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Perché l’Italia ha bisogno di una strategia di sicurezza cognitiva nazionale. Scrive Germani

10 June 2026 at 13:54

Verso la metà degli anni Duemila Carlo Jean, grande esperto di studi strategici e di geopolitica, osservava che “la rivoluzione nelle tecnologie di informazione e comunicazione sta modificando il modo di utilizzare la forza militare e attribuisce nuove potenzialità a quella che viene denominata la soft war, cioè la guerra dei media, basata sulla propaganda, la manipolazione, la disinformazione, l’impatto diretto e in tempo reale che le opinioni pubbliche esercitano sulle decisioni politiche e militari”. Nei due decenni successivi a questa puntuale affermazione di Jean il “dominio cognitivo” – la mente come campo di battaglia – ha assunto un ruolo sempre più importante e centrale nei conflitti contemporanei.

Negli ultimi cinque anni si è sempre più affermato nella comunità di esperti e nel mondo dell’intelligence il concetto di “guerra cognitiva”, che pur comprendendo i tradizionali concetti novecenteschi di “propaganda” e di “guerra psicologica”, va oltre questi ultimi perché tiene conto di recenti e straordinari sviluppi scientifici e tecnologici riguardanti la mente umana.

La cognitive warfare – una forma di guerra che attacca la mente dell’avversario, puntando a controllarne i pensieri e le decisioni – sta emergendo come una delle maggiori minacce alla sicurezza nazionale italiana ed europea.

La crescente rilevanza di questa minaccia va ricondotta al continuo potenziamento degli strumenti di influenza e manipolazione psicologica di massa reso possibile dalla proliferazione dei social media, dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dagli avanzamenti nelle neuroscienze e nelle neurotecnologie.

Il termine “guerra cognitiva” abbraccia una molteplicità di attività e tecniche praticate da attori statuali e non, sia in tempi di guerra che di pace: operazioni psicologiche, diffusione di narrative destabilizzanti, disinformazione, creazione di un ambiente informativo sovraccarico e caotico in cui è difficile distinguere il vero dal falso, uso di “neuro-armi” in grado di alterare percezioni ed emozioni attaccando il cervello, compimento di atti di violenza simbolica, manipolazione della storia, attacchi cibernetici finalizzati a provocare panico e paralisi decisionale, minacce nucleari e altre metodologie di influenza psicologica tese a generare disorientamento e polarizzazione nelle società prese di mira.

Le democrazie liberali – caratterizzate dalla libertà di espressione, la libera circolazione delle idee, il pluralismo politico – sono particolarmente vulnerabili alle azioni di guerra cognitiva condotte da diversi tipi di attori, e in particolare da:

Stati autoritari anti-occidentali – Cina, Russia, Iran e Corea del Nord – che hanno integrato la cognitive warfare nelle loro strategie militari e geopolitiche. Essi utilizzano la guerra cognitiva – spesso in reciproca sinergia e collaborazione – per tentare di influenzare e destabilizzare le democrazie liberali con l’intento di ridimensionarne sempre di più il potere globale. Questi regimi hanno, inoltre, istituzionalizzato la guerra cognitiva nei confronti delle proprie società come strumento di controllo e stabilità autoritaria. Formazioni terroristiche ed eversive – organizzazioni jihadiste, gruppi terroristici di estrema destra e sinistra – che ricorrono a tecniche di guerra psicologica sui social media per generare paura e confusione, propagare ideologie che predicano l’odio e la violenza, e radicalizzare individui e gruppi. Partiti e movimenti politici illiberali, che operano all’interno dei sistemi liberal-democratici, utilizzando strumenti di guerra cognitiva per accrescere il proprio consenso, erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e diffondere narrazioni autoritarie.

Le azioni di guerra cognitiva mirano a influire sulle percezioni, le emozioni, i pensieri e le decisioni del bersaglio al fine di raggiungere determinati obiettivi tattici o strategici. L’obiettivo di una campagna cognitiva può essere limitato e di breve termine, oppure può avere una finalità strategica e di lungo periodo, tesa a disgregare una società dall’interno, tramite il degrado delle capacità di pensiero razionale e di giudizio autonomo della sua popolazione, il sovvertimento del concetto di “verità” e della distinzione tra il vero e il falso, la delegittimazione delle sue istituzioni, e l’indebolimento progressivo della sua coesione sociale.

Gli attori della cognitive warfare mirano a sfruttare diverse vulnerabilità cognitive e psicologiche diffuse nelle società occidentali post-moderne, spiccatamente individualiste e secolarizzate, oltreché dominate dal web. Tra queste vulnerabilità vanno evidenziate:

  1. La cultura della “post-verità”, nella quale i fatti oggettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica rispetto agli appelli alle emozioni e alle convinzioni personali.
  2. La prevalenza, per dirla con Daniel Kahneman, del “pensiero veloce” (istintivo e basato sulle emozioni), rispetto al “pensiero lento” (razionale e caratterizzato da un’attenta riflessione e considerazione dei fatti).
  3. La tendenza a ignorare o scartare informazioni che mettono in discussione le proprie opinioni e credenze.
  4. La frammentazione della società in numerosi echo-chamber di conformismo e groupthink (pensiero di gruppo).

