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GICA | “Dai laboratori in Ucraina al caso Covid, il dossier che inquieta Trump”

10 June 2026 at 08:49

Dario Chiesa

Pubblicato 9 Giugno 2026

Tulsi Gabbard, ex direttrice dell’intelligence USA (ANSA/EPA/LUKE JOHNSON)

Tulsi Gabbard non è più direttrice dell’intelligence americana. Seguiva un piano di Trump contro le ricerche sui virus all’estero con soldi USA

Il prossimo 30 giugno diventeranno effettive le dimissioni di Tulsi Gabbard dalla direzione dell’ODNI (Office of the Director of National Intelligence), l’ufficio che supervisiona le 18 agenzie di intelligence degli Stati Uniti. La Gabbard ha motivato la sua decisione con problemi familiari, ma diversi commentatori hanno avanzato l’ipotesi di una sua rimozione da parte di Donald Trump. A suo tempo, la Gabbard aveva negato che l’Iran avesse armi nucleari, prendendo le distanze dalla posizione di Trump. Una rimozione che si affianca a quella, all’inizio di aprile, di Pam Bondi, Attorney General degli Stati Uniti, che tra i suoi compiti ha anche la supervisione dell’FBI.

Lo scorso mese, una decina di giorni prima che la Gabbard dichiarasse ufficialmente le sue dimissioni, è apparso un interessante articolo sul New York Post sul ruolo della Gabbard nel programma, voluto da Trump, per interrompere le ricerche sui virus che potrebbero rivelarsi pericolose. Si tratta di quelle ricerche di potenziamento delle capacità di un virus (in inglese gain-of-function), dirette a comprendere meglio le possibili conseguenze di un’epidemia e, quindi, a preparare adeguati vaccini e antivirali.

La questione è emersa pesantemente con l’epidemia di Covid-19 e l’ipotesi che il virus fosse uscito, accidentalmente, si dice, dal laboratorio cinese di Wuhan; quindi, non naturale, ma esito di ricerche del tipo descritto. Nelle ricerche del laboratorio cinese erano coinvolte, anche finanziariamente, istituzioni pubbliche statunitensi.

La Gabbard stava investigando su più di 120 laboratori di biologia situati all’estero, sovvenzionati in qualche misura da contributi statunitensi, con lo scopo di evitare possibili danni alla salute dei cittadini degli Stati Uniti e di tutto il mondo. In questa intervista, Gabbard attacca l’immunologo Anthony Fauci e i collaboratori del presidente Biden per aver negato l’esistenza dei finanziamenti statunitensi.

Un mese dopo l’invasione russa, l’Amministrazione Biden aveva negato, in particolare, la partecipazione a laboratori in Ucraina, affermando che si trattava di propaganda russa e cinese. Invece, in un documento del Dipartimento della Difesa del marzo 2022 si afferma che gli Stati Uniti hanno da parecchi anni finanziato laboratori di ricerca in quel Paese. Nel documento, però, si accusa la Russia di spargere notizie menzognere sull’intenzione degli Stati Uniti di utilizzare questi laboratori per sviluppare armi biologiche.

Ammonterebbero a 46 i laboratori ucraini sotto la supervisione statunitense e il documento del Dipartimento sottolinea ripetutamente come uno degli scopi principali dell’intervento americano sia proprio la prevenzione di fughe di virus e, tanto più, di un loro utilizzo non corretto. La guerra in corso aumenta questi rischi, soprattutto nel caso in cui la Russia si impossessasse di qualcuno di questi laboratori. Su questa linea si pone il decreto emanato da Trump lo scorso maggio per proibire finanziamenti federali a laboratori che svolgano ricerche di potenziamento dei virus situati in Cina, Iran o altri Stati che non esercitino un’adeguata sorveglianza.

A quanto pare, dietro le quinte era ed è in corso una sorta di guerra biologica, per il momento in fase preventiva, ma il caso Covid dimostra quanto labile sia il confine con una sua effettiva attuazione. In questo contesto, l’incarico della Gabbard era di rilevante importanza ed è naturale che le sue dimissioni destino discussioni. E preoccupazioni, vista l’ormai conclamata abitudine di Trump di disporre dei suoi ministri a proprio piacimento e convenienza.

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Il mese della Madonna e quello del gay pride

9 June 2026 at 14:33

Non c’è che dire, il progresso avanza a grandi passi nella postmodernità terminale. Prima avevamo maggio, il mese delle rose e della Madonna, ora ci tocca giugno, il mese del gay pride, l’orgoglio omobitransessuale e più ne ha più ne metta.

Gli orientamenti sessuali, guai a chiamarli diversamente, sono decine; di qui il segno + in coda alla litania LGBTQI.

L’epicentro è quest’anno Torino e – al di là della guerra sui numeri dei partecipanti al baccanale – l’evento non delude le aspettative.

Soliti eccessi, ostentazione di ogni perversione (pardon gioiosa modalità di esprimere le pulsioni libidinali), oscenità assortite, provocazioni, bizzarrie, insulti, blasfemia.

L’happening situazionista della società dello spettacolo, ormai stucchevole e ripetitivo, ha tuttavia modificato il copione con l’inserimento dei bambini.

