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Quale politica estera per la casa riformista e il centrosinistra? Lettera aperta a Matteo Renzi

6 June 2026 at 17:22

Caro Matteo,

in un paper di Tactital Report (think thank specializzato da molti anni su Golfo e Medio Oriente) ho letto che all’interno della amministrazione americana si sarebbe acceso un vivace dibattito a proposito della “politica dei due forni” attuata dalle monarchie del Golfo rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. Data la tua esperienza dal vivo nel board del FII e in vista della imminente conferenza a Roma ti segnalo alcuni interrogativi di portata strategica che non riguardano ovviamente solo Italia Viva, ma tutta la futura politica estera del centrosinistra nel medio e lungo periodo, ben oltre i noti problemi suscitati dalla presenza di Donald Trump alla Casa Bianca.

Mentre una puntuale critica alla politiche di Trump è un elemento di convergenza che accomuna tutte le forze di centrosinistra (e recentemente anche il centro destra) sulla Cina non è così. Di fronte alle numerose violazioni dei diritti umani e persino alla manipolazione delle comunicazioni dell’Interpol si assiste a un silenzio imbarazzante. L’ultimo rapporto di Freedom House sulla Cina è davvero impressionante.

Esso dimostra che il regime di Pechino costituisce l’esatto opposto delle democrazie europee (Stato di diritto; libertà civili, politiche, sindacali e religiose; diritti della persona; libertà di stampa; diritti delle minoranze). Un aspetto su cui spesso si sorvola è la sorveglianza digitale di massa che irrobustita dalle recenti scoperte in materia di Intelligenza Artificiale ci consente di definire il regime di Pechino come vero e proprio emblema del totalitarismo politico-digitale.

Non si tratta solo di libertà negate. Come affrontare il gigante tecnologico cinese è anche un grande tema di sicurezza nazionale. Se un buon grado di cooperazione economico-commerciale è auspicabile perché utile al nostro sistema imprenditoriale e genera occupazione sino a che punto possiamo spingerci? Non c’è spazio qui per trattare il protezionismo economico cinese, ma qual è la linea rossa nel campo della politica estera? Questo contributo si concentra su un tema specifico di grande rilevo per l’Italia: quali conseguenze potrebbe avere per i nostri interessi nazionali (e per l’Europa) una espansione politico-miltare della Cina nell’area del Golfo? Si tratta peraltro di domande connesse alla imminente strategia triennale per la sicurezza nazionale che dovrebbero interessare tutte le forze politiche italiane (e le loro proiezioni in Europa). La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha infatti dato seguito anche se solo in via amministrativa alla proposta depositata dal presidente del Copasir, Lorenzo Guerini.

Mentre le differenze del centro sinistra sulla Ucraina sono ben note (e difficili da ricomporre per le miopi e propagandistiche posizioni dei 5 Stelle) manca ancora un’analisi strategica delle relazioni tra Cina e monarchie del Golfo, tema decisivo sul piano energetico, finanziario, militare e sopratutto politico. Nel rapporto che ho citato all’ inizio la principale preoccupazione degli analisti americani dopo l’incontro tra Trump e Xi Jin Ping è che la Cina intenda cambiare la sua postura nel Golfo ovvero passare dalla condizione di importante partner commerciale-finanziario a protagonista nel dominio della sicurezza, della difesa e delle tecnologie dual use.

I temi sensibili su cui le agenzie di intelligence e i think thank degli Stati Uniti si stanno interrogando sul nuovo ruolo della Cina sono i seguenti: integrazione satellitare, uso mirato dell’Intelligenza Artificiale, partnership nella progettazione e produzione di droni, sistemi portuali e, infine, accordi logistico-miltari di lungo termine. Nonostante gli inediti e gravi attacchi missilistici dell’Iran contro i paesi del Golfo il Qatar, gli Emirati, ‘Arabia Saudita e l’ Oman hanno, infatti, ripreso la collaborazione a 360 gradi con Pechino. Per quanto riguarda gli Emirati pare che – pur mantenendo la cooperazione con gli Stati Uniti nella difesa aerea (presumo perché più efficace) – Abu Dhabi intenda affidarsi a tecnologie e reti digitali del Dragone per mettere in sicurezza i porti, il sistema doganale, le zone industriali e l’intero comparto aerospaziale. Per quanto riguarda l’ Oman il più grosso timore è che il Porto di Duqm possa diventare un supporto operativo per la Marina Militare del Dragone. Per quanto riguarda il Qatar il Comando Usa di Centocom starebbero cercando di contrastare alcune operazioni riservate di Doha con la con la Cina.

Ma il dossier più importante riguarda l’Arabia Saudita. Nonostante le abituali esternazioni “ottimistiche” di Donald Trump il Regno avrebbe fatto sapere con chiarezza agli americani che aziende cinesi potranno partecipare liberamente alle gare per i sistemi di difesa aerea e la produzione di droni. Forse per questo l’emittente Al Arabya ha dato spazio al punto di vista cinese. In queste settimane Marco Rubio nel suo duplice ruolo di Consigliere per la Sicurezza Nazionale e Segretario di Stato sta seguendo una complessa istruttoria politico-diplomatica per conto del presidente.

Per quanto riguarda la difesa aerea in seguito alle numerose falle emerse il mese scorso il Pentagono vorrebbe creare un unico comando centralizzato per tutti i sistemi difensivi dei diversi paesi del Golfo. A questo proposito nel rapporto di Tacital Report da cui ho preso spunto si chiarisce che l’Arabia Saudita sarebbe stata avvertita che – di fronte ad una crescita di tecnologie duali, device o rete proveniente dalla Cina ci sarebbero significative restrizioni a tutti i programmi di cooperazione militare in materia di interoperabiltà dei sistemi e di supporto per reagire in tempo reale agli attacchi di missili e droni. A Washington si discute inoltre di sanzionare i semiconduttori avanzati e le piattaforme di Intelligenza Artificiale che sono espressione di joint ventures tra Cina e i fondi sovrani dei paesi del Golfo, compresi i programmi di telecomunicazione 5G.

Caro Matteo, come vedi sono voluto entrare nel merito di dilemmi politici complessi e mi scuso per la lunghezza. Ci tengo davvero molto a un tuo parere perché penso che in un mondo lacerato dalle guerre e sempre più interdipendente sia davvero importante che il centrosinistra in Italia e in tutta Europa continui a difendere i valori di libertà e democrazia che sono alla base della nostra convivenza e che dopo secoli di guerre hanno consentito all’Europa ottanta anni di pace. L’Italia può dare un grande contributo alla politica estera europea e in questa prospettiva il centro sinistra ha il dovere di presentare un programma chiaro, e coerente in termini dei valori e degli interessi che intendiamo rappresentare.

Il generale riluttante. Come il presidente del Libano pensa di salvare il suo Paese

6 June 2026 at 15:01

Fedele all’abito che non indossa più, ma che ha indossato per tantissimi anni, il Presidente della Repubblica libanese, l’ex capo dell’esercito libanese, Joseph Aoun, non è uomo incline a rilasciare interviste. Dopo il fallimento del suo tentativo di far decollare in Libano un difficile e soffertissimo “cessate-il-fuoco asimmetrico” con Israele, ha deciso di farlo, e ha rilasciato un’intervista alla Cnn.

Il punto di partenza è stata la risposta al ministro degli Esteri iraniano, per il quale “il destino della guerra tra Iran e Stati Uniti non è separato dalla lotta in corso in Libano”. Aoun ha respinto in toto questa affermazione, affermando: “I nostri figli vengono uccisi, le nostre case vengono distrutte. Gli iraniani usano il Libano come carta negoziale con gli Stati Uniti. Questo è inaccettabile”.

Quindi, rivolgendosi ai pasdaran (che secondo il governo libanese guiderebbero le operazioni miliziane di Hezbollah) ha aggiunto: “Questo non è il vostro Paese, voi non dovete immischiarvi nelle cose di questo Paese, voi non state cercando di aiutarci. Il nostro popolo sta pagando il prezzo per i vostri interessi”. Quindi rivolgendosi a Hezbollah, il partito libanese legato ai pasdaran iraniani, ha cambiato tono, sostenendo che devono capire che il solo modo per salvare ciò che rimane del Libano è sedersi e negoziare la pace, attraverso la diplomazia. Ha alzato di nuovo la voce quando gli è stato chiesto del rifiuto da parte del leader di Hezbollah dei termini del cessate il fuoco negoziati dai suoi delegati con quelli del governo israeliano. Rivolgendosi al leader di Hezbollah direttamente ha detto: “Il nostro popolo non è tuo”. Riferendosi a famiglie decimate dagli attacchi israeliani ha aggiunto: “Non sono proprietà di Naim Qassem”, il leader di Hezbollah. Per Joseph Aoun, i libanesi confiderebbero in lui per porre termine alla guerra.

