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Received — 3 June 2026 Il Giornale - Mondo

Idf arresta ricercatore diretto a Tor Vergata: "È un terrorista di Hamas"

L'Idf fa sapere che nella giornata di ieri, martedì 2 giugno, al valico di Kerem Shalom è stato arrestato Mahmoud Al Najjar, definito "un miliziano della brigata nord di Hamas che ha preso parte al massacro del 7 ottobre 2023".

Originario di Jabaliya, nel nord di Gaza, ingegnere con un master in business administration, Al Najjar faceva parte del gruppo di palestinesi diretti all'università Tor Vergata di Roma, come scrive il sito di notizie della Striscia di Gaza Drop Site. Secondo fonti palestinesi sarebbe stato fermato "mentre era in viaggio verso l'Italia per proseguire i suoi studi universitari dopo mesi di tentativi per ottenere l'autorizzazione all'uscita da Gaza".

La notizia dell'arresto è stata confermata anche da suo fratello, Atiyya al-Najjar, che ha parlato degli sforzi, durati mesi, per cercare di ottenere il permesso di uscita. Nel suo percorso di studioso Mahmoud avrebbe già pubblicato tre articoli di ricerca accademica. In un attacco israeliano del 25 ottobre 2024 avrebbe perso sua moglie, Alaa Salem, i loro quattro figli, Renat, Yazan, Muhammad e Amro, nonché suo fratello e i membri della famiglia di suo fratello.

"Non si trattava di uno studente fermato per motivi di studio all'estero - afferma la portavoce Idf Ariella Mazor -. Mahmoud Al Najjar è un operativo terrorista di Hamas che è stato fermato dopo essere stato identificato come uno degli infiltrati in Israele il 7 ottobre 2023 e come partecipante al massacro guidato da Hamas che ha ucciso circa 1.200 persone e ha preso in ostaggio oltre 250 uomini, donne e bambini".

A tradirlo al valico di Kerem Shalom potrebbe essere stata la tecnologia israeliana che consente anche il riconoscimento facciale: pur essendo sfuggito per quasi tre anni alle ricerche dell'Idf, potrebbe essere stato tradito proprio dai tanti video che Hamas postò online dai kibbutz del sud di Israele durante il massacro. Ora le facce di quei 7mila che assaltarono Israele sono nella lista dell'unità speciale che dà la caccia ai miliziani del 7 ottobre.

Intanto a Roma è arrivato il gruppo di studenti tra cui si sarebbe infiltrato Mahmoud e che hanno potuto lasciare Gaza nell'ambito dell'iniziativa promossa da Roma a sostegno degli studenti palestinesi. Dallo scorso autunno sono già arrivati in Italia da Gaza 229 universitari.

NEW: Israeli forces detained a Gaza student at the Kerem Shalom crossing while he was traveling to Italy to continue his university studies, according to journalist Muthanna al-Najjar.

The detainee, Mahmoud al-Najjar, is from Jabaliya in northern Gaza. His brother, Atiyya… pic.twitter.com/gCPxZahlnw

— Drop Site (@DropSiteNews) June 2, 2026

Southampton, scontri dopo l’omicidio di Henry Nowak: due arresti e diversi agenti feriti

Clima di altissima tensione in Gran Bretagna. Ieri sera sono scoppiate violente proteste davanti alla stazione di polizia di Southampton in relazione all’omicidio del diciottenne Henry Nowak e alla diffusione dei video dell’intervento della polizia che mostrano la giovane vittima chiedere aiuto mentre viene ammanettata perché accusata di razzismo dal suo killer, il sikh Vickrum Digwa. Secondo quanto confermato dal ministro Sarah Jones, due persone sono state arrestate.

La titolare della Polizia UK ha spiegato che un primo fermo riguarda l’aggressione a un agente, mentre l’altro il possesso di un’arma. La Jones ha evidenziato che non sono esclusi ulteriori arresti. La protesta è stata guidata dal leader di ultradestra Tommy Robinson e vi hanno partecipato centinaia di attivisti. Dopo un inizio pacifico – i dimostranti hanno scandito a più riprese il coro “Henry, Henry” – la situazione è degenerata con il lancio di oggetti – tra cui bottiglie, mattoni e razzi – contro la polizia antisommossa. Secondo quanto segnalato dal Guardian, i manifestanti hanno cercato di raggiungere la strada dove viveva la famiglia di Digwa, ma sono stati respinti dalla polizia.

Come riportato dal Telegraph, in un video pubblicato sui social media si sente un manifestante chiedere a un agente di polizia: "Cosa farai? Mi ammanetterai e mi ucciderai?". In un altro video, si vedono sei agenti in tenuta antisommossa che immobilizzano un individuo e lo colpiscono con gli scudi. Il capo della polizia Alexis Boon ha dichiarato che 11 agenti e un cane poliziotto sono rimasti feriti negli scontri.

Il Ministro dell'Interno Shabana Mahmood ha condannato le proteste. Accusando i manifestanti di aver strumentalizzato l'omicidio per "fomentare violenza e disordini", ha dichiarato: "La famiglia Nowak ci ha rivolto un forte appello affinché non si permetta che la morte di Henry venga usata per creare ulteriore divisione, odio o tensione. Non ci può essere alcuna giustificazione per strumentalizzare questa tragedia al fine di fomentare violenza e disordini”. La titolare della sicurezza ha aggiunto: “I responsabili dovranno affrontare la legge. Ringrazio la polizia, che stasera (ieri sera, ndr) ha dimostrato grande coraggio e calma di fronte alla vergognosa violenza diretta contro di loro”.

Verso il fallimento la fabbrica di lenti degli occhiali indossati da Macron

Anche quando arriva dall’Eliseo, la pubblicità non sempre basta a salvare un’azienda. È il caso di Dalloz Creations, storico marchio francese dell’occhialeria, finito in liquidazione giudiziale nonostante la ribalta mondiale ottenuta pochi mesi fa grazie a Emmanuel Macron.

A gennaio il presidente francese aveva indossato al Forum di Davos un paio di occhiali da sole con lenti blu a causa di un problema agli occhi. Una scelta obbligata - dovuta a un’infezione - ma sufficiente per trasformare quel modello in un piccolo caso mediatico. Per una decina di giorni Macron era apparso con quegli occhiali stile aviatore, subito ribattezzati Top Gun "presidenziale". Prezzo: 659 euro. Un accessorio diventato improvvisamente famoso, rilanciato dai media e associato all’immagine del capo dello Stato francese. Ma l’effetto Macron, a quanto pare, non è bastato.

Secondo quanto rivelato dalla Bfm, la società è stata posta in liquidazione giudiziale dopo la risoluzione del piano di ristrutturazione della fabbrica. Già dal 20 marzo il tribunale del commercio aveva dichiarato la cessazione del pagamento degli stipendi. Il risultato è pesante: 29 dipendenti risultano formalmente senza lavoro e anche i locali dell’azienda sono stati messi in vendita.

Fondata nel 1957 da Christian Dalloz, l’impresa era considerata una realtà di riferimento nella produzione di lenti solari di alta qualità, realizzate principalmente in Europa. Il fondatore viene ricordato come un pioniere nell’utilizzo del policarbonato applicato all’ottica. Negli ultimi anni Dalloz Creations aveva puntato sui modelli più sofisticati e sulla "rilocalizzazione" industriale, cercando di valorizzare produzione europea e qualità. Una strategia che però non ha impedito il crollo dei conti: numeri alla mano, il fatturato è sceso dai 3,8 milioni di euro del 2023 ai 2,5 milioni previsti o registrati nel 2025.