L’Italia, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo e la sua appartenenza alla Nato e alla Ue, per i suoi problemi di coesione sociale interna e per la diffusa mancanza di una cultura della sicurezza nazionale e dell’intelligence presso la classe politica italiana, rappresenta un bersaglio ideale per chi vuole destabilizzare la coesione dell’Occidente.

Il nostro paese non è preparato per questo nuovo tipo di guerra. Di fronte alla minaccia della cognitive warfare alla sicurezza nazionale e all’ordine democratico, l’Italia deve dotarsi di una specifica strategia di sicurezza cognitiva e difesa psicologica nazionale. La sicurezza cognitiva può essere definita come la protezione della mente, delle percezioni e dei processi decisionali da manipolazioni esterne.

Come sottolinea Antonio Scala, Direttore di Ricerca presso l’Istituto per i Sistemi Complessi del Cnr, le politiche di sicurezza cognitiva devono essere compatibili con il pluralismo, la libertà di espressione e il controllo pubblico del potere. Esse devono assicurare che l’ambiente cognitivo consenta a individui, gruppi e istituzioni di orientarsi, valutare le informazioni e decidere in modo razionale sulla base di informazioni verificabili. La sicurezza cognitiva non solo non mette in discussione la democrazia liberale, essa è una delle condizioni essenziali della sua sopravvivenza. La sicurezza cognitiva, secondo Scala, presuppone anche la “difesa psicologica” degli individui e della comunità, ossia la loro capacità di resistere e reagire a eventuali azioni di destabilizzazione psicologica intraprese (spesso in tempi di crisi interna o internazionale) da attori ostili tramite la diffusione di narrazioni che generano paura, disorientamento, confusione, sfiducia e senso di impotenza.

Come osserva Massimo Panizzi, esperto di cognitive warfare e autore del libro Difesa è libertà: il coraggio di proteggere la nostra indipendenza, nella guerra cognitiva “un ruolo centrale viene svolto dalle emozioni, che precedono e orientano il pensiero razionale: paura, indignazione e compassione diventano strumenti di influenza”. Secondo Panizzi la vera difesa della democrazia dalla minaccia del cognitive warfare non può che essere culturale, sistemica e basata sull’educazione al pensiero critico, che costituisce una vera e propria “infrastruttura strategica” per la difesa della mente dalla manipolazione delle percezioni e delle emozioni.

La cultura come la strada maestra per contrastare la guerra cognitiva viene richiamata in diversi contributi anche da Lorenza Pigozzi, Executive Vice President e direttore della comunicazione strategica del gruppo Fincantieri, che sottolinea l’enorme importanza di una difesa culturale atta a tutelare le narrazioni fondanti della società democratica da aggressioni cognitive ostili. Lo studio della storia rappresenta uno dei più importanti strumenti di resistenza e resilienza culturale nei confronti della minaccia cognitiva, che spesso mira a manipolare e falsificare la memoria collettiva.

Secondo la Pigozzi, per far fronte a questa minaccia, servono “architetti della resilienza cognitiva”, dotati di competenze in diverse discipline quali storia, psicologia, comunicazione strategica e intelligenza artificiale, capaci di individuare tempestivamente le narrazioni ostili, analizzarne le origini, e sviluppare risposte rapide per proteggere lo spazio pubblico.

Come rileva Federico Oreste Petrozzi – psicologo, psicoterapeuta, e docente di neuro-leadership presso il Master Universitario del Casd – una strategia di sicurezza cognitiva nazionale richiederà consistenti investimenti nella formazione all'”antifragilità cognitiva” dei giovani, che sono il bersaglio privilegiato di questa forma di guerra. L’educazione dei giovani diventa, perciò, una questione di crescente rilevanza strategica per la sicurezza nazionale: un concetto di estrema importanza sottolineato anche da Beniamino Irdi, Ceo di HighGround e Senior Fellow del German Marshall Fund, in un’audizione al Senato della Repubblica: “Proprio come quando si affrontano minacce militari le risorse di emergenza vengono allocate alle armi, o quando si affronta una pandemia ai vaccini, l’istruzione e la preservazione delle capacità cognitive dei nostri giovani vanno trattate come un problema esistenziale”.

Intesa-Mps, vi spiego la mossa che può cambiare il risiko. Parla Messori

10 June 2026 at 12:01

I mercati sono in ebollizione e d’altronde non potrebbe essere altrimenti vista la posta in gioco. Da quando, domenica scorsa, Intesa Sanpaolo e Banco Bpm si sono messe in marcia sul Monte dei Paschi, la grande finanza italiana ha cominciato a entrare in una nuova era. Fatta di incastri e nuovi pesi. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. E ne è convinto anche il mercato, come dimostra l’euforia di Piazza Affari di questi giorni, proprio grazie allo sprint dei titoli delle banche coinvolte (Intesa, Bper, Banco e Unicredit) in quel risiko che potrebbe portare alla nascita di uno dei più grandi poli bancari d’Europa, dietro solo a Bnp Paribas e a Santander.

