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Per tornare a contare l’Europa deve costruire nuovi strumenti comuni. L’analisi di Preziosa e Velo

7 June 2026 at 15:12

La politica internazionale è spesso governata da un paradosso. Gli eventi che sembrano dominare il dibattito pubblico finiscono per essere meno importanti delle trasformazioni profonde che essi contribuiscono a rivelare. Negli ultimi anni l’attenzione europea si è concentrata sui nomi dei protagonisti: Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping, Ursula von der Leyen, Benjamin Netanyahu. Eppure, al di là delle vicende dei singoli leader, sta emergendo una questione più strutturale: il modello di sicurezza, prosperità e integrazione sul quale l’Europa ha costruito il proprio sviluppo negli ultimi trent’anni mostra segni crescenti di insufficienza. L’ombrello strategico americano non può più essere considerato una costante immutabile. La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto convenzionale nel continente europeo. La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina sta ridefinendo catene del valore, investimenti e dipendenze strategiche. Le tensioni commerciali e finanziarie mettono in discussione alcuni presupposti della globalizzazione. La rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale stanno modificando le basi stesse della competitività economica e della sicurezza nazionale. In questo contesto, potrebbe apparire sorprendente che tornino attuali figure come Jean Monnet, Robert Triffin, Carlo Azeglio Ciampi o Jacques Delors. Eppure, è proprio così.

Non perché le loro soluzioni possano essere replicate meccanicamente nel tempo, ma perché essi appartenevano a una generazione che aveva compreso un principio fondamentale: l’Europa avanza quando riesce a trasformare problemi comuni in istituzioni comuni. È una lezione che merita di essere riscoperta. La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio non nacque come un esercizio teorico di federalismo. Nacque per risolvere un problema concreto. Dopo due guerre mondiali combattute nel cuore del continente, occorreva rendere impossibile un nuovo conflitto tra Francia e Germania. Monnet comprese che la pace non poteva essere garantita soltanto da trattati o dichiarazioni politiche. Doveva essere costruita attraverso interessi economici condivisi e istituzioni comuni. Lo stesso metodo caratterizzò le tappe successive dell’integrazione europea. L’Euratom cercò di affrontare il tema dell’energia. La Comunità Economica Europea estese la cooperazione a tutti i principali settori economici. La Banca Europea degli Investimenti divenne uno strumento essenziale per orientare risorse verso lo sviluppo. L’Unione monetaria e la nascita dell’euro furono la risposta europea alla crisi del sistema monetario internazionale dopo la fine degli accordi di Bretton Woods. In tutti questi casi l’Europa non procedette attraverso grandi dichiarazioni costituzionali. Procedette affrontando problemi reali. È probabilmente qui che si trova la differenza rispetto ad alcune delle discussioni contemporanee. Oggi il dibattito europeo appare spesso dominato da formule politiche suggestive ma prive di una concreta architettura istituzionale. Si parla di autonomia strategica, sovranità europea, difesa comune, politica industriale comune. Tutti obiettivi condivisibili. Tuttavia, troppo spesso manca la domanda fondamentale: quale problema concreto stiamo cercando di risolvere e attraverso quali strumenti? La questione della difesa europea rappresenta forse l’esempio più evidente. La guerra in Ucraina ha accelerato le richieste di una maggiore integrazione militare europea. Al tempo stesso, la possibilità di un ridimensionamento dell’impegno americano nel continente alimenta la convinzione che l’Europa debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Si tratta di una riflessione necessaria. Ma sarebbe un errore ridurre il problema europeo alla sola dimensione militare.

L’Europa non si trova soltanto di fronte a una sfida di sicurezza ma a una sfida di potenza.

Oggi la capacità di influenza di una comunità politica non dipende esclusivamente dalle sue forze armate. Dipende dalla capacità di controllare tecnologie critiche, garantire sicurezza energetica, proteggere infrastrutture strategiche, sviluppare capacità industriali avanzate, finanziare innovazione e ricerca, attrarre investimenti e mantenere coesione sociale. In altre parole, la sicurezza e la competitività stanno diventando sempre più inseparabili. La stessa National security strategy britannica pubblicata recentemente riflette questa evoluzione concettuale. La sicurezza non viene più definita esclusivamente come capacità di difendere il territorio nazionale. Viene interpretata come capacità dello Stato e della società di continuare a svolgere le proprie funzioni essenziali anche in presenza di shock esterni. Questa definizione appare particolarmente significativa per l’Europa. Le vulnerabilità europee non riguardano soltanto il piano militare. Riguardano l’energia, le materie prime critiche, i semiconduttori, le infrastrutture digitali, le reti di comunicazione, i cavi sottomarini, i sistemi finanziari, le catene di approvvigionamento e perfino il dominio cognitivo dell’informazione. Per questo motivo la vera questione europea non è semplicemente quante risorse destinare alla difesa. La vera questione è come costruire una capacità autonoma di investimento strategico. Qui il dibattito sul Mercato europeo dei capitali assume una rilevanza che va ben oltre la tecnica finanziaria. Da anni l’Europa presenta una contraddizione evidente. Il continente dispone di enormi masse di risparmio privato, ma una quota significativa di queste risorse viene investita all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Parallelamente, le imprese europee innovative spesso incontrano difficoltà nell’accedere a capitali adeguati a sostenere crescita e sviluppo. Ne deriva un paradosso. L’Europa finanzia una parte importante dell’innovazione americana mentre fatica a finanziare la propria. La questione non riguarda soltanto l’efficienza dei mercati finanziari. Riguarda la capacità di trasformare il risparmio europeo in capacità tecnologica, industriale e strategica europea. Per questa ragione il dibattito sul completamento dell’Unione dei mercati dei capitali assume una dimensione geopolitica.

Senza una maggiore integrazione finanziaria sarà difficile sostenere investimenti nelle infrastrutture energetiche, nelle tecnologie digitali avanzate, nell’intelligenza artificiale, nelle reti di telecomunicazione, nella sicurezza informatica e nella difesa. Senza una capacità comune di investimento sarà difficile trasformare l’autonomia strategica da slogan politico a realtà operativa.

È in questo senso che l’eredità di Monnet conserva una straordinaria attualità.

Monnet comprese che l’integrazione europea non può essere imposta dall’alto né costruita attraverso dichiarazioni identitarie. Deve essere alimentata da interessi concreti e vantaggi reciproci. La domanda che oggi si pone all’Europa è se esista una nuova “Ceca”, non necessariamente nel settore dell’acciaio o dell’energia atomica. Potrebbe trattarsi dell’intelligenza artificiale, delle infrastrutture digitali, della produzione energetica avanzata, delle tecnologie quantistiche, delle reti di comunicazione sicure, della cybersicurezza o delle capacità industriali necessarie per sostenere la transizione tecnologica. Qualunque sia la risposta, appare sempre più evidente che l’Europa non potrà affrontare le sfide future affidandosi esclusivamente alla regolazione normativa o alla sommatoria delle politiche nazionali. Serviranno sia progetti comuni, sia investimenti comuni, sia soprattutto istituzioni capaci di orientare risorse verso obiettivi strategici condivisi. La storia dell’integrazione europea insegna che i momenti di maggiore avanzamento sono sempre coincisi con la capacità di trasformare una crisi in un’occasione di costruzione istituzionale. La Ceca nacque dalle macerie della guerra e l’euro dalla crisi del sistema monetario internazionale. Oggi l’Europa si trova nuovamente di fronte a una fase di transizione storica. Il progressivo spostamento dell’attenzione strategica americana verso l’Indo-Pacifico, la competizione tecnologica globale, la frammentazione delle catene del valore e la crescente instabilità internazionale impongono una riflessione analoga. Non si tratta di scegliere tra atlantismo ed europeismo né di sostituire la Nato. Si tratta di comprendere che una maggiore autonomia europea non sarà il prodotto di dichiarazioni politiche, ma della capacità di costruire strumenti comuni in grado di sostenere sicurezza, innovazione e sviluppo. Forse è proprio questa la lezione più attuale di Jean Monnet. L’Europa non avanza quando discute di sé stessa. Avanza quando trova il coraggio di costruire insieme ciò che nessuno Stato europeo può più realizzare da solo.

Caso Bosnia, fra Usa e Ue. A che gioco gioca l’Italia? Messaggio per Meloni (e Schlein)

7 June 2026 at 14:59

La partita non è chiusa, ed è forse questo il dato politico più importante. Antonio Zanardi Landi non è stato nominato nuovo Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina nella sessione di tre giorni fa del Comitato Direttivo del Peace Implementation Council (Pic), ma non è stato nemmeno escluso dalla corsa. Il Pic non è riuscito a trovare un accordo e la decisione dovrebbe slittare alle prossime settimane. Ma sono queste le ore decisive.

Gli Stati Uniti hanno insistito fino all’ultimo per una nomina immediata del diplomatico italiano. Dall’altra parte, un blocco di Paesi guidato da Francia e Germania, e altri partner europei hanno spinto il sostegno attorno al francese René Troccaz.

È uno scontro che racconta molto più del dossier “Bosnia”. Da una parte c’è Washington, che ha individuato in Zanardi Landi il profilo più adatto per gestire una fase delicata degli equilibri balcanici. Non a caso il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sottolineato pubblicamente il sostegno degli Stati Uniti alla candidatura dell’ex ambasciatore italiano, definendolo una figura di grande esperienza e ribadendo la necessità di una leadership forte per garantire stabilità e attuazione degli accordi di pace in Bosnia Erzegovina. Dall’altra parte c’è un’aliquota di Europa che ha scelto una strada diversa.

Il risultato è uno stallo che ha spinto gli stessi americani a parlare apertamente di incapacità europea di raggiungere un consenso. In una nota diffusa dall’ambasciata statunitense a Sarajevo, Washington ha sottolineato che “l’incapacità del Pic Steering Board di raggiungere un consenso dimostra ancora una volta le difficoltà dell’Europa nel parlare con una sola voce su questioni fondamentali per il futuro della Bosnia Erzegovina” e ha avvertito che questa situazione potrebbe portare gli Stati Uniti a riconsiderare il proprio ruolo nell’attuale presenza internazionale nel Paese.

Il dato più rilevante, sul piano diplomatico, è che la candidatura di Zanardi Landi è stata promossa dagli Stati Uniti e sostenuta anche da Giappone e Turchia, mentre una parte significativa dei Paesi europei lavora per Troccaz. Non si tratta quindi di una semplice competizione tra due profili, ma di una divergenza emersa all’interno del gruppo dei principali attori transatlantici e like-minded coinvolti nella governance internazionale della Bosnia Erzegovina.

Antonio Zanardi Landi è un diplomatico con una conoscenza diretta dei Balcani, della Russia e delle dinamiche che attraversano l’Europa sud-orientale. Ambasciatore a Belgrado, alla Santa Sede e a Mosca, poi consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, rappresentava una candidatura difficilmente contestabile sul piano professionale. Indiscutibile la qualità della scelta, quindi.

E dunque, il dato politico è chiaro: mentre Washington ha puntato su un candidato italiano, una parte rilevante dell’Europa ne ha sostenuto un altro. Un paradosso che solleva una domanda semplice: chi ha difeso, in questa partita, quella candidatura? Il rinvio della decisione conferma inoltre l’assenza di un consenso tra gli alleati occidentali anche su un dossier strategico come quello balcanico.

E tutto questo merita ovviamente attenzione anche dal punto di vista italiano. Roma si trova infatti in una posizione particolare: da un lato è uno dei Paesi europei più direttamente interessati alla stabilità dei Balcani occidentali; dall’altro vede un proprio diplomatico sostenuto da Washington in una partita nella quale alcuni partner dell’Unione europea hanno scelto una linea diversa.

La questione, per l’Italia, non riguarda quindi soltanto l’esito della candidatura, ma anche la capacità di far valere il proprio peso in un processo decisionale che investe una regione strategica per la sua politica estera e di sicurezza.

Qui entra in gioco la politica italiana. La questione riguarda Giorgia Meloni, che guida il governo, ma riguarda anche Elly Schlein come leader dell’opposizione. Quando emerge una candidatura autorevole, sostenuta da partner strategici e collocata in un quadrante di interesse diretto per il Paese, il riflesso dovrebbe essere quello della tutela dell’interesse nazionale. Esistono dossier sui quali la competizione politica lascia spazio a una convergenza di fondo. I Balcani dovrebbero essere uno di questi. Per posizione geografica, interessi economici, sicurezza ed energia, ciò che accade tra Sarajevo, Belgrado e Podgorica riguarda direttamente l’Italia.

L’Italia ha già mostrato recentemente difficoltà nel fare sistema quando si è aperto lo spazio attorno alla candidatura di Maurizio Martina alla guida della Fao. Il rischio è che ogni dossier venga immediatamente assorbito dalla dinamica della politica interna, indebolendo la capacità del Paese di sostenere le proprie posizioni.

La domanda, in queste ore che potrebbero essere decisive per il dossier balcanico, non è semplicemente se Zanardi Landi riuscirà a ottenere l’incarico. La realtà è se l’Italia riuscirà a comportarsi come un Paese capace di difendere una propria candidatura quando questa coincide con un interesse nazionale, europeo e transatlantico. La risposta che arriverà dal dossier ”Bosnia” parlerà della capacità della politica italiana, delle scelte europee e della cooperazione transatlantica (a poche settimane dal Nato Summit di Ankara).