I vertici dell’azienda avevano accolto con entusiasmo la visibilità planetaria generata dagli occhiali indossati da Macron. Ma quella fiammata mediatica non si è trasformata in una svolta commerciale. E così il modello reso celebre dal presidente francese resta il simbolo amaro di una parabola industriale: tanta notorietà, pochi ordini e una fabbrica ormai sull’orlo del fallimento.

Abbattuto due volte in un mese: il caso incredibile del colonnello “DUDE44”, il pilota Usa nei cieli dell’Iran

Il pilota dell'F-15E Strike Eagle abbattuto sull'Iran era già stato abbattuto su uno dei tre caccia caduti nei cieli del Kuwait per singolare caso di “fuoco amico” nei primi giorni dell’operazione Epic Fury. Così, il colonnello che svolgeva il ruolo di ufficiale addetto ai sistemi d'arma si è trovato a lanciarsi due volte in poco più di un mese di operazioni di combattimento nel Golfo.

La notizia è stata riportata ieri dal portale The High Side, che ha citato funzionari dell’US Air Force, e confermata da CBS News, che ha citato a sua volta due fonti a conoscenza dei fatti.

Mentre il Comando Centrale degli Stati Uniti responsabile delle operazioni in Medio Oriente non ha ancora rilasciato dichiarazioni o commenti in merito, il nominativo, o call sign, del pilota, noto come “DUDE44”, sembra lasciare pochi dubbi sulla straordinaria singolarità degli eventi che lo avrebbero visto eiettarsi due volte, il 2 marzo e il 3 aprile, da un aereo da combattimento biposto raggiunto e abbattuto da un missile. Secondo quanto reso noto dalle fonti, il pilota avrebbe inoltre riportato delle ferite a causa del “malfunzionamento” del paracadute che non si sarebbe aperto correttamente dopo l’eiezione nei cieli iraniani.

Le ferite riportate dal pilota, che nel caso di eiezione viene letteralmente sparato fuori dall’abitacolo dalla propulsione a razzo del suo seggiolino, hanno aumentato le difficoltà della sua fuga in territorio ostile. Fuga terminata con l’operazione di ricerca e soccorso in combattimento che ha coinvolto le forze speciali statunitensi, che hanno approntato una pista avanzata nel cuore del territorio iraniano, e dell’intelligence, che avrebbe impiegato per la prima volta un particolare tipo di tracciamento che rileva, attraverso il battito cardiaco, l’esatta posizione del pilota rimasto nascosto sulle alture a nord dell’Iran per quasi due giorni.

In entrambi i casi, DUDE44 volava su uno degli F-15E Strike Eagle, un collaudato cacciabombardiere biposto, schierati assieme al resto dell’imponente “armata aerea” che gli Stati Uniti hanno inviato in Medio Oriente per condurre le missioni di combattimento previste dall’Operazione Epic Fury, attualmente ancora in corso.

Il primo abbattimento, dovuto a un singolare caso di fuoco amico che si ritiene abbia coinvolto un singolo caccia dell’aeronautica kuwaitiana, un F-18 che era impegnato, come i tre F-15 entrati nel mirino dei suoi missili, a “difendere” lo spazio aereo dalle minacce iraniane, avrebbe confuso l’amico con il nemico per via di un malfunzionamento dei sistemi IFF, acronimo di Identification Friend or Foe, un transponder che trasmette un “segnale criptato che i radar terrestri dotati di IFF possono leggere”, distinguendo l’amico dal nemico, e che avrebbe quindi dato luogo a un incidente “blu-on-blu”, come viene definito il fuoco amico.

Il secondo abbattimento è avvenuto durante una missione nei cieli iraniani, quando l’F-15, che si ritiene appartenesse a uno squadrone proveniente dalla base RAF di Lakenheath, il 48th Fighter Wing, è entrato nel mirino di un missile a ricerca di calore o di un sistema di difesa aerea portatile, o MANPADS, di fabbricazione cinese, fornito con una partita di armi giunta nei primi giorni di guerra.

Come sappiamo, dopo l’abbattimento gli Stati Uniti hanno lanciato un’imponente missione Combat Search and Rescue che ha coinvolto Pararescuemen dell’Aviazione e Navy SEAL della Marina. Nel corso dell’operazione, durata ben 36 ore, sono andati persi diversi droni, un aereo da attacco al suolo A-10 Thunderbolt impiegato nel ruolo “Sandy”, abbattuto durante il recupero del primo pilota, due MC-130 Commando II che rimasero impantanati sulla pista improvvisata in territorio iraniano e tre elicotteri MH-6 Little Bird, distrutti a terra per non lasciarli cadere in mano nemica.

Che un pilota venga abbattuto e si eietti in sicurezza una volta nelle operazioni guerra contemporanee è già un evento raro. Ma che sia costretto ad eiettarsi due volte durante lo stesso conflitto è davvero un evento raro. Sono stati registrati casi simili in passato, ma risalgono a decenni fa. Secondo una delle fonti consultate, l'ultima volta potrebbe risalire addirittura alla guerra del Vietnam. Se tutte le informazione verranno confermate, il Dude44, è un pilota davvero fortunato.

Nuovi informatori in Cina: così la CIA vuole ricostruire il suo network segreto

Da mesi la CIA ha intensificato gli sforzi per reclutare nuovi informatori in Cina, puntando in particolare su funzionari governativi e ufficiali dell'Esercito popolare di liberazione (PLA) cinese. L'obiettivo è quello di rafforzare la capacità degli Stati Uniti di raccogliere informazioni dall'interno del sistema politico e militare cinese, considerato da Washington il principale concorrente strategico a livello globale. Ebbene, per raggiungere potenziali collaboratori, l'agenzia ha adottato anche strumenti inediti, come video pubblici in lingua cinese diffusi online, nei quali vengono illustrate modalità sicure per entrare in contatto con l'intelligence americana.

La strategia della CIA

La strategia della CIA punta a sfruttare le tensioni che attraversano gli apparati di potere cinesi dopo anni di campagne anticorruzione e di controlli interni sempre più severi. Alcuni dei video pubblicati dall'agenzia raccontano storie immaginarie di funzionari o militari delusi dalla propria carriera e preoccupati per il clima di sospetto che caratterizza le istituzioni del Paese.

Il messaggio è semplice: chi si sente minacciato o emarginato dal sistema può trovare un canale di comunicazione diretto con gli Stati Uniti. La CIA sostiene che queste campagne riescano a raggiungere il pubblico cinese nonostante le rigide limitazioni imposte da Pechino all'accesso a Internet.

L'agenzia considera infatti la Cina una delle priorità assolute delle proprie attività e ritiene fondamentale ampliare la rete di fonti umane in grado di fornire informazioni sulle decisioni politiche, militari e tecnologiche della leadership di Pechino. Ricordiamo che negli ultimi anni Washington ha investito ingenti risorse nel rafforzamento delle attività di intelligence rivolte alla Repubblica Popolare Cinese, affiancando alle tradizionali operazioni clandestine strumenti di comunicazione pubblica destinati a un pubblico selezionato.

There is a newer CIA video ("Save the Future") targets PLA officers disillusioned by Xi's purges — promising a "better path" for family/values. It's the latest in a 2025–2026 series that's racked up millions of views inside China.

Does it expose real cracks in loyalty... or…

— UnveiledChina (@Unveiled_ChinaX) February 12, 2026

Alla ricerca di nuovi informatori

La ricerca di nuove fonti risponde anche alla necessità di recuperare terreno dopo le difficoltà incontrate in passato. Tra il 2010 e il 2012, secondo diverse ricostruzioni apparse sulla stampa internazionale, i servizi di sicurezza cinesi riuscirono non a caso a smantellare una parte significativa della rete di informatori della CIA nel Paese, infliggendo uno dei colpi più duri all'intelligence statunitense degli ultimi decenni.