Il gioiello della corona, comunque, rimangono le Generali, con il loro forziere da 800 miliardi di risparmio oltre all’enorme stock di titoli di Stato. Chi prende Mps, prende Mediobanca e dunque il 13% del Leone. Non può stupire, dunque, che a Palazzo Chigi si segua il dossier con grande attenzione, specialmente sul versante Intesa, la cui operazione congegnata dal ceo Carlo Messina ha un sapore decisamente più italiano rispetto a quella di Bpm, il cui socio principale è la francese Crèdit Agricole. Un punto, questo, su cui però Marcello Messori, economista, saggista, docente allo European university institute e grande esperto di cose bancarie, si sente di fare alcuni chiarimenti.

Il doppio passo verso Mps da parte di Intesa e Banco Bpm ha improvvisamente riacceso il risiko bancario italiano, ripartito ufficialmente qualche mese fa con la scalata del Monte dei Paschi a Mediobanca. Come legge questa nuova stagione di consolidamento bancario? E vede più opportunità o rischi per il sistema del credito?

Uno dei fattori necessari per ridurre i ritardi innovativi dell’economia europea e per salvaguardarne il modello sociale è la costruzione di un mercato finanziario che non sia frammentato in tanti segmenti nazionali o locali e che metta a disposizione efficaci strumenti di allocazione della ricchezza per il sostegno di investimenti innovativi. La costruzione di questo mercato finanziario europeo non può prescindere da un’evoluzione delle banche che, ancora oggi, hanno un ruolo determinante pur non essendo gli intermediari più idonei a finanziare attività innovative. Il consolidamento bancario europeo è, quindi, un passo ineludibile anche se non sufficiente per il futuro della Ue. Le divergenti iniziative, lanciate da Intesa e da Bpm rispetto a Mps, sono ancora racchiuse in un orizzonte nazionale ma potrebbero facilitare o attivare aggregazioni transfrontaliere. In particolare, se avesse successo, l’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas, ndr) lanciata da Intesa potrebbe sfociare nella creazione di uno dei più importanti gruppi bancari europei. Per giunta, un gruppo bancario italiano, Unicredit, è già impegnato in un’operazione transfrontaliera di consolidamento (acquisizione di Commerzbank, ndr). La mia risposta è, quindi, che vedo più opportunità che rischi in efficaci processi di consolidamento.

C’è chi ha fatto notare come l’operazione messa a terra da Intesa e Bper sia decisamente più made in Italy rispetto a quella di Bpm, rea di essere partecipata in forze da un azionista francese, il Crédit Agricole. Di qui la sensazione che il blocco Intesa-Bper possa proteggere in qualche modo le Generali e il loro patrimonio di debito pubblico e risparmio, meglio di altri. A lei come suona questa lettura?

Non apprezzo tale lettura che, se trovasse un qualche riscontro nella realtà, sarebbe in contrasto con quanto ho appena affermato circa il necessario consolidamento del settore bancario europeo. Resta il dato oggettivo che l’Opas di Intesa, corredata dall’accordo con Unipol di cedere a Bper, banca controllata, di fatto, proprio da Unipol, più della metà degli sportelli di Mps eventualmente acquisiti così da aggirare vincoli antitrust, è un’operazione più strutturata del progetto di fusione abbozzato da Bpm.

Che cosa intende per operazione meglio strutturata?

L’iniziativa di Intesa risponde a obiettivi di rafforzamento non tanto delle attività bancarie più tradizionali, quanto dell’offerta di servizi finanziari ad alto valore aggiunto e utili per la mobilizzazione della ricchezza finanziaria verso attività produttive. In questo senso, la chiave è l’acquisizione di Mediobanca. Per giunta, anche le sinergie fra Intesa e Generali sono, potenzialmente, maggiori di quelle che deriverebbero dalla creazione di un terzo polo fra Mps e Bpm. Sottolineo, però, che la partita su Generali potrebbe essere solo agli inizi. Non dimentichiamoci, infatti, che i principali azionisti attuali di Generali sono, oltre a Mediobanca, il gruppo Defin (la holding) della famiglia Del Vecchio, Unicredit e il gruppo Caltagirone. E non è ancora chiaro quali siano le strategie di ciascuno di tali azionisti rispetto all’evoluzione del grande gruppo assicurativo.

Da tempo immemore Mario Draghi va predicando in Europa che le aggregazioni bancarie sono ormai una necessità e non più un’opzione: senza grandi campioni del credito si rischia di essere vulnerabili a livello sistemico. Alla luce di tutto questo, come vede il futuro delle banche di medie o piccole dimensioni?