Da Mao a Xi, la trappola coreana. Perché Pyongyang complica i piani di Pechino

7 June 2026 at 14:42

Quasi ottant’anni fa, Pyongyang affossò i grandi sogni di Mao. Li rilancerà adesso quelli di Xi? La visita del presidente cinese porta con sé aspettative impossibili: cominciare a sciogliere il nodo gordiano della corsa al riarmo regionale. Giusto alla vigilia della visita presidenziale cinese, la Corea del Nord annuncia che il suo programma nucleare è “irreversibile”.

La prossima visita del presidente cinese Xi Jinping in Corea del Nord è delicata e difficile. Il rapporto non somiglia più a quello di “labbra e denti” dell’epoca della guerra di Corea — le labbra coreane e i denti cinesi degli anni ‘50. Si è evoluto in legami molto più complessi e contraddittori, non unilaterali ma pieni di spine per i cinesi.

La Corea del Nord è, di fatto, la principale beneficiaria della guerra in Ucraina. In cambio della fornitura di armi e truppe, ha ottenuto tecnologia russa che le ha consentito un salto strategico nelle capacità missilistiche e nucleari. Questo salto, tuttavia, ha creato due seri problemi per la Cina, che aveva ingenuamente incoraggiato il sostegno coreano alla Russia per impedirne il collasso e le pericolose ricadute che ne sarebbero derivate.

Il primo è che ha allarmato sudcoreani e giapponesi, spingendoli in una corsa al riarmo. La minaccia nordcoreana è reale e, in quanto tale, fornisce una giustificazione autentica ai due vicini per riarmarsi. Lo è contro la Corea del Nord e contro la minaccia più reale, ma taciuta e inconfessabile, rappresentata dalla Cina.

Il secondo problema è che il legame politico tra Corea del Nord e Russia si è approfondito, ponendo un onere significativo al progresso politico della Cina in Russia. Se la Corea del Nord diventasse come una Bielorussia orientale, rappresenterebbe una minaccia per Pechino, forse maggiore di quella che la crescita degli interessi cinesi in Siberia pone a Mosca.

Naturalmente, è proprio per questo che né la Russia né la Corea del Nord sono pronte a rinunciare a questo nuovo rapporto, nonostante entrambe dipendano dalla Cina — e il riarmo di Corea del Sud e Giappone diventa, in questa luce, una nuova leva di Mosca e Pyongyang su Pechino. Questa pressione potrebbe superare il possibile vantaggio della Cina di giocare la carta nordcoreana contro ciò che a Pechino non piace, principalmente Taiwan — l’isola di fatto indipendente ma de jure parte di una sola Cina, dove i nazionalisti fuggirono dopo la presa di potere dei comunisti nel continente.

È quindi probabile che Xi si rechi in Corea del Nord, non in cerca di una soluzione completa al dilemma in cui si trova intrappolato, ma piuttosto per dare una scossa al rapporto bilaterale. Quindi, qualche forma di riavvicinamento — una riapertura del dialogo tra Corea del Nord e America — potrebbe dare alla Cina un po’ di respiro.

Dopodiché, il leader nordcoreano Kim Jong-un potrebbe incontrare il presidente americano Donald Trump per raggiungere un accordo sulle armi nucleari. Non è chiaro che tipo di accordo potrebbe essere. Forse la visita serve anche a sondare cosa sia fattibile, ma un accordo nordcoreano potrebbe fungere da merce di scambio diplomatica per fare pressione sugli Stati Uniti affinché premano su Corea del Sud e Giappone. È un puzzle con milioni di pezzi tutti in movimento, quindi la possibilità che qualcosa si incastri sarebbe una sorta di miracolo.

Inoltre, la Corea del Nord non ha storicamente servito bene la Cina. L’intervento in Corea del Nord costò carissimo a Mao. Perse il figlio ed erede, ucciso in un bombardamento americano, e dovette rinunciare a qualsiasi piano di conquista di Taiwan. La Corea del Nord inferse al neonato regime cinese due colpi sistemici al suo futuro: la fine di una linea di successione imperiale e la la mancata distruzione del suo nemico esistenziale, la Cina nazionalista, che da Taiwan sfidava la legittimità del governo comunista di Pechino.

Questa visita non può essere un buco nell’acqua — almeno non del tutto. Ma qualunque ne sia l’esito, rimane poco chiaro se sarà sufficiente a spingere Trump a incontrare Kim, e se ciò sarà abbastanza per placare i timori sudcoreani o giapponesi. Che qualcosa si muova in questa direzione è comunque significativo. Segnala che la Cina è insoddisfatta di quanto sta accadendo nella penisola coreana, che la situazione non è stata ben gestita — tutt’altro — e che il massimo leader deve intervenire personalmente per rimettere le cose in ordine.

Mao o Xi

Xi è salito al potere manovrando abilmente ogni leva della macchina politica interna cinese con indiscutibile capacità. Mao aveva conquistato potere e autorità gestendo la guerra e la politica estera. Aveva compreso il nesso tra la conquista del consenso locale — tra i contadini, la carne e il sangue della Cina di allora — e i vari attori interni ed esterni che agitavano il Paese. Era riuscito a epurare gli intellettuali comunisti, convincendo al contempo quelli non comunisti della sua sincerità e liberalità. Nel corso di oltre vent’anni, aveva giocato i giapponesi contro i nazionalisti, i russi contro gli americani, ognuno contro l’altro, e tutti a suo vantaggio, per emergere nel 1949 come leader della Cina.

Il suo gioco di tradimenti incrociati fu bloccato dai russi, proprio in Corea. Stalin lo costrinse a difendere Kim Il-sung — allora quasi sopraffatto dall’avanzata americana — recidendo così ogni filo con gli Usa e infrangendo le sue speranze di conquistare Taiwan. Dopo l’intervento cinese in Corea, gli americani dispiegarono la loro flotta a difesa dell’isola.

La ragione ufficiale dell’intervento coreano era che per la Cina era meglio avere un cuscinetto tra sé e un alleato americano. Col senno di poi, non è chiaro se il cuscinetto fosse per la Cina o per l’Urss, e se i rapporti di vicinato con un alleato americano non avrebbero avanzato la causa cinese meglio delle catene sovietiche.

L’autorità di Mao — sebbene si dimostrasse incapace di governare la Cina e di svilupparla economicamente — non fu mai messa in discussione, proprio per il suo genio nella politica internazionale.

Xi, per certi versi, si trova a lavorare al contrario. Ha dimostrato di saper conquistare, mantenere ed espandere il proprio potere internamente, ma il suo giudizio in politica estera non è sempre stato impeccabile. Può essere stata colpa dell’esercito, che in Cina porta la responsabilità primaria nel definire la strategia estera del Paese. Ora, con l’esercito epurato e piegato, spetta a lui vedere se riesce a sciogliere il nodo gordiano che ha in mano.

Kim Il-sung affossò le speranze di Mao; suo nipote salverà quelle di Xi? Oltre vent’anni fa, la rivista cinese Strategy and Management fu presumibilmente chiusa dopo aver pubblicato un articolo che suggeriva la possibilità di un’invasione cinese della Corea del Nord. All’epoca, i negoziati a sei sulla Corea del Nord incontravano resistenza a Pyongyang.

L’idea, mai resa pubblica, circola a Pechino da decenni. Un’invasione di Taiwan è quasi impossibile; un’invasione terrestre della Corea del Nord, specialmente se sostenuta dal sud, sarebbe una proposta molto più agevole. Il programma nucleare nordcoreano potrebbe essere diretto contro la Cina tanto quanto contro i nemici occidentali.

Le voci sulla possibile morte di Kim nel 2020, all’inizio della crisi del Covid, potrebbero essere state collegate a una brusca tensione tra Cina e Corea del Nord.

Sarebbe impossibile districare tutti i problemi della Cina con la Corea del Nord, soprattutto considerando che negli ultimi 25 anni la situazione si è assai complicata. Ma qualcuno di essi potrebbe certamente essere alleviato.

Col senno di poi, si potrebbe dire che Stalin tese alla Cina una trappola impossibile con la Corea del Nord, e che quella trappola è stata nuovamente sfruttata dal presidente russo Vladimir Putin. Per uscirne, Xi potrebbe aver bisogno di una mentalità diversa.

Circa ottant’anni fa, Mao fu tenuto praticamente prigioniero a Mosca, incerto se avrebbe mai fatto ritorno. Stalin, che aveva dato a Mao la vittoria sostenendolo in Manciuria quando era sull’orlo dell’annientamento, era pronto a sostituirlo con un leader più malleabile. Oggi Xi si trova in una posizione più solida rispetto a Russia e Corea del Nord.

(Articolo pubblicato su Appia Institute)

L’IA può davvero battere il petrolio? Il doppio binario che divide i mercati globali

7 June 2026 at 14:07

Può l’Intelligenza artificiale superale il petrolio? È questa la domanda a cui i mercati stanno cercando di rispondere nell’ultimo periodo. Il petrolio è in rialzo, mentre si affievoliscono le speranze di un accordo duraturo tra Stati Uniti e Iran. La Bce avverte che le aspettative di inflazione potrebbero perdere il loro ancoraggio. Eppure i titoli legati all’Intelligenza artificiale continuano a salire, le azioni dei mercati emergenti stanno raggiungendo livelli record e i capitali continuano ad affluire verso chip, data center, robotica e infrastrutture fisiche per l’intelligenza artificiale.

Il mercato non sta più scegliendo tra geopolitica e tecnologia. Sta valutando entrambi contemporaneamente.

Il petrolio diventa il nuovo rischio di inflazione

L’aumento dei prezzi del greggio non è più solo una questione energetica. Sta diventando una questione di politica monetaria. Ogni dollaro in più del petrolio aumenta la pressione sull’inflazione, sui margini e sulle banche centrali.

L’Europa di fronte a un nuovo dilemma politico

La Bce potrebbe essere costretta a trovare un equilibrio tra una crescita più debole e un’inflazione più elevata. Per l’Europa, questa sta diventando una prova di resilienza, non semplicemente una prova di politica monetaria.

Il superciclo dell’IA rimane intatto

Il rally storico dei titoli del settore dei chip e lo slancio generato dal Computex confermano che gli investitori continuano a considerare le infrastrutture di IA come il motore di crescita più importante al mondo.

L’IA fisica è il prossimo settore su cui puntare

LG, Dell, la robotica, l’edge computing e SpaceX puntano tutti nella stessa direzione: l’IA si sta spostando dai data center all’economia fisica.

Il capitale sta migrando verso asset strategici

L’acquisizione nel settore immobiliare da parte di Berkshire, gli investimenti nell’IA di SoftBank e la potenziale IPO di SpaceX riflettono tutti la stessa tendenza: gli investitori stanno acquistando asset strategici e scarsi che possono generare rendimenti composti nel prossimo decennio.

Il pattern nascosto

Il mondo si sta dividendo in due economie: una è guidata dal petrolio, dall’inflazione e dalle tensioni geopolitiche; l’altra è guidata dall’Intelligenza artificiale, dalla potenza di calcolo e dall’innovazione accelerata. I vincitori saranno coloro che saranno in grado di operare contemporaneamente in entrambi i mondi.

Conclusioni

I mercati stanno inviando un messaggio chiaro: il costo dell’energia sta aumentando. Il valore dell’intelligenza sta aumentando ancora più rapidamente.

La domanda fondamentale per gli investimenti del prossimo decennio non è più se l’IA sia una bolla. È se l’IA possa crescere abbastanza rapidamente da compensare un mondo che sta diventando strutturalmente più costoso, frammentato e instabile.

Oltre transumanesimo e luddismo. Il liberalismo della Magnifica humanitas

7 June 2026 at 13:37

L’Enciclica Magnifica humanitas ci ricorda la fame di incognite che ci divora dentro più radicale della sete di risposte che semplificano fuori; interroga i mattoni con i quali costruiamo e non le guglie con le quali orniamo. Le parole del Pontefice costruiscono una strada di domande con al centro – finalmente – l’individuo o, meglio, la persona nel suo rapporto con l’altro e con l’intelligenza artificiale.

Davanti alla corsa prestante della tecnologia che sempre più abita il mondo in qualità di “potere” che condiziona la nostra dimensione relazionale e con essa la nostra identità, ci sono due narrazioni opposte che percorrono con velocità fulminante le nostre società e che si elidono a vicenda rischiando, come i lampi delle tempeste, di dare la luce senza permetterci di vedere. Sembrano approcci più buoni ad accecare per tenerci fermi che luci in grado di aiutare lo sguardo nei passi da compiere; una “striscia di luce”, come cantano i giovani russi contro il buio del regime putiniano, arriva invece dalle parole di Leone XIV.

La prima narrazione è quella che vorrebbe “spengere la tecnologia”; essa appare la più conservatrice e protettiva dell’umanità, evocando un neo-luddismo simile a quello che, davanti alla rivoluzione industriale, infliggeva colpi di martello ai macchinari che relegavano nelle fabbriche il lavoro umano a mero gesto disumanizzato. Ovviamente in questa proposta il potere pubblico deve essere il domatore pubblico dell’IA e, altrettanto ovviamente, la soluzione lungi dal salvare l’uomo lo relega ad uno stadio statico della sua evoluzione.

La seconda storia, invece, è quella del transumanesimo e del postumanesimo (e varianti) che invece vorrebbero “spengere l’’umano” per assegnare un ruolo assoluto alla tecnologia, sperando di raggiungere perfezione e spazi di nuova intelligenza per l’esercizio della mente umana. In questo caso, invece, meno stato e più iniziativa libera delle imprese, ma anche il rischio di “pochi livellatori” in un mondo di “livellati” direbbe Valerio Zanone.

