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Da Tallin Zelensky lancia una nuova proposta per la pace in Ucraina

10 June 2026 at 11:03

Un cessate il fuoco immediato e un vertice tra i principali attori coinvolti nel conflitto. È questa la proposta rilanciata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante il vertice dei Paesi Nordic-Baltic Eight (Nb8) tenutosi a Tallinn, in Estonia. Nel momento in cui i negoziati con Mosca continuano a non produrre risultati concreti, il leader ucraino ha ribadito che la priorità assoluta resta fermare i combattimenti e creare le condizioni per una pace duratura.

“La soluzione ideale nei negoziati di pace è porre immediatamente fine alla guerra”, ha dichiarato Zelensky nel corso della conferenza stampa finale, “come minimo, occorre compiere il primo passo: un cessate il fuoco incondizionato e totale”. Per raggiungere questo obiettivo, secondo il presidente ucraino, sarebbe necessario organizzare un incontro al massimo livello tra Ucraina, Russia, Europa e Stati Uniti. “L’Ucraina ha la volontà di fare tutto questo. Vedremo se anche la Russia ne avrà la volontà. Finora non l’ha dimostrata”, ha aggiunto.

Il tema della rappresentanza europea nei futuri colloqui è stato uno degli argomenti centrali affrontati a Tallinn. Zelensky ha sottolineato che l’Europa dovrà necessariamente essere coinvolta nel processo negoziale, ma ha escluso che possa assumere il ruolo di mediatore neutrale. “Putin è l’aggressore e l’Europa ha il potere di fermarlo”, ha affermato, sostenendo che il continente debba partecipare ai negoziati come parte direttamente interessata alla sicurezza europea. Quanto alla possibile composizione della delegazione europea, il presidente ucraino ha indicato Francia, Germania e Regno Unito come una possibile soluzione. Una soluzione che non arriva ex-abrupto: poche ore prima questi stessi Paesi avevano rilasciato una dichiarazione congiunta da Londra in cui si delineava un piano d’azione per sbloccare l’impasse diplomatica nel conflitto in Ucraina.

Oltre all’aspetto diplomatico, il vertice ha prodotto anche nuovi risultati nel settore della cooperazione militare. Zelensky ha annunciato la firma di un nuovo accordo con la Lettonia finalizzato a rafforzare la produzione congiunta e la cooperazione industriale nel settore dei sistemi senza pilota. Il presidente ucraino ha inoltre insistito sulla necessità di accelerare il processo di adesione del suo Paese all’Unione Europea, sostenendo che Kyiv abbia già soddisfatto i requisiti necessari per l’apertura dei cluster negoziali.

Il vertice di Tallinn arriva però in un momento in cui l’unità europea sul sostegno all’Ucraina mostra alcune crepe. Nelle stesse ore, infatti, la Bulgaria ha annunciato la sospensione degli aiuti militari a Kyiv. Il ministro della Difesa Dimitar Stoyanov ha spiegato che il nuovo governo guidato da Rumen Radev ritiene che la guerra non possa essere risolta sul campo di battaglia e che sia giunto il momento di puntare esclusivamente sui negoziati. Una decisione che si pone in netto contrasto con la linea emersa dal summit nordico-baltico, dove invece il sostegno all’Ucraina continua a essere considerato una condizione indispensabile per arrivare a una pace sostenibile. Ma che non stupisce particolarmente, considerando le posizioni filo-russe abbastanza esplicite della leadership bulgara al potere.

Trump rischia un accordo peggiore del Jcpoa. Parola di Pedde (Igs)

9 June 2026 at 16:11

La ripresa delle ostilità tra Iran e Israele non è uguale alle altre. In questo caso i nuovi vertici di Teheran hanno deciso di abbandonare la logica della risposta e abbracciare quella dell’iniziativa. Un mutamento di postura che ridisegna le coordinate del conflitto e complica ulteriormente il già fragile negoziato con Washington. Che sente il peso del fattore tempo. Per approfondire le complesse e intrecciate dinamiche che stanno emergendo in queste ore Formiche.net si è rivolta a Nicola Pedde, esperto di Iran e direttore dell’Institute for Global Studies, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Come legge la ripresa delle ostilità che ha visto coinvolti Iran e Israele negli scorsi giorni?

Come un segnale di “novità” rispetto al passato. I nuovi vertici della componente ultraconservativa hanno una linea politica molto diversa rispetto a quella che ha caratterizzato il passato e non hanno più alcuna intenzione di rispettare regole che ritengono superate, convinti di avere una capacità maggiore e quindi di poter attuare una politica più assertiva. Tant’è che abbiamo assistito per la prima volta a un attacco da parte iraniana senza che vi sia stato un preventivo attacco americano contro il Paese, e questo è un fattore di grande importanza perché determina un mutamento sostanziale nella postura strategica dell’Iran.