Quindi si è rivolto agli israeliani: “Non ne avete a sufficienza della guerra dal ’48 ad oggi? Volete davvero vivere in pace? Se è così sediamoci e parliamone”. Ma tra le tante parole pronunciate al riguardo, quelle che maggiormente colpiscono sono queste: “Possono radere al suolo l’intero Paese, distruggerlo, invaderlo, ma non raggiungeranno mai i loro obiettivi”. Lo stesso vale per Hezbollah: “Possono trascinare il Paese intero in una guerra prolungata, ma anche loro non raggiungeranno mai il loro obiettivo”. È ora per entrambi di sedere al tavolo negoziale, a suo avviso. “Il mio compito, ha detto rivolgendosi all’audience libanese, è salvare il Paese e sono determinato a farlo. Quando c’è la volontà, c’è sempre una strada”.

Il Presidente del Libano non è un nome di spicco dell’agone politico mondiale, storicamente è stato spesso considerato un burocrate di periferia, un passacarte, una figura che porta il Libano in un campo o nell’altro della contesa mediorientale, o di quella araba. Joseph Aoun con questa intervista ha tentato di dire che lo Stato che preside esiste.

Come è noto la sua elezione in Parlamento, all’inizio del 2025, non ebbe i voti necessari per raggiungere il quorum, e il generale incontrò riservatamente i leader di Hezbollah, poi il consenso in aula salì e al secondo scrutinio fu eletto. Questo ha fatto ritenere a molti che una qualche intesa fu raggiunta tra il generale e i capi del partito di Dio. Già nel suo primo discorso, appena eletto, però fu chiarissimo nel rivendicare allo Stato il monopolio delle armi su tutto il territorio nazionale. E Hezbollah accettò alcune confische dei suoi depositi di armi, si è detto depositi importanti.

Poi il meccanismo si è inceppato. Aoun, ottenendo altre confische, chiese all’inviato statunitense, Tom Barrack, un miliardario amico di Trump, di far pesare questi risultati con Israele per ottenere che, come lui stava procedendo verso l’attuazione degli accordi sul disarmo di Hezbollah, così loro procedessero sul pieno ritiro dal Libano, dove invece conservavano, dalla fine della guerra del 2024, cinque avamposti militari, mentre l’accordo prevedeva un ritiro completo. Barrack lo fece, ma non ottenne risultati. Questo fu usato da Hezbollah per sospendere la consegna degli armamenti.

Cosa pensi, come intenda procedere il Presidente, soprattutto con Hezbollah, non è chiarissimo. Il disarmo è un impegno al quale non può rinunciare essendo la cifra della sua presidenza. Vede di qui l’inizio del cammino che può ridare efficacia e vita allo Stato libanese. Ce ne potrebbero essere altri? Molti lo dicono, ma per Aoun è questo il primo nodo da sciogliere. Sembra evidente. Forse pensa, ipotizzano alcuni, al modello irlandese, quando al termine di un negoziato politico di anni l’Ira consegnò le armi senza scontri, senza sparatorie. Si può sostenere che, almeno sin qui, lui non ha condiviso l’idea di un’azione basata sulla forza da parte dell’esercito, un disarmo coatto.

Quale sia la sua road map non è noto, si può desumere qualcosa da quanto fa, propone, prospetta. Oggi vede però il suo Paese frantumarsi, il sud in macerie, un milione di profughi, e alcuni giornalisti libanesi scrivono in queste ore che il suo negoziatore a Washington, durante i colloqui con gli israeliani, sarebbe stato più volto sul punto di andarsene. L’intervista rende evidente che il presidente pone un problema politico anche a Israele.

Quello che sembra improbabile è che Aoun condivida la strada prospettata da un nome di punta della politica libanese, Walid Jounblatt. Lui, oltre a favorire il disarmo di Hezbollah ma non coatto, cioè non con la forza, ora aggiunge che al tavolo negoziale bisognerebbe aggiungere anche l’Iran, cioè il riferimento politico di Hezbollah. Questa strada non sembra quella che appare emergere dal discorso del Presidente, come anche da questa intervista. Qui si vede da una parte la richiesta a Israele di cambiare la propria strategia di sicurezza, che non la produrrà, e a Hezbollah di far prevalere l’elemento libanese, nazionale. Questo mi sembra il punto di un leader nella difficoltà della storia, ma del quale è giusto parlare, perché comunque sembra voler affermare, nonostante la difficoltà e sofferenza per i passi da compiere, che il suo Paese esiste. Pur essendo chiaramente nella tormenta.

Gli altri protagonisti vengono sempre citati, giustamente: anche questa intervista sembra dire cose importanti. Anche questo può essere un modo per affermare la propria esistenza.

Intelligenza artificiale, chi ha il diritto di spegnere tutto? La riflessione di Piselli

6 June 2026 at 14:15

Chi ha il diritto di “spegnere” tutto? Non un programma, non un server, ma una corsa intera, la corsa all’IA. Gli Stati, che sul progresso hanno sempre costruito la loro sovranità? Le imprese, che per definizione inseguono l’innovazione per profitto? O quel costrutto vago e indecifrabile che, banalizzando, chiamiamo popolo, e che non ha mai votato su nulla di tutto questo?

La questione non è retorica. Questa settimana Anthropic — il famoso AI lab che ha ideato Claude e che è oggi valutato vicino al trilione di dollari — ha chiesto al mondo di costruire un meccanismo per rallentare, o fermare, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale di frontiera.

Ma può il tecno-capitalismo rallentare? Può l’evoluzione umana rallentare? Chiedere alla tecnologia – che è nient’altro che uno specchio dell’umanità – di frenare è come chiedere all’acqua di non scorrere a valle: la tecnologia non ha un freno perché non è “altro” da noi. E l’uomo da sempre prende, conquista, si propaga, contamina — l’agente Smith di Matrix lo aveva reso con chiarezza: non una specie, ma un virus che si diffonde finché trova nutrimento. Il get big fast, e faster, importato qui per moda dai circoli della Silicon Valley come fosse legge di natura.

È vero, degli stop nella storia ci sono stati (Asilomar e Dna ricombinante, Omg e moratoria europea, nucleare in alcuni paesi etc), ma si è trattato di tecnologie a più bassa diffusione commerciale della IA.

C’è poi un dettaglio che vale la pena considerare. Lo stesso laboratorio che invoca un freno ammette che oggi più dell’80% del suo codice non lo scrive più l’uomo, ma la macchina; quella stessa macchina che è sempre più vicina al recursive self-improvement, all’Artificial General Intelligence. E chi invoca il freno è lo stesso che poi preme l’acceleratore verso la quotazione. Non è ipocrisia. È la prova che la tecnologia non (si) può frenare. E che persino chi grida “fermatevi” (oggi Marina Favaro e Jack Clark, ieri Elon Musk e persino papa Leone in Magnifica humanitas) lo fa a sua volta correndo o rin-correndo.

E abbiamo paura, a ragione. Non sapremo governare la transizione. Mestieri interi svaniranno, professioni che credevamo eterne si scopriranno fragili, e il lavoro cognitivo — in teoria — tenderà a un costo marginale pari a zero. Si annulleranno le occasioni di scambio, come quelle che avvenivano tra i devs nei corridoi delle grandi software house («mi aiuti a far girare questo script?») e che generavano un piccolo debito umano e un pizzico di conoscenza reciproca.

Ed è ben probabile che il mondo si spezzi in due: chi possiede i sistemi/modelli informatici e chi se ne serve, una frattura più profonda di quella teorizzata da K. Marx, tra capitale e lavoro. Intorno a questa paura fiorirà, prevedibile come la primavera, una stagione abbondante di convegni e di bandi PRIN sull’etica e la public policy dell’intelligenza artificiale. Se ne discuterà molto, e con competenza. Servirà soprattutto, temo, a chi ne discute.