Leone XIV cita direttamente e indirettamente tutte e due queste letture mettendone in evidenza l’insufficienza e proponendo una traiettoria diversa che è caratterizzata dalla centralità della persona perché “la tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona; al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo»” (§4 e Benedetto XVI, Caritas in veritate, 2009).

Per governare le novità, questo il passaggio chiave, il capo della chiesa di Roma non invoca lo Stato, non pretende l’intervento demolitorio oltre che regolatorio del potere politico, ma si rivolge all’umanità stessa affinché eserciti il “discernimento” per distinguere quando l’IA aiuta la persona rispetto a quanto la annichilisce. Diversamente da Leone XIII nelle cui pagine la parola stato (sì, certo, siamo nel 1891 e il Regno d’Italia è appena costituito, ma non è solo questo) è invocata decine di volte, qui i riferimenti sono tutti concentrati sulla capacità personale. Contro il timore che ogni comunità si fondi su di una sterile unità fatta di standardizzazione, piuttosto che su una comunione di diversità e pluralismo, Leone XIV invoca una militanza umana: come allora si denunciava che il socialismo (definito “falso rimedio”) avrebbe annichilito le diversità e sottoposto la persona ad un ordine eterodeterminato disumano, così oggi l’egualitarismo standardizzante operato dalla tecnica può ridurre l’individuo a mero ingranaggio. Due rischi per la libertà dell’uomo, uno denunciato nella Rerum novarum e screditato definitivamente dal 1989, l’altro incipiente e da oggetto della Magnifica humanitas.

Tra le pagine si respira un certo cristianesimo delle origini ossia dal forte tratto individualista e antitetico al potere esterno all’uomo; non a caso, l’Enciclica è ricca di ampie citazioni di pontefici che hanno lottato contro dittature e autocrazie come, in particolare, Giovanni Paolo II (sul nichilismo dei grandi moralismi e le atrocità del Novecento, §204).

La tecnologia “disarmata” in una logica di “destinazione universale dei beni” (ci sarebbe da approfondire molto giuridicamente, §65) può accrescere la dignità umana nella misura in cui permette di evitare che i corpi intermedi soffochino l’individuo: nelle pagine del testo si evince chiaramente l’idea che libertà e responsabilità vanno insieme. Echeggiano le belle parole della Corte costituzionale che evidenzia come la tecnologia possa supportare lo sviluppo dei diritti e della dignità umana (sent. n. 3 del 2025).

Di tutto questo discuteremo, peraltro, l’11 giugno p.v. in un confronto tra voci molto diverse per cultura e ruoli, organizzato nella Biblioteca Vallicelliana a Roma; un modo, anche questo, per fare “comunione” attraverso un confronto libero e sereno che rifiuta la polarizzazione isterica imperante.

Una nota curiosa, infine: chissà se è un caso che il presidente Trump, pochi giorni dopo l’Enciclica, abbia dato indicazioni su “Promoting advanced Artificial Innovation and Security” che, con tratti volontaristici, raccorda potere pubblico e imprese sui modelli avanzati di IA (Ex. Ord. 2 giugno).

Cosa sarà Spazio Pubblico, il movimento fondato da Pina Picierno

7 June 2026 at 11:05

“Da oggi nasce Spazio Pubblico: un movimento aperto, europeista, democratico”. Lo aveva anticipato nell’intervista in cui annunciava l’addio al Partito democratico, e così questa mattina Pina Picierno ha lanciato “non una corrente”, scrive sul suo profilo X, ma “uno spazio per tutti quelli che credono ancora che libertà, diritti e giustizia sociale siano il futuro, non il passato”.

La proposta è, spiega l’eurodeputata e vicepresidente del Parlamento europeo, “seria, riformista e pragmatica”, rivolta a “chi produce, chi investe, chi innova, chi crea lavoro. Per chi vuole un’Europa libera, forte, giusta e un’Italia che non sia condannata alla perpetua irrilevanza”.

Lo specifica anche dalle pagine del Corriere della Sera, cosa sarà Spazio Pubblico: “L’Italia non può continuare a vivere di sussidi, bonus e rendite di posizione”, un riferimento non troppo indiretto alle politiche cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, come il reddito di cittadinanza. “Dobbiamo liberare le energie produttive del Paese, abbattendo corporazioni, burocrazia e privilegi che frenano l’Italia”, dice Picierno al Corriere.

La collocazione europea, chiarisce, sarà la famiglia politica di Macron, Jetten, Kallas e Zelensky. “Aderisco al Partito democratico europeo, fondato tra gli altri da Romano Prodi, e a Renew Europe, due soggetti che lavorano per la costruzione dell’Europa federale e di un’alternativa pragmatica alle destre sovraniste e ai populismi. Per chi considera l’integrazione europea uno strumento di libertà, prosperità e sicurezza”.

E poi la difesa europea, uno dei pilastri su cui Picierno ha concentrato i suoi sforzi da eurodeputata dem, su cui continuerà a spendersi anche ora. “Le società europee hanno bisogno contemporaneamente di sicurezza, crescita e welfare”, spiega ancora al Corriere. “L’Europa deve dotarsi di una sua autonomia in materia di difesa comune, di energia e di materie prime. È indispensabile ragionare di sovranità digitale e avere una strategia comune sulla competitività. Ignorare le domande e le sfide a cui ci chiama questo tempo significa ingannare i cittadini”.

“Spazio Pubblico nasce per unire i liberi e i forti, per riunire coloro che lottano contro i populismi, le oligarchie e i profeti di sventura”, conclude Picierno nel suo messaggio su X. “Adesso tocca davvero a noi”.

Perché Trump vuole far entrare gli americani nel capitale dei colossi IA

7 June 2026 at 10:19

Elemento di comunanza di vedute apparente o reale convergenza di opinioni. Donald Trump e Bernie Sanders sembrano d’accordo su un punto: l’idea che una parte della ricchezza generata dall’Intelligenza artificiale debba tornare direttamente ai cittadini americani. Non attraverso un nuovo schema regolatorio, almeno per ora, ma con una partecipazione pubblica nelle grandi società del settore.

Secondo Axios, il presidente americano ha aperto alla possibilità che gli Stati Uniti acquisiscano una piccola quota nei giganti dell’IA, così da consentire alla popolazione di condividere il potenziale rialzo di aziende destinate, nelle attese degli investitori, a valutazioni nell’ordine dei trilioni di dollari. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha descritto il modello come una sorta di “partnership” tra le società tecnologiche e il pubblico americano. Una formula che richiama al tentativo di legare il consenso verso l’IA alla redistribuzione di una parte dei suoi benefici finanziari.

Già OpenAI, Anthropic e SpaceX sono da tempo al centro delle attese di Wall Street per possibili quotazioni o operazioni di mercato di grandi dimensioni. E l’amministrazione americana guarda alla possibilità di costruire un meccanismo attraverso cui i cittadini possano partecipare al valore creato dalle imprese che stanno guidando la corsa tecnologica. Ecco perché Trump ha detto che il suo team sonderà la possibilità di una partecipazione statunitense nelle aziende dell’AI, mentre la Casa Bianca continua a cercare un equilibrio tra sostegno industriale, controllo strategico e gestione degli effetti sociali della nuova tecnologia.

Le idee

Il tema arriva ma non nasce alla Casa Bianca. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha spinto negli ultimi mesi per un “AI New Deal”, portando l’idea anche nei colloqui con esponenti dell’amministrazione e del Congresso. E, sul versante politico opposto, Sanders ha rilanciato il dossier con la proposta – più radicale – di un fondo sovrano alimentato da una tassa una tantum del 50% sulle azioni delle principali società americane dell’intelligenza artificiale. Proposta che affonda le sue radici nell’idea che la ricchezza prodotta dall’AI non deriverebbe sì dal capitale privato, ma soprattutto dal sapere collettivo, dai dati e dalle infrastrutture sociali su cui i modelli sono stati costruiti. Per questo, sostiene Sanders, una quota rilevante dovrebbe tornare alla collettività.

L’Industria

L’industria, naturalmente, guarda a un’ipotesi molto meno onerosa. Secondo Axios, tra i sostenitori più pragmatici dell’idea si ragiona su quote comprese tra l’1% e il 5%, da conferire a un fondo pubblico o a uno schema analogo. Una differenza sostanziale rispetto al modello Sanders, ma sufficiente riconoscere che la legittimazione sociale dell’IA passerà anche dalla distribuzione dei suoi dividendi. Anche perché trasformare i cittadini in beneficiari diretti della crescita dell’IA  potrebbe diventare uno strumento di consenso. In poche parole, se gli americani parteciperanno al successo economico della tecnologia, saranno più inclini ad accettarla.

L’amministrazione Trump ha già sperimentato, in settori ritenuti critici, un approccio più interventista rispetto al tradizionale modello dei sussidi. L’accordo con Intel, che ha previsto un investimento pubblico in azioni ordinarie del gruppo, è stato presentato come parte della strategia per rafforzare la capacità americana nei semiconduttori. Applicare una logica simile all’intelligenza artificiale significherebbe spostare ulteriormente il confine tra politica industriale, sicurezza nazionale e mercato.

Washington guarda anche a Pechino. Trump ha legato la proposta alla necessità di mantenere il vantaggio americano sull’IA rispetto alla Cina. Una partecipazione pubblica nei campioni tecnologici nazionali potrebbe essere letta, in questa prospettiva, come un modo per consolidare l’ecosistema industriale statunitense e presentare la corsa all’intelligenza artificiale non solo come una competizione tra imprese, ma come un progetto nazionale.

Libano, Gaza, Hormuz, vi spiego la nuova geografia dell’instabilità mediorientale. Conversazione con Dentice

7 June 2026 at 10:10

“Il tratto distintivo dell’attuale scenario mediorientale è la crescente interconnessione tra i diversi teatri di crisi”. Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V, sintetizza così una dinamica che negli ultimi mesi è diventata sempre più evidente. Dal Libano a Gaza, passando per il confronto tra Stati Uniti e Iran e per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, le principali tensioni della regione non possono più essere lette come dossier separati. Al contrario, si alimentano reciprocamente, trasformando ogni crisi locale in una potenziale variabile dell’equilibrio regionale.

Secondo Dentice, il conflitto di Gaza, la guerra in Libano, il dossier nucleare iraniano e la competizione per il controllo delle rotte energetiche del Golfo rappresentano oggi le diverse manifestazioni di un’unica poli-crisi strategica. Un’escalation a Beirut può incidere sui negoziati tra Washington e Teheran; una crisi nello Stretto di Hormuz può produrre conseguenze sul Mar Rosso e sulle dinamiche del conflitto israelo-palestinese. È proprio questa crescente interdipendenza a rendere il quadro mediorientale più complesso e meno prevedibile.

Il Libano resta uno degli epicentri di questa fase. Il rinnovo della tregua ha evitato una nuova escalation immediata, ma non ha affrontato le questioni che continuano ad alimentare il confronto. Hezbollah ha respinto una nuova proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ribadendo che qualsiasi accordo potrà essere preso in considerazione soltanto dopo il completo ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale.

“La presenza militare israeliana nel sud del Paese viene percepita non come una misura temporanea di sicurezza, ma come un tentativo di modificare in modo permanente gli equilibri territoriali e strategici lungo il confine settentrionale di Israele”, osserva Dentice.

Nel frattempo, il governo di Beirut continua a rivendicare il diritto esclusivo a esercitare la sovranità sul territorio nazionale attraverso le Forze armate libanesi. Tuttavia, la debolezza delle istituzioni statali e il peso politico-militare acquisito da Hezbollah nel corso degli anni rendono difficile il ripristino di un effettivo monopolio della forza. Il risultato è un equilibrio precario tra uno Stato che cerca di riaffermare la propria autorità, un movimento sciita che non intende rinunciare al proprio ruolo di deterrenza e Israele, che continua a considerare Hezbollah una minaccia strategica di primissimo piano.

Le tensioni si sono ulteriormente aggravate dopo la nuova intensificazione delle operazioni israeliane nel Libano meridionale e dei raid contro Beirut. L’avanzata oltre il Litani e i nuovi ordini di evacuazione hanno rafforzato, secondo l’analista, il timore diffuso nel mondo arabo che Israele, mentre lavora per indebolire Hezbollah, punti anche a consolidare una fascia di sicurezza permanente nel sud del Paese.

Questa dinamica si intreccia sempre più strettamente con il confronto tra Stati Uniti e Iran. Le trattative tra Washington e Teheran risultano sostanzialmente bloccate e il quadro appare più deteriorato rispetto ai mesi precedenti. Sul tavolo restano il programma nucleare iraniano, il regime sanzionatorio, la presenza militare americana nel Golfo, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e il ruolo regionale di Israele. Ma negli ultimi mesi il dossier iraniano ha assunto una dimensione più ampia.

“Non si tratta più soltanto di nucleare o di sanzioni economiche. È in corso una ridefinizione complessiva degli equilibri di sicurezza regionali”, spiega Dentice.

La decisione di Teheran di interrompere i colloqui indiretti con Washington e di collegare la questione di Hormuz all’evoluzione del confronto in Libano conferma, secondo l’analista, la volontà iraniana di integrare il sostegno a Hezbollah all’interno della propria strategia di deterrenza e negoziazione.