L’inevitabile creazione di gruppi bancari transnazionali, in grado di competere in mercati finanziari europei, è compatibile sia con un aumento della concorrenza sia con la presenza di piccolo-medie banche e di altri intermediari. Riguardo al primo aspetto, va sottolineato che, specie nei comparti bancario e finanziario, la struttura di mercato non dipende dalla numerosità degli attori. È più concorrenziale un mercato unificato con poche banche offerenti, che non abbiano incentivi a colludere tra loro, rispetto a un mercato frammentato con moltissimi offerenti, ognuno dei quali opera in nicchie protette. L’effetto dell’auspicabile consolidamento bancario europeo sarà, perciò, di espellere dal mercato le piccole banche locali inefficienti, che prosperano lucrando posizioni di rendita, ma di lasciare ampio spazio ad altre due tipologie di piccole e medie banche. In primo luogo, vi è spazio per piccole e medie banche specializzate nell’offerta di servizi finanziari con basse economie di scala; in secondo luogo, vi è spazio per quelle capaci di offrire finanziamenti e servizi ‘tagliati’ sulle esigenze delle svariate piccole e piccolo-medie imprese efficienti che caratterizzano il settore manifatturiero europeo.

Nelle sue ultime Considerazioni finali, il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha rilanciato la necessità di un debito comune a livello europeo. Non è la prima volta che si inneggia a strumenti finanziari che diano finalmente corpo a un mercato unico ancora zoppo. Eppure, la strada sembra sempre essere in salita, nonostante ci sia una certa consapevolezza a livello europeo che senza debito comune sarà sempre più difficile finanziare gli investimenti di cui il continente necessità. Come lo spiega?

Da tempo miro a provare che la costruzione di una capacità fiscale centrale (Cfc) permanente, in grado di finanziare un insieme di beni pubblici europei (Bpe) e di sostenere investimenti innovativi privati nel quadro di una politica industriale europea in sintonia con il funzionamento dei mercati, porterebbe a benefici netti per tutti gli stati membri della Ue. Vorrei insistere sul concetto economico di beneficio netto. Pur scontando che i diversi paesi della Ue hanno obiettivi e caratteri diversi e hanno un diverso peso decisionale, si è mostrato (in un articolo scritto con Marco Buti) che vi sono combinazioni fra i vari tipi di Bpe sulla base delle quali i ricavi netti sono maggiori dei costi per ognuno dei paesi considerati. Eppure, come lei ha sottolineato nella sua domanda, la strada verso la costruzione di una Cfc e la produzione di Bpe è sempre più in salita.

Perché?

La creazione di una Cfc deve poggiare su drastici ampliamenti del bilancio europeo o del debito comune e sull’abbandono delle protezioni nazionali nei mercati finanziari. Queste scelte sono difficili da assumere per ragioni che esulano dal calcolo economico e investono le ideologie politiche. Per costruire una Cfc, definire una politica industriale europea e produrre gli appropriati Bpe, risulta inevitabile cedere sovranità nazionale a favore di una sovranità europea. Un numero elevato di governi nazionali ritiene che il costo politico di tale trasferimento di sovranità sia eccessivo specie in orizzonti di breve termine dominati dalla conservazione del potere. Ciò non implica che si debba accantonare la speranza di costruire spazi per un maggiore debito europeo. I sondaggi indicano che, di fronte al moltiplicarsi delle minacce internazionali, i cittadini europei vogliono più Europa perché colgono l’inadeguatezza dei governi nazionali. Questi stessi cittadini non percepiscono, però, che la protezione universale europea è incompatibile con l’arroccamento su quelle piccole protezioni particolari offerte da chi difende la sovranità nazionale.

La corrente cattolica nel Pd è un déjà vu. Scrive Merlo

10 June 2026 at 11:09

Negli anni ’70 ed ’80 c’era una esperienza politica, molto qualificata ed autorevole, che veniva comunemente definita come i “cattolici indipendenti eletti nelle liste del Pci”. Si trattava di una esperienza fatta di personalità ed intellettuali di matrice cattolica che avevano accettato la chiamata del Pci ad entrare nelle liste di partito per accreditare la tesi che anche il più grande ed autorevole partito comunista dell’Occidente era culturalmente plurale. Come ovvio e persino scontato, era un grande bluff politico. O meglio, venivano certamente eletti nelle liste del Pci ma ad una precisa condizione, però. E cioè, la linea politica, il progetto politico e la strategia politica venivano declinati, e giustamente, solo dal gruppo dirigente del partito e, nello specifico, dal suo segretario generale. Con tanti saluti all’apporto e, soprattutto, al ruolo politico e culturale dei “cattolici indipendenti di sinistra eletti nelle liste del Pci”.

Ora e senza tracciare confronti impropri con quella qualificata ed importante esperienza politica, paradossalmente la medesima situazione si ripete, seppur mutatis mutandis, nell’attuale Partito democratico a guida Schlein. Certo, sono lontani i tempi della prima esperienza del Pd con Veltroni, D’Alema ma anche, e soprattutto, con Marini, Rutelli, Parisi, Bindi e a molti altri leader di quella lontana stagione politica. Adesso, e del tutto legittimamente, siamo ritornati ad una fase dove la linea politica la indica – e giustamente – la segreteria nazionale e tutto ciò che non è riconducibile a quella precisa impostazione è semplicemente inutile e, di conseguenza, del tutto marginale e periferico sul versante politico. E sin qui è tutto normale. Quello che fa la differenza, però, è che la linea, il progetto, la prospettiva e la strategia dell’attuale Pd a guida Schlein sono ispirati ad un profilo preciso e ben definito. Cioè ad una sinistra radicale, massimalista e movimentista. Ovvero, l’esatto opposto di quello che storicamente ha caratterizzato la cultura, la tradizione, il pensiero e la stessa prassi del cattolicesimo politico italiano. Nella sua versione democratica, popolare e sociale.