Come si sta approcciando Teheran a questo conflitto?

Il conflitto è stato gestito soprattutto in funzione dell’agenda che in questo momento è preminente per l’Iran, cioè quella della definizione di un accordo con gli Stati Uniti, dove una parte del vertice politico iraniano ritiene di avere in questo momento addirittura tre carte negoziali molto importanti. La prima è quella relativa allo Stretto di Hormuz, cioè la libertà di navigazione; la seconda è la questione nucleare; la terza è diventata il Libano, che è strumentale in termini negoziali per vincolare la trattativa e poter esercitare maggiori pressioni sugli Stati Uniti.

Possiamo aggiungere, come quarto elemento, anche il fatto che nonostante gli sforzi bellici di Usa e Israele in questo senso, le capacità militari iraniane non siano state neutralizzate?

Sì, questo è sicuramente un elemento. L’Iran è consapevole di avere una forte capacità di resistenza militare, sia sul piano della missilistica, dove non esistono ovviamente dati pubblici, ma dove gli stessi americani ritengono che gli arsenali siano ancora sostanzialmente integri almeno al 50%, sia sotto il profilo degli arsenali di droni, che dovrebbero avere una residua capacità operativa analoga. Tende però a far sottovalutare, o quantomeno a mascherare, quanto sia molto meno solido il profilo della resistenza economica e politica del paese, e questo è l’elemento davvero critico per l’Iran. È per questo che l’Iran sa che, nell’eventualità di una pace, le questioni economiche preminenti lo porterebbero incontro a una crisi economica e di conseguenza sociale, che potrebbe nuovamente generare un’ondata di proteste e una forte fase di instabilità interna. Una dinamica che, in modo diverso, vale anche per gli Stati Uniti.

Che intende?

Se l’Iran non riesce a ottenere concreti benefici e garanzie economiche sa di dover affrontare una situazione di crisi interna, alla quale è sicuramente preferibile la continuità del conflitto o comunque della tensione nella regione. Per gli Stati Uniti, parimenti, un accordo che non si traduca in una vittoria sostanziale rappresenta una debacle politica per l’amministrazione Trump, che verrebbe sicuramente scontata soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato. Quindi entrambe le parti continuano a portare avanti questo negoziato attraverso una sostanziale incapacità di venire meno alle posizioni massimaliste che lo hanno regolato sin dal suo avvio, e quindi non si vedono particolari risultati. Con l’aggiunta però che questa amministrazione iraniana ritiene di avere una maggiore forza negoziale sugli Stati Uniti, soprattutto sul fattore tempo, e quindi frustra sistematicamente qualsiasi aspettativa temporale di Washington riguardo alla risposta e al pragmatismo sulle richieste formulate.

Quale dei due attori è in svantaggio rispetto al “fattore tempo”?

Credo che i fatti e i commenti degli ultimi giorni abbiano dimostrato quanto l’elemento debole sul fattore tempo sia quello americano. Gli Usa devono cercare di portare qualche risultato in tempi brevi, perché l’alternativa è una ripresa delle ostilità che Washington cerca di scongiurare ad ogni costo, ma che potrebbe rivelarsi l’unica alternativa possibile al perdurare dello stallo. Penso che i commenti espressi dallo stesso Presidente Trump tra il 7 e l’8 giugno, quando è partita questa nuova fase di escalation tra Iran e Israele, mostrino come l’amministrazione sia stata realmente turbata da dinamiche che sfuggivano ormai completamente al suo controllo.

Negli ultimi giorni Trump ha più volte dichiarato che la firma dell’accordo è in procinto di arrivare. Quanto è realistico, secondo lei, che si arrivi nell’immediato futuro a un accordo, e di che tipo?

Credo che la posizione dell’amministrazione Trump sia molto irrealistica. Quello che, nella migliore delle ipotesi, gli Stati Uniti possono riuscire a ottenere in questa fase è un prolungamento del cessate il fuoco e quindi un prolungamento di questa fase negoziale, che potrebbe condurre in futuro alla definizione di accordi più completi. L’altro elemento paradossale di questa fase è che il nucleare, pur essendo portato da Trump come elemento centrale del negoziato, è di fatto un elemento secondario. Il vero cuore di questo accordo è la questione di Hormuz. Ma la spendibilità politica da parte dell’amministrazione americana ruota però intorno al nucleare, per dimostrare che Trump può portare a casa dei risultati concreti. Il che sarà piuttosto difficile.

Cosa glielo fa pensare?