Da allora l'agenzia ha lavorato per ricostruire gradualmente la propria presenza informativa, mentre la Cina ha potenziato le strutture di controspionaggio e aumentato la sorveglianza interna.

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina, dunque, non riguarda soltanto commercio, tecnologia e difesa, ma si estende sempre di più al campo dell'intelligence. Il motivo è presto detto: ottenere informazioni riservate sulle intenzioni dell'avversario è diventato un elemento centrale della competizione tra Washington e Pechino, una rivalità che molti osservatori descrivono come la forma contemporanea di una nuova Guerra fredda.

Gli Usa preparano la nuova superbomba anti-bunker: come è fatta la GBU-76

L’aeronautica statunitense ha avviato una nuova fase di pianificazione industriale e tecnologica per la sostituzione della GBU-57/B Massive Ordnance Penetrator, oggi considerata il principale vettore convenzionale statunitense per la neutralizzazione di infrastrutture sotterranee fortificate. Il programma di nuova generazione, denominato Next Generation Penetrator e identificato ufficialmente come GBU-76/B, s’inscrive in una dinamica evolutiva di più ampio respiro strategico, in risposta alla proliferazione di asset infrastrutturali ipogei in scenari ad alta intensità geopolitica.

Cosa sappiamo

La fase attuale del programma è gestita dall’Air Force Life Cycle Management Center, attraverso la struttura AFLCMC/EBD presso la base di Eglin Air Force Base, con un’impostazione contrattuale basata su accordi IDIQ multi-fornitore. Tale modello consente di aggregare competenze industriali distribuite lungo l’intero ciclo di vita del sistema d’arma, dalla progettazione alla produzione, fino alla sostenibilità operativa.

Il documento di pre-acquisizione definisce un perimetro tecnologico estremamente ampio che include ingegneria dei sistemi, simulazione avanzata, aggiornamento della documentazione tecnica, sviluppo di architetture di mission planning e integrazione aeromeccanica completa. Particolare attenzione è riservata alla maturazione dei sistemi di spoletta intelligente, progettati per operare su bersagli multilivello, con capacità di discriminazione delle cavità strutturali e adattamento dinamico della funzione di detonazione in base alla profondità di penetrazione.

Tra i requisiti chiave figura inoltre lo sviluppo di soluzioni di navigazione alternative, in grado di garantire precisione anche in ambienti caratterizzati da degradazione o negazione del segnale satellitare, elemento cruciale negli scenari di guerra elettronica contemporanea.

Dominio della penetrazione profonda

Sul piano tecnico, la GBU-76/B , secondo gli analisti, rappresenta una rivoluzione concettuale rispetto alla GBU-57/B, attualmente integrata su piattaforme strategiche come il B-2 Spirit. Il sistema mantiene un’architettura di guida inerziale assistita da GPS, ma apre alla possibile integrazione di sistemi avanzati di Guidance, Navigation and Control capaci di operare in ambienti GNSS-contestati o completamente negati.

Le specifiche preliminari indicano inoltre l’adozione di una testata di classe pesante, con masse stimate nell’intervallo delle decine di migliaia di libbre, ottimizzata per la penetrazione di infrastrutture in cemento armato ad alta densità e stratificazioni geologiche complesse. In questo quadro, la precisione terminale diventa un fattore moltiplicatore della capacità cinetica, soprattutto in scenari in cui l’obiettivo è costituito da nodi infrastrutturali verticali o sistemi di ventilazione profondi.

L’esperienza maturata durante l’impiego della GBU-57/B in scenari reali, inclusa l’operazione nota come Operation Midnight Hammer, ha evidenziato l’importanza della sinergia tra capacità di penetrazione e accuratezza di impatto su bersagli altamente fortificati, consolidando la necessità di un’evoluzione incrementale delle prestazioni del sistema.

Integrazione nelle forze di bombardamento a lungo raggio

Dal punto di vista strategico, la futura GBU-76/B s’inserisce nel processo di transizione verso una nuova generazione di capacità d’attacco profondo, destinata a integrarsi non solo con la flotta esistente di B-2, ma anche con il futuro B-21 Raider. Quest’ultimo, pur caratterizzato da una minore capacità di carico per singola piattaforma rispetto al B-2, è concepito per operare in forma distribuita all’interno di una flotta più numerosa e tecnologicamente avanzata.

Nel contempo, l’industria della difesa statunitense, con attori come Boeing e Applied Research Associates, sembra essere già coinvolta nello sviluppo di prototipi e componenti critici, in particolare per quanto riguarda l’integrazione della sezione di coda e l’architettura complessiva del sistema d’arma.

Il Pentagono mantiene tuttavia una strategia di continuità, prevedendo l’aggiornamento progressivo della GBU-57/B e il mantenimento della sua piena capacità operativa nel medio periodo. In questa logica, secondo addetti ai lavori, la GBU-76/B non rappresenta una sostituzione immediata, bensì l’avvio di una transizione strutturale verso una capacità di penetrazione profonda ancora più resiliente, precisa e adattabile agli scenari di conflitto ad alta intensità.

"Nel nostro hotel non sono ammessi ebrei". Scoppia il caso in Baviera

"Spiacenti, nel nostro hotel non sono ammessi ebrei". Questa è la risposta che un hotel a conduzione familiare nella località di Lam, in Alta Baviera, avrebbe dato in lingua inglese a dei turisti israeliani.

Ora, gli inquirenti tedeschi stanno indagando sull’episodio per verificare se sia stato commesso il reato di incitazione all’odio, mentre la piattaforma Booking.com ha tolto l'hotel dal proprio elenco. La struttura ha poi chiesto scusa, definendo la risposta "completamente sbagliata" e ha sostenuto che si è trattato di un errore generato da un sospetto di frode legato a prenotazioni false e tentativi di phishing. Solo all’ultimo è arrivata l’ammissione di colpa: il messaggio era stato inviato da un loro dipendente. I titolari, dunque, hanno riconosciuto che la comunicazione è stata "inaccettabile in un contesto professionale" e hanno invitato i turisti a trascorrere gratuitamente una settimana di ferie nel loro hotel.

In Germania, si legge su Euronews, gli episodi di antisemitismo sono in crescita: nel 2024 secondo l'Ufficio federale di polizia criminale, se ne sono stati registrati 6.236 di cui 173 sono stati di natura violenta. Nel primo semestre del 2025 le autorità hanno registrato 2.044 reati antisemiti, tra cui 50 episodi di violenza. Secondo uno studio del Consiglio centrale degli ebrei in Germania pubblicato nel gennaio 2026, gli episodi di antisemitismo sono esplosi dopo il 7 ottobre 2023 e il 62% delle comunità ebraiche intervistate ha dichiarato che la propria situazione di sicurezza è ulteriormente peggiorata dall'inizio della guerra con l'Iran.

"Siamo di nuovo negli anni Trenta? Un hotel ha risposto a un israeliano quanto segue: 'Sorry, there are no Jews allowed in our hotel'", è stato il commento pubblicato su X da Talya Lador, console generale di Israele per il Sud della Germania. Anche Guy Katz, professore di Monaco, si è detto sconvolto e su Linkedin ha scritto: "Si dichiaravano oberati a causa delle numerose prenotazioni errate". A suo avviso, però, la risposta dell'hotel è dovuta all'antisemitismo: "Prima deve formarsi nella testa. Oppure è sempre stato nascosto in profondità. Ed è proprio questo il problema. Non nel 1938. Non da qualche parte su Internet. Ieri. In Baviera".