Ed è per queste ragioni, persino troppo semplici da spiegare, che la tesi di coloro che puntano a costruire una simpatica “corrente dei cattolici” all’interno di quel partito oltreché essere un po’ patetici rischiano proprio di emulare la gloriosa e qualificata esperienza dei “cattolici indipendenti eletti nelle liste del Pci”. Verrebbe quasi da dire che si tratta della stessa impostazione, dello stesso percorso e, soprattutto, dello stesso epilogo. Perché quello che emerge, alla fine, non è la libertà di ognuno di declinare dove ritiene più opportuno la propria cultura di riferimento, ma la sostanziale inutilità – che non è neanche più subalternità ma solo rassegnazione – se si vuole riaffermare le ragioni della propria cultura originaria.

Per queste ragioni, semplici ma oggettive, chi oggi vuole riaffermare le ragioni, le istanze, la cultura e i valori del cattolicesimo popolare e sociale non può farlo nei partiti o nei movimenti che hanno un’altra ragione sociale, un’altra prospettiva politica e, soprattutto, un’altra cultura di riferimento. Perché un conto sono i pochissimi seggi parlamentari gentilmente concessi dall’azionista di maggioranza – cioè dal capo – del partito. Altra cosa, tutt’altra cosa, è la conservazione della propria cultura politica. Confondere le due cose, oltreché singolare, è anche dannoso per chi, invece, cerca seppur con molti limiti e difficoltà, di non disperdere un patrimonio storico e culturale che continua ad essere indispensabile nonché necessario per la stessa democrazia italiana.

L’uranio arricchito del Venezuela è in mano agli Usa

10 June 2026 at 11:03

L’uranio arricchito è una forma modificata dell’elemento chimico radioattivo nella quale è stata aumentata la sua concentrazione naturale per favorire una reazione a catena. L’obiettivo è, principalmente, l’uso energetico o militare. Infatti, il termine è usato nei negoziati tra Stati Uniti e Iran perché quest’ultimo ne possiede una quantità significativa.

Ma non solo gli iraniani contano con un magazzino di uranio arricchito. Anche il regime venezuelano custodiva un bottino. Almeno fino al mese di aprile. Una notte di fine aprile le autorità del Paese sudamericano hanno impacchettato e preparato per il trasporto circa 13 chili uranio altamente arricchito (HEU) proveniente dal reattore di ricerca RV-1, che era stato avviato durante lo storico programma “Atomi per la pace” degli Stati Uniti, promosso dal presidente americano Dwight Einsenhower negli anni ’50. Questo è stato il primo reattore nucleare dell’America Latina, inaugurato alla fine degli anni ’60 all’interno dell’Istituto Venezuelano di Ricerca Scientifica.

Durante un discorso all’Assemblea Generale dell’Onu nel 1953, Eisenhower aveva avvertito sulla minaccia della tecnologia nucleare con finalità bellica e sui rischi della proliferazione della produzione di bombe atomiche. “Non è sufficiente togliere questa arma ai soldati – ha aggiunto il presidente statunitense. Bisogna dargliela a chi può togliere questa patina militare e adeguarla all’arte della pace”.

Così, decenni dopo, il materiale radioattivo che era in mano del Venezuela è stato trasportato dagli Stati Uniti ed è arrivato in salvo in una struttura di Savannah River a Aiken (Carolina del Sud), i primi giorni di maggio. Gli Usa procederanno all’eliminazione.

In una dichiarazione, il governo degli Usa e l’International Atomic Energy Agency hanno spiegato che si tratta di una “missione congiunta attentamente pianificata, portata a buon fine sotto rigorose misure di sicurezza”, giacché questo tipo di materiale nucleare può rappresentare un rischio di proliferazione o una minaccia se finisce nelle mani sbagliate”. Al governo americano hanno sempre preoccupato i legami del regime chavista venezuelano con Iran, Russia, Cuba e Corea del Nord.

Jack Crawford, ricercatore del Royal United Services Institute for Defence and Security Studies, ha spiegato alla Bbc che i 13 chili di uranio arricchito che sono stati ritirati dal Venezuela “sono, teoricamente, abbastanza per essere raffinati successivamente e produrre un’arma nucleare piccola, anche se ha poco più del 20% di uranio-235, e l’HEU si considera generalmente di grado di arma dal 90%”.

Ha contribuito con una nave di carico Pacific Egret per il trasporto dell’uranio arricchito fuori dal Venezuela la Nuclear Transport Solutions, una divisione delle Autorità di Smantellamento Nucleare del Regno Unito.