E chi se ne importa.

Voglio dire: è la domanda a essere sbagliata. Non perché la paura non sia fondata, ma perché ci inchioda a una scelta che non esiste — accelerare o frenare, abbracciare o respingere, salvezza o apocalisse. La partita non è lì. Mettiamo da parte la fede e il terrore, le due liturgie gemelle del nostro tempo. Togliamo tutto. Cosa rimane?

Rimangono due cose, che poi, a guardar bene, forse sono una sola: il rischio e la responsabilità.

Rimarranno perché qualcuno in carne e ossa deve pur poter rispondere e rischiare. La macchina può scrivere il codice; ma qualcuno dovrà firmare la revisione che lo manda in produzione, e quel qualcuno, se il sistema crolla, sarà chiamato a portarne il relativo peso. La macchina potrà ordinare mille precedenti meglio di qualsiasi giurista; ma la sentenza la pronuncerà sempre un giudice, perché una decisione che cambia una vita esige un soggetto responsabile (almeno in teoria). La macchina potrà istruire ogni delibera di un CdA; ma il rischio d’impresa lo porterà sempre un consiglio fatto di persone che rispondono davanti a chi ha investito — e nessuna business judgment rule assolverà mai un algoritmo, perché un algoritmo non ha nulla da rischiare, né perdere.

Ecco allora il punto. L’umano non sopravviverà perché un giudice in carne e ossa giudichi in astratto meglio di una macchina, o un medico curi meglio, o un avvocato tratti meglio con le persone (e forse è addirittura vero il contrario). Né tanto meno perché lo human in the loop si impone per legge. Sono balle, e presto i fatti le smentiranno. L’umano sopravvivrà per una ragione: perché la società non sarà mai disposta a esternalizzare dall’uomo stesso tali funzioni. Si tratta di primitive sociali irriducibili. Perché responsabilità vuol dire avere qualcosa da perdere, e solo chi può perdere può rispondere. E rischiare vuol dire scommettere una posta contro un ritorno incerto e solo chi è umanamente toccato dal calcolo cost-reward può rischiare.

Siamo allora condannati a essere revisori docili della macchina, a firmare ciò che non riusciremo più a comprendere? Non necessariamente. C’è una legge, in informatica, che porta il nome di Gene Amdahl: la velocità di un processo o di un sistema non la decide la parte che accelera, ma quella che resta lenta. E se accelera tutto, il collo di bottiglia insostituibile rimane l’uomo. Siamo insieme l’innesco di questa rivoluzione e il suo limite — e il limite, qui, non va invocato tramite forza di legge, ma semplicemente osservato quale l’esito naturale di un processo evolutivo di un sistema (ormai ibrido) che si autoregola.

Non credo che il mondo di domani sarà mai Matrix. Anche se forse vi si avvicinerà in qualche modo. Ma sospetto che il futuro segnerà, per contraccolpo, un ritorno all’uomo: al suo giudizio e alla compassione — alle sole cose che nessun sistema informatico saprà rendere a costo marginale zero, perché per l’uomo non hanno prezzo.

Chi ha il diritto di spegnere tutto, allora? Credo nessuno, collettivamente: è pressoché impossibile nel caso della IA. E la domanda giusta forse è un’altra: non chi avrà il diritto di frenare, ma chi, quando tutto intorno correrà a velocità inumana, saprà ancora fermarsi, svegliarsi, e chiedersi il senso più profondo di tutto questo.

Zeraati, la giustizia britannica e il nodo Teheran. L’ombra delle reti criminali al servizio dell’Iran

6 June 2026 at 11:35

La giustizia britannica ha messo un primo punto fermo sull’aggressione a Pouria Zeraati, giornalista di Iran International accoltellato nel marzo 2024 davanti alla sua abitazione a Wimbledon, nel sud-ovest di Londra. Due cittadini romeni, Nandito Badea, 21 anni, e George Stana, 25, sono stati riconosciuti colpevoli dalla giuria della Woolwich Crown Court per lesioni con l’intenzione di provocare gravi danni fisici.

Secondo la ricostruzione della Bbc, Zeraati stava raggiungendo la sua auto quando fu avvicinato dagli aggressori. Badea, secondo l’accusa, impugnò il coltello e colpì il giornalista alla gamba; Stana avrebbe invece guidato la Mazda usata per la fuga. Un terzo uomo, David Andrei, è indicato dagli investigatori come parte del gruppo e avrebbe trattenuto la vittima durante l’attacco, ma non era imputato nel processo britannico perché non estradato dalla Romania.

Zeraati, volto noto di Iran International, emittente in lingua persiana critica verso la Repubblica islamica, riportò tre ferite da coltello alla gamba e fu ricoverato in ospedale. L’inchiesta fu assegnata fin dall’inizio all’antiterrorismo britannico, anche per il profilo della vittima e per le minacce già rivolte negli anni al network. A Teheran, secondo quanto emerso nel procedimento e riportato dai media britannici, erano apparsi manifesti con il volto di Zeraati e la scritta “wanted: dead or alive”.

Per l’accusa, l’aggressione non sarebbe scaturita da un tentativo di rapina o dalla degenerazione di una lite privata, ma da un’operazione preparata con ricognizioni precedenti e ordinata da un terzo soggetto che agiva per conto dello Stato iraniano. Il dipartimento di antiterrorismo della polizia Uk ha parlato di un attacco “mirato e violento”, precisando che questa era la tesi sostenuta durante il processo. Ad oggi, il verdetto della giuria accerta la responsabilità penale dei due imputati per l’aggressione, ma non costituisce, da solo, una pronuncia formale sulla responsabilità dello Stato iraniano. Valutazione che invece potrà rientrare nella fase della sentenza, prevista per il 3 luglio all’Old Bailey.

La pista dei proxy è il fattore caratterizzante della vicenda. Gli investigatori britannici ritengono che Badea e Stana abbiano operato come esecutori reclutati per denaro. Schema che si sta ripetendo in diversi casi collegati a interferenze straniere: criminali comuni, intermediari e reti logistiche locali utilizzati per colpire oppositori, giornalisti o comunità considerate ostili da regimi stranieri.

A conferma della pista proxy, nel processo è anche emersa una possibile traccia finanziaria. Più di 80mila sterline sarebbero passate attraverso il conto Revolut della sorella di Stana, Florina, da una società londinese di costruzioni, Hemroc Ltd. Parte del denaro sarebbe poi stata trasferita su conti collegati ai due imputati e usata anche per coprire i voli tra Bucarest e Londra. Gli investigatori hanno collegato questi flussi a Edgar Hakkopian, cittadino britannico-iraniano, che non risulta attualmente incriminato.

Dopo l’attacco, i tre uomini lasciarono rapidamente il Regno Unito. Secondo le ricostruzioni della polizia, fuggirono prima dall’area di Wimbledon, poi raggiunsero Heathrow e partirono per Ginevra. Badea e Stana furono arrestati in Romania nel dicembre 2024 ed estradati nel Regno Unito. Iran International aveva già trasferito temporaneamente le proprie attività a Washington nel 2023 dopo un’escalation di minacce, prima di tornare a operare da una nuova sede londinese. Londra rimane oggi uno dei (non pochi) teatri nei quali è maggiormente osservabile la tendenza al ricorso da parte di attori statali ostili a reti criminali e intermediari per condurre intimidazioni, sorveglianza e violenze sul territorio britannico.

Da Garlasco a Netflix, come il true crime è diventato un’industria. I dati di Giordano

6 June 2026 at 10:52

È da diversi anni che l’interesse digitale per il true crime ha frantumato la nicchia nella quale per molto tempo è stato relegato – in parte, anche volontariamente per non pagare pegno a quel pregiudizio moralizzante, oggi molto meno diffuso di una volta, che censurava ogni forma di monetizzazione e di spettacolarizzazione della tragedia umana – diventando così molto più di una tendenza passeggera, di una curiosità episodica. Il true crime, in particolare quello italiano, è in una fase di definitiva maturazione, parliamo di un genere che si è strutturato come un vero e proprio mercato. Del resto, se così non fosse non si spiegherebbero neanche l’attenzione crescente da parte dei talk televisivi, alcuni dei quali devono la loro programmazione e fortuna proprio alla notiziabilità del tema, o quella che ha spinto diverse media company a investire nella produzione e distribuzione sulle principali piattaforme di streaming, ma non solo, di mini-serie dedicate ai delitti e ai misteri che hanno catalizzato per intere settimane e mesi ogni secondo della nostra attenzione.