Inferno di fuoco sull’Ucraina. E Mosca "riapre" agli States

Prima il rumore delle esplosioni. Poi il silenzio rotto dalle sirene e dalle squadre di soccorso che scavano tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti. È l'alba di un'altra notte di guerra in Ucraina, una delle più devastanti degli ultimi mesi. Il bilancio è di 22 morti e 146 feriti dopo la massiccia offensiva aerea lanciata dalla Russia contro Kiev, Dnipro, Kharkiv, Mykolaiv, Zaporizhzhia, Poltava, Sumy e Chernihiv.

A pagare il prezzo più alto è stata Dnipro, dove i missili hanno colpito edifici residenziali provocando la morte di 16 persone, tra cui due bambini, e il ferimento di altre 42. A Kiev le vittime sono sei, 90 feriti e circa 140mila cittadini rimasti senza elettricità. Mosca ha lanciato nella notte 656 droni e 73 missili di diversa tipologia. Le difese aeree ucraine affermano di averne intercettati 642, ma l'entità dell'attacco ha comunque lasciato una lunga scia di distruzione da Kiev al sud-est del Paese. Intanto cresce la preoccupazione sul fronte nord-orientale: nella regione di Kharkiv le autorità hanno ordinato l'evacuazione di oltre 7mila civili dalle zone vicine al confine russo, temendo una nuova escalation delle operazioni militari.

Volodymyr Zelensky ha chiesto nuove forniture di missili Patriot e un rafforzamento della difesa antimissile europea, sostenendo che senza una protezione adeguata gli attacchi continueranno. Mosca nega di aver colpito obiettivi civili e afferma che i raid hanno preso di mira infrastrutture militari e industriali, presentandoli come una risposta alle operazioni ucraine contro il territorio russo e le aree occupate. Tra i bersagli presi di mira anche i depositi che custodiscono i missili balistici FP-7, armamenti che, con una portata di 200 chilometri, rappresentano una minaccia crescente per le forze russe.

Le reazioni internazionali sono state immediate. António Guterres, segretario generale dell'Onu, invita il presidente russo Vladimir Putin a «fermare l'escalation e aprire la strada alla pace». L'Eliseo accusa la Russia di mostrare un «totale disprezzo» per diplomazia e diritto internazionale. Il cancelliere tedesco Firedrich Merz ha parlato di «libertà e unità dell'Europa in pericolo», indicando nella minaccia una sfida comune per l'intero continente. Sulla questione gli Usa sono intenzionati ad ampliare la presenza di armi nucleari in Europa, valutando Polonia e Baltici come basi per aerei Nato a duplice capacità. Uno scudo nucleare sul fianco est.

Il Cremlino continua a dichiararsi aperto al dialogo, ma ribadisce che qualsiasi accordo dovrà passare dal ritiro delle forze ucraine dai territori che Mosca rivendica propri. Nella capitale russa è stato intanto avvistato l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che Putin considera un possibile canale di interlocuzione con l'Europa. Proseguono nel frattempo i contatti tra Russia e Usa, favoriti anche dal ritorno, dopo 8 anni di assenza, di una delegazione americana al Forum economico internazionale di San Pietroburgo. Secondo indiscrezioni, Donald Trump avrebbe chiesto al presidente cinese Xi Jinping di esercitare la propria influenza su Putin per rilanciare il negoziato. Per Zelensky il leader del Cremlino «non riuscirà a conquistare né il Donbass né, tantomeno, l'intera Ucraina». Sul fronte Ue António Costa, con il sostegno di Merz, ha ribadito il percorso di adesione dell'Ucraina, con nuovi passaggi negoziali il 15 giugno e il via libera di Budapest.

In Crimea si aggrava la carenza di carburante, mentre droni di Kiev hanno colpito la raffineria di Ilsky.

Guerriglia a Parigi. Sui social spunta la rete pro-violenti

Gli arresti e i disordini in Francia la notte della finale di Champions League hanno dato vita a una rete di supporto e solidarietà per chi è considerato vittima della azioni della polizia, della repressione da parte dello Stato. Per questo sui canali Telegram francesi, ma anche Italiani, sono nati i gruppi di supporto legale contenenti consigli per la strategia difensiva. Ma anche moduli da compilare per chi si ritiene vessato da parte delle forze dell'ordine: «Sei stato vittima o testimone di violenze o abusi commessi da agenti di polizia o gendarmi in Francia? Inviaci la tua testimonianza. Puoi testimoniare in forma anonima o con uno pseudonimo. Ti chiediamo soltanto di indicarci un mezzo per poterti ricontattare. Adottiamo tutte le misure necessarie per proteggere la tua identità e le tue informazioni», si legge su un sito locale.

Poi aggiungono: «Descrivi gli eventi passo dopo passo: cosa? Dove? Quando? Come? Perché? Specificando, se possibile, orari e luoghi, i diversi colpi e le violenze subite, da parte di quali agenti, le ferite o i sintomi provocati, le parole pronunciate dalle forze dell'ordine, citandole, se possibile».

Un'ampia rete che, invece di provare a contrastare il fenomeno e capire la rete dei circa 800 soggetti fermati, vogliono indagare sui comportamenti della Polizia, creando un'indagine parallela. Nessuno si preoccupa dell'incremento degli arresti pari al 45% rispetto allo scorso anno, ma difendono strenuamente gli aggressori.

Il grande gelo

"Bibi-sitter" lo hanno definito spesso, per sottolineare come, già in occasione della firma del cessate il fuoco a Gaza, Donald Trump avesse dovuto fare da baby-sitter all'amico e alleato Benjamin Netanyahu, detto Bibi. Il riferimento è a un vecchio spot elettorale di successo del primo ministro israeliano, che si presentava come il leader perfetto "per badare ai bambini di Israele". La conclusione è che già mesi fa era evidente come il presidente americano e la sua squadra si fossero lanciati in una supervisione serrata delle mosse del leader israeliano, per evitare deragliamenti, fughe in avanti e azioni politiche e militari estreme, capaci di far saltare il tavolo della trattativa indiretta con Hamas prima e l'agognata intesa di pace poi. Adesso il copione si ripete con l'Iran. Donald Trump cerca l'accordo con Teheran e non può permettersi che le scelte del premier amico danneggino i negoziati e sbarrino la strada verso un'intesa con i vertici della Repubblica islamica.

È in questo contesto che Trump, anche questa volta nel ruolo di Bibi-sitter, ha dovuto alzare il telefono nella convulsa giornata di lunedì, per fermare l'annunciata offensiva israeliana in Libano, nel sud di Beirut roccaforte di Hezbollah, ed evitare il rischio altissimo che l'azione militare voluta da Netanyahu facesse saltare le trattative con l'Iran. I resoconti del giornalista israeliano Barak Ravid per il sito statunitense Axios sono impietosi. Frasi fortissime, che Trump avrebbe pronunciato fuori dai denti, con il suo tono diretto e scurrile, consapevole di rivolgersi a uno stretto alleato e ostinato nel voler recapitare un messaggio più chiaro possibile. Furioso per la prospettiva di nuovi raid sul sobborgo Dahyeh di Beirut, dopo l'ordine di evacuazione dell'esercito israeliano, Trump a un certo punto avrebbe urlato a Netanyahu: "You're fucking crazy"; "sei fottutamente pazzo". "Se non fosse per me, saresti in galera", riferimento ai guai giudiziari di Bibi, accusato di corruzione in patria, e per il quale il tycoon si è speso chiedendo al presidente israeliano Isaac Herzog di concedergli la grazia. Poi un esplicito: "Ti sto salvando il culo". E un altrettanto schietto: "Adesso tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per colpa di questa storia". Netanyahu avrebbe risposto con un disciplinato: "Ok, ok, assicurati solo che tutto sia sistemato".