Anche nel Golfo il livello di tensione resta elevato. Le operazioni militari statunitensi contro obiettivi iraniani nell’area di Hormuz e le successive risposte di Teheran contro infrastrutture e basi americane in Bahrain e Kuwait mostrano come il confronto continui a muoversi lungo una linea sottile. Nessuna delle parti sembra interessata a una guerra aperta su larga scala, ma il rischio di incidenti e di un progressivo allargamento dello scontro rimane concreto.

In questo contesto, Washington continua a mantenere una posizione rigida. L’amministrazione americana considera il dossier nucleare, il sistema delle sanzioni e il comportamento regionale dell’Iran come elementi inscindibili di qualsiasi futuro accordo. Parallelamente, all’interno degli Stati Uniti emergono segnali di crescente cautela rispetto all’ipotesi di un coinvolgimento diretto in un conflitto con Teheran, alimentati dal timore di una progressiva regionalizzazione della crisi.

Se il Libano rappresenta uno dei fronti più instabili e il Golfo uno dei più sensibili, Gaza continua a essere il teatro umanamente e politicamente più problematico. A quasi due anni dall’inizio della guerra, Israele ha consolidato il controllo diretto di una parte significativa della Striscia e le indicazioni provenienti dal governo israeliano sembrano orientate verso un’ulteriore estensione della presenza sul territorio.

“Ciò che emerge è una progressiva trasformazione del conflitto: da operazione militare finalizzata alla neutralizzazione di Hamas a una forma di controllo territoriale sempre più estesa e potenzialmente permanente”, osserva Dentice.

Il problema, sottolinea l’analista, va oltre la dimensione militare: al momento non esiste alcun consenso internazionale sulla governance della Striscia nel dopoguerra e nessun attore appare realmente in grado di colmare il vuoto politico che rischia di consolidarsi.

Meno visibile ma non meno rilevante resta la situazione in Cisgiordania. L’espansione degli insediamenti israeliani, l’indebolimento dell’Autorità nazionale palestinese e il deterioramento delle condizioni di sicurezza continuano a erodere le basi di una futura soluzione politica. Una crisi che procede lontano dai riflettori ma che contribuisce ad alimentare radicalizzazione e sfiducia reciproca.

Nel complesso, la fotografia scattata da Dentice restituisce l’immagine di una regione entrata in una nuova fase, caratterizzata dalla sovrapposizione dei conflitti e dall’assenza di soluzioni politiche condivise. “Le tregue attualmente in vigore restano fragili, tattiche e reversibili”, conclude l’analista. Le questioni che alimentano le tensioni — dalla sicurezza di Israele al ruolo regionale dell’Iran, dalla sovranità del Libano alla questione palestinese — rimangono infatti sostanzialmente irrisolte.

Più che verso una de-escalation strutturale, il Medio Oriente sembra quindi avviato verso una gestione permanente delle crisi. E in un sistema regionale dove ogni fronte influenza gli altri, il rischio principale non è soltanto una nuova esplosione di violenza, ma l’allargamento progressivo di un confronto che ha già superato da tempo i confini dei singoli teatri di guerra.

Dc, non ci sono eredi ma c’è una eredità. La riflessione di Merlo

7 June 2026 at 09:59

Spesso si discute sulla concreta eredità politica di un leader di partito o, ancora di più, su quella di un intero partito. Eredità che molti comicamente si intestano senza rendersi conto di fare un’operazione ridicola. E cioè, non esistono quasi mai – salvo rarissime eccezioni – eredità politiche dirette ed oggettive. Semmai, al più, esistono persone e mondi che si rifanno ad un sistema di valori, ad una cultura politica, ad un magistero di un leader o statista e che cercano, seppur legittimamente, di interpretarne le linee di fondo.

Ora, per essere chiari ed entrare nello specifico, non c’è una persona, una componente politica, men che meno un partito o un’associazione che possa ritenersi a tutti gli effetti l’erede ufficiale – o anche solo ufficioso – dell’enorme e sterminato patrimonio politico e culturale della Democrazia Cristiana.

Lo dico perchè dopo una lunga stagione in cui abbondavano come ciliegie coloro che ritenevano la Dc sostanzialmente una sorta di associazione a delinquere o, nel migliore dei casi, un partito che praticava un sistematico e violento sistema clientelare se non addirittura mafioso per difendere il suo potere nella società italiana e nelle istituzioni, negli ultimi tempi assistiamo, sempre da parte di questi storici ed incalliti detrattori, ad una riabilitazione postuma dopo anni di dichiarata criminalizzazione politica esercitata nei confronti di un partito e della sua classe dirigente. Verrebbe quasi da dire, usando un linguaggio curiale, che ci troviamo di fronte ad una sorta di “vocazione adulta” e anche tardiva.

E, per essere ancora più precisi, e al di là del comportamento di questi storici ed incalliti insultatori di professione – appartenenti quasi tutti alle forze di sinistra, ai movimenti populisti e anche a segmenti consistenti dei partiti di destra – quello che vale la pena ricordare è una sola riflessione. E cioè, quando si parla tutt’oggi della Dc – e molti, lo ripeto, adesso ne parlano in termini di quasi beatificazione – si può, al massimo, tollerare chi cerca, seppur in mezzo a molte difficoltà strutturali ed oggettive, di rifarsi alla lezione e al magistero di singoli leader e statisti della Democrazia Cristiana.

Certo, non possiamo non aggiungere che questa operazione è possibile, nonchè credibile, se viene condotta da tutti coloro che storicamente, o attualmente, si riconoscono in quel patrimonio culturale, valoriale, ideale, politico e progettuale. Coloro che, invece, si limitano a rivalutare se non addirittura ad esaltare una esperienza politica dopo averla scientificamente demonizzata, criminalizzata, sfregiata e sistematicamente demolita, non solo non meritano alcuna attenzione ma, semmai, vanno contestati senza alcun ritegno perchè appartengono al girone degli ipocriti e degli avvoltoi.

È compito, cioè, di chi continua ad appartenere a quella comunità culturale riproporre e conservare, seppur in forma aggiornata e contemporanea, le linee di fondo di quella straordinaria cultura politica. Ognuno seguendo la sua personale sensibilità nei confronti di questo o quel leader politico interpreti, comunque sia, di un filone di pensiero e di una precisa e determinata cultura politica.

Non quindi gestire impossibili ed impraticabili eredità a livello personale o di gruppo ma, semmai, farsi carico di interpretare la lezione e il magistero dei grandi leader e statisti democristiani che hanno contribuito con la loro concreta azione politca, culturale e legislativa a declinare il pensiero, la tradizione e la visione del cattolicesimo politico italiano nelle dinamiche della nostra vita pubblica. Cioè del pensiero cattolico democratico, cattolico popolare e cattolico sociale. Un’operazione che si può e si deve fare con umiltà, dedizione, coerenza, coraggio e determinazione anche e soprattutto nell’attuale cittadella politica italiana.

Pressione fiscale, meno slogan e più serietà. Scrive Polillo

7 June 2026 at 09:05

“Che bisogna fare per campare!”: dice una vecchia espressione che risale alla lingua latina. Dove “campare” deriva da “campus”. Un idea di salvezza o di sostentamento. E di quest’ultima espressione si nutre ora la politica, alla continua ricerca di qualsiasi cosa possa giustificare la propria esistenza in vita. Peccato che, a volte, si vada oltre. L’individuazione di una possibile via di fuga porta, in alcuni casi, alla confusione, all’imbroglio, o alla bugia. Bugie che, com’è noto, hanno spesso le gambe corte.

Ad andare in scena questa volta è stata la levata di scudi contro il governo Meloni, responsabile di aver aumentato la pressione fiscale. In ogni talk show, in ogni dichiarazione ufficiale o meno, dentro o fuori il Parlamento, l’accusa rimbomba come “un colpo di un cannone” avrebbe detto Don Basilio, nella celebre aria, del Barbiere di Siviglia di Rossini (“La calunnia è un venticello”). Nel 2025 la pressione fiscale è aumentata dal 42,4 al 43.1%. Orrore! Il che è indubbiamente vero. Ma allora in cosa consisterebbe la nostra reprimenda?

Nel fatto che i dati Istat vanno correttamente analizzati, senza fermarsi alla pagina di copertina, perché l’approfondimento potrebbe riservare sorprese interessanti. Non è chiedere troppo a un’opposizione che dovrebbe rimostrare tutta la sua responsabilità nei confronti dell’Italia. E quindi non contribuire ad alimentare fenomeni di allarmismo. Nel 2023 (imposte decise l’anno prima e quindi fuori dalla portata del governo, entrato in carica 22 ottobre del 2022) il carico fiscale complessivo, secondo i dati Istat, era aumentato di 50,799 miliardi. L’anno successivo di una cifra leggermente minore, pari a 50,111. Ma lo scorso anno solo (si fa per dire) di 30,404. Con una flessione pari al 22 per cento.

Troppo poco si dirà. Possiamo anche essere d’accordo. Ma allora è questo che bisogna dire. Nonostante la riduzione in termini di cassa, in Italia, il carico fiscale è ancora troppo elevato. Ma si può sostenere questa tesi e, al tempo stesso, battersi per la patrimoniale? Imposta che del resto già esiste nell’ordinamento fiscale italiano. Si dice, ma la ricchezza, in Italia, è troppo mal distribuita. Anche questo è vero. Ma da dove deriva quel patrimonio? È stato frutto di una precedente e reiterata evasione fiscale? In questo caso bisogna intervenire e colpire chi ha trasgredito. Ma se quell’accumulo fosse solo il frutto della propria capacità di stare sul mercato, e degli utili accumulati dopo aver pagato le tasse, ogni azione sconfinerebbe in una sorta di “esproprio proletario”. Il che piega come mai sparare nel mucchio, ricorrendo ad una sorta di decimazione fiscale, non è consentito.

Ma perché – si sostiene – non chiedere a chi ha tanto di dare un minimo a favore dei più fragili? Richiesta più che giustificata, ma ad una condizione: che non si trasformi in un obbligo giuridico. Contrario, com’è, a qualsiasi etica pubblica. Non si dimentichi che, in Europa, vige “il principio del legittimo affidamento”. Vale a dire la tutela di quel cittadino o di quella impresa che, basandosi sul rispetto della legge, non può essere colpita da successive modifiche normative in grado di ledere i propri interessi. Civiltà giuridica docet.

E allora? Per favore un po’ di serietà. Lo scorso anno, per confutare le critiche dei più animosi, le imposte dirette (sempre secondo l’Istat) sono diminuite di 2,482 miliardi; quelle indirette di 7,891, le imposte in c.capitale (redditi di capitale e patrimoniali) sono aumentate da 199 milioni a 1,295 miliardi: sette volte tanto. Una tassazione extra che ha colpito, con buona pace di Giuseppe Conte, soprattutto le banche e le grandi aziende che operano nei settori dell’energia.

Oltre il 70% del maggior carico fiscale, rispetto all’anno precedente, (27,736 miliardi di euro) deriva invece dai maggiori contributi sociali versati (effettivi e figurativi) che, a loro volta, non sono altro che la conseguenza della maggiore occupazione. Certo una parte della sinistra avrebbe preferito una maggiore estensione del reddito di cittadinanza rispetto a un ingresso così massiccio sul mercato del lavoro. Ma, per fortuna, le scelte dei diretti interessati sono state diverse.

Il bivio latinoamericano: diritti o risultati? Le radici politiche dell’ascesa illiberale secondo Malamud

7 June 2026 at 08:34

L’illiberalismo dell’America Latina non riguarda l’ideologia, ma la sopravvivenza. Quando le democrazie non riescono a fermare la violenza delle gang o la corruzione, gli elettori iniziano a considerare i diritti fondamentali come un lusso e le istituzioni diventano, nella migliore delle ipotesi, un peso, nel peggiore dei casi complici. Anche il Cile, da tempo considerato un modello di riforma democratica graduale, ha rifiutato prima una costituzione progressista e poi una conservatrice, con gli analisti che attribuivano la reazione a un eccesso di potere delle élite. In Paesi come Perù e Guatemala, la frammentazione politica ha permesso quello che Paolo Sosa-Villagarcia e Moisés Arce chiamano “autoritarismo legislativo” dove il legislatore, piuttosto che l’esecutivo, governa attraverso negoziati tra élite e cattura dello Stato invece di rispettare la volontà del popolo. Questi regimi mantengono una facciata liberale, non si manifesta un eccesso di potere esecutivo, ma la legittimità democratica ne soffre comunque.

D’altra parte i leader riformisti ambiziosi hanno adottato tattiche populiste, utilizzando la legittimità popolare per aggirare i controlli istituzionali. La riforma della magistratura in Messico, ad esempio, è stata controversa perché rischiava di ridurre l’indipendenza giudiziaria, ma è stata presentata come democratizzazione. Sebbene retoricamente progressiste, queste mosse rischiano di svuotare le garanzie liberali in nome dell’urgenza democratica. Questi modelli evidenziano la lotta perenne della regione per allineare la governance liberale alla legittimità democratica. Le democrazie che si sono dimostrate abbastanza resilienti da resistere alle crisi, come Argentina e Brasile, lo hanno fatto attraverso barriere istituzionali che salvaguardano i processi elettorali e ristabiliscono l’equilibrio politico. Questi contrappesi, specialmente nei periodi di polarizzazione, sono fondamentali. Dimostrano che la resilienza istituzionale, pur essendo fragile, non è inutile.