Ricordiamoci che il Jcpoa ha richiesto anni per essere negoziato. Quello che l’amministrazione americana sembra sottovalutare è che la definizione di un nuovo accordo sul nucleare richiede la soluzione di moltissimi elementi, non ultimi il diritto all’arricchimento dell’Iran, la disponibilità delle scorte da arricchire e il loro eventuale trasferimento o la loro diluizione. Richiede molto tempo e fasi negoziali serrate. Quello che appare realistico è un accordo interlocutorio che possa prolungare il cessate il fuoco, dare un maggiore respiro alla capacità negoziale e aprire a spiragli di ulteriori fasi negoziali in futuro, con tutte le variabili che però continuano a regolare questa dinamica, cioè le variabili esterne che Washington controlla sempre di meno, tanto nei suoi alleati israeliani quanto nei suoi antagonisti iraniani, che si sono resi ormai sempre più autonomi e dimostrano di non essere in alcun modo influenzati dalla capacità coercitiva degli Stati Uniti.

Pensa che ci sia il rischio che gli Stati Uniti di Donald Trump arrivino a un accordo sul nucleare con l’Iran che, dati alla mano, sia peggiore del Jcpoa da cui lo stesso Trump si era ritirato nella prima amministrazione?

È altamente probabile. Quello che oggi gli iraniani stanno mettendo sul tavolo è molto meno di quanto avevano offerto nei colloqui di Ginevra. In quella sede l’Iran era in una posizione di forte difficoltà e aveva portato offerte negoziali che erano sicuramente migliorative rispetto al Jcpoa. Da ciò che traspare dai negoziati attuali, quello che gli iraniani stanno proponendo agli Stati Uniti è di gran lunga inferiore. Potrebbe quindi essere un accordo che non migliora affatto le condizioni del Jcpoa e rende più difficile la gestione futura del programma nucleare iraniano da parte americana.

 

Da Byd a Nio, da Alibaba a Baidu, tutte le aziende cinesi accusate dal Pentagono di aiutare la Pla

9 June 2026 at 11:42

Gli Stati Uniti hanno compiuto un nuovo passo nella competizione strategica con la Cina inserendo numerosi colossi tecnologici cinesi nella lista delle aziende considerate collegate all’apparato militare di Pechino. Con l’ultimo aggiornamento, nella cosiddetta “1260H list” del Department of Defense sono stati inclusi nomi di primo piano del panorama cinese come Alibaba, Baidu, Byd e Nio; accanto a loro, nella lista hanno trovato spazio anche i produttori di memorie Cxmt e Ymtc, la società di robotica Unitree, l’azienda di sensori per veicoli autonomi RoboSense e il gruppo biotech WuXi AppTec. Sebbene l’inclusione nella lista non comporti da subito l’imposizione immediata di sanzioni, la misura avrà comunque conseguenze concrete per le società interessate. A partire da questo mese, infatti, il Pentagono non potrà stipulare contratti diretti con le aziende designate, mentre dal 2027 sarà vietato acquistare i loro prodotti e servizi anche tramite intermediari.

La decisione arriva poche settimane dopo l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping e rappresenta un chiaro segnale della volontà di Washington di mantenere alta la pressione su Pechino, nonostante la temporanea tregua commerciale. Il nuovo elenco ricalca sostanzialmente una versione pubblicata e poi rapidamente ritirata dal Pentagono nel febbraio scorso, con l’aggiunta dei produttori di memorie Cxmt e Ymtc, la cui esclusione aveva suscitato critiche da parte dei falchi anti-cinesi del Congresso. Secondo il Dipartimento della Difesa, le aziende inserite nella lista soddisfano i criteri previsti dalla legge statunitense per essere considerate “Chinese military companies”, pur mantenendo attività o interessi negli Usa.

Particolarmente significativa è la presenza di Byd e Baidu, poiché la loro inclusione riflette una visione sempre più ampia della sicurezza nazionale americana, che considera strategici settori come mobilità elettrica, cloud computing, semiconduttori, robotica e IA. Anche l’inserimento di Unitree, azienda nota per i suoi robot quadrupedi e umanoidi, evidenzia come Washington guardi con crescente attenzione alle tecnologie dual-use, capaci di trovare applicazione sia in ambito civile sia militare.

Le aziende coinvolte hanno respinto con decisione le accuse. Alibaba ha sostenuto che non esiste alcun fondamento per la sua designazione e ha annunciato che utilizzerà tutti gli strumenti legali disponibili per contestarla. Baidu ha definito “del tutto infondata” l’ipotesi di essere una società militare, mentre WuXi AppTec ha parlato di una classificazione errata e ha promesso di agire per correggerla. Anche l’ambasciata cinese a Washington ha criticato la decisione, accusando gli Stati Uniti di utilizzare liste discriminatorie contro le imprese cinesi e chiedendo un ambiente commerciale più equo e non discriminatorio.

La mossa conferma lo spostamento della competizione tra Stati Uniti e Cina dall’ambito più strettamente commerciale auna sfida sistemica per il controllo delle tecnologie del XXI secolo, dall’IA ai veicoli elettrici e dai semiconduttori alla robotica avanzata. In questo quadro, l’aggiornamento della lista del Pentagono rappresenta un ulteriore tassello della strategia americana volta a limitare l’influenza tecnologica cinese e a rafforzare la propria sicurezza economica e industriale.