Su Netflix è ancora possibile on demand seguire la docu-serie Vatican girl, che ricostruisce per filo e per segno e in modo avvincente la vicenda di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma nel 1983. Mentre, qualche anno fa, era il 2023, Sky crime ha raccontato la storia dell’omicidio di Meredith Kercher, la giovanissima studentessa inglese trovata morta nella sua casa di Perugia, dove studiava all’Università per stranieri, la mattina del primo novembre 2007 e il travagliato percorso processuale che portò prima alla condanna e poi all’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Poi non sono mancate le serie sugli omicidi di Sarah Scazzi, di Elisa Claps e Yara Gambirasio, ma ciò che ha contribuito a sdoganare definitivamente il genere e trasformarlo in un prodotto commerciale è stato il lavoro di alcuni podcaster e youtuber. In particolare, tra i primi ci sono Pablo Trincia e Alessia Rafanelli che hanno realizzato Veleno, podcast che ha raggiunto un’audience straordinaria, nel quale i due ricostruivano una vicenda che non tutti ricordavano, quella dei cosiddetti diavoli della bassa modenese.

Mentre, passando a YouTube, a dare il là al successo del genere ci hanno pensato Luca Zanella con il suo canale DarkSide, che conta oggi 123 mila iscritti, Francesca Bugamelli, in arte Bugalalla, nota per il suo canale YouTube Bugalalla crime, che ha una fanbase di 307 mila iscritti. Entrambi hanno pubblicato decine di video sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nell’agosto del 2007, in particolare dall’anno scorso con la riapertura delle indagini della Procura di Pavia a carico di Andrea Sempio. Entrambi, nei video che hanno incassato migliaia di visualizzazioni, hanno diffuso gli atti processuali, a volte anche inediti, stralci di intercettazioni e persino presunte registrazioni audio che hanno riacceso il dibattito su uno dei misteri italiani più discussi. YouTuber e podcaster che grazie alla vicenda Garlasco hanno aumentato notevolmente i loro fandom social, sono diventati delle celebrity e grazie a questa popolarità hanno pubblicato libri e vengono invitati nei salotti televisivi o partecipano a convegni e rassegne varie.

Sempre su YouTube, per restare sull’omicidio Poggi è nato, sempre l’anno scorso quando la curiosità e l’interesse degli utenti si è improvvisamente riacceso, un profilo che conta già 18 mila iscritti e che si chiama Garlasco channel, dove è possibile trovare analisi dettagliate, ricostruzioni, interviste, e approfondimenti per comprendere ogni sfumatura di questa vicenda che ha segnato la storia della giustizia italiana. In questi ultimi 14 mesi, cioè da quando a marzo del 2025 il procuratore capo della Repubblica di Pavia, Fabio Napoleone, ha deciso di indagare nuovamente sull’omicidio per il quale è stato condannato a 16 anni di reclusione l’ex fidanzato Alberto Stasi, il termine Garlasco, toponimo della cittadina pavese in questi anni è diventato suo malgrado anche l’etichetta mediatica che sintetizza tutto ciò che riguarda la vicenda, è stata utilizzato in Rete da oltre 29 mila autori unici con un milione e mezzo di menzioni. Ma, qui il dato diventa ancora più straordinario e ci aiuta a comprendere l’esplosione di questo genere, le menzioni su Garlasco hanno generato un volume totale di 26,7 milioni di interazioni. Numeri di per sé già notevoli, ma che crescono ancora di più se alla prima keyword – la parola-chiave del monitoraggio di listening – aggiungiamo un secondo termine di ascolto del parlato digitale, questa volta però nominativo. Infatti aggiungendo il nome Andrea Sempio nell’ultimo mese, da quando si è avuta la conferma di un suo coinvolgimento nell’indagine, le interazioni totali sono arrivate a ben 31 milioni. C’è da scommettere che cresceranno ancor di più con i possibili sviluppi investigativi.

A conti fatti, il driver Garlasco ha avuto questa audience digitale dirompente non tanto perché metteva in discussione una verità processuale acquisita che ha portato, dopo due assoluzioni, alla condanna di Stasi, ma perché la riapertura dell’azione investigativa si è innestata in una bolla già matura, in una community uscita dall’auto-isolamento e che da anni produce contenuti che hanno incassato attenzione e milioni di visualizzazioni e interazioni.

Formiche 225

Troppa o troppo poca? La situazione dell’acqua in Italia

6 June 2026 at 10:42

“La temperatura media atmosferica del Paese registrata negli ultimi 50 anni è aumentata di 2°C e questo comporta un impatto diretto sul ciclo dell’acqua: più la temperatura cresce, più aumenta l’evaporazione e con essa il rischio di siccità; ma allo stesso tempo, più la temperatura aumenta e maggiore è l’umidità che si immagazzina nell’atmosfera e che può dare vita a precipitazioni particolarmente intense. Si viene così a creare un apparente paradosso in cui di acqua o ce n’è troppa, come nei casi di bombe d’acqua e alluvioni, o troppo poca, come le siccità nei mesi estivi”. Crisi climatica e crisi dell’acqua sono oggi due facce della stessa medaglia.

A dirlo è il rapporto “Troppa o poca acqua. L’acqua in Italia in un clima che cambia”, realizzato da Italy for Climate, il centro studi su clima ed energia della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, e presentato a Venezia in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, dove vengono analizzati i nessi tra la crisi climatica e la risorsa idrica, evidenziando come l’acqua sia uno degli elementi più esposti agli effetti del cambiamento climatico.

Gli impatti dell’aumento della temperatura determinano eventi meteo estremi sempre più frequenti e più intensi, con ripercussioni anche sulle risorse idriche. Secondo l’ultimo rapporto Ipcc, l’Intergovernmental Panel of Climate Change delle Nazioni Unite, “il cambiamento climatico ha ridotto la sicurezza alimentare e ha impattato sulla sicurezza idrica, a causa del cambiamento nel pattern di precipitazioni, nella riduzione e perdita di elementi criosferici, nell’intensità e nella maggiore frequenza degli eventi climatici estremi”.

Il riscaldamento globale non impatta allo stesso modo sulle varie regioni del mondo. L’area del bacino del Mediterraneo è un hotspot climatico e in Italia l’aumento delle temperature sta avvenendo più velocemente rispetto alla media del pianeta. La conseguenza è un’Italia divisa in due, con un Nord colpito da precipitazioni sempre più intense e dannose, mentre il Sud e le Isole sono sempre più esposti a rischio siccità. Nel 2025 sul territorio italiano sono caduti una media di 962 mm di pioggia, ma le variazioni regionali sono rilevanti: a fronte degli oltre 1.800 mm di precipitazioni in Friuli Venezia Giulia non si raggiungono i 700 mm in Puglia, Sardegna e Sicilia.

“La crisi climatica in corso genera rilevanti pericoli sia di siccità che di inondazioni – ha spiegato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – Per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità verso questi pericoli serve, da una parte, un cambio di modello nella gestione della risorsa idrica, passando dall’uso lineare dell’acqua a uno circolare, puntando al risparmio idrico, al rinnovo delle reti per porre fine alle dispersioni, alla raccolta e al riuso delle acque piovane. Dall’altra, servono misure strutturali: fermare la cementificazione del territorio, aumentare le aree di espansione e ripristino delle fasce fluviali, di accumulo delle piogge nelle aree urbane”.

In Italia sono quasi 3 milioni le famiglie che vivono in zone a rischio alluvioni e con loro 1 milione e mezzo di edifici, 643 mila aziende e 34 mila beni culturali. Un rischio che non dipende solo dal clima ma anche dalla cementificazione del territorio: nel 2024 sono stati cementificati quasi 8 mila ettari di suolo. Negli ultimi anni sono aumentati gli eventi estremi: nel 2025 sono state censite 1.670 grandinate e piogge intense, contro 660 nel 2019. Nelle sole regioni del Nord Italia (Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia , Emilia-Romagna) si sono concentrate il 60% di tutte le piogge intense e grandinate. Tra il 1980 e il 2024 i danni per eventi climatici estremi sono costati al nostro Paese 145 miliardi di euro e causato quasi 57 mila vittime.