Gli elettori sostengono i leader illiberali per quattro motivi. Innanzitutto, scelgono i risultati invece dei diritti. Quando la democrazia liberale non riesce a mantenere le promesse, gli elettori puniscono i governanti e favoriscono soluzioni che funzionano, indipendentemente dai costi. In secondo luogo, le persone tendono a preferire narrazioni semplificate. I populisti indicano nemici concreti piuttosto che cause astratte e promettono soluzioni nette invece che compromessi. In terzo luogo, il divario tra il popolo e le élite si è ampliato. Alcune élite liberali hanno sviluppato un atteggiamento moralista che l’elettore medio considera paternalista o minaccioso. In quarto luogo è emerso un contraccolpo culturale. Alla presunzione morale delle élite si è accompagnata l’imposizione di valori progressisti che molte persone comuni percepiscono come estranei alla tradizione. Questa non è una storia unicamente americana o latino-americana. È globale. E a meno che le democrazie liberali non diventino più empatiche e reattive – cioè meno oligarchiche – i candidati illiberali continueranno a vincere le elezioni, a volte con maggioranze schiaccianti. Questo rende la ricostruzione della legittimità democratica non solo un imperativo morale, ma una necessità strategica.

Per sopravvivere la democrazia liberale deve produrre risultati, non solo predicare. Le lezioni dell’America Latina sembrano chiare: la stabilità del Costa Rica si basa su tribunali anticorruzione che funzionano; gli strumenti digitali dell’Uruguay e i referendum attivati da parte popolare permettono ai cittadini di influenzare le politiche, non solo di protestare. Ancora più importante, le élite di entrambi i Paesi – come l’emblematico José “Pepe” Mujica – condividono lo stile di vita delle masse. Empatia e prossimità non sono concetti demagogici, ma costruttori di fiducia. Le riforme della regione devono affrontare sia i bisogni materiali sia simbolici, combinando giustizia e ripresa economica invece di limitarsi a compromessi legalistici. Quando la democrazia diventa una prerogativa delle élite, tradisce la sua natura primordiale: essere un governo del popolo. E quando diventa un rituale di elezioni senza consegna, vanifica il suo scopo ultimo: un governo per il popolo. Diritti e risultati non sono opposti, ma prerequisiti reciproci. Senza di essi, gli elettori continueranno a scegliere caudillos che promettono sicurezza rispetto alle tutele e che scambiano pesi ed equilibri con l’“efficienza da uomo forte”. La lezione è chiara: la democrazia senza liberalismo è pericolosa, ma il liberalismo senza democrazia è insostenibile. Per preservare entrambi, bisogna ricostruire il ponte che un tempo li teneva uniti: la fiducia con gli elettori al centro.

L’equilibrio richiesto non è solo istituzionale, ma simbolico e materiale. I cittadini devono credere sia nei propri diritti individuali sia nel loro potere collettivo di plasmare la governance. A loro volta, i leader devono servire i cittadini migliorando le loro condizioni di vita, attraverso una prosperità condivisa e la dignità sociale . Il rispetto è il primo mandato della comunità e la condizione che legittima l’autorità. Il secondo mandato è il pane quotidiano. Il liberalismo deve dimostrare di poter ridurre criminalità e corruzione e riaccendere la crescita economica, non solo proteggere le procedure. Altrimenti, gli elettori continueranno a scambiare diritti per risultati, e l’esperimento della democrazia dell’umanità continuerà a essere in bilico.

Formiche 225

Se l’IA indebolisce il nostro arsenale intellettuale

7 June 2026 at 08:07

Non sappiamo più fare a meno dell’IA?

Facendo un giro sui social – tra gli articoli stampati su carta di qualche raro (distratto) giornalista, tra le testate online e, in particolar modo, tra i post dei cosiddetti esperti su Linkedin – è ormai facile trovare contenuti scritti, in parte o interamente, per mano dell’intelligenza artificiale.

Sembra infatti sempre più raro, se non anacronistico, trovare chi, di fronte all’esigenza di essere rapidi, di coprire l’argomento nel minor tempo possibile, sia disposto a perdere minuti in più per scrivere di sana pianta, con le proprie parole e il proprio spirito critico, un post, un articolo, un’analisi o un ragionamento.

Che l’IA possa causare danni all’intelletto o ritardare lo sviluppo di funzioni cerebrali non è stato ancora scientificamente accertato; quello che certo è che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come alternativa al proprio lavoro intellettuale rappresenti, alla lunga, una forma di debito cognitivo capace di coinvolgere memoria, vocabolario e linguaggio, spirito critico e acume analitico.

Ma è solamente nostra responsabilità? La necessità di produrre contenuti, a discapito della qualità di questi, rappresenta senza dubbio un primo fattore che spinge chiunque debba scrivere un post, un’analisi o un articolo ad affidarsi alla rapidità dei nostri colleghi artificiali. Ma a che prezzo? Contenuti tutti più o meno simili, nei quali le capacità di reporting dei sistemi di intelligenza artificiale prevalgono sulle qualità intrinseche di chi svolge un lavoro intellettuale: il ragionamento, la capacità di unire i puntini, di riportare gli avvenimenti in una chiave di lettura differente, di caratterizzare i testi – dal post all’analisi geopolitica o politica – con il proprio bagaglio culturale, con la propria capacità di visione.

E così troviamo, anche nei post di coloro che solitamente tengono seminari, lezioni, conferenze sull’utilizzo dell’IA o sulla guerra cognitiva in corso, contenuti simili, nei quali è sempre presente uno “scenario o quadro più ampio”, nei quali “x non è solo x, ma anche y” e gli avvenimenti si collocano sempre più spesso “in un’epoca segnata da…”, o dove è facile leggere formule come “è proprio questo il punto”.

Le conseguenze

Oltre alla produzione di contenuti simili e mai davvero pienamente “propri”, occorre sottolineare due punti ai quali forse non si pone la giusta attenzione.

Primo: la dialettica hegeliana del servo-padrone. Siamo abituati ad adoperare questi strumenti come ausilio, come aiuto, con l’errata convinzione di poter essere sempre e comunque capaci di esercitare le nostre funzioni cognitive quanto e quando vogliamo. Peccato che non sia così. E man mano, utilizzo dopo utilizzo, diveniamo dipendenti dallo strumento che credevamo di governare, che nel frattempo plasma le nostre percezioni, prima, le nostre opinioni, poi. E quelle di chi legge.

Il debito cognitivo che causa l’eccessivo utilizzo dell’IA indebolisce, uso dopo uso, la nostra capacità di ragionare, di applicare coscienza storica e letture critiche, di cogliere l’eccezionalità di alcuni eventi o, semplicemente, di analizzarli per conto nostro. Ancora, l’eccessivo utilizzo di IA riduce la qualità e la durata della nostra attenzione. E, come ultimo e più importante, erode la conoscenza, selezionando le informazioni al nostro posto e impattando negativamente sul pensiero critico di studenti e professionisti.

Secondo: il conflitto cognitivo. Disinformazione e manipolazione delle percezioni sono, in quanto minacce ibride, “suscettibili di essere moltiplicate dall’evoluzione dello spazio cibernetico e dell’ambiente mediatico”. Se un modello linguistico (Llm) viene avvelenato con contenuti falsi o parzialmente corrotti o se l’IA seleziona una delle molte informazioni non veritiere presenti sul web, allora il contenuto da lei prodotto sarà, di conseguenza, viziato, manipolato.

E questo contenuto contribuirà a plasmare le percezioni di chi lo legge e di chi lo “scrive”, contribuendo all’inquinamento dell’ecosistema informativo e, ancora, impattando sulla capacità collettiva di difendersi dagli attacchi cognitivi ai quali siamo, tutti, quotidianamente sottoposti.

Senza ombra di dubbio gli strumenti dell’IA sono utili, a volte più che necessari, perché capaci di valutare una mastodontica mole di informazioni in pochi attimi o perché capaci di riassumere, scrivere, progettare video e immagini, il tutto quasi istantaneamente.

Ma è anche vero che delegare qualcuno o qualcosa, chiedendogli di pensare e scrivere al nostro posto, significa rinunciare a pensare con la propria testa, scegliendo la rapidità rispetto alla qualità e la comodità rispetto alla responsabilità.

Quale responsabilità? Quella di rispondere con la nostra testa alla disinformazione e agli attacchi cognitivi che ci circondano, rimanendo presenti, vigili, consapevoli. E rifiutandosi di svuotare l’unico arsenale che possiamo tutti avere, quello intellettuale.

Quale politica estera per la casa riformista e il centrosinistra? Lettera aperta a Matteo Renzi

6 June 2026 at 17:22

Caro Matteo,

in un paper di Tactital Report (think thank specializzato da molti anni su Golfo e Medio Oriente) ho letto che all’interno della amministrazione americana si sarebbe acceso un vivace dibattito a proposito della “politica dei due forni” attuata dalle monarchie del Golfo rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. Data la tua esperienza dal vivo nel board del FII e in vista della imminente conferenza a Roma ti segnalo alcuni interrogativi di portata strategica che non riguardano ovviamente solo Italia Viva, ma tutta la futura politica estera del centrosinistra nel medio e lungo periodo, ben oltre i noti problemi suscitati dalla presenza di Donald Trump alla Casa Bianca.

Mentre una puntuale critica alla politiche di Trump è un elemento di convergenza che accomuna tutte le forze di centrosinistra (e recentemente anche il centro destra) sulla Cina non è così. Di fronte alle numerose violazioni dei diritti umani e persino alla manipolazione delle comunicazioni dell’Interpol si assiste a un silenzio imbarazzante. L’ultimo rapporto di Freedom House sulla Cina è davvero impressionante.

Esso dimostra che il regime di Pechino costituisce l’esatto opposto delle democrazie europee (Stato di diritto; libertà civili, politiche, sindacali e religiose; diritti della persona; libertà di stampa; diritti delle minoranze). Un aspetto su cui spesso si sorvola è la sorveglianza digitale di massa che irrobustita dalle recenti scoperte in materia di Intelligenza Artificiale ci consente di definire il regime di Pechino come vero e proprio emblema del totalitarismo politico-digitale.

Non si tratta solo di libertà negate. Come affrontare il gigante tecnologico cinese è anche un grande tema di sicurezza nazionale. Se un buon grado di cooperazione economico-commerciale è auspicabile perché utile al nostro sistema imprenditoriale e genera occupazione sino a che punto possiamo spingerci? Non c’è spazio qui per trattare il protezionismo economico cinese, ma qual è la linea rossa nel campo della politica estera? Questo contributo si concentra su un tema specifico di grande rilevo per l’Italia: quali conseguenze potrebbe avere per i nostri interessi nazionali (e per l’Europa) una espansione politico-miltare della Cina nell’area del Golfo? Si tratta peraltro di domande connesse alla imminente strategia triennale per la sicurezza nazionale che dovrebbero interessare tutte le forze politiche italiane (e le loro proiezioni in Europa). La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha infatti dato seguito anche se solo in via amministrativa alla proposta depositata dal presidente del Copasir, Lorenzo Guerini.

Mentre le differenze del centro sinistra sulla Ucraina sono ben note (e difficili da ricomporre per le miopi e propagandistiche posizioni dei 5 Stelle) manca ancora un’analisi strategica delle relazioni tra Cina e monarchie del Golfo, tema decisivo sul piano energetico, finanziario, militare e sopratutto politico. Nel rapporto che ho citato all’ inizio la principale preoccupazione degli analisti americani dopo l’incontro tra Trump e Xi Jin Ping è che la Cina intenda cambiare la sua postura nel Golfo ovvero passare dalla condizione di importante partner commerciale-finanziario a protagonista nel dominio della sicurezza, della difesa e delle tecnologie dual use.

I temi sensibili su cui le agenzie di intelligence e i think thank degli Stati Uniti si stanno interrogando sul nuovo ruolo della Cina sono i seguenti: integrazione satellitare, uso mirato dell’Intelligenza Artificiale, partnership nella progettazione e produzione di droni, sistemi portuali e, infine, accordi logistico-miltari di lungo termine. Nonostante gli inediti e gravi attacchi missilistici dell’Iran contro i paesi del Golfo il Qatar, gli Emirati, ‘Arabia Saudita e l’ Oman hanno, infatti, ripreso la collaborazione a 360 gradi con Pechino. Per quanto riguarda gli Emirati pare che – pur mantenendo la cooperazione con gli Stati Uniti nella difesa aerea (presumo perché più efficace) – Abu Dhabi intenda affidarsi a tecnologie e reti digitali del Dragone per mettere in sicurezza i porti, il sistema doganale, le zone industriali e l’intero comparto aerospaziale. Per quanto riguarda l’ Oman il più grosso timore è che il Porto di Duqm possa diventare un supporto operativo per la Marina Militare del Dragone. Per quanto riguarda il Qatar il Comando Usa di Centocom starebbero cercando di contrastare alcune operazioni riservate di Doha con la con la Cina.

Ma il dossier più importante riguarda l’Arabia Saudita. Nonostante le abituali esternazioni “ottimistiche” di Donald Trump il Regno avrebbe fatto sapere con chiarezza agli americani che aziende cinesi potranno partecipare liberamente alle gare per i sistemi di difesa aerea e la produzione di droni. Forse per questo l’emittente Al Arabya ha dato spazio al punto di vista cinese. In queste settimane Marco Rubio nel suo duplice ruolo di Consigliere per la Sicurezza Nazionale e Segretario di Stato sta seguendo una complessa istruttoria politico-diplomatica per conto del presidente.