All'indomani dello stop che sembra aver salvato per ora la trattativa con Teheran, un membro dello staff del premier israeliano ha minimizzato sui toni e sulla gravità dei contenuti della chiamata, precisando che le telefonate tra Washington e Gerusalemme lunedì sono state due, una alle 19 e una a mezzanotte e che l'ultima è stata la più "tesa". Poco importa. Perché è evidente a tutti che, dopo la chiamata del presidente americano, Bibi ha fatto marcia indietro. Ed è evidente che la strategia dei due leader, e il contesto politico in cui si muovono, stanno creando tensioni e imbarazzo sull'asse Washington-Tel Aviv. Trump è disposto a rinunciare alla battaglia contro Hezbollah in Libano, pur di portare a casa un'intesa per la riapertura dello Stretto di Hormuz e lo stop al nucleare iraniano. Netanyahu considera la guerra contro la milizia sciita libanese fondamentale per la salvezza di Israele. I due leader amici hanno inoltre orizzonti politici differenti. Trump teme le ripercussioni elettorali di una guerra che gli americani hanno mal digerito e che, più va avanti, più ha ripercussioni economiche che rischiano di danneggiarlo gravemente in vista del voto di Midterm a novembre. Bibi, invece, alla vigilia delle elezioni d'autunno che definiranno la sua carriera, deve garantire sicurezza ai civili israeliani minacciati dai razzi e dai droni di Hezbollah e ha il ministro Itamar Ben Gvir, che potrebbe essere cruciale per il ritorno al governo, che lo incalza e chiede di "tornare alla guerra spietata a Beirut. Anche senza l'ok di Trump".

La retorica della guerra inquinante. Così si indebolisce la deterrenza

Il vero obiettivo non è il clima. È la deterrenza. C'è qualcosa di quasi surreale nel vedere una guerra raccontata attraverso il prisma delle emissioni di CO.

Missili che colpiscono raffinerie, città rase al suolo, migliaia di morti, infrastrutture energetiche distrutte, intere economie paralizzate. E la domanda che è stata posta al lettore del Corriere della Sera da Milena Gabanelli e Francesco Tortora è: quante tonnellate di gas serra sono state emesse?

La prima reazione, inevitabilmente, è una grassa risata. Le guerre esistono da quando esiste l'uomo e non sono mai state progettate per rispettare gli obiettivi climatici. Pensare che un conflitto possa essere valutato principalmente sulla base della sua impronta carbonica significa confondere le conseguenze con le cause. Nessuna forza armata nella storia ha mai rinunciato a una battaglia perché troppo emissiva. Nessun Paese ha evitato un'invasione per non compromettere il percorso verso la neutralità climatica.

Eppure sarebbe un errore liquidare articoli come questo come semplice ingenuità giornalistica. Perché il messaggio reale è molto più sofisticato e, proprio per questo, più insidioso. L'obiettivo non è dimostrare che la guerra inquina. È ovvio che inquini. L'obiettivo è associare progressivamente nella mente dell'opinione pubblica il concetto stesso di difesa a qualcosa di moralmente discutibile, economicamente improduttivo e ambientalmente dannoso. Se la guerra produce emissioni, se l'industria della difesa genera impatti ambientali, allora investire in capacità militari diventa parte del problema anziché della soluzione. È un passaggio culturale fondamentale.

Per decenni l'Europa ha potuto permettersi di considerare la sicurezza come un bene gratuito, garantito da altri. La fine della Guerra Fredda aveva alimentato l'illusione che il commercio avrebbe sostituito la geopolitica e che l'interdipendenza economica avrebbe reso i conflitti un residuo del passato. La realtà si è incaricata di demolire questa convinzione. L'Ucraina, il Mar Rosso, il Medio Oriente e l'Indo-Pacifico ci ricordano ogni giorno che la storia non è finita.

In questo contesto, sostenere che gli investimenti nella difesa siano un problema ambientale rischia di produrre un effetto paradossale: indebolire proprio quelle capacità di deterrenza che servono a evitare i conflitti.

E qui emerge una contraddizione raramente evidenziata. Se davvero l'obiettivo fosse minimizzare le emissioni prodotte dai conflitti, la priorità dovrebbe essere investire maggiormente nella capacità di deterrenza, non ridurla. Ogni guerra evitata grazie a forze armate credibili genera un beneficio umano, economico e ambientale infinitamente superiore a qualsiasi programma di compensazione delle emissioni. La storia insegna che le guerre più devastanti scoppiano spesso quando qualcuno ritiene che il proprio avversario sia troppo debole o troppo impreparato per reagire. La pace non nasce dalla vulnerabilità, nasce dall'equilibrio. Nasce dalla capacità di convincere chi sta dall'altra parte che il prezzo da pagare sarebbe troppo alto.

Per questo il vero dibattito non dovrebbe riguardare la quantità di CO emessa da un carro armato o da un caccia militare. Dovrebbe riguardare il costo dell'assenza di deterrenza. Perché una società che smette di investire nella propria sicurezza non elimina la guerra. Semplicemente trasferisce ad altri il potere di decidere quando e come combatterla. E quando quel momento arriva, le emissioni diventano l'ultimo dei problemi.

Prima arrivano le vittime. Poi le distruzioni. Poi la perdita della libertà.

Il rischio di cadere nella trappola dell'Iran

Non si può fare a meno di notare il gran buon umore intorno a quel "fucking crazy" che, secondo parte delle cronache, Trump ha dedicato a Netanyahu. Che spettacolo. I due cattivi, bruciati in effige nella mente, nel cuore, nelle manifestazioni di piazza e sui media danno spettacolo: il grosso prende a parolacce il sodale minore, e gli dice quello che vogliono sentir dire i protagonisti del prime time: "Ti odiano tutti. Te lo avevo detto io". Adesso i fatti. Trump ha obbligato Netanyahu al cessate il fuoco cui l'Iran sottopone la disponibilità a un colloquio, ritenendo credibili le richieste degli Ayatollah. Hezbollah dal 2 marzo, inizio della guerra pilotata dall'Iran, ha sparato 5.500 missili sull'esercito israeliano e 2.200 sulla popolazione civile, senza distinzione rispetto al cessate il fuoco del 16 aprile. Scuole, affari, scuole chiuse, agricoltura in rovina, 26 soldati e due civili uccisi, 14 dalla tregua. Dunque Netanyahu aveva deciso domenica di attaccare la centrale del terrore a Dahyeh, dentro Beirut. Ma ha accettato di rinunciarci, perché Trump lo ha accusato di rovinargli i piani con l'Iran, che pone la condizione del cessate il fuoco con Hezbollah. Ma i suoi cari seguitano a sparare, e Trump non riuscirà a ottenere dall'Iran nemmeno una tregua significativa. L'Iran seguiterà a ordinare agli Hezbollah di sparare su Kiriat Shmone, Manara, Chanita, Shlomi (cittadine e villaggi agricoli, tutti bombardati ieri dopo la nuova tregua). Questo perché l'Iran non ha nessun interesse filosofico o strategico alla pace: ha fatto invece del cessate il fuoco una pedina del suo gioco di guerra, ovvero del ricatto cui sottopone Trump, che pressato dal compleanno, i Mondiali di calcio, il MidTerm, il 250esimo, cerca attivamente una tregua. Ma un grande gioco si compie su questo palcoscenico già dal 7 di ottobre, una propaganda astuta e nuova che ha rovesciato la politica internazionale: l'Iran da ignobile rais jihadista di una popolazione sottomessa e torturata e maggiore organizzatore del terrorismo internazionale, gioca adesso la carta della popolarità anti-Trump, cerca il ruolo di potenza internazionale, positiva, forte, coerente. Distruggere Israele resta il suo scopo palese. Funziona. E usa gli Hezbollah per ricattare l'Occidente col concetto di una pace impossibile, per titillare Israele cosicché entri in conflitto con gli Usa. Concretamente Israele non se ne andrà a casa perché deve per forza difendere i suoi cittadini, cercherà di seguitare a distruggere fino e oltre il Litani le gallerie, le armi, l'organizzazione degli Hezbollah, ma non sparerà se non sarà attaccato. Ma gli Hezbollah attaccheranno, perché l'Iran così gli ordina, e la sua strategia sul bordo di uno scoppio globale terrificante per tutti, così da ottenere ciò che vuole. Il regime riorganizza i missili; e della consegna dell'uranio arricchito, punto chiave di Trump oltre a Hormuz, ieri non si è sentito parlare. Il sottinteso è la minaccia di una guerra che l'Iran fa balenare e che nessun accordo col regime degli Ayatollah scongiurerà mai.