La nuova vittoria di Pashinyan porta l’Armenia sempre più vicina all’Europa

8 June 2026 at 16:34

I risultati elettorali in Armenia non lasciano dubbi su come lo Stato caucasico guardi al futuro. Le elezioni parlamentari tenutesi nel fine settimana hanno infatti consegnato una nuova vittoria al primo ministro in carica Nikol Pashinyan e al suo partito Contratto Civile, mentre la piattaforma di opposizione Strong Armenia del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan si è fermata a circa un quarto dei seggi parlamentari. Il risultato rappresenta un successo significativo per il leader armeno, che negli ultimi anni ha progressivamente ridefinito la politica estera del Paese, puntando sulla cooperazione con l’Occidente, sulla normalizzazione dei rapporti con i vicini regionali, e sull’allontanamento da Mosca.

Subito dopo la pubblicazione dei risultati Pashinyan ha commentato l’esito del voto, ribadendo che la sua priorità resta il raggiungimento di un accordo definitivo con l’Azerbaigian e la normalizzazione delle relazioni con la Turchia, due obiettivi che considera indispensabili per garantire stabilità e prosperità al Paese. Secondo la sua visione, il lungo conflitto sul Nagorno-Karabakh ha intrappolato l’Armenia in una condizione di isolamento, militarizzazione e dipendenza strategica dalla Russia. La sconfitta del 2023 e la perdita definitiva dell’enclave contesa hanno rappresentato un trauma nazionale, ma Pashinyan ha cercato di trasformare quell’evento in un punto di svolta, sostenendo che solo l’accettazione della nuova realtà geopolitica possa consentire all’Armenia di costruire un futuro più sicuro.

La questione del Karabakh è d’altronde stata al centro della campagna elettorale. Le forze di opposizione hanno infatti accusato il premier di aver abbandonato territori storicamente considerati parte dell’identità nazionale armena e di aver ceduto alle pressioni dell’Azerbaigian. Tuttavia, una parte consistente dell’elettorato sembra aver privilegiato il desiderio di stabilità rispetto alle rivendicazioni nazionaliste. Dopo oltre trent’anni di tensioni e conflitti intermittenti, molti cittadini considerano la pace una priorità assoluta, anche a costo di accettare compromessi dolorosi. Nonostante il successo elettorale, Pashinyan non dispone però della maggioranza qualificata necessaria per modificare autonomamente la Costituzione, un aspetto rilevante perché Baku continua a chiedere la rimozione di alcuni riferimenti che potrebbero essere interpretati come rivendicazioni territoriali sul Nagorno-Karabakh, considerandola una condizione essenziale per la firma di un accordo di pace definitivo.

Le elezioni rappresentano anche un nuovo capitolo nel deterioramento dei rapporti tra Yerevan e Mosca. Molti armeni hanno maturato una profonda disillusione nei confronti della Russia dopo che il Cremlino non è intervenuto per impedire la riconquista azera del Nagorno-Karabakh, nonostante la presenza di contingenti di pace russi nella regione. La crisi di fiducia ha spinto il governo armeno a sospendere la partecipazione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, l’alleanza militare guidata dalla Russia, in quella che è stata la più grave frattura nei rapporti bilaterali dalla fine dell’Unione Sovietica. Nelle settimane precedenti al voto, funzionari armeni e osservatori indipendenti hanno accusato Mosca di aver tentato di influenzare il processo elettorale attraverso campagne di disinformazione e sostegno ai candidati filorussi. Parallelamente, la Russia ha introdotto restrizioni commerciali che hanno colpito diversi settori dell’economia armena, dai prodotti agricoli al celebre brandy nazionale, aumentando la pressione economica sul governo di Yerevan.

Al contrario, la vittoria di Pashinyan è stata salutata con entusiasmo dalle istituzioni europee, che vedono nell’Armenia uno dei pochi esempi di pluralismo politico e competizione democratica in una regione dominata da leadership autoritarie. Negli ultimi anni il premier ha più volte indicato l’integrazione europea come una prospettiva strategica di lungo periodo e ha espresso l’auspicio che il Paese possa un giorno avvicinarsi all’Unione europea. Bruxelles ha già incrementato il proprio sostegno politico ed economico, annunciando un pacchetto di assistenza da 50 milioni di euro per aiutare l’Armenia a resistere alle pressioni economiche russe. Anche gli Stati Uniti hanno assunto un ruolo crescente nel Caucaso meridionale, sostenendo gli sforzi diplomatici per una pace tra Armenia e Azerbaigian e contribuendo a rafforzare il posizionamento internazionale del governo armeno.

Sette anni di interferenze Gps sull’Europa. Colpa di Mosca?