Per quanto riguarda la difesa aerea in seguito alle numerose falle emerse il mese scorso il Pentagono vorrebbe creare un unico comando centralizzato per tutti i sistemi difensivi dei diversi paesi del Golfo. A questo proposito nel rapporto di Tacital Report da cui ho preso spunto si chiarisce che l’Arabia Saudita sarebbe stata avvertita che – di fronte ad una crescita di tecnologie duali, device o rete proveniente dalla Cina ci sarebbero significative restrizioni a tutti i programmi di cooperazione militare in materia di interoperabiltà dei sistemi e di supporto per reagire in tempo reale agli attacchi di missili e droni. A Washington si discute inoltre di sanzionare i semiconduttori avanzati e le piattaforme di Intelligenza Artificiale che sono espressione di joint ventures tra Cina e i fondi sovrani dei paesi del Golfo, compresi i programmi di telecomunicazione 5G.

Caro Matteo, come vedi sono voluto entrare nel merito di dilemmi politici complessi e mi scuso per la lunghezza. Ci tengo davvero molto a un tuo parere perché penso che in un mondo lacerato dalle guerre e sempre più interdipendente sia davvero importante che il centrosinistra in Italia e in tutta Europa continui a difendere i valori di libertà e democrazia che sono alla base della nostra convivenza e che dopo secoli di guerre hanno consentito all’Europa ottanta anni di pace. L’Italia può dare un grande contributo alla politica estera europea e in questa prospettiva il centro sinistra ha il dovere di presentare un programma chiaro, e coerente in termini dei valori e degli interessi che intendiamo rappresentare.

Il generale riluttante. Come il presidente del Libano pensa di salvare il suo Paese

6 June 2026 at 15:01

Fedele all’abito che non indossa più, ma che ha indossato per tantissimi anni, il Presidente della Repubblica libanese, l’ex capo dell’esercito libanese, Joseph Aoun, non è uomo incline a rilasciare interviste. Dopo il fallimento del suo tentativo di far decollare in Libano un difficile e soffertissimo “cessate-il-fuoco asimmetrico” con Israele, ha deciso di farlo, e ha rilasciato un’intervista alla Cnn.

Il punto di partenza è stata la risposta al ministro degli Esteri iraniano, per il quale “il destino della guerra tra Iran e Stati Uniti non è separato dalla lotta in corso in Libano”. Aoun ha respinto in toto questa affermazione, affermando: “I nostri figli vengono uccisi, le nostre case vengono distrutte. Gli iraniani usano il Libano come carta negoziale con gli Stati Uniti. Questo è inaccettabile”.

Quindi, rivolgendosi ai pasdaran (che secondo il governo libanese guiderebbero le operazioni miliziane di Hezbollah) ha aggiunto: “Questo non è il vostro Paese, voi non dovete immischiarvi nelle cose di questo Paese, voi non state cercando di aiutarci. Il nostro popolo sta pagando il prezzo per i vostri interessi”. Quindi rivolgendosi a Hezbollah, il partito libanese legato ai pasdaran iraniani, ha cambiato tono, sostenendo che devono capire che il solo modo per salvare ciò che rimane del Libano è sedersi e negoziare la pace, attraverso la diplomazia. Ha alzato di nuovo la voce quando gli è stato chiesto del rifiuto da parte del leader di Hezbollah dei termini del cessate il fuoco negoziati dai suoi delegati con quelli del governo israeliano. Rivolgendosi al leader di Hezbollah direttamente ha detto: “Il nostro popolo non è tuo”. Riferendosi a famiglie decimate dagli attacchi israeliani ha aggiunto: “Non sono proprietà di Naim Qassem”, il leader di Hezbollah. Per Joseph Aoun, i libanesi confiderebbero in lui per porre termine alla guerra.

Quindi si è rivolto agli israeliani: “Non ne avete a sufficienza della guerra dal ’48 ad oggi? Volete davvero vivere in pace? Se è così sediamoci e parliamone”. Ma tra le tante parole pronunciate al riguardo, quelle che maggiormente colpiscono sono queste: “Possono radere al suolo l’intero Paese, distruggerlo, invaderlo, ma non raggiungeranno mai i loro obiettivi”. Lo stesso vale per Hezbollah: “Possono trascinare il Paese intero in una guerra prolungata, ma anche loro non raggiungeranno mai il loro obiettivo”. È ora per entrambi di sedere al tavolo negoziale, a suo avviso. “Il mio compito, ha detto rivolgendosi all’audience libanese, è salvare il Paese e sono determinato a farlo. Quando c’è la volontà, c’è sempre una strada”.

Il Presidente del Libano non è un nome di spicco dell’agone politico mondiale, storicamente è stato spesso considerato un burocrate di periferia, un passacarte, una figura che porta il Libano in un campo o nell’altro della contesa mediorientale, o di quella araba. Joseph Aoun con questa intervista ha tentato di dire che lo Stato che preside esiste.

Come è noto la sua elezione in Parlamento, all’inizio del 2025, non ebbe i voti necessari per raggiungere il quorum, e il generale incontrò riservatamente i leader di Hezbollah, poi il consenso in aula salì e al secondo scrutinio fu eletto. Questo ha fatto ritenere a molti che una qualche intesa fu raggiunta tra il generale e i capi del partito di Dio. Già nel suo primo discorso, appena eletto, però fu chiarissimo nel rivendicare allo Stato il monopolio delle armi su tutto il territorio nazionale. E Hezbollah accettò alcune confische dei suoi depositi di armi, si è detto depositi importanti.

Poi il meccanismo si è inceppato. Aoun, ottenendo altre confische, chiese all’inviato statunitense, Tom Barrack, un miliardario amico di Trump, di far pesare questi risultati con Israele per ottenere che, come lui stava procedendo verso l’attuazione degli accordi sul disarmo di Hezbollah, così loro procedessero sul pieno ritiro dal Libano, dove invece conservavano, dalla fine della guerra del 2024, cinque avamposti militari, mentre l’accordo prevedeva un ritiro completo. Barrack lo fece, ma non ottenne risultati. Questo fu usato da Hezbollah per sospendere la consegna degli armamenti.

Cosa pensi, come intenda procedere il Presidente, soprattutto con Hezbollah, non è chiarissimo. Il disarmo è un impegno al quale non può rinunciare essendo la cifra della sua presidenza. Vede di qui l’inizio del cammino che può ridare efficacia e vita allo Stato libanese. Ce ne potrebbero essere altri? Molti lo dicono, ma per Aoun è questo il primo nodo da sciogliere. Sembra evidente. Forse pensa, ipotizzano alcuni, al modello irlandese, quando al termine di un negoziato politico di anni l’Ira consegnò le armi senza scontri, senza sparatorie. Si può sostenere che, almeno sin qui, lui non ha condiviso l’idea di un’azione basata sulla forza da parte dell’esercito, un disarmo coatto.

Quale sia la sua road map non è noto, si può desumere qualcosa da quanto fa, propone, prospetta. Oggi vede però il suo Paese frantumarsi, il sud in macerie, un milione di profughi, e alcuni giornalisti libanesi scrivono in queste ore che il suo negoziatore a Washington, durante i colloqui con gli israeliani, sarebbe stato più volto sul punto di andarsene. L’intervista rende evidente che il presidente pone un problema politico anche a Israele.

Quello che sembra improbabile è che Aoun condivida la strada prospettata da un nome di punta della politica libanese, Walid Jounblatt. Lui, oltre a favorire il disarmo di Hezbollah ma non coatto, cioè non con la forza, ora aggiunge che al tavolo negoziale bisognerebbe aggiungere anche l’Iran, cioè il riferimento politico di Hezbollah. Questa strada non sembra quella che appare emergere dal discorso del Presidente, come anche da questa intervista. Qui si vede da una parte la richiesta a Israele di cambiare la propria strategia di sicurezza, che non la produrrà, e a Hezbollah di far prevalere l’elemento libanese, nazionale. Questo mi sembra il punto di un leader nella difficoltà della storia, ma del quale è giusto parlare, perché comunque sembra voler affermare, nonostante la difficoltà e sofferenza per i passi da compiere, che il suo Paese esiste. Pur essendo chiaramente nella tormenta.

Gli altri protagonisti vengono sempre citati, giustamente: anche questa intervista sembra dire cose importanti. Anche questo può essere un modo per affermare la propria esistenza.

Intelligenza artificiale, chi ha il diritto di spegnere tutto? La riflessione di Piselli

6 June 2026 at 14:15

Chi ha il diritto di “spegnere” tutto? Non un programma, non un server, ma una corsa intera, la corsa all’IA. Gli Stati, che sul progresso hanno sempre costruito la loro sovranità? Le imprese, che per definizione inseguono l’innovazione per profitto? O quel costrutto vago e indecifrabile che, banalizzando, chiamiamo popolo, e che non ha mai votato su nulla di tutto questo?

La questione non è retorica. Questa settimana Anthropic — il famoso AI lab che ha ideato Claude e che è oggi valutato vicino al trilione di dollari — ha chiesto al mondo di costruire un meccanismo per rallentare, o fermare, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale di frontiera.

Ma può il tecno-capitalismo rallentare? Può l’evoluzione umana rallentare? Chiedere alla tecnologia – che è nient’altro che uno specchio dell’umanità – di frenare è come chiedere all’acqua di non scorrere a valle: la tecnologia non ha un freno perché non è “altro” da noi. E l’uomo da sempre prende, conquista, si propaga, contamina — l’agente Smith di Matrix lo aveva reso con chiarezza: non una specie, ma un virus che si diffonde finché trova nutrimento. Il get big fast, e faster, importato qui per moda dai circoli della Silicon Valley come fosse legge di natura.

È vero, degli stop nella storia ci sono stati (Asilomar e Dna ricombinante, Omg e moratoria europea, nucleare in alcuni paesi etc), ma si è trattato di tecnologie a più bassa diffusione commerciale della IA.

C’è poi un dettaglio che vale la pena considerare. Lo stesso laboratorio che invoca un freno ammette che oggi più dell’80% del suo codice non lo scrive più l’uomo, ma la macchina; quella stessa macchina che è sempre più vicina al recursive self-improvement, all’Artificial General Intelligence. E chi invoca il freno è lo stesso che poi preme l’acceleratore verso la quotazione. Non è ipocrisia. È la prova che la tecnologia non (si) può frenare. E che persino chi grida “fermatevi” (oggi Marina Favaro e Jack Clark, ieri Elon Musk e persino papa Leone in Magnifica humanitas) lo fa a sua volta correndo o rin-correndo.

E abbiamo paura, a ragione. Non sapremo governare la transizione. Mestieri interi svaniranno, professioni che credevamo eterne si scopriranno fragili, e il lavoro cognitivo — in teoria — tenderà a un costo marginale pari a zero. Si annulleranno le occasioni di scambio, come quelle che avvenivano tra i devs nei corridoi delle grandi software house («mi aiuti a far girare questo script?») e che generavano un piccolo debito umano e un pizzico di conoscenza reciproca.

Ed è ben probabile che il mondo si spezzi in due: chi possiede i sistemi/modelli informatici e chi se ne serve, una frattura più profonda di quella teorizzata da K. Marx, tra capitale e lavoro. Intorno a questa paura fiorirà, prevedibile come la primavera, una stagione abbondante di convegni e di bandi PRIN sull’etica e la public policy dell’intelligenza artificiale. Se ne discuterà molto, e con competenza. Servirà soprattutto, temo, a chi ne discute.

E chi se ne importa.

Voglio dire: è la domanda a essere sbagliata. Non perché la paura non sia fondata, ma perché ci inchioda a una scelta che non esiste — accelerare o frenare, abbracciare o respingere, salvezza o apocalisse. La partita non è lì. Mettiamo da parte la fede e il terrore, le due liturgie gemelle del nostro tempo. Togliamo tutto. Cosa rimane?

Rimangono due cose, che poi, a guardar bene, forse sono una sola: il rischio e la responsabilità.

Rimarranno perché qualcuno in carne e ossa deve pur poter rispondere e rischiare. La macchina può scrivere il codice; ma qualcuno dovrà firmare la revisione che lo manda in produzione, e quel qualcuno, se il sistema crolla, sarà chiamato a portarne il relativo peso. La macchina potrà ordinare mille precedenti meglio di qualsiasi giurista; ma la sentenza la pronuncerà sempre un giudice, perché una decisione che cambia una vita esige un soggetto responsabile (almeno in teoria). La macchina potrà istruire ogni delibera di un CdA; ma il rischio d’impresa lo porterà sempre un consiglio fatto di persone che rispondono davanti a chi ha investito — e nessuna business judgment rule assolverà mai un algoritmo, perché un algoritmo non ha nulla da rischiare, né perdere.

Ecco allora il punto. L’umano non sopravviverà perché un giudice in carne e ossa giudichi in astratto meglio di una macchina, o un medico curi meglio, o un avvocato tratti meglio con le persone (e forse è addirittura vero il contrario). Né tanto meno perché lo human in the loop si impone per legge. Sono balle, e presto i fatti le smentiranno. L’umano sopravvivrà per una ragione: perché la società non sarà mai disposta a esternalizzare dall’uomo stesso tali funzioni. Si tratta di primitive sociali irriducibili. Perché responsabilità vuol dire avere qualcosa da perdere, e solo chi può perdere può rispondere. E rischiare vuol dire scommettere una posta contro un ritorno incerto e solo chi è umanamente toccato dal calcolo cost-reward può rischiare.