Le precipitazioni sempre più intense non rappresentano una minaccia solo a causa delle alluvioni. Hanno un impatto diretto anche sullo “stato dei suoli agricoli e sulla loro capacità di sostenere la produzione alimentare”. L’erosione del suolo, infatti, è una delle forme più diffuse di degrado del suolo in Europa. “In Italia il 24% dei suoli agricoli e seminaturali è esposto a gravi fenomeni di erosione idrica, il dato più alto dei Paesi europei, la cui media si ferma al 5%”.

Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia europea dell’Ambiente, l’Italia, con i suoi 135 miliardi di metri cubi di acqua disponibile, si colloca al quarto posto in Europa dopo Francia (206 miliardi), Svezia (184) e Germania (173). Secondo ISPRA stiamo assistendo, nel nostro Paese, a una progressiva disponibilità media annua di acqua. Questo trend sarebbe destinato a consolidarsi e anche a peggiorare a causa del cambiamento climatico. Se non riusciamo a invertire la rotta sulle politiche di decarbonizzazione, “in uno scenario di aumento delle temperature di *3 o 4°C, a fine secolo potremmo avere un ulteriore 40% in meno di acqua disponibile”.

E comunque, l’Italia è un Paese a stress idrico, la disponibilità d’acqua è calata del 20% negli ultimi cento anni. Ciò nonostante, preleviamo il 27% dell’acqua complessivamente disponibile sul territorio. Con questo indice di sfruttamento, il nostro è uno dei quattro Paesi europei, insieme a Malta, Cipro e Spagna, guarda caso tutti ricadenti nel bacino del Mediterraneo. Il 2022, per l’Italia, è stato l’anno con la minore disponibilità idrica, con meno della metà dell’acqua rispetto alla media dell’ultimo trentennio. Uno studio sull’impatto del riscaldamento globale sulla disponibilità di acqua riguarda anche le precipitazioni nevose che si sono dimezzate dagli anni ’50 ad oggi e i ghiacciai che si sono ridotti del 30%.

Anche se la disponibilità di acqua diminuisce, l’Italia si conferma il Paese europeo con il record di prelievi: circa 36 miliardi di metri cubi nel 2023, più della Spagna (33 miliardi), della Francia (26) e Germania (24).

I motivi? Innanzitutto la necessità di irrigare i campi agricoli, con 17 miliardi di m3 prelevati nel 2023. Dopo l’agricoltura seguono quelli per uso civile: 8 miliardi nel 2023, record assoluto in Europa. Su questi prelievi pesano non poco le perdite: il 42% dell’acqua che preleviamo si perde durante il trasporto nelle reti di distribuzione, e la situazione è in continuo peggioramento. Poi ci sono i prelievi del settore industriale, stimati, sempre nel 2023, in 6, 6 miliardi di m3. Dove il nostro Paese fa un po’ meglio è nella generazione elettrica, dove, con 4 miliardi di metri cubi, siamo al sesto posto in una classifica che vede la Francia primatista assoluta con 16 miliardi.

“Una gestione integrata e sostenibile della risorsa idrica, si legge nell’ultimo rapporto Ispra sullo stato delle acque in Italia, deve basarsi su adeguati strumenti conoscitivi e di analisi dello stato dei corpi idrici, delle pressioni a cui sono soggetti e di valutazione dell’efficacia delle misure volte al miglioramento dello stato e alla mitigazione degli impatti. In un contesto climatico e di sviluppo economico e sociale in rapida evoluzione, la gestione integrata e sostenibile dell’acqua si configura non soltanto come una priorità ambientale, ma come una scelta strategica per il futuro del Paese”.

Starmer accelera sulla difesa britannica davanti alla minaccia russa

6 June 2026 at 10:23

Keir Starmer ha annunciato che la nuova pubblicazione del Defence Investment Plan britannico precederà il vertice Nato del 7 luglio. Lo ha fatto durante una visita a Stark, azienda di tecnologie per la difesa a Swindon, legando il dossier della produzione industriale e militare a quello della nuova postura di sicurezza del Regno Unito.

Il motivo, nelle parole del primo ministro, è la convergenza tra minaccia, capacità militari e base industriale. Secondo quanto riportato dal Guardian, Starmer ha richiamato la valutazione dell’intelligence del Regno Unito e di altri Paesi Nato secondo cui la Russia potrebbe essere in grado di attaccare l’Alleanza “già nel 2030”. Da qui, ha spiegato, l’urgenza di associare l’aumento della spesa per la difesa a programmi concreti, tecnologie disponibili e produzione nazionale.

Il Defence Investment Plan dovrà tradurre in scelte finanziate la Strategic Defence Review pubblicata nel 2025, che aveva già fissato l’obiettivo di spostare la difesa britannica verso una maggiore prontezza operativa, una postura “Nato first” e un uso più esteso di droni, intelligenza artificiale, sistemi autonomi e capacità digitali. Il piano di investimento era atteso inizialmente lo scorso autunno, ma è stato rinviato più volte e ora sembra iniziare a muoversi su due piani. Il primo è militare: Londra vuole aumentare la spesa per la difesa, dopo aver indicato l’obiettivo del 2,6% del Pil e l’ambizione di arrivare al 3% nella prossima legislatura, compatibilmente con le condizioni economiche e fiscali. Il secondo è industriale: il premier ha insistito sul fatto che l’investimento non dovrà produrre soltanto capacità operative, ma anche occupazione qualificata e ben retribuita nel Regno Unito. In soluzione di continuità con l’idea, già contenuta nella Strategic Defence Review, di trasformare la difesa in un motore di crescita, oltre che in uno strumento di deterrenza.

Le dichiarazioni del premier durante la visita a Stark richiedono poi ulteriori spunti di riflessione. L’azienda opera nel settore delle tecnologie per la difesa, più precisamente (anche) nella produzione di droni, ambito che l’Europa e la Nato, governo britannico compreso, considerano sempre più rilevante, in particolar modo alla luce delle lezioni emerse dalla guerra in Ucraina. Il conflitto ha infatti dimostrato quanto velocemente evolvano le esigenze militari e quanto sia decisiva la capacità di sviluppare, produrre e schierare in tempi rapidi sistemi efficaci, flessibili e sostenibili nei costi. Fattori che sottolineano quanto il futuro piano di investimenti dovrà tradurre gli indirizzi generali della revisione in scelte concrete, indicando risorse, programmi e capacità operative da finanziare e sviluppare nel prossimo decennio.

Il governo laburista dovrà ora conciliare le richieste degli alleati, la crescente percezione della minaccia russa, le esigenze delle Forze armate e i limiti imposti dai conti pubblici. Il tutto in vista del vertice Nato di luglio, vero e proprio spartiacque per l’intera componente europea dell’Alleanza, chiamata a dimostrare di poter assumere una quota maggiore delle responsabilità legate alla propria sicurezza. È su questa urgenza che si fonda il messaggio di Starmer, che descrive la Russia come il principale riferimento strategico rispetto al quale valutare la capacità di deterrenza dell’Occidente.

Cina o Stati Uniti? Vi spiego il valore geopolitico delle elezioni peruviane. L’analisi di Roy (Cfr)

6 June 2026 at 09:21

Dopo un primo turno di votazioni segnato da errori logistici e accuse di brogli, i peruviani tornano alle urne il 7 giugno per eleggere il nono presidente del Paese negli ultimi dieci anni. Il ballottaggio vede contrapposti il progressista Roberto Sánchez, considerato ampiamente anti-establishment, e la conservatrice Keiko Fujimori, con implicazioni che vanno ben oltre i confini del Perù. I due candidati divergono profondamente nelle loro posizioni politiche.

Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario Alberto Fujimori, è un’ex deputata e leader del partito di destra Fuerza popular. La sua campagna politica è fortemente incentrata sul ripristino dell’ordine pubblico, sulla lotta alla criminalità – una delle principali preoccupazioni dei peruviani a causa del recente aumento della criminalità organizzata – sull’espulsione dei migranti irregolari e sulla promozione di politiche pro-mercato, anche attraverso maggiori investimenti stranieri. Al contrario, Sánchez è un attuale deputato candidato per il partito progressista Juntos por el Perú. Ex ministro del Commercio estero e del Turismo sotto la presidenza di Pedro Castillo, Sánchez trae gran parte del suo sostegno dal “Perù profondo”: comunità rurali, indigene e della classe lavoratrice. Propone di legalizzare l’attività mineraria informale, ampliare il controllo statale sulle risorse naturali del Paese e, soprattutto, promuovere modifiche costituzionali per creare uno Stato plurinazionale che rafforzi le popolazioni storicamente emarginate del Perù. Ma la vera questione che incombe sulle elezioni peruviane non riguarda semplicemente chi governerà Lima e in che modo, bensì se il risultato contribuirà all’orientamento sempre più conservatore della politica latino-americana.