8 June 2026 at 15:49

Negli scorsi anni è stato registrato un fenomeno strano. A intervalli irregolari, per qualche secondo alla volta, il rapporto segnale-rumore dei ricevitori Gps crollava su un’area enorme che si estendeva dalla Finlandia alla Polonia e dalla Groenlandia al Canada, per poi tornare normale. Una disfunzione troppo breve per fare scattare un allarme e per finire nei report operativi, visibile soltanto in alcuni glitch dei grafici che mostravano l’attività del segnale. Poi, alcuni ricercatori dell’Università del Texas e di Stanford hanno deciso di studiare più a fondo questo fenomeno, concentrandosi su 75 giorni distinti tra il 2019 e il 2026 in cui erano stati registrati questi malfunzionamenti, avvenuti negli stessi istanti in decine di stazioni lontane tra loro migliaia di chilometri. Capendo che l’origine di questi malfunzionamenti non venisse dalla terra, ma dallo spazio.

Identificarla era però un altro problema. La durata degli eventi (compresa tra i tre e i cinque secondi) non permetteva di registrare abbastanza informazioni per poter risalire direttamente alla fonte del fenomeno. Ma nel febbraio di quest’anno, il gruppo ha ricevuto i campioni grezzi a banda larga catturati da due ricevitori (uno ad Amsterdam e uno a Trondheim) durante un evento del febbraio 2026. Con quella risoluzione, i ricercatori hanno potuto calcolare la differenza nei tempi di arrivo del segnale interferente ai due siti con precisione micrometrica, facendo confronti mirati per escludere ogni candidato inadatto fino a trovare il responsabile: un satellite militare russo in orbita di Molniya appartenente alla costellazione Eks, cioè il sistema di early warning missilistico di Mosca.

Ed è qui che la storia diventa più carica di implicazioni. Il segnale interferente non è centrato esattamente sulla frequenza GPS L1, ma circa due megahertz sopra. Gli eventi si concentrano nei giorni feriali e nelle ore lavorative e si ripetono con cadenza apparentemente periodica da sette anni. Secondo alcuni osservatori tutto questo potrebbe suggerire (il condizionale è d’obbligo, perché non esistono prove dirette dell’intento) che questi fenomeni siano dei test periodici di una capacità di guerra elettronica spaziale che mira a degradare la navigazione satellitare su scala continentale. Se quel segnale, invece di essere leggermente spostato di frequenza e attivo per pochi secondi, venisse sintonizzato con precisione e mantenuto attivo, la navigazione aerea e marittima su un intero continente potrebbe andare simultaneamente in blackout. Interessante notare che in alcuni eventi compare una seconda banda parzialmente sovrapposta al sistema cinese BeiDou, come se questo stesso test stia venendo condotto non solo per essere pronti ad un eventuale uso contro l’Occidente, ma anche ad uno contro la Repubblica Popolare Cinese.

Ma ci sono anche altre teorie. “Ogni volta che si aggiunge un payload ad un satellite si aumenta la sua complessità, complessità che potrebbe compromettere totalmente il suo corretto funzionamento. In questa tipologia di satelliti, che sono estremamente sensibile, è veramente difficile vedere l’inserimento di un componente così ‘superfluo’ rispetto al funzionamento del sistema. Ad oggi non risulta pubblicamente che né gli Stati Uniti, né la Cina, né tantomeno la Russia abbiano testato satelliti con una simile conformazione” spiega a Formiche.net Nicolò Boschetti, ricercatore presso il Blekinge Institute of Technology. Che fornisce una possibile spiegazione alternativa: “Gli Eks potrebbero avere un payload di comunicazione secondario in banda bassa pensato per garantire ridondanza nelle comunicazioni con i nodi a terra del sistema di allerta missilistica, anche in condizioni atmosferiche avverse, dato che le frequenze più basse penetrano nubi, neve e ostacoli fisici molto più facilmente di quelle in banda X. Nel caso in questione potrebbe essere che ci sia un continuo broadcast del satellite, per segnalare a terra che tutto va bene, e quando il satellite passa sopra l’Europa quel segnale esso generi un’interferenza. Non me la sento però di dire che lo stiano facendo apposta”.

Cinque assi per accelerare lo sviluppo italiano nel settore dei droni. La risoluzione alla Camera

3 June 2026 at 16:40

I droni non sono più una tecnologia del futuro, anzi. Oggi i sistemi unmanned devono essere approcciati come infrastrutture operative del presente, con applicazioni che spaziano dalla logistica sanitaria al monitoraggio delle infrastrutture critiche, dalla mobilità urbana alla sorveglianza delle coste. E che quindi devono avere il giusto spazio nel dibattito politico italiano.