Siamo allora condannati a essere revisori docili della macchina, a firmare ciò che non riusciremo più a comprendere? Non necessariamente. C’è una legge, in informatica, che porta il nome di Gene Amdahl: la velocità di un processo o di un sistema non la decide la parte che accelera, ma quella che resta lenta. E se accelera tutto, il collo di bottiglia insostituibile rimane l’uomo. Siamo insieme l’innesco di questa rivoluzione e il suo limite — e il limite, qui, non va invocato tramite forza di legge, ma semplicemente osservato quale l’esito naturale di un processo evolutivo di un sistema (ormai ibrido) che si autoregola.

Non credo che il mondo di domani sarà mai Matrix. Anche se forse vi si avvicinerà in qualche modo. Ma sospetto che il futuro segnerà, per contraccolpo, un ritorno all’uomo: al suo giudizio e alla compassione — alle sole cose che nessun sistema informatico saprà rendere a costo marginale zero, perché per l’uomo non hanno prezzo.

Chi ha il diritto di spegnere tutto, allora? Credo nessuno, collettivamente: è pressoché impossibile nel caso della IA. E la domanda giusta forse è un’altra: non chi avrà il diritto di frenare, ma chi, quando tutto intorno correrà a velocità inumana, saprà ancora fermarsi, svegliarsi, e chiedersi il senso più profondo di tutto questo.

Zeraati, la giustizia britannica e il nodo Teheran. L’ombra delle reti criminali al servizio dell’Iran

6 June 2026 at 11:35

La giustizia britannica ha messo un primo punto fermo sull’aggressione a Pouria Zeraati, giornalista di Iran International accoltellato nel marzo 2024 davanti alla sua abitazione a Wimbledon, nel sud-ovest di Londra. Due cittadini romeni, Nandito Badea, 21 anni, e George Stana, 25, sono stati riconosciuti colpevoli dalla giuria della Woolwich Crown Court per lesioni con l’intenzione di provocare gravi danni fisici.

Secondo la ricostruzione della Bbc, Zeraati stava raggiungendo la sua auto quando fu avvicinato dagli aggressori. Badea, secondo l’accusa, impugnò il coltello e colpì il giornalista alla gamba; Stana avrebbe invece guidato la Mazda usata per la fuga. Un terzo uomo, David Andrei, è indicato dagli investigatori come parte del gruppo e avrebbe trattenuto la vittima durante l’attacco, ma non era imputato nel processo britannico perché non estradato dalla Romania.

Zeraati, volto noto di Iran International, emittente in lingua persiana critica verso la Repubblica islamica, riportò tre ferite da coltello alla gamba e fu ricoverato in ospedale. L’inchiesta fu assegnata fin dall’inizio all’antiterrorismo britannico, anche per il profilo della vittima e per le minacce già rivolte negli anni al network. A Teheran, secondo quanto emerso nel procedimento e riportato dai media britannici, erano apparsi manifesti con il volto di Zeraati e la scritta “wanted: dead or alive”.

Per l’accusa, l’aggressione non sarebbe scaturita da un tentativo di rapina o dalla degenerazione di una lite privata, ma da un’operazione preparata con ricognizioni precedenti e ordinata da un terzo soggetto che agiva per conto dello Stato iraniano. Il dipartimento di antiterrorismo della polizia Uk ha parlato di un attacco “mirato e violento”, precisando che questa era la tesi sostenuta durante il processo. Ad oggi, il verdetto della giuria accerta la responsabilità penale dei due imputati per l’aggressione, ma non costituisce, da solo, una pronuncia formale sulla responsabilità dello Stato iraniano. Valutazione che invece potrà rientrare nella fase della sentenza, prevista per il 3 luglio all’Old Bailey.

La pista dei proxy è il fattore caratterizzante della vicenda. Gli investigatori britannici ritengono che Badea e Stana abbiano operato come esecutori reclutati per denaro. Schema che si sta ripetendo in diversi casi collegati a interferenze straniere: criminali comuni, intermediari e reti logistiche locali utilizzati per colpire oppositori, giornalisti o comunità considerate ostili da regimi stranieri.

A conferma della pista proxy, nel processo è anche emersa una possibile traccia finanziaria. Più di 80mila sterline sarebbero passate attraverso il conto Revolut della sorella di Stana, Florina, da una società londinese di costruzioni, Hemroc Ltd. Parte del denaro sarebbe poi stata trasferita su conti collegati ai due imputati e usata anche per coprire i voli tra Bucarest e Londra. Gli investigatori hanno collegato questi flussi a Edgar Hakkopian, cittadino britannico-iraniano, che non risulta attualmente incriminato.

Dopo l’attacco, i tre uomini lasciarono rapidamente il Regno Unito. Secondo le ricostruzioni della polizia, fuggirono prima dall’area di Wimbledon, poi raggiunsero Heathrow e partirono per Ginevra. Badea e Stana furono arrestati in Romania nel dicembre 2024 ed estradati nel Regno Unito. Iran International aveva già trasferito temporaneamente le proprie attività a Washington nel 2023 dopo un’escalation di minacce, prima di tornare a operare da una nuova sede londinese. Londra rimane oggi uno dei (non pochi) teatri nei quali è maggiormente osservabile la tendenza al ricorso da parte di attori statali ostili a reti criminali e intermediari per condurre intimidazioni, sorveglianza e violenze sul territorio britannico.

Da Garlasco a Netflix, come il true crime è diventato un’industria. I dati di Giordano

6 June 2026 at 10:52

È da diversi anni che l’interesse digitale per il true crime ha frantumato la nicchia nella quale per molto tempo è stato relegato – in parte, anche volontariamente per non pagare pegno a quel pregiudizio moralizzante, oggi molto meno diffuso di una volta, che censurava ogni forma di monetizzazione e di spettacolarizzazione della tragedia umana – diventando così molto più di una tendenza passeggera, di una curiosità episodica. Il true crime, in particolare quello italiano, è in una fase di definitiva maturazione, parliamo di un genere che si è strutturato come un vero e proprio mercato. Del resto, se così non fosse non si spiegherebbero neanche l’attenzione crescente da parte dei talk televisivi, alcuni dei quali devono la loro programmazione e fortuna proprio alla notiziabilità del tema, o quella che ha spinto diverse media company a investire nella produzione e distribuzione sulle principali piattaforme di streaming, ma non solo, di mini-serie dedicate ai delitti e ai misteri che hanno catalizzato per intere settimane e mesi ogni secondo della nostra attenzione.

Su Netflix è ancora possibile on demand seguire la docu-serie Vatican girl, che ricostruisce per filo e per segno e in modo avvincente la vicenda di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma nel 1983. Mentre, qualche anno fa, era il 2023, Sky crime ha raccontato la storia dell’omicidio di Meredith Kercher, la giovanissima studentessa inglese trovata morta nella sua casa di Perugia, dove studiava all’Università per stranieri, la mattina del primo novembre 2007 e il travagliato percorso processuale che portò prima alla condanna e poi all’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Poi non sono mancate le serie sugli omicidi di Sarah Scazzi, di Elisa Claps e Yara Gambirasio, ma ciò che ha contribuito a sdoganare definitivamente il genere e trasformarlo in un prodotto commerciale è stato il lavoro di alcuni podcaster e youtuber. In particolare, tra i primi ci sono Pablo Trincia e Alessia Rafanelli che hanno realizzato Veleno, podcast che ha raggiunto un’audience straordinaria, nel quale i due ricostruivano una vicenda che non tutti ricordavano, quella dei cosiddetti diavoli della bassa modenese.

Mentre, passando a YouTube, a dare il là al successo del genere ci hanno pensato Luca Zanella con il suo canale DarkSide, che conta oggi 123 mila iscritti, Francesca Bugamelli, in arte Bugalalla, nota per il suo canale YouTube Bugalalla crime, che ha una fanbase di 307 mila iscritti. Entrambi hanno pubblicato decine di video sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nell’agosto del 2007, in particolare dall’anno scorso con la riapertura delle indagini della Procura di Pavia a carico di Andrea Sempio. Entrambi, nei video che hanno incassato migliaia di visualizzazioni, hanno diffuso gli atti processuali, a volte anche inediti, stralci di intercettazioni e persino presunte registrazioni audio che hanno riacceso il dibattito su uno dei misteri italiani più discussi. YouTuber e podcaster che grazie alla vicenda Garlasco hanno aumentato notevolmente i loro fandom social, sono diventati delle celebrity e grazie a questa popolarità hanno pubblicato libri e vengono invitati nei salotti televisivi o partecipano a convegni e rassegne varie.

Sempre su YouTube, per restare sull’omicidio Poggi è nato, sempre l’anno scorso quando la curiosità e l’interesse degli utenti si è improvvisamente riacceso, un profilo che conta già 18 mila iscritti e che si chiama Garlasco channel, dove è possibile trovare analisi dettagliate, ricostruzioni, interviste, e approfondimenti per comprendere ogni sfumatura di questa vicenda che ha segnato la storia della giustizia italiana. In questi ultimi 14 mesi, cioè da quando a marzo del 2025 il procuratore capo della Repubblica di Pavia, Fabio Napoleone, ha deciso di indagare nuovamente sull’omicidio per il quale è stato condannato a 16 anni di reclusione l’ex fidanzato Alberto Stasi, il termine Garlasco, toponimo della cittadina pavese in questi anni è diventato suo malgrado anche l’etichetta mediatica che sintetizza tutto ciò che riguarda la vicenda, è stata utilizzato in Rete da oltre 29 mila autori unici con un milione e mezzo di menzioni. Ma, qui il dato diventa ancora più straordinario e ci aiuta a comprendere l’esplosione di questo genere, le menzioni su Garlasco hanno generato un volume totale di 26,7 milioni di interazioni. Numeri di per sé già notevoli, ma che crescono ancora di più se alla prima keyword – la parola-chiave del monitoraggio di listening – aggiungiamo un secondo termine di ascolto del parlato digitale, questa volta però nominativo. Infatti aggiungendo il nome Andrea Sempio nell’ultimo mese, da quando si è avuta la conferma di un suo coinvolgimento nell’indagine, le interazioni totali sono arrivate a ben 31 milioni. C’è da scommettere che cresceranno ancor di più con i possibili sviluppi investigativi.

A conti fatti, il driver Garlasco ha avuto questa audience digitale dirompente non tanto perché metteva in discussione una verità processuale acquisita che ha portato, dopo due assoluzioni, alla condanna di Stasi, ma perché la riapertura dell’azione investigativa si è innestata in una bolla già matura, in una community uscita dall’auto-isolamento e che da anni produce contenuti che hanno incassato attenzione e milioni di visualizzazioni e interazioni.

Formiche 225

Troppa o troppo poca? La situazione dell’acqua in Italia

6 June 2026 at 10:42

“La temperatura media atmosferica del Paese registrata negli ultimi 50 anni è aumentata di 2°C e questo comporta un impatto diretto sul ciclo dell’acqua: più la temperatura cresce, più aumenta l’evaporazione e con essa il rischio di siccità; ma allo stesso tempo, più la temperatura aumenta e maggiore è l’umidità che si immagazzina nell’atmosfera e che può dare vita a precipitazioni particolarmente intense. Si viene così a creare un apparente paradosso in cui di acqua o ce n’è troppa, come nei casi di bombe d’acqua e alluvioni, o troppo poca, come le siccità nei mesi estivi”. Crisi climatica e crisi dell’acqua sono oggi due facce della stessa medaglia.

A dirlo è il rapporto “Troppa o poca acqua. L’acqua in Italia in un clima che cambia”, realizzato da Italy for Climate, il centro studi su clima ed energia della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, e presentato a Venezia in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, dove vengono analizzati i nessi tra la crisi climatica e la risorsa idrica, evidenziando come l’acqua sia uno degli elementi più esposti agli effetti del cambiamento climatico.

Gli impatti dell’aumento della temperatura determinano eventi meteo estremi sempre più frequenti e più intensi, con ripercussioni anche sulle risorse idriche. Secondo l’ultimo rapporto Ipcc, l’Intergovernmental Panel of Climate Change delle Nazioni Unite, “il cambiamento climatico ha ridotto la sicurezza alimentare e ha impattato sulla sicurezza idrica, a causa del cambiamento nel pattern di precipitazioni, nella riduzione e perdita di elementi criosferici, nell’intensità e nella maggiore frequenza degli eventi climatici estremi”.

Il riscaldamento globale non impatta allo stesso modo sulle varie regioni del mondo. L’area del bacino del Mediterraneo è un hotspot climatico e in Italia l’aumento delle temperature sta avvenendo più velocemente rispetto alla media del pianeta. La conseguenza è un’Italia divisa in due, con un Nord colpito da precipitazioni sempre più intense e dannose, mentre il Sud e le Isole sono sempre più esposti a rischio siccità. Nel 2025 sul territorio italiano sono caduti una media di 962 mm di pioggia, ma le variazioni regionali sono rilevanti: a fronte degli oltre 1.800 mm di precipitazioni in Friuli Venezia Giulia non si raggiungono i 700 mm in Puglia, Sardegna e Sicilia.

“La crisi climatica in corso genera rilevanti pericoli sia di siccità che di inondazioni – ha spiegato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – Per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità verso questi pericoli serve, da una parte, un cambio di modello nella gestione della risorsa idrica, passando dall’uso lineare dell’acqua a uno circolare, puntando al risparmio idrico, al rinnovo delle reti per porre fine alle dispersioni, alla raccolta e al riuso delle acque piovane. Dall’altra, servono misure strutturali: fermare la cementificazione del territorio, aumentare le aree di espansione e ripristino delle fasce fluviali, di accumulo delle piogge nelle aree urbane”.