Negli ultimi anni la regione ha assistito in gran parte a un’inversione della cosiddetta “marea rosa” dei primi anni Duemila, caratterizzata da una serie di vittorie elettorali della sinistra. Questo spostamento conservatore è alimentato dal diffuso malcontento pubblico per l’aumento della criminalità, dell’inflazione, della stagnazione economica e della corruzione sistemica, tutti problemi che i governi di sinistra avevano promesso di risolvere. Se Sánchez dovesse vincere, il Perù si unirebbe al blocco di governi progressisti della regione che comprende Brasile, Colombia e Messico, tutti sottoposti a diversi livelli di pressione economica e politica da parte dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti. Una vittoria di Fujimori, invece, collocherebbe il Perù nel rinnovato campo conservatore della regione. Con altre importanti elezioni presidenziali ancora in programma in Colombia (dopo le elezioni del 31 maggio e il ballottaggio del 21 giugno) e in Brasile (4 ottobre), il risultato in Perù potrebbe approfondire oppure interrompere la divisione ideologica che sta ridefinendo la politica regionale.

Le elezioni di febbraio in Costa Rica hanno già visto la vittoria della populista conservatrice Laura Fernández. Le elezioni peruviane hanno anche implicazioni geopolitiche più ampie. Negli ultimi due decenni la Cina ha ampliato drasticamente la propria presenza in America Latina, passando da attore economico marginale a importante partner commerciale e investitore. In Perù, la costruzione cinese del porto di Chancay, un mega-porto in acque profonde da 3,5 miliardi di dollari progettato per collegare Asia e Sud America, rappresenta un esempio della portata di questo coinvolgimento. Mentre Sánchez sostiene un rafforzamento dei rapporti con la Cina, Fujimori ha apertamente allineato la propria piattaforma agli Stati Uniti. Il risultato delle elezioni potrebbe quindi determinare un Perù che mantiene forti legami con la Cina oppure uno che cerca un allineamento più stretto con Washington. Il Perù è inoltre uno dei maggiori produttori mondiali di rame – responsabile di circa il 12% della produzione globale nel 2025 – oltre che di altri minerali strategici come argento e zinco, sempre più centrali nelle strategie industriali ed economiche di Stati Uniti e Cina. Il possesso di queste risorse conferisce al Perù un peso geopolitico in un mondo affamato dei materiali necessari alla transizione energetica verde e alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Un’amministrazione Sánchez, con il suo piano di riforma del settore minerario e di espansione del controllo statale sulle risorse naturali, potrebbe scoraggiare gli investimenti stranieri necessari ad aumentare la produzione. Al contrario, un governo guidato da Fujimori probabilmente accoglierebbe con favore la possibilità di rafforzare i legami economici e di sicurezza con gli Stati Uniti, impegnati a costruire catene di approvvigionamento andine per i minerali strategici così da ridurre la dipendenza dalla Cina. Infine, il Perù è una delle principali destinazioni per migranti e rifugiati nell’emisfero occidentale: a febbraio ospitava oltre 1,6 milioni di venezuelani. Fujimori, tuttavia, ha promesso di reprimere l’immigrazione irregolare, puntando a utilizzare le forze armate per riaffermare il controllo alle frontiere. Questo approccio securitario riecheggerebbe quello adottato da altri Paesi guidati da governi conservatori, tra cui Argentina e Cile, ma rischierebbe di mettere sotto pressione le relazioni bilaterali con gli Stati vicini – in particolare la Colombia, che sostiene un approccio più aperto e basato sui diritti e condivide il peso dello sfollamento venezuelano. In definitiva, qualunque candidato ottenga più voti a giugno erediterà un Perù politicamente e socialmente diviso. Ma, soprattutto, contribuirà all’evoluzione delle dinamiche politiche regionali: una presidenza Fujimori probabilmente accelererebbe la svolta a destra già in corso, mentre una vittoria di Sánchez potrebbe interromperla. In ogni caso, la direzione ideologica del futuro del Perù avrà ripercussioni a Bogotá, Brasília, Washington e oltre.

Formiche 225

Trump porta l’AI nel cuore della sicurezza nazionale americana

6 June 2026 at 08:56

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato il National Security Presidential Memorandum 11, una direttiva che definisce le priorità per l’adozione dell’intelligenza artificiale nel sistema della sicurezza nazionale americana. Il provvedimento arriva mentre a Washington aumenta la consapevolezza sull’importanza dell’AI come componente nevralgica della competizione strategica globale, risorsa destinata a influenzare capacità militari, intelligence e processi decisionali.

Il memorandum affronta una questione che accompagna da anni il dibattito tecnologico americano: la distanza tra la velocità dell’innovazione commerciale e i tempi dell’apparato federale. Le aziende che sviluppano i modelli più avanzati operano con cicli di aggiornamento rapidi; le strutture governative seguono procedure molto più lente. In un mondo in cui Anthropic dichiara che la rapidità dell’innovazione dei suoi modelli è ormai dettata da un ritmo di auto-innovazione imposto dai modelli stessi, la direttiva nasce per ridurre questo divario e favorire un accesso più rapido alle tecnologie considerate rilevanti per la sicurezza nazionale.

L’amministrazione Trump presenta la misura come uno strumento per accelerare l’adozione dell’AI senza rinunciare a requisiti di affidabilità, sicurezza e responsabilità. Nelle dichiarazioni diffuse dalla Casa Bianca, l’obiettivo è mettere a disposizione delle forze armate e delle agenzie federali i sistemi più avanzati, garantendo che il loro impiego avvenga secondo procedure definite e sotto supervisione adeguata. Qualcosa che Washington sta iniziando a gestire anche tramite altri provvedimenti legislativi.

Tra i passaggi più significativi c’è la scelta di promuovere l’utilizzo di soluzioni provenienti da più fornitori. Michael Kratsios, direttore del White House Office of Science and Technology Policy, ha spiegato che il memorandum accelera l’adozione di sistemi sviluppati da diversi vendor per evitare punti di vulnerabilità derivanti dalla dipendenza da una singola piattaforma.

La formulazione riflette una preoccupazione crescente a Washington: l’ecosistema dell’intelligenza artificiale è dominato da un numero limitato di aziende che controllano modelli, infrastrutture di calcolo e servizi essenziali. Per il governo americano, affidare funzioni critiche a un unico soggetto privato rappresenta un rischio operativo. La diversificazione delle soluzioni disponibili viene trattata come una misura di resilienza.

Lo stesso ragionamento emerge nella disposizione che impedisce la disattivazione o il degrado di sistemi AI impiegati dai warfighters americani senza preventiva autorizzazione. È una clausola che richiama il tema del controllo operativo. Con l’aumento dell’integrazione tra tecnologie commerciali e apparato militare, cresce anche la necessità di chiarire chi abbia l’autorità finale su capacità considerate essenziali per la difesa.

Il punto riguarda la continuità delle operazioni e il rapporto tra Stato e fornitori privati. Se l’Intelligenza artificiale diventa parte integrante delle funzioni di sicurezza nazionale, Washington vuole assicurarsi che decisioni esterne alla catena di comando non possano comprometterne l’utilizzo in momenti critici. Ci sono stati già precedenti dopo le operazioni sull’Iran, d’altronde.

Un altro capitolo rilevante è dedicato i sistemi d’arma autonomi. Kratsios ha indicato che la direttiva aggiorna le linee guida del Dipartimento della Guerra sull’autonomia per adeguarle all’evoluzione delle tecnologie di frontiera. Il riferimento segnala la volontà di rivedere criteri e procedure sviluppati in una fase precedente, quando le capacità offerte dall’intelligenza artificiale generativa e dai modelli più avanzati erano ancora lontane dagli standard attuali.