Per affrontare i nodi che frenano lo sviluppo del settore, Giulia Pastorella (Azione) ha promosso la stesura di una risoluzione parlamentare presentata mercoledì 3 giugno presso la Camera dei deputati, alla presenza degli stakeholder di settore. Un atto di indirizzo al governo (e alle altre forze politiche) articolato in dodici impegni su cinque assi principali: semplificazione delle autorizzazioni, infrastrutture e sperimentazioni, formazione e certificazione, autonomia strategica della filiera europea, e infine droni subacquei.

A fornire la cornice dei dati è stata Paola Olivares dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata, che ha restituito l’immagine di un settore in crescita ma ancora incompiuto. Il mercato professionale si espande, e gli italiani sono sempre più favorevoli all’uso dei droni (soprattutto per la logistica sanitaria), ma nonostante questo consenso generale  la maggior parte dei progetti censiti resta nel limbo delle sperimentazioni o degli annunci, senza mai diventare operativa. Per quel che riguarda il tessuto produttivo nazionale nel settore, i dati mostrano un ecosistema fatto quasi interamente di micro e piccole imprese, schiacciato dalla concorrenza cinese e frenato da una burocrazia che gli operatori indicano unanimemente come il principale ostacolo. “Siamo in un momento di forte trade-off tra elementi di criticità ed elementi di forza”, ha detto Olivares, sottolineando che “l’ecosistema italiano è molto avanti rispetto agli altri paesi europei: è un’opportunità da non perdere”.

Come approcciarsi al tema, dunque? Il nodo centrale è la semplificazione normativa, senza però rinunciare alla sicurezza. “Non stiamo cercando una scorciatoia, non è un liberi tutti, ma vogliamo rendere le procedure più streamlined laddove si può, perché sono un ostacolo”, rimarca Pastorella, adducendo come esempio la già citata logistica sanitaria con percorsi lineari e ripetitivi tra laboratori e ospedali, come caso in cui un sistema autorizzativo alleggerito sarebbe immediatamente applicabile. Sul piano delle infrastrutture, ha ricordato che l’Italia ospita già la prima zona U-Space europea, in Abruzzo, chiedendo però di estendere le sperimentazioni operative su tutto il territorio e di renderle davvero tali, non solo annunci o progetti sulla carta. “Avere una direzione nazionale forte che dica che questo è qualcosa di prioritario, non di futuristico ma di adesso, è indispensabile”. Sul fronte della filiera, infine, la deputata ha messo in guardia dal rischio di una dipendenza strutturale dall’hardware extraeuropeo: “Non è possibile che diventiamo terra di colonia per droni cinesi quando abbiamo tutte le competenze per sviluppare la nostra filiera, non per nazionalismo, ma per un tema di sicurezza nazionale ed europea”.

Gli altri interventi hanno messo dei punti su quanto detto in precedenza, confermando e approfondendo il quadro. Nicola Nizzoli, presidente di Assorpas, ha puntato il dito sulla lentezza delle autorizzazioni Enac e sulla decimazione dei costruttori nazionali seguita all’entrata in vigore del regolamento europeo Easa: “I droni oggi sono un’infrastruttura operativa presente, non il futuro, e bisogna velocizzare il passaggio dalla sperimentazione all’uso quotidiano”. Mauro Berzovini di Leonardo Elicotteri ha raccontato la sperimentazione con Poste Italiane per il trasporto postale via drone in sostituzione del collegamento marittimo, sottolineando i nodi tecnici ancora aperti, densità energetica delle batterie, costi delle ridondanze imposte dalla normativa, e l’impegno del gruppo nello sviluppo di uno standard internazionale di pilotaggio per i velivoli dell’advanced air mobility. Sul fronte subacqueo, Chiara Petrioli di WSense ha inquadrato il settore nella blue economy globale, sottolineando il ruolo delle reti sottomarine per la sorveglianza delle infrastrutture critiche. Loredana Cortis di Fincantieri ha infine proposto la creazione di un test range nazionale permanente per il dominio subacqueo presso il Centro di Sperimentazione Navale della Marina Militare alla Spezia, candidando il gruppo da lei rappresentato a fare da “orchestratore” nell’integrazione di tecnologie, filiere e competenze del settore.

Un percorso ben chiaro già c’è, dunque. Adesso sta al resto del mondo dei decisori politici scegliere come sfruttare quest’opportunità per permettere all’Italia di mantenere una posizione d’avanguardia in un settore che oramai sembra essersi affermato non come una delle chiavi del domani, ma come una delle chiavi delle trasformazioni in corso già oggi.

 

Più europeista e più filo-Kyiv. La svolta di Budapest sta prendendo forma

3 June 2026 at 11:10

A meno di due mesi dalla vittoria elettorale che lo ha portato a sostituire Viktor Orbàn, il nuovo leader ungherese Peter Magyar sembra davvero intenzionato a portare avanti un’inversione a 180 gradi della politica estera del suo Paese, in particolare sul tema del rapporto con l’Ucraina. O almeno, così suggeriscono le notizie di questi giorni.