In Italia sono quasi 3 milioni le famiglie che vivono in zone a rischio alluvioni e con loro 1 milione e mezzo di edifici, 643 mila aziende e 34 mila beni culturali. Un rischio che non dipende solo dal clima ma anche dalla cementificazione del territorio: nel 2024 sono stati cementificati quasi 8 mila ettari di suolo. Negli ultimi anni sono aumentati gli eventi estremi: nel 2025 sono state censite 1.670 grandinate e piogge intense, contro 660 nel 2019. Nelle sole regioni del Nord Italia (Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia , Emilia-Romagna) si sono concentrate il 60% di tutte le piogge intense e grandinate. Tra il 1980 e il 2024 i danni per eventi climatici estremi sono costati al nostro Paese 145 miliardi di euro e causato quasi 57 mila vittime.

Le precipitazioni sempre più intense non rappresentano una minaccia solo a causa delle alluvioni. Hanno un impatto diretto anche sullo “stato dei suoli agricoli e sulla loro capacità di sostenere la produzione alimentare”. L’erosione del suolo, infatti, è una delle forme più diffuse di degrado del suolo in Europa. “In Italia il 24% dei suoli agricoli e seminaturali è esposto a gravi fenomeni di erosione idrica, il dato più alto dei Paesi europei, la cui media si ferma al 5%”.

Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia europea dell’Ambiente, l’Italia, con i suoi 135 miliardi di metri cubi di acqua disponibile, si colloca al quarto posto in Europa dopo Francia (206 miliardi), Svezia (184) e Germania (173). Secondo ISPRA stiamo assistendo, nel nostro Paese, a una progressiva disponibilità media annua di acqua. Questo trend sarebbe destinato a consolidarsi e anche a peggiorare a causa del cambiamento climatico. Se non riusciamo a invertire la rotta sulle politiche di decarbonizzazione, “in uno scenario di aumento delle temperature di *3 o 4°C, a fine secolo potremmo avere un ulteriore 40% in meno di acqua disponibile”.

E comunque, l’Italia è un Paese a stress idrico, la disponibilità d’acqua è calata del 20% negli ultimi cento anni. Ciò nonostante, preleviamo il 27% dell’acqua complessivamente disponibile sul territorio. Con questo indice di sfruttamento, il nostro è uno dei quattro Paesi europei, insieme a Malta, Cipro e Spagna, guarda caso tutti ricadenti nel bacino del Mediterraneo. Il 2022, per l’Italia, è stato l’anno con la minore disponibilità idrica, con meno della metà dell’acqua rispetto alla media dell’ultimo trentennio. Uno studio sull’impatto del riscaldamento globale sulla disponibilità di acqua riguarda anche le precipitazioni nevose che si sono dimezzate dagli anni ’50 ad oggi e i ghiacciai che si sono ridotti del 30%.

Anche se la disponibilità di acqua diminuisce, l’Italia si conferma il Paese europeo con il record di prelievi: circa 36 miliardi di metri cubi nel 2023, più della Spagna (33 miliardi), della Francia (26) e Germania (24).

I motivi? Innanzitutto la necessità di irrigare i campi agricoli, con 17 miliardi di m3 prelevati nel 2023. Dopo l’agricoltura seguono quelli per uso civile: 8 miliardi nel 2023, record assoluto in Europa. Su questi prelievi pesano non poco le perdite: il 42% dell’acqua che preleviamo si perde durante il trasporto nelle reti di distribuzione, e la situazione è in continuo peggioramento. Poi ci sono i prelievi del settore industriale, stimati, sempre nel 2023, in 6, 6 miliardi di m3. Dove il nostro Paese fa un po’ meglio è nella generazione elettrica, dove, con 4 miliardi di metri cubi, siamo al sesto posto in una classifica che vede la Francia primatista assoluta con 16 miliardi.

“Una gestione integrata e sostenibile della risorsa idrica, si legge nell’ultimo rapporto Ispra sullo stato delle acque in Italia, deve basarsi su adeguati strumenti conoscitivi e di analisi dello stato dei corpi idrici, delle pressioni a cui sono soggetti e di valutazione dell’efficacia delle misure volte al miglioramento dello stato e alla mitigazione degli impatti. In un contesto climatico e di sviluppo economico e sociale in rapida evoluzione, la gestione integrata e sostenibile dell’acqua si configura non soltanto come una priorità ambientale, ma come una scelta strategica per il futuro del Paese”.

Starmer accelera sulla difesa britannica davanti alla minaccia russa

6 June 2026 at 10:23

Keir Starmer ha annunciato che la nuova pubblicazione del Defence Investment Plan britannico precederà il vertice Nato del 7 luglio. Lo ha fatto durante una visita a Stark, azienda di tecnologie per la difesa a Swindon, legando il dossier della produzione industriale e militare a quello della nuova postura di sicurezza del Regno Unito.

Il motivo, nelle parole del primo ministro, è la convergenza tra minaccia, capacità militari e base industriale. Secondo quanto riportato dal Guardian, Starmer ha richiamato la valutazione dell’intelligence del Regno Unito e di altri Paesi Nato secondo cui la Russia potrebbe essere in grado di attaccare l’Alleanza “già nel 2030”. Da qui, ha spiegato, l’urgenza di associare l’aumento della spesa per la difesa a programmi concreti, tecnologie disponibili e produzione nazionale.

Il Defence Investment Plan dovrà tradurre in scelte finanziate la Strategic Defence Review pubblicata nel 2025, che aveva già fissato l’obiettivo di spostare la difesa britannica verso una maggiore prontezza operativa, una postura “Nato first” e un uso più esteso di droni, intelligenza artificiale, sistemi autonomi e capacità digitali. Il piano di investimento era atteso inizialmente lo scorso autunno, ma è stato rinviato più volte e ora sembra iniziare a muoversi su due piani. Il primo è militare: Londra vuole aumentare la spesa per la difesa, dopo aver indicato l’obiettivo del 2,6% del Pil e l’ambizione di arrivare al 3% nella prossima legislatura, compatibilmente con le condizioni economiche e fiscali. Il secondo è industriale: il premier ha insistito sul fatto che l’investimento non dovrà produrre soltanto capacità operative, ma anche occupazione qualificata e ben retribuita nel Regno Unito. In soluzione di continuità con l’idea, già contenuta nella Strategic Defence Review, di trasformare la difesa in un motore di crescita, oltre che in uno strumento di deterrenza.

Le dichiarazioni del premier durante la visita a Stark richiedono poi ulteriori spunti di riflessione. L’azienda opera nel settore delle tecnologie per la difesa, più precisamente (anche) nella produzione di droni, ambito che l’Europa e la Nato, governo britannico compreso, considerano sempre più rilevante, in particolar modo alla luce delle lezioni emerse dalla guerra in Ucraina. Il conflitto ha infatti dimostrato quanto velocemente evolvano le esigenze militari e quanto sia decisiva la capacità di sviluppare, produrre e schierare in tempi rapidi sistemi efficaci, flessibili e sostenibili nei costi. Fattori che sottolineano quanto il futuro piano di investimenti dovrà tradurre gli indirizzi generali della revisione in scelte concrete, indicando risorse, programmi e capacità operative da finanziare e sviluppare nel prossimo decennio.

Il governo laburista dovrà ora conciliare le richieste degli alleati, la crescente percezione della minaccia russa, le esigenze delle Forze armate e i limiti imposti dai conti pubblici. Il tutto in vista del vertice Nato di luglio, vero e proprio spartiacque per l’intera componente europea dell’Alleanza, chiamata a dimostrare di poter assumere una quota maggiore delle responsabilità legate alla propria sicurezza. È su questa urgenza che si fonda il messaggio di Starmer, che descrive la Russia come il principale riferimento strategico rispetto al quale valutare la capacità di deterrenza dell’Occidente.

Cina o Stati Uniti? Vi spiego il valore geopolitico delle elezioni peruviane. L’analisi di Roy (Cfr)

6 June 2026 at 09:21

Dopo un primo turno di votazioni segnato da errori logistici e accuse di brogli, i peruviani tornano alle urne il 7 giugno per eleggere il nono presidente del Paese negli ultimi dieci anni. Il ballottaggio vede contrapposti il progressista Roberto Sánchez, considerato ampiamente anti-establishment, e la conservatrice Keiko Fujimori, con implicazioni che vanno ben oltre i confini del Perù. I due candidati divergono profondamente nelle loro posizioni politiche.

Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario Alberto Fujimori, è un’ex deputata e leader del partito di destra Fuerza popular. La sua campagna politica è fortemente incentrata sul ripristino dell’ordine pubblico, sulla lotta alla criminalità – una delle principali preoccupazioni dei peruviani a causa del recente aumento della criminalità organizzata – sull’espulsione dei migranti irregolari e sulla promozione di politiche pro-mercato, anche attraverso maggiori investimenti stranieri. Al contrario, Sánchez è un attuale deputato candidato per il partito progressista Juntos por el Perú. Ex ministro del Commercio estero e del Turismo sotto la presidenza di Pedro Castillo, Sánchez trae gran parte del suo sostegno dal “Perù profondo”: comunità rurali, indigene e della classe lavoratrice. Propone di legalizzare l’attività mineraria informale, ampliare il controllo statale sulle risorse naturali del Paese e, soprattutto, promuovere modifiche costituzionali per creare uno Stato plurinazionale che rafforzi le popolazioni storicamente emarginate del Perù. Ma la vera questione che incombe sulle elezioni peruviane non riguarda semplicemente chi governerà Lima e in che modo, bensì se il risultato contribuirà all’orientamento sempre più conservatore della politica latino-americana.

Negli ultimi anni la regione ha assistito in gran parte a un’inversione della cosiddetta “marea rosa” dei primi anni Duemila, caratterizzata da una serie di vittorie elettorali della sinistra. Questo spostamento conservatore è alimentato dal diffuso malcontento pubblico per l’aumento della criminalità, dell’inflazione, della stagnazione economica e della corruzione sistemica, tutti problemi che i governi di sinistra avevano promesso di risolvere. Se Sánchez dovesse vincere, il Perù si unirebbe al blocco di governi progressisti della regione che comprende Brasile, Colombia e Messico, tutti sottoposti a diversi livelli di pressione economica e politica da parte dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti. Una vittoria di Fujimori, invece, collocherebbe il Perù nel rinnovato campo conservatore della regione. Con altre importanti elezioni presidenziali ancora in programma in Colombia (dopo le elezioni del 31 maggio e il ballottaggio del 21 giugno) e in Brasile (4 ottobre), il risultato in Perù potrebbe approfondire oppure interrompere la divisione ideologica che sta ridefinendo la politica regionale.

Le elezioni di febbraio in Costa Rica hanno già visto la vittoria della populista conservatrice Laura Fernández. Le elezioni peruviane hanno anche implicazioni geopolitiche più ampie. Negli ultimi due decenni la Cina ha ampliato drasticamente la propria presenza in America Latina, passando da attore economico marginale a importante partner commerciale e investitore. In Perù, la costruzione cinese del porto di Chancay, un mega-porto in acque profonde da 3,5 miliardi di dollari progettato per collegare Asia e Sud America, rappresenta un esempio della portata di questo coinvolgimento. Mentre Sánchez sostiene un rafforzamento dei rapporti con la Cina, Fujimori ha apertamente allineato la propria piattaforma agli Stati Uniti. Il risultato delle elezioni potrebbe quindi determinare un Perù che mantiene forti legami con la Cina oppure uno che cerca un allineamento più stretto con Washington. Il Perù è inoltre uno dei maggiori produttori mondiali di rame – responsabile di circa il 12% della produzione globale nel 2025 – oltre che di altri minerali strategici come argento e zinco, sempre più centrali nelle strategie industriali ed economiche di Stati Uniti e Cina. Il possesso di queste risorse conferisce al Perù un peso geopolitico in un mondo affamato dei materiali necessari alla transizione energetica verde e alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Un’amministrazione Sánchez, con il suo piano di riforma del settore minerario e di espansione del controllo statale sulle risorse naturali, potrebbe scoraggiare gli investimenti stranieri necessari ad aumentare la produzione. Al contrario, un governo guidato da Fujimori probabilmente accoglierebbe con favore la possibilità di rafforzare i legami economici e di sicurezza con gli Stati Uniti, impegnati a costruire catene di approvvigionamento andine per i minerali strategici così da ridurre la dipendenza dalla Cina. Infine, il Perù è una delle principali destinazioni per migranti e rifugiati nell’emisfero occidentale: a febbraio ospitava oltre 1,6 milioni di venezuelani. Fujimori, tuttavia, ha promesso di reprimere l’immigrazione irregolare, puntando a utilizzare le forze armate per riaffermare il controllo alle frontiere. Questo approccio securitario riecheggerebbe quello adottato da altri Paesi guidati da governi conservatori, tra cui Argentina e Cile, ma rischierebbe di mettere sotto pressione le relazioni bilaterali con gli Stati vicini – in particolare la Colombia, che sostiene un approccio più aperto e basato sui diritti e condivide il peso dello sfollamento venezuelano. In definitiva, qualunque candidato ottenga più voti a giugno erediterà un Perù politicamente e socialmente diviso. Ma, soprattutto, contribuirà all’evoluzione delle dinamiche politiche regionali: una presidenza Fujimori probabilmente accelererebbe la svolta a destra già in corso, mentre una vittoria di Sánchez potrebbe interromperla. In ogni caso, la direzione ideologica del futuro del Perù avrà ripercussioni a Bogotá, Brasília, Washington e oltre.

Formiche 225

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