Da Tallin Zelensky lancia una nuova proposta per la pace in Ucraina

10 June 2026 at 11:03

Un cessate il fuoco immediato e un vertice tra i principali attori coinvolti nel conflitto. È questa la proposta rilanciata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante il vertice dei Paesi Nordic-Baltic Eight (Nb8) tenutosi a Tallinn, in Estonia. Nel momento in cui i negoziati con Mosca continuano a non produrre risultati concreti, il leader ucraino ha ribadito che la priorità assoluta resta fermare i combattimenti e creare le condizioni per una pace duratura.

“La soluzione ideale nei negoziati di pace è porre immediatamente fine alla guerra”, ha dichiarato Zelensky nel corso della conferenza stampa finale, “come minimo, occorre compiere il primo passo: un cessate il fuoco incondizionato e totale”. Per raggiungere questo obiettivo, secondo il presidente ucraino, sarebbe necessario organizzare un incontro al massimo livello tra Ucraina, Russia, Europa e Stati Uniti. “L’Ucraina ha la volontà di fare tutto questo. Vedremo se anche la Russia ne avrà la volontà. Finora non l’ha dimostrata”, ha aggiunto.

Il tema della rappresentanza europea nei futuri colloqui è stato uno degli argomenti centrali affrontati a Tallinn. Zelensky ha sottolineato che l’Europa dovrà necessariamente essere coinvolta nel processo negoziale, ma ha escluso che possa assumere il ruolo di mediatore neutrale. “Putin è l’aggressore e l’Europa ha il potere di fermarlo”, ha affermato, sostenendo che il continente debba partecipare ai negoziati come parte direttamente interessata alla sicurezza europea. Quanto alla possibile composizione della delegazione europea, il presidente ucraino ha indicato Francia, Germania e Regno Unito come una possibile soluzione. Una soluzione che non arriva ex-abrupto: poche ore prima questi stessi Paesi avevano rilasciato una dichiarazione congiunta da Londra in cui si delineava un piano d’azione per sbloccare l’impasse diplomatica nel conflitto in Ucraina.

Oltre all’aspetto diplomatico, il vertice ha prodotto anche nuovi risultati nel settore della cooperazione militare. Zelensky ha annunciato la firma di un nuovo accordo con la Lettonia finalizzato a rafforzare la produzione congiunta e la cooperazione industriale nel settore dei sistemi senza pilota. Il presidente ucraino ha inoltre insistito sulla necessità di accelerare il processo di adesione del suo Paese all’Unione Europea, sostenendo che Kyiv abbia già soddisfatto i requisiti necessari per l’apertura dei cluster negoziali.

Il vertice di Tallinn arriva però in un momento in cui l’unità europea sul sostegno all’Ucraina mostra alcune crepe. Nelle stesse ore, infatti, la Bulgaria ha annunciato la sospensione degli aiuti militari a Kyiv. Il ministro della Difesa Dimitar Stoyanov ha spiegato che il nuovo governo guidato da Rumen Radev ritiene che la guerra non possa essere risolta sul campo di battaglia e che sia giunto il momento di puntare esclusivamente sui negoziati. Una decisione che si pone in netto contrasto con la linea emersa dal summit nordico-baltico, dove invece il sostegno all’Ucraina continua a essere considerato una condizione indispensabile per arrivare a una pace sostenibile. Ma che non stupisce particolarmente, considerando le posizioni filo-russe abbastanza esplicite della leadership bulgara al potere.

East Med. Dagli Usa nuovo impulso alla cooperazione energetica regionale

10 June 2026 at 10:01

Una settimana di incontri ad alto livello negli Stati Uniti sta imprimendo nuovo slancio alla cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale. Da un lato, a Washington, i Paesi membri dell’East Mediterranean Gas Forum (Emgf) hanno riaffermato il loro impegno a favore dello sviluppo delle risorse energetiche nel rispetto del diritto internazionale. Dall’altro, a Houston, è in programma il lancio ufficiale dell’East Med Energy Center, una delle principali iniziative previste dall’EastMed Act approvato dal Congresso statunitense nel 2019.

Le due iniziative si inseriscono in un più ampio sforzo di rafforzamento delle partnership energetiche e strategiche nella regione, coinvolgendo governi, organizzazioni internazionali, università, centri di ricerca e settore privato.

Nel corso della riunione ministeriale dell’Emgf, ospitata a Washington sotto la presidenza greca, i partecipanti hanno adottato all’unanimità un comunicato congiunto che sottolinea come lo sviluppo delle risorse di gas naturale del Mediterraneo orientale debba avvenire nel quadro del diritto internazionale e nel pieno rispetto dei diritti sovrani degli Stati sulle proprie risorse naturali.

Il messaggio politico emerso dall’incontro è stato quello di promuovere un modello di cooperazione regionale fondato su regole condivise, interessi comuni e stabilità, in contrapposizione a logiche di confronto e ad azioni unilaterali. In un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e conflitti in corso, la riunione ha riunito allo stesso tavolo rappresentanti di Grecia, Cipro, Egitto, Giordania, Israele, Palestina e Italia, oltre a Stati Uniti e Banca Mondiale.