Lunedì scorso, Budapest ha infatti rimosso il veto posto due anni fa dall’esecutivo guidato da Orbàn sull’European Peace Facility, un meccanismo di finanziamento off-budget dell’Ue che rimborserebbe ai Paesi membri circa il 40% del valore delle armi inviate all’Ucraina attingendo alle proprie scorte. Ma il veto ungherese aveva bloccato il corretto funzionamento del suddetto meccanismo, portando ad un accumulo di rimborsi da valore di oltre 40 miliardi di euro, e spingendo Bruxelles a trovare vie alternative per garantire che l’Ucraina continuasse a ricevere forniture cruciali di armi e munizioni in un momento di massimo pericolo da parte delle forze russe. Con il suo passo indietro, Budapest ha permesso uno sblocco immediato di circa 6,6 miliardi di euro di rimborsi, a cui faranno presto seguito altre risorse.

Uno sviluppo che rientra in un più ampio momentum di riavvicinamento tra l’Europa e l’Ungheria. E che arriva a pochi giorni di distanza dallo sblocco di più di 16 miliardi di euro di fondi europei per Budapest da parte della Commissione europea. “Porteremo questi fondi nel nostro Paese, come promesso, per ricostruire l’Ungheria, rilanciare l’economia, ripristinare e potenziare i servizi pubblici e rafforzare la competitività delle aziende ungheresi e delle piccole e medie imprese” ha dichiarato Magyar parlando in una conferenza stampa a margine dell’incontro avuto sul tema con la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Parole che toccano un dossier molto importante, ovvero quello del rilancio dell’economia ungherese, stagnante da circa tre anni.

Ovviamente, la svolta di Budapest sul “tema Ucraina” passa anche dalla ridefinizione die rapporti con Kyiv, fino ad ora tutt’altro che semplici. E anche in questo caso, si può già vedere che le cose si stanno muovendo: dopo aver rimosso il veto sul prestito europeo di 90 miliardi al Paese in guerra con la Russia, il nuovo governo di Magyar sta avviando colloqui con la controparte ucraina sulla questione dei diritti della minoranza etnica ungherese presente nel Paese, questione addotta da Orbàn come principale motivazione dell’opposizione del Paese magiaro all’adesione di Kyiv all’Ue. Qualora si superasse l’impasse, le prospettive europee dell’ucraina si rafforzerebbero in modo sostanziale.

E questa svolta potrebbe essere molto vicina. “Sono pronto ad aprire un nuovo capitolo nelle relazioni tra Ucraina e Ungheria”, ha dichiarato Magyar parlando da Berlino, aggiungendo di essere pronto “a negoziare con il presidente ucraino Zelensky all’inizio della prossima settimana”. Parole che non poggiano sul vuoto, ma sull’avvio già da qualche settimana di negoziati tecnici tra le due parti, durante i quali l’Ungheria ha presentato a Kyiv un piano in 11 punti sui diritti delle minoranze che riguarda i settori dell’istruzione, della lingua e dei diritti culturali. “Questi negoziati stanno procedendo in modo molto positivo”, ha affermato Magyar. “Speriamo di concludere questi negoziati a livello tecnico già questa settimana”.

Da Budapest arrivano dunque buone notizie per Kyiv, che può continuare a sperare nell’obiettivo di entrare a far parte dell’Ue entro il prossimo anno. Obiettivo che fino a poche settimane fa veniva considerato quasi impossibile, ma che adesso pare più realistico che mai.

Il caso Zapatero e il nodo irrisolto dell’influenza straniera in Europa. Parla Irdi (Gmf)

2 June 2026 at 09:33

Il caso Zapatero non è solo una vicenda giudiziaria spagnola. È uno specchio in cui l’Europa è chiamata a guardarsi e a chiedersi quanto sia davvero resiliente di fronte alle strategie di infiltrazione e influenza di Mosca e Pechino. Una questione che chiama in causa la tenuta dell’establishment europeo, come spiega Beniamino Irdi, senior fellow del German Marshall Fund in una conversazione con Formiche.net.

Irdi, legge il caso Zapatero come una “deviazione personale” o come un segnale di una tendenza più strutturale presente in una parte dell’establishment europeo?

La storia di Zapatero è ancora all’inizio, e quindi dobbiamo essere cauti a giudicarla. Sia perché usciranno fuori tante altre cose ancora, sia perché è una vicenda giudiziaria che avrà tanti sviluppi a cascata. Questo è un caveat importante da fare su processi in corso. Ciò detto, questa non è la prima volta che Zapatero viene coinvolto in questioni che riguardano legami finanziari poco chiari con il Venezuela, con venature anche cinesi e russe.

A questo proposito, ritiene che esista una corrente politica in Europa che si discosta sistematicamente dalla linea euro-atlantica e guarda a Cina e Russia?