White lives matter

Nessuno di quelli che si sono inginocchiati per George Floyd, probabilmente lo farà per Henry Nowak. Nessuna sigla o movimento sfilerà per lui in piazza. Perché le vite dei neri contano ma, in questo folle mondo occidentale drogato di woke, quelle dei bianchi un po' meno. Nessun progressista farà campagne di sensibilizzazione. Probabilmente non sanno nemmeno della sua triste storia perché, fuori dall'Inghilterra, la stampa mainstream si è a lungo guardata bene dal raccontarla. E così Henry Nowak passerà per uno dei tanti diciottenni ammazzati a coltellate sul finire di una sera. Poco importa ai cantori del progressismo che quel 3 dicembre 2025, la polizia intervenuta sul posto decida di arrestare Henry, agonizzante, anziché Vickrum Digwa, un 23enne di fede sikh che ha ripetutamente infierito su di lui con un coltello da 20 centimetri. A loro non importa che i poliziotti lo abbiano ammanettato anziché soccorrerlo perché l'aggressore ha detto (mentendo) di essere stato vittima di un attacco razzista. E nemmeno gli importa che la morte di Henry Nowak potrebbe essere il punto più basso toccato da un Paese a tal punto intriso di ideologia woke da diventare cieco. E tutto questo non importa perché non è utile alla narrazione politicamente corretta della sinistra che vuole tutti i bianchi intrinsecamente razzisti e violenti contro ogni minoranza.

Lunedì sera, dopo mesi di polemiche, si è finalmente arrivati a sentenza. la Southampton Crown Court ha condannato Vickrum Digwa all'ergastolo. Il giudice, dopo aver ascoltato il parere della giuria popolare, ha stabilito che l'inglese di origini indiane dovrà stare almeno 21 anni in carcere. Ma nonostante questo gli inglesi fanno fatica a mettere la parola "fine" a questa storia drammatica. Perché, per quanto le sei coltellate inflitte con uno "shastar" di otto pollici le abbia sferrate Digwa, i riflettori sono puntati sugli agenti della Hampshire Police, la stessa che nel 2020 si era prodigata in tweet a favore di George Floyd. Gli agenti hanno preferito credere alle bugie di Digwa, nonostante Nowak fosse accasciato a terra, praticamente privo di sensi, e con un filo di voce ripetesse: "Non riesco a respirare". Le immagini delle bodycam degli agenti, che sono state rese pubbliche al termine del processo, sono un pugno nello stomaco. "Sono stato accoltellato", prova a spiegare Nowak. "Non credo proprio, amico", gli risponde un poliziotto. A guardare il video non ci si spiega come possano aver ammanettato un corpo che non si regge nemmeno in piedi. "Lo hanno lasciato morire senza dignità", hanno commentato i genitori dello studente 18enne. "Il modo in cui è stato trattato è stato disumano e degradante".

Nei giorni scorsi la polizia ha chiesto pubblicamente scusa ma le scuse non sono sufficienti a chiudere il caso. In un articolo dello Spectator che indaga "il male dell'anti-razzismo", vengono elencate le ragioni che hanno spinto gli agenti a "ignorare le suppliche del ragazzo bianco di 18 anni che stava morendo dissanguato davanti ai loro occhi". Ci sono "decenni di addestramento all'antirazzismo, la paura di essere etichettati come razzisti, la paura di non ascoltare le minoranze". Tutto questo è il frutto avvelenato dell'antirazzismo: "Qualunque cosa fosse negli anni Novanta, sembra che ora la nostra polizia sia istituzionalmente anti-bianchi".

Quando tra qualche anno, a Southampton, chiederanno di cosa sia morto Henry Nowak, qualcuno racconterà di una rissa per strada; altri parleranno di una coltellata che gli ha perforato un polmone; altri ancora tireranno in ballo un errore di valutazione della polizia; pochi, molto pochi, avranno il coraggio di dire, come ha fatto ieri Nigel Farage, che è stato vittima di "un nuovo razzismo contro i bianchi". Lo stesso che ha ucciso Iryna Zarutska lo scorso agosto, in una metropolitana della North Caroline. Un'altra morte per cui non abbiamo visto cortei e mobilitazioni. E allora viene da chiedersi: fino a che punto l'Occidente si vergognerà di dire che anche le vite dei bianchi contano?

Spinta Trump: "È ora dell'intesa". Ma Netanyahu minaccia Teheran

L'intervento di Donald Trump ha salvato in extremis i colloqui con l'Iran scongiurando il rischio che il tavolo delle trattative saltasse per colpa dell'escalation di Israele in Libano contro Hezbollah. E ora il presidente americano è fiducioso che si possa chiudere un accordo la prossima settimana: "Le notizie secondo cui la Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti avrebbero interrotto i colloqui alcuni giorni fa sono infondate ed errate". Il tycoon riferisce che sono proseguite "senza interruzioni": "Non si sa mai dove porteranno ma come ho detto all'Iran: È ora, in un modo o nell'altro, che voi facciate un accordo. Fate questo da 47 anni e non si può permettere che continui ancora a lungo!".

Le mosse del tycoon per impedire il fallimento dei negoziat hanno evitato il peggio, dopo che i combattimenti nel Paese dei cedri sono diventati un punto critico, con l'Iran che considera il conflitto una violazione del cessate il fuoco con gli Stati Uniti. D'altro canto Netanyahu, che dovrà affrontare le elezioni entro la fine dell'anno, è sotto pressione interna per continuare la campagna militare in Libano, e i prossimi giorni rappresenteranno un banco di prova per le rassicurazioni del comandante in capo Usa sul fatto che l'alleato ascolterà le sue richieste. Intanto, ieri, una persona è rimasta uccisa in un attacco di droni contro un'auto ad Ansar, nel sud del Paese, e altri sei corpi, di cui quelli di tre bambini, sono stati recuperati dalle macerie di un'abitazione vicino a Saïda. Bibi ha poi avvertito che "il regime del terrore iraniano è destinato a scomparire dal mondo, e noi lo aiuteremo a raggiungere questo obiettivo".

L'accordo per l'estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire nel corso della "prossima settimana", ha detto Trump in un'intervista ad Abc, sottolineando che potrebbe essere "persino migliore di una vittoria militare". "Le cose sembrano mettersi bene. Non è una cosa semplice, per loro non è una cosa facile. Non è facile neanche dal nostro punto di vista, ma stiamo ottenendo quello che ci serve", ha assicurato il comandante in capo. Anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio si è detto convinto che un accordo potrebbe concretizzarsi oggi, domani o la prossima settimana. Durante una deposizione alla Commissione Affari Esteri del Senato, Rubio ha ribadito che l'Iran aspirerebbe a costruire un'arma nucleare e sarebbe sul punto di sviluppare uno scudo di armi convenzionali che gli consentirebbe di perseguire l'obiettivo. Sulla possibilità di raggiungere un'intesa per porre fine alla guerra, non ha nascosto le difficoltà dei negoziati indiretti, pur ribadendo che è possibile. A suo parere, inoltre, il leader supremo Mojtaba Khamenei, ferito negli attacchi americani e non più apparso in pubblico, è vivo e sempre più attivo: "Ci sono segnali che indicano un suo crescente coinvolgimento", ha spiegato.