Secondo il ministro greco dell’Ambiente e dell’Energia, Stavros Papastavrou, l’importanza di queste iniziative va oltre il settore energetico. “Stiamo costruendo un quadro di cooperazione fondato sul pieno rispetto del diritto internazionale, di valori condivisi e di regole commerciali, un quadro che rafforza la stabilità e scoraggia azioni unilaterali e aggressive. Il nostro obiettivo comune è la sicurezza energetica e la prosperità dei nostri popoli”, ha dichiarato.

L’incontro ha inoltre evidenziato l’evoluzione dell’Emgf, che dal 2021 ha lo status di organizzazione internazionale con sede al Cairo. Nato per coordinare lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse energetiche della regione, il Forum ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, diventando una piattaforma di dialogo tra governi, autorità di regolazione, organizzazioni internazionali e operatori privati, con l’obiettivo di promuovere progetti comuni, maggiore connettività energetica e integrazione regionale.

Anche l’Italia ha ribadito il proprio sostegno all’iniziativa. L’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Marco Peronaci, ha ringraziato il segretario all’Energia statunitense Chris Wright per aver presieduto la riunione dell’Emgf e ha sottolineato che «in qualità di membro fondatore, l’Italia è impegnata a rafforzare la cooperazione nel settore energetico nella regione», elogiando al contempo la leadership esercitata dalla presidenza greca.

L’attenzione si sposta ora su Houston, dove l’11 giugno verrà inaugurato l’East Med Energy Center presso il Baker Institute della Rice University. Il nuovo centro rappresenta l’attuazione di una delle disposizioni chiave dell’EastMed Act e punta a rafforzare la cooperazione tra Stati Uniti, Grecia, Cipro e Israele nell’ambito del formato 3+1.

Secondo quanto annunciato, il centro promuoverà attività congiunte nei settori della sicurezza energetica, della ricerca, dell’innovazione e delle tecnologie avanzate, mettendo in rete università, laboratori di ricerca e aziende private. La struttura sarà inoltre chiamata a svolgere un ruolo di supporto nell’analisi delle minacce alla sicurezza energetica e delle dinamiche geopolitiche che interessano il Mediterraneo orientale.

Alla cerimonia di lancio parteciperanno il segretario all’Energia degli Stati Uniti Chris Wright, il ministro greco Stavros Papastavrou, il ministro cipriota Michalis Damianos e rappresentanti israeliani. Sono inoltre previsti incontri dedicati a infrastrutture critiche, cybersicurezza e stabilità regionale.

Nel loro insieme, gli appuntamenti di Washington e Houston mostrano come la cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale stia assumendo una dimensione sempre più ampia. Accanto allo sviluppo delle risorse naturali, i governi della regione e i loro partner statunitensi puntano infatti a costruire un quadro di collaborazione che includa sicurezza, tecnologia, ricerca e resilienza strategica, rafforzando al tempo stesso i meccanismi di dialogo e coordinamento regionale.

(Foto: X, @MPeronaci)

Fcas e il limite dell’integrazione strategica europea. Il commento di Castellaneta e Preziosa

10 June 2026 at 09:19

La fine del programma Fcas (Future Combat Air System) segna molto più del fallimento di un ambizioso progetto aeronautico. Rappresenta una battuta d’arresto per l’idea stessa di integrazione strategica europea e solleva interrogativi che vanno ben oltre il settore della difesa.

Per quasi un decennio Fcas è stato presentato come il simbolo dell’autonomia strategica europea. Francia, Germania e successivamente Spagna avevano immaginato un sistema destinato a sostituire Rafale ed Eurofighter nella seconda metà del secolo. Non si trattava semplicemente di un nuovo caccia, ma di un ecosistema integrato composto da un velivolo di sesta generazione, droni collaborativi, intelligenza artificiale, capacità avanzate di guerra elettronica e un combat cloud in grado di fondere in tempo reale dati provenienti da sensori e piattaforme differenti.

Il fallimento del programma non deriva tuttavia da limiti tecnologici. L’Europa possiede le competenze industriali, scientifiche e finanziarie necessarie per sviluppare un sistema di questo livello. Le ragioni sono essenzialmente politiche e strategiche. Le dispute tra Airbus e Dassault sulla leadership industriale, sulla proprietà intellettuale e sulla distribuzione dei futuri ritorni economici hanno rappresentato soltanto la manifestazione più evidente di divergenze più profonde.

Per la Francia, Fcas avrebbe dovuto essere il successore del Rafale e uno strumento centrale della propria sovranità strategica. Il nuovo velivolo era concepito per operare da portaerei e svolgere missioni nucleari, integrandosi pienamente nella Force de Frappe francese. La Germania, al contrario, vedeva il progetto come un programma autenticamente europeo, fondato su una distribuzione equilibrata di leadership, competenze e benefici industriali.

In sostanza, Parigi e Berlino stavano cercando di costruire lo stesso sistema partendo da concezioni diverse della sovranità.