L’aggiornamento suggerisce che l’amministrazione considera l’AI destinata a incidere sempre di più sulle capacità operative delle forze armate. La discussione coinvolge tecnologie che possono influenzare pianificazione, sorveglianza, identificazione di obiettivi e processi decisionali in ambito militare.

La direttiva interviene anche sulle infrastrutture necessarie a sostenere questa trasformazione. Il memorandum punta a facilitare l’accesso a capacità di calcolo sicure, rafforzare gli ambienti di test e valutazione e creare meccanismi che consentano una collaborazione più stretta tra governo e settore privato. L’obiettivo è costruire un percorso che permetta alle innovazioni sviluppate all’esterno dell’amministrazione di essere integrate più rapidamente nelle strutture federali.

Nel linguaggio utilizzato dalla Casa Bianca emerge una lettura apertamente competitiva del tema. L’intelligenza artificiale viene presentata come una tecnologia strategica sulla quale gli Stati Uniti devono mantenere una posizione di vantaggio. Kratsios ha parlato di “AI dominance”, una formula che collega direttamente la leadership tecnologica alla capacità americana di difendere i propri interessi e sostenere la propria superiorità militare.

Sullo sfondo c’è una competizione che va oltre la tecnologia. Nelle recenti esercitazioni Steppe Partner 2026, la Cina ha mostrato una crescente integrazione tra soldati, sistemi autonomi, droni e strutture di comando assistite dall’intelligenza artificiale, una visione che Pechino definisce “intelligentised warfare”. Il punto, da entrambe le parti del Pacifico, non è il singolo robot o il singolo modello. La posta in gioco è la capacità di collegare sensori, software, piattaforme autonome e processi decisionali in un’unica architettura operativa. Letto in questa chiave, il memorandum firmato da Trump appare anche come una risposta alla corsa in atto per incorporare l’AI nella catena di comando militare prima che diventi un vantaggio strutturale per i rivali degli Stati Uniti.

La sfida che emerge dal documento è assorbire l’innovazione prodotta dal settore privato senza perdere controllo, affidabilità e autonomia decisionale. Per Washington, il vantaggio nell’intelligenza artificiale dipenderà sempre meno dalla disponibilità dei modelli e sempre più dalla capacità delle istituzioni di integrarli in modo stabile nelle proprie strutture operative. La competizione che si sta delineando non riguarda soltanto lo sviluppo della tecnologia: tocca piuttosto il cuore della capacità degli Stati di trasformarla in potenza organizzata, sostenibile e utilizzabile su scala nazionale.

Autoinnovazione e potere, perché la velocità dell’AI cambia la geopolitica globale

6 June 2026 at 08:46

Per anni la competizione sull’Intelligenza artificiale è stata descritta come una corsa a costruire modelli sempre più potenti. Oggi sta emergendo una dinamica diversa. La sfida non riguarda soltanto le capacità raggiunte da un sistema, ma la rapidità con cui è possibile sviluppare il successivo.

È il messaggio che emerge dal nuovo documento pubblicato da Anthropic. L’azienda afferma che Claude contribuisce ormai alla maggioranza del codice integrato nei propri sistemi e che gli strumenti di AI stanno aumentando in modo significativo la produttività della ricerca e dell’ingegneria. La prospettiva dell’auto-miglioramento ricorsivo resta teorica e piena di incognite. Più concreto è ciò che sta accadendo oggi: l’Intelligenza artificiale viene utilizzata sempre più spesso per accelerare il lavoro necessario a costruire altra Intelligenza artificiale.

La differenza può sembrare tecnica. In realtà tocca uno dei nodi principali della competizione tecnologica contemporanea.

Finora il vantaggio dei grandi laboratori dipendeva dall’accesso a capitale, talenti, dati e capacità computazionale. Se i modelli iniziano a ridurre il tempo necessario per scrivere codice, testare soluzioni, individuare errori o supportare la ricerca, entra in gioco una nuova forma di vantaggio competitivo: la velocità del ciclo di innovazione.

In uno scenario simile, il valore di un modello non si misura soltanto in ciò che è in grado di fare oggi, ma nella sua capacità di contribuire alla realizzazione della generazione successiva. Anche miglioramenti limitati possono produrre effetti cumulativi. Un laboratorio che sviluppa più rapidamente nuove capacità potrebbe accrescere il proprio vantaggio con una velocità difficilmente replicabile da chi resta indietro.

La questione non riguarda soltanto le aziende. Coinvolge anche le istituzioni chiamate a governare questa trasformazione.

Negli ultimi anni il dibattito sulla regolazione dell’Intelligenza artificiale si è concentrato prevalentemente sulle capacità dei modelli. Quali rischi presentano? Quali limiti imporre? Quali obblighi di trasparenza richiedere? Il documento di Anthropic suggerisce una domanda ulteriore: cosa accade quando la velocità dell’evoluzione tecnologica cresce più rapidamente della capacità delle istituzioni di monitorarla?

La politica opera attraverso procedure che richiedono tempo. Le agenzie regolatorie, i parlamenti e le organizzazioni internazionali ragionano in termini di mesi o anni. I laboratori di frontiera descrivono invece cicli di sviluppo che si misurano sempre più spesso in settimane. Il problema non è soltanto governare sistemi più potenti. È governare sistemi che potrebbero cambiare molto rapidamente.

Questo elemento conferisce alla discussione una dimensione geopolitica sempre più evidente.

L’Intelligenza artificiale è ormai al centro della competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Se la capacità di innovare diventa il principale moltiplicatore di vantaggio, allora assumono un peso ancora maggiore tutte le infrastrutture che rendono possibile quell’innovazione. Semiconduttori avanzati, capacità energetica, data center, reti di ricerca e capitale umano qualificato diventano asset strategici in misura crescente.

La corsa all’AI viene spesso raccontata come una gara per costruire il modello migliore. Potrebbe essere più corretto interpretarla come una competizione per costruire l’ecosistema capace di migliorare più rapidamente. In questo quadro, il controllo delle infrastrutture conta quanto il controllo degli algoritmi.

Per questo il documento di Anthropic merita attenzione anche al di là delle previsioni sull’auto-miglioramento ricorsivo. Il punto più rilevante non è stabilire se le macchine siano vicine a progettare autonomamente versioni superiori di sé stesse. Il punto è che i principali laboratori stanno già sperimentando forme di sviluppo nelle quali l’Intelligenza artificiale contribuisce direttamente al processo di innovazione.

Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la velocità potrebbe diventare la risorsa più preziosa della nuova economia dell’Intelligenza artificiale. E, come spesso accade con le tecnologie strategiche, la distribuzione della velocità finirebbe per incidere anche sulla distribuzione del potere.

Roma punta su Washington per ridisegnare la sicurezza europea

6 June 2026 at 08:25

Guido Crosetto si prepara a volare a Washington per incontrare il segretario alla Guerra americano, Pete Hegseth, in un momento in cui il dibattito sulla sicurezza europea è tornato al centro delle relazioni transatlantiche, anticipando in forma bilaterale parte dei contenuti che potrebbero caratterizzare il tavolo del confronto al Nato Summit di Ankara in luglio. L’appuntamento di Crosetto è fissato per il 15 giugno, e arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni con cui il ministro della Difesa ha proposto la costruzione di una nuova rete di sicurezza europea, più ampia dell’Unione europea e capace di includere partner come Regno Unito, Norvegia, Turchia e Ucraina.

Le due iniziative si collocano sullo stesso terreno politico: il tentativo di definire quale debba essere il ruolo dell’Europa in una fase in cui gli Stati Uniti chiedono agli alleati di assumere maggiori responsabilità per la propria difesa. Nell’intervista, che anticipa la missione, sul New York Times, Crosetto descrive la sua proposta come una risposta ai cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel quadro strategico europeo. La guerra in Ucraina, l’evoluzione delle minacce alla sicurezza e la crescente pressione americana sugli alleati europei hanno alimentato una riflessione sul modo in cui il continente organizza la propria difesa.

Il ministro sostiene che una politica di sicurezza credibile non possa essere limitata ai soli membri dell’Unione europea. Da qui l’idea di una struttura capace di coinvolgere Paesi che condividono interessi e responsabilità nella sicurezza del continente pur rimanendo al di fuori delle istituzioni comunitarie.

La proposta assume particolare rilievo perché arriva mentre in diverse capitali europee si discute del rapporto tra il rafforzamento della difesa continentale e il futuro della Nato. Nelle parole di Crosetto, tuttavia, il tema non viene posto in termini di alternativa.