Quel che è certo è che la Cina e la Russia negli ultimi anni hanno reso chiarissimo che il cosiddetto di elite capture, ovvero il portare dalla propria parte l’elite dei Paesi occidentali, è uno degli strumenti fondamentali del loro toolbox per la guerra ibrida. E questo processo non è necessariamente corruzione pura, ma può assumere diverse configurazioni: solitamente quando viene messo in atto dalla Cina è più sottile di così, comporta delle attività di vero e proprio corteggiamento di lungo periodo di personaggi politici, accademici e del tessuto economico imprenditoriale; viceversa, la Russia ricorre spesso a una dimensione corruttiva pura. Le figure che solitamente vengono messe al centro di questi sforzi sono figure che ricoprono ruoli politici, economici e tecnici sensibili. E quando questi target sono individuati nell’establishment politico, solitamente vengono scelti anche in virtù del loro orientamento ideologico, più amichevole rispetto alle potenze competitor dell’Occidente meno atlantista, meno europeista. Figure simili si possono facilmente trovare ai due estremi dello spettro politico, soprattutto nelle piattaforme politiche più populiste. Quindi sì, esiste un humus ideologico e politico in Europa che si presta a questi sforzi di elite capture che nel lungo periodo portano a un incremento dell’influenza politica di Paesi avversari dell’Europa, così come a un aumento di penetrazione economica e trasferimento di know-how dall’Europa e dall’Occidente in generale verso questi Paesi.

Negli stessi anni in cui Zapatero governava la Spagna, Schroeder era cancelliere in Germania. Lo stesso Schroeder che è stato proposto da Putin come negoziatore europeo. Anche l’ex-cancelliere fa parte del gruppo “pro-revisionista”?

Il caso di Schroeder è abbastanza rappresentativo di quanto detto poco fa. Pur non essendoci un elemento ideologico dominante, ce ne sono diversi altri che inducono a pensare che il suo rapporto con la Russia fosse particolarmente stretto. Nell’ultima fase del suo governo, Schroeder è stato colui che ha firmato l’accordo del Nord Stream con Putin, da cui dopo aver terminato il mandato da cancelliere ha avuto diversi incarichi nel settore degli idrocarburi russo, e con il quale ha stretto nel tempo un’amicizia personale. Il suo atteggiamento dopo l’invasione dell’Ucraina ha in qualche modo confermato questa particolare sensibilità rispetto alla Russia, mostrandosi tutt’altro che duro verso Mosca, e per questo venendo criticato dai suoi stessi connazionali. Non stupisce che Putin abbia proposto proprio lui come mediatore europeo.

C’è un rischio politico e sistemico di questo fenomeno per la sicurezza nazionale dei Paesi europei, oltre che dell’Europa stessa?

Il rischio politico e sistemico di questa tendenza è assolutamente evidente, e viene dall’intenzione di Russia e Cina di acquisire gradualmente e attraverso uno sforzo di lungo periodo influenza e proiezione in Europa e in Occidente, sostanzialmente nei Paesi dove i meccanismi democratici sono i gangli decisionali, per alterarne le decisioni politiche, indebolirli nel tempo e acquisire influenza. Questa tendenza non va sottovalutata e, al di là delle figure politiche di alto livello, va soprattutto considerata un rischio sistemico per ciò che riguarda le posizioni, gli individui che hanno un rilievo importante nella società, ma che non sono altrettanto al centro dell’occhio mediatico, e quindi non sono costantemente oggetto di scrutinio pubblico. Su questo sarebbe necessario portare avanti una riflessione solida da parte di tutta l’Europa, perché il tema riguarda proprio l’Europa, la sua solidità e la sua resilienza democratica.

E l’Europa è solida abbastanza al suo interno per avviare questo tipo di riflessione?

C’è una divisione interna all’Europa, è vero, ma non tutto il male viene per nuocere. Abbiamo visto in Ungheria, dove le tendenze filorusse e anti-europee erano molto forti, che c’è stata una correzione di traiettoria spontanea che adesso sembra star riportando Budapest nel perimetro dei Paesi che guardano nella stessa direzione. In ogni caso questo tema dell’erosione dall’interno della resilienza democratica è il tema che deciderà il futuro della sopravvivenza delle democrazie europee, e se si maturano delle divergenze fondamentali su questi temi in Europa è bene che sia così.

Perché?

Perché è bene che il futuro dell’Europa sia perimetrato intorno ai Paesi che intorno a queste cose non hanno divisioni, che sono d’accordo sull’entità della minaccia, su come contrastarla e nel prendere tutte le misure necessarie, in altre parole Paesi che capiscono l’entità di questa minaccia e la vedono nello stesso modo. Perché un’Europa che è fatta di paesi che su questi temi sono eterogenei fra di loro, non è solo destinata a non funzionare, è anche destinata a ostacolare e alimentare la proiezione degli attori ostili in quei Paesi che invece vorrebbero difendersi da simili sforzi.

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