A Washington è inoltre iniziato il nuovo round di colloqui diretti tra Israele e Libano, dopo che Trump ha detto di aver ricevuto da entrambe le parti l'impegno a favorire una de-escalation. Il quarto incontro tra i rappresentanti dei due Paesi, che non intrattengono relazioni diplomatiche, si sta svolgendo presso il Dipartimento di Stato ed è previsto che duri due giorni: tra i partecipanti ci sono l'ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, l'inviata libanese Nada Hamadeh Moawad, e Daniel Holler, alto consigliere del segretario di Stato. Secondo il board editoriale del Wall Street Journal, l'Iran ha indotto l'inquilino della Casa Bianca a "salvare Hezbollah. Minacciando le trattative, il regime ha spinto gli Usa a legare le mani a Israele". Per il giornale, intervenendo tra le parti, Trump "ha scelto di evitare l'escalation e continuare il dialogo".

Il mistero degli uomini che spuntano dai tombini: cosa cercano nelle fogne di New York

A New York c'è un mistero che nelle ultime settimane ha attirato l'attenzione della polizia e dei residenti. Diversi video diffusi sui social mostrano gruppi di uomini emergere dai tombini della città nel cuore della notte, dopo aver trascorso ore all'interno della rete fognaria. Le immagini, riprese in vari quartieri di Brooklyn e del Queens, hanno spinto le autorità ad avviare un'indagine per capire cosa stesse accadendo sotto le strade della metropoli. Secondo quanto riferito dal Dipartimento di Polizia di New York (NYPD), al momento non esiste alcuna minaccia per la sicurezza pubblica. Tuttavia gli investigatori stanno cercando di chiarire le ragioni che hanno spinto queste persone a muoversi all'interno di uno dei sistemi fognari più estesi degli Stati Uniti.

L'ipotesi

Finora non sono stati effettuati arresti e non è stato accertato se i vari episodi siano collegati tra loro. Una delle piste seguite dagli investigatori è però piuttosto insolita. Secondo un alto funzionario delle forze dell'ordine, il gruppo potrebbe essere impegnato a "setacciare il sistema fognario alla ricerca di oggetti di valore finiti nelle acque reflue". Per escludere rischi più gravi, il NYPD ha inviato nelle fogne gli agenti della propria Unità di Servizi d'Emergenza, specializzata negli interventi più complessi. Le verifiche non hanno evidenziato la presenza di materiali sospetti o attività pericolose. "Il NYPD, per assicurarsi che non vi fosse alcuna minaccia per la popolazione, ha inviato gli agenti altamente addestrati dell'Unità di Servizi d'Emergenza all'interno del sistema fognario per verificare che gli individui non avessero lasciato nulla di sospetto. Non è stato trovato nulla. Anche il Dipartimento per la Protezione Ambientale della città, che gestisce la rete, ha effettuato controlli senza riscontrare danni alle infrastrutture".

Tre ore sottoterra a Gravesend

La prima segnalazione risale alla tarda serata di giovedì scorso. Un testimone aveva notato alcune persone aprire un tombino all'incrocio tra McDonald Avenue e Colin Place, nel quartiere di Gravesend, a Brooklyn. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il gruppo sarebbe rimasto nel sottosuolo per circa tre ore. Intorno alle due del mattino le stesse persone sono riemerse dal tombino. Un video diffuso successivamente mostra la scena, un uomo solleva il pesante coperchio in ghisa e permette a sette persone di uscire una dopo l'altra. Tutti sembrano indossare tute protettive o abiti da lavoro. Poco dopo, il gruppo si cambia rapidamente vicino ad alcune auto parcheggiate prima di allontanarsi.

Il secondo episodio a Williamsburg

Quasi in contemporanea è arrivata una seconda segnalazione da Williamsburg, sempre a Brooklyn. Alcune persone sono state viste entrare in un tombino nei pressi dell'incrocio tra Heyward Street e Bedford Avenue. Anche in questo caso il gruppo sarebbe rimasto nella rete fognaria per circa due ore e mezza prima di riemergere. Le immagini pubblicate dal sito locale Williamsburg 365 mostrano sette persone uscire dal sottosuolo una dopo l'altra. Diversi membri del gruppo indossavano lampade frontali o le trasportavano insieme ad altri attrezzi. Almeno tre persone avevano con sé delle pale. Uno degli uomini ha persino rischiato di essere investito da un'auto mentre risaliva in superficie nel mezzo del traffico notturno. Dopo essere usciti dal tombino, i componenti del gruppo sono saliti a bordo di alcune vetture e si sono allontanati.

Un precedente nel Queens

Le indagini hanno riportato alla luce anche un episodio avvenuto il 5 maggio nel quartiere di Astoria, nel Queens. In quell'occasione tre persone erano state viste entrare in un tombino all'incrocio tra la 20th Avenue e la 36th Street. I tre indossavano alti stivali impermeabili da pesca e portavano torce elettriche. Anche quel comportamento aveva suscitato sospetti tra i residenti della zona. Un testimone aveva raccontato l'episodio all'emittente NBC New York: "Tre sconosciuti che camminavano in giro con strani abiti hanno aperto il tombino e sono scesi, come nei cartoni animati delle Tartarughe Ninja. Li guardavo e loro guardavano me, ho capito che stavano tramando qualcosa".

Nessun collegamento accertato

Al momento gli investigatori non sono riusciti a stabilire se i diversi episodi facciano parte della stessa attività o se si tratti di gruppi distinti. Le autorità stanno esaminando i filmati di sorveglianza e raccogliendo testimonianze per ricostruire gli spostamenti delle persone coinvolte. Il Dipartimento per la Protezione Ambientale di New York ha confermato che, dopo le ispezioni effettuate, non sono stati individuati danni alla rete fognaria cittadina. "Non ci sono arresti e le indagini sono ancora in corso", ha dichiarato un portavoce della polizia. Per ora il caso resta avvolto nel mistero. Quello che è certo è che le immagini di uomini che emergono dalle fogne nel cuore della notte hanno trasformato alcuni normali tombini di Brooklyn e Queens nel centro di uno degli enigmi più curiosi che New York abbia vissuto negli ultimi mesi.

#BREAKING: Video footage obtained by Williamsburg 365 shows seven individuals emerging from a manhole at Bedford Avenue and Lynch Street early Friday morning. The unusual activity is part of a series of incidents reported over two consecutive days in Williamsburg. pic.twitter.com/s6sbCbtxyT

— Williamsburg 365 News (@Williamsburg365) May 31, 2026

Droni ucraini contro un bus russo: 11 vittime. E Kiev centra un terminal petrolifero e navi ormeggiate a San Pietroburgo

La guerra tra Russia e Ucraina si allarga ancora nel cuore del territorio russo. Un attacco di droni ucraini ha colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo, provocando esplosioni, incendi e disagi all’aeroporto Pulkovo proprio mentre in città si apre il Forum economico internazionale ospitato da Vladimir Putin. Mosca denuncia anche 7 morti in un attacco contro un autobus diretto in Crimea. Intanto in Ucraina sale a 22 morti il bilancio dei raid russi di ieri.