Il ministro respinge esplicitamente l’idea che il progetto possa sostituire l’Alleanza atlantica. Al contrario, sostiene che l’obiettivo sia quello di rafforzare il pilastro europeo della sicurezza occidentale. La distinzione è significativa perché intercetta uno dei principali interrogativi emersi dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca: come aumentare le capacità europee senza indebolire il legame transatlantico.

La visita a Washington offre un banco di prova concreto di questo approccio. Sul tavolo dei colloqui con Hegseth ci saranno la spesa militare, il ruolo delle basi americane presenti in Italia, il futuro della Nato e alcune delle principali crisi regionali – il blocco di Hormuz in primis, perché la guerra americana contro l’Iran, scaricata nel chokepoint del Golfo, ha prodotto enormi complessità nel mercato energetico. Sono tutti temi che riflettono le priorità dell’amministrazione americana, ma che coincidono anche con il dibattito in corso tra gli alleati europei.

Il confronto si sviluppa però su un terreno articolato, dove la cooperazione strategica si incastra con i rispetti interessi nazionali. L’amministrazione americana continua a chiedere agli alleati europei un maggiore impegno finanziario nel settore della difesa e il tema sarà inevitabilmente presente nei colloqui di Washington. Il segretario di Stato, Marco Rubio, lo scorso mese in Italia e successivamente al vertice Nato, era stato molto chiaro nel ribadire la necessità che l’Europa aumenti le risorse dedicate alla difesa

Nelle ultime settimane il dibattito si è concentrato anche sul programma europeo Safe (Security Action for Europe), lo strumento con cui l’Unione europea intende sostenere gli investimenti nel settore della difesa attraverso prestiti comuni, e sulle modalità con cui il governo italiano punta a reperire nuove risorse per la spesa militare – anche pensando a capitoli di spesa complessi, come per esempio quello energetico. Parallelamente, Roma guarda con attenzione al dibattito in corso negli Stati Uniti sulla presenza militare americana nel continente e punta a preservare il ruolo delle basi presenti sul territorio italiano.

Il dossier marca una fase di ridefinizione delle responsabilità all’interno dell’alleanza, nella quale europei e americani stanno cercando un nuovo equilibrio tra contributi, capacità e presenza militare. L’incontro Crosetto-Hegseth diventa un utile introduzione per quello che sarà il tema dei temi nel summit Nato di luglio, dove sarà il presidente Trump a chiedere agli alleati un balzo nell’assunzione di responsabilità e un amento della condivisione degli impegni. E spetterà agli alleati l’onore di trovare una quadra tra queste dinamiche irreversibili del pensiero strategico statunitense e le necessità interne, tra gestione delle spese, mantenimento del rapporto col corpo elettorale, protezione dell’interesse nazionale.

Il Pd non ha perso la sua identità, ma non può fare a meno dei riformisti. Parla Sensi

6 June 2026 at 08:05

L’addio di Pina Picierno al Partito democratico non è stato un fulmine a ciel sereno. Le tensioni che attraversano il principale partito d’opposizione covavano da tempo, alimentate da una discussione sempre più serrata sull’identità del Pd, sul ruolo dell’area riformista e sul rapporto con il Movimento 5 Stelle. Le dimissioni della vicepresidente del Parlamento europeo hanno però avuto l’effetto di accelerare un dibattito che già agitava il Nazareno e che oggi si allarga ai confini dell’intero campo progressista. In questo quadro, Formiche.net ha raccolto le riflessioni di Filippo Sensi, deputato democratico, voce dell’area riformista del partito.

Come ha vissuto la decisione di Pina Picierno di lasciare il Partito democratico?

Con grande amarezza e dispiacere. L’abbandono di Pina non è un fulmine a ciel sereno, ma questo non rende meno dolorosa la sua scelta. Parliamo di una combattente straordinaria, di una figura autorevole a livello europeo e di una democratica vera. Proprio per questo la sua uscita pesa molto.

Picierno sostiene che il Pd abbia smesso di essere un partito per riformisti e che abbia subito una sorta di mutazione genetica. Condivide questa lettura?

No. Non condivido l’analisi che l’ha portata a lasciare il partito. Il Pd resta un partito riformista. Certo, non stiamo vivendo una stagione particolarmente favorevole ai riformisti, ma questo non significa che il partito abbia smarrito la propria natura. Credo che il Pd sia ancora il luogo migliore in cui condurre una battaglia riformista.

Quindi c’è ancora spazio per i riformisti all’interno del Pd?

Assolutamente sì. Non penso affatto che il riformismo sia destinato a un ruolo testimoniale. Nei partiti esistono stagioni diverse, è sempre stato così. Gli spazi bisogna conquistarli, ma ci sono. Io mi sento profondamente figlio di un partito in cui convivono sensibilità differenti e considero questa pluralità una ricchezza, non un problema.

C’è chi teme che il Pd possa essere attratto da una cultura politica più radicale e identitaria.

Chi coltiva questa tentazione sbaglia. Il Pd non nasce per essere l’attualizzazione di un immaginario comunismo. La sua ragione sociale è un’altra. È un partito riformista, plurale, nel quale convivono culture differenti, come accade nei Labour britannici o nel Partito democratico americano, piuttosto che in quello spagnolo.

Se dovesse nascere un nuovo soggetto riformista fuori dal Pd, come lo giudicherebbe?

Non lo vedrei come un problema. Se c’è un riformismo che nasce oltre il Pd, va benissimo. È accaduto con Carlo Calenda, Matteo Renzi, Luigi Marattin. C’è spazio per tutti e, anzi, potrebbe essere utile. Io però sto nel Pd e resto nel Pd.

Vede le condizioni per la nascita di un nuovo centro riformatore?

Al momento vedo soprattutto intenzioni e desideri individuali. La spinta ascensionale che osserviamo nel Paese, purtroppo, è quella che porta verso Vannacci, non verso un centro riformatore e liberale. Questo è un dato con cui bisogna fare i conti.

Dunque, la sua convinzione è che il Pd non possa fare a meno della sua componente riformista?

No. Il Pd è fatto di un mix di culture e sensibilità. Sottrarne una significherebbe snaturarlo. Non siamo mai stati un partito identitario, con un solo profilo e una sola cultura politica. Il Pd ha bisogno anche dei riformisti.

Veniamo al rapporto con il Movimento 5 Stelle. Lei è stato spesso molto critico. Ora a che punto siamo?

Personalmente non ho nulla a che spartire con il Movimento 5 Stelle dal punto di vista culturale e politico. Continuo a considerarlo un movimento di destra. Detto questo, esiste la realtà e la politica si misura con la realtà. Oggi i 5 Stelle fanno parte dell’opposizione e partecipano allo sforzo di costruire un’alternativa alla maggioranza di centrodestra.

È dunque favorevole all’alleanza?

Sono favorevole a una coalizione molto ampia. Direi a un campo larghissimo. Ma una coalizione non può essere un compromesso al ribasso. Deve fondarsi su un programma di governo costruito attorno alle priorità del Paese. Del resto collaboriamo da anni e abbiamo anche governato insieme durante l’esperienza del Conte II.

Quali sono i limiti invalicabili di questa collaborazione?

Esistono linee rosse che non possono essere superate. Penso innanzitutto all’Ucraina. Anche sul tema delle migrazioni esistono differenze importanti tra Pd e Movimento 5 Stelle. I problemi vanno affrontati e non coperti con una mano di vernice.

Esiste oggi una coalizione competitiva in grado di sfidare il centrodestra?

Dal punto di vista elettorale sì. Da Italia Viva fino ad Alleanza Verdi e Sinistra esiste una compagine che, sondaggi alla mano, può essere competitiva. Il punto è un altro: quale proposta politica e quale visione vogliamo offrire agli italiani?

Qual è il lavoro che manca?

Prepararci per tempo al governo. Dobbiamo lavorare sui grandi temi: economia, salari, sanità, produttività, stipendi, innovazione e digitale. Nei gruppi parlamentari qualche passo avanti è stato fatto, ma sul profilo complessivo dell’offerta politica c’è ancora molto da costruire. Non dobbiamo commettere l’errore della destra: la stabilità, da sola, non basta. Serve una prospettiva credibile di cambiamento.

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