle libertà civili e all'espansione dei poteri dello Stato in materia di sicurezza. Al di là delle polemiche, la direzione appare ormai tracciata: il Giappone vuole dotarsi di strumenti più moderni per avere un’intelligence all’avanguardia.

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