La vicenda presenta significative analogie storiche. Negli anni Settanta la Francia abbandonò il programma che avrebbe portato alla nascita del Tornado; negli anni Ottanta uscì anche dal progetto destinato a diventare l’Eurofighter Typhoon, scegliendo di sviluppare autonomamente il Rafale. Fcas sembra riproporre la stessa dinamica: la Francia accetta la cooperazione europea finché questa non entra in conflitto con ciò che considera il nucleo della propria autonomia strategica.

La differenza rispetto al passato è che oggi il costo geopolitico di tali scelte è molto più elevato.

Per comprenderne la portata occorre tornare alle origini dell’integrazione europea. Quando Jean Monnet e Robert Schuman concepirono la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1950, Francia e Germania erano uscite da tre guerre in meno di ottant’anni. Eppure riuscirono a mettere in comune proprio le risorse che rendevano possibile la guerra. L’intuizione era semplice e rivoluzionaria: condividere la sovranità economica per rendere il conflitto non solo indesiderabile, ma anche materialmente più difficile.

Oggi il paradosso è evidente. Dopo decenni di integrazione, con un mercato unico, una moneta comune e istituzioni sovranazionali consolidate, Francia e Germania non riescono a costruire insieme il futuro caccia europeo. La domanda è inevitabile: come è stato possibile condividere carbone e acciaio all’indomani della Seconda guerra mondiale e non riuscire oggi a condividere brevetti, leadership industriale e requisiti operativi?

La risposta è probabilmente che la Ceca nacque da una precisa volontà politica di mettere in comune quote di sovranità. Fcas, invece, si è arenato perché tutti desideravano i vantaggi della cooperazione senza accettarne fino in fondo i costi politici.

Questo elemento assume particolare rilevanza anche alla luce delle recenti iniziative europee volte ad aumentare gli investimenti nella difesa. Si potrebbe infatti osservare che proprio i meccanismi elaborati dall’Unione europea per facilitare l’incremento della spesa militare rischiano di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: rafforzare la frammentazione esistente anziché favorire una reale convergenza verso capacità e programmi comuni. Se manca una visione condivisa degli interessi strategici e della sovranità europea, l’aumento delle risorse disponibili potrebbe tradursi semplicemente in una moltiplicazione di programmi nazionali paralleli.

La vicenda Fcas assume un significato ancora più profondo se osservata attraverso il dibattito sulla deterrenza nucleare europea. Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, in Germania sono emerse proposte volte a esplorare forme di maggiore integrazione con la deterrenza francese, attraverso meccanismi di protezione estesa o un coinvolgimento europeo più strutturato nella riflessione strategica di Parigi.

Il fallimento di Fcas rende però questa prospettiva più complessa. Se Francia e Germania non riescono a condividere la progettazione del futuro vettore destinato a operare anche nel dominio nucleare, appare difficile immaginare una reale condivisione della dimensione più sensibile della sovranità nazionale.

La deterrenza nucleare non è soltanto una tecnologia. È una relazione politica fondata sulla fiducia. E la fiducia strategica richiede una convergenza di interessi e di visioni che il caso Fcas dimostra essere ancora incompleta. La Francia continuerà probabilmente a considerare la propria deterrenza come uno strumento nazionale al servizio della sicurezza europea, ma difficilmente accetterà meccanismi che limitino la propria autonomia decisionale.

Dalla vicenda emerge anche una conseguenza di natura industriale e geopolitica. Parigi sembra destinata a sviluppare autonomamente il successore del Rafale, mentre Berlino dovrà decidere come preservare le proprie competenze nel settore dei velivoli da combattimento di nuova generazione.

In questo contesto, il Gcap (Global Combat Air Programme), sviluppato da Regno Unito, Italia e Giappone, potrebbe diventare il naturale polo di attrazione per la Germania. Se ciò dovesse accadere, assisteremmo a una significativa ridefinizione degli equilibri industriali europei. Il programma anglo-italo-giapponese diverrebbe il principale progetto occidentale di sesta generazione al di fuori degli Stati Uniti, mentre la Francia proseguirebbe lungo una traiettoria autonoma.

Per l’Italia si aprirebbe una fase di particolare rilevanza strategica. Grazie all’esperienza maturata con Eurofighter, F-35 e con la partecipazione al Gcap, il nostro Paese si troverebbe al centro dell’unico grande programma multinazionale occidentale di nuova generazione oggi pienamente operativo.

La lezione finale della vicenda Fcas è forse la più importante. Per decenni l’integrazione europea ha avuto successo sul piano economico e commerciale. La difesa, tuttavia, richiede qualcosa di diverso: richiede la condivisione del potere e, in ultima analisi, della sovranità.

Fcas non è fallito per mancanza di tecnologie, finanziamenti o competenze industriali. È fallito perché mancava una visione comune della sovranità strategica europea. E se l’Europa non riesce a costruire insieme il velivolo destinato a difenderla, sarà ancora più difficile costruire insieme una deterrenza capace di proteggerla.

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