Notte di fuoco nel Golfo. Trump: "Prima o poi incontrerò Khamenei". Netanyahu: "Leader Ue non hanno fegato per combattere i barbari"

Nuova escalation nel Golfo: nella notte Iran e Stati Uniti si sono scambiati attacchi tra lo Stretto di Hormuz, il Kuwait e il Bahrain. Il Centcom afferma che i missili iraniani sono stati abbattuti o non hanno raggiunto i bersagli, mentre Washington ha colpito una stazione militare a Qeshm. Teheran parla di rappresaglia dopo il raid Usa contro una petroliera diretta all’isola di Kharg. Sullo sfondo, il nodo dei colloqui per estendere il cessate il fuoco.

Non solo missili e nucleare: il jolly chimico di Kim che preoccupa gli esperti

La Corea del Nord non si affida soltanto ai suoi sempre più potenti missili balistici e al suo programma nucleare. Oltre il 38esimo parallelo c’è un altro fronte militare che continua a suscitare preoccupazione tra gli esperti di sicurezza: quello delle armi chimiche. Da anni, infatti, i servizi di intelligence occidentali ritengono che Pyongyang disponga di capacità avanzate in questo settore. Le ultime analisi suggeriscono che il Paese guidato da Kim Jong Un continuerebbe a investire risorse nello sviluppo e nel mantenimento di un arsenale molto particolare. Le armi chimiche rappresenterebbero per il governo nordcoreano uno strumento complementare alla deterrenza nucleare, potenzialmente utilizzabile sia sul campo di battaglia sia come mezzo di pressione psicologica contro gli avversari.

L’allarme sulle armi chimiche di Kim

A rilanciare il dibattito è un nuovo studio pubblicato dal centro di analisi 38 North nell'ambito del Project Anthracite, coordinato dal think tank britannico Royal United Services Institute. I ricercatori hanno esaminato oltre 30 mila brevetti, pubblicazioni scientifiche e dati open source per ricostruire le potenziali capacità industriali della Corea del Nord nel settore chimico.

Lo studio non sostiene di aver trovato prove definitive della produzione attuale di armi chimiche, ma individua una serie di indicatori che, considerati nel loro insieme, delineano un'infrastruttura compatibile con la realizzazione di agenti tossici militari.

Secondo gli autori, università, impianti industriali e istituti di ricerca nordcoreani avrebbero accesso alle tecnologie e alle materie prime necessarie per produrre sostanze come iprite, sarin e altri agenti nervini. Le conclusioni dello studio si inseriscono in un quadro già noto agli osservatori internazionali. Nel 2017, non a caso, Pyongyang fu accusata di aver utilizzato l'agente nervino VX nell'assassinio di Kim Jong Nam, fratello di Kim Jong Un, ucciso all'aeroporto di Kuala Lumpur. Per molti analisti quell'episodio rappresentò la dimostrazione concreta di come il governo nordcoreano non solo possedesse tali sostanze, ma che fosse anche disposto a impiegarle.

Il jolly di Kim

Secondo diverse stime internazionali, la Corea del Nord potrebbe disporre di scorte comprese tra 2.500 e 5.000 tonnellate di agenti chimici. Sebbene sia difficile verificare questi numeri, numerosi specialisti ritengono che il programma sia rimasto attivo anche dopo il consolidamento dell'arsenale nucleare del Paese.

In passato le armi chimiche erano considerate una sorta di "bomba atomica dei poveri", una capacità deterrente meno costosa rispetto alle testate nucleari. Oggi, però, potrebbero avere una funzione diversa. In caso di conflitto nella penisola coreana, potrebbero essere utilizzate per rallentare l'avanzata delle forze sudcoreane o americane, colpire infrastrutture strategiche o creare caos nelle retrovie.

A differenza delle armi nucleari, il cui utilizzo provocherebbe quasi certamente una risposta devastante, gli agenti chimici potrebbero essere inoltre considerati da Pyongyang uno strumento intermedio per tentare di modificare l'andamento di una guerra. Per questo motivo il programma chimico nordcoreano continua a essere osservato con crescente attenzione dagli analisti, che lo considerano uno degli elementi più opachi e potenzialmente pericolosi dell'apparato militare di Kim.

La Cina vuole scoprire il dissenso prima che nasca: come funziona l’Ai che spia i “rischi politici”

La Cina sta lavorando a una nuova frontiera della sorveglianza digitale. I riflettori del Dragone sono puntati su particolari sistemi basati sull’intelligenza artificiale capaci non solo di monitorare i cittadini, ma anche di individuare in anticipo chi potrebbe rappresentare un potenziale rischio politico. In prima linea ci sarebbe l’azienda Geedge Networks che starebbe sviluppando tecnologie in grado di analizzare grandi quantità di dati provenienti da attività online, spostamenti geografici e comportamenti digitali per costruire profili dettagliati degli utenti. L’obiettivo? Identificare segnali che possano suggerire future critiche al governo o forme di dissenso ancora prima che queste si manifestino pubblicamente.

La nuova frontiera dell’Ia cinese

Come ha spiegato il New York Times in un lungo approfondimento, siamo di fronte a un’evoluzione significativa rispetto ai tradizionali sistemi di controllo, che fin qui erano soliti concentrarsi per lo più sull’osservazione e sulla censura di attività già in corso.

Il progetto sopra citato sarebbe ancora in una fase di ricerca, ma offre un’anticipazione concreta di come l’intelligenza artificiale potrebbe trasformare i sistemi di sicurezza di Pechino. I documenti analizzati da ricercatori della Vanderbilt University mostrano che Geedge, già nota per la commercializzazione di tecnologie simili alla “Grande Muraglia Digitale” cinese, sta studiando modelli in grado di elaborare informazioni provenienti da telecomunicazioni, social network e dati di localizzazione.

E poi? Attraverso questi strumenti, l’IA potrebbe classificare gli individui, individuare comportamenti anomali e attribuire livelli di rischio politico. In alcuni incontri interni dell’azienda, i ricercatori avrebbero inoltre discusso metodi per identificare le intenzioni delle persone e rilevare contenuti definiti “dannosi”, un termine spesso utilizzato dalle autorità cinesi per indicare materiali ritenuti sensibili o contrari alla linea del Partito Comunista Cinese. La Cina starebbe dunque per passare dalla semplice raccolta di informazioni alla previsione dei comportamenti futuri, creando profili che collegano attività online, interessi culturali, letture, film visionati e movimenti fisici.

Un nuovo sistema di controllo?

Lo sviluppo di questi strumenti, tuttavia, avrebbe incontrato alcuni ostacoli legati alla disponibilità di potenza di calcolo. I documenti mostrano che nel 2024 Geedge e il laboratorio di ricerca collegato all’azienda hanno dovuto fare i conti con le restrizioni statunitensi sull’esportazione di chip avanzati per l’intelligenza artificiale.

La carenza di processori grafici di ultima generazione avrebbe costretto i ricercatori a utilizzare modelli meno sofisticati, rallentando il progresso del progetto. Nonostante ciò, secondo diversi esperti, la Cina continua a investire massicciamente nello sviluppo di tecnologie predittive per la sicurezza pubblica e sta cercando di ridurre la dipendenza dai semiconduttori progettati negli Stati Uniti.

Al momento non esistono prove che il sistema di previsione del dissenso sia stato completato o adottato su larga scala, ma la direzione intrapresa appare chiara. Se perfezionate, queste tecnologie potrebbero consentire alle autorità di selezionare e monitorare in modo sempre più mirato persone considerate potenzialmente problematiche, trasformando enormi quantità di dati raccolti quotidianamente in strumenti di prevenzione politica.

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