I primi effetti dell’educazione affettiva omo che ha raggiunto le scuole o la malsana follia di qualche genitore 1, 2, 3, gestante o non gestante, naturale (mi correggo, biologico) o in affitto.

Un maschietto di circa otto anni brandiva un cartello con la scritta arcobaleno “più froci, meno fasci”. Insigne programma politico che dovrebbe inquietare persino l’ANPI. Lì accanto, altri bimbetti osservavano apparentemente divertiti le discutibili performance, gli eccessi e le mise imbarazzanti di alcuni/e appartenenti alla parrocchia LGBT.

Possibile che solo il vecchio scrivano si indigni dinanzi a un indottrinamento infantile così sfacciato? Nessuno protegge i bambini?

Se qualcuno usa la parola frocio – o finocchio – si aprono le cateratte del cielo, ma loro possono tutto, orgogliosi araldi della postmodernità rovesciata.

Un gruppetto di LGBT cattolici è riuscito a imbarazzare il vescovo di Padova – loro amico – organizzando una “frocessione”. Dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive.

Chi scrive compulsa il calendario delle manifestazioni del gay pride (adesso sbrigativamente solo pride, l’orgoglio per antonomasia, il solo ammesso) tutte con il patrocinio comunale, allo scopo di non imbattersi nella confraternita.

L’orgoglio genovese è disporre di una consulente per le tematiche LGBT con budget di 156 mila euro annui. Costei si è segnalata per dichiarazioni violente e volgari contro gli orrendi “omofobi” e ha accusato la chiesa cattolica di assassinio. Silenzio assordante della curia. Meglio tacere che dire sciocchezze.

Al tempo del primo provvedimento del sindaco Silvia Salis, la registrazione anagrafica di una bimba con due madri, l’arcivescovo affermò come un Don Abbondio qualsiasi che si trattava di decisioni insindacabili dell’autorità civile.

A Torino, i teorici del pride hanno lamentato l’assenza di alcuni “diritti”. Quali, di grazia? Forse gli omosessuali, i transessuali e il resto della galassia queer non possono lavorare, parlare, diffondere il loro verbo? Qualcuno li caccia dal territorio nazionale?

Occorre svolgere alcune considerazioni, pacate ma non troppo. Chi scrive, prima dell’esplosione omosessualista degli ultimi vent’anni, non aveva nulla contro di loro. Disapprovava ma prendeva atto della libertà di comportarsi come aggrada tra adulti. Ma il troppo stroppia.

La condizione omosessuale è diventata un vanto, una medaglia al valore; nulla di strano nella civilizzazione che muore di progresso, diritti e false libertà. Resta il dovere morale di dissentire. A partire dall’uso delle parole.

Non rimpiango definizioni volgari o offensive, ma rifiuto la parola gay. Diventata globale – come tutto ciò che è detestabile – significa gaio, felice. Per quale arcano motivo è felice la condizione dell’omosessuale e non quella del soggetto sessualmente normale (straight, nell’inglese pre-globish) o, se avete accettato la neolingua nemica, dell’etero o cisgender? La maggioranza degli uomini e delle donne sono forse tristi o corrucciate perché hanno inclinazioni intime “normali”?

Perché dev’essere ostentata come orgoglio una condotta fino a pochi decenni fa considerata ufficialmente un disturbo o una patologia?

Forse non lo è, ma una società non regge, si estingue e muore meritatamente tra dubbi piaceri rovesciati, divenuti scopo dell’esistenza ed elemento centrale di identità, se santifica modelli e stili di vita opposti a ciò che ha stabilito la natura. Può, forse deve tollerarli per amore di libertà, ma non può proporli come modelli, tanto meno chiamarli orgoglio.

Io non avverto fierezza nel provare attrazione per l’altro sesso; ritengo semplicemente di corrispondere al progetto della natura, dell’evoluzione o di Dio sul creato. Che ci è stato trasmesso in quanto le generazioni si sono succedute attraverso la nascita di nuovi membri per mezzo dell’incontro affettivo e sessuale tra maschio e femmina. Forse sono troppo ignorante per considerare normale (la parola proibita…) l’orgoglio dell’inversione.

Fuorviante, oltreché ideologicamente orientata, è l’espressione omofobia. Significa – o dovrebbe significare, in termini linguistici – parola dell’uguale. Un imbroglio. Da qualche anno la parola – di cui va sottolineato l’insistito approccio patologico, giacché le fobie sono malattie nervose – è unita alla trans fobia, l’avversione o il timore dei transessuali e persino alla bi-fobia contraria ai bisessuali.

Chi scrive ammette un’avversione invincibile per il tentativo di diffondere la transessualità nei minorenni e perfino nei bambini, per mezzo della disforia di genere, l’asserita non corrispondenza tra il sesso reale e l’autopercezione sessuale, un altro groviglio dell’esausta postmodernità.

Non resta che augurarsi che agli eventi del mese “al contrario” ci si abitui sino all’indifferenza, come successe al marziano a Roma di Ennio Flaiano, ma non capiterà.

Alzeranno costantemente l’asticella e continueranno a fare male alle generazioni più giovani, sino ai bambini portati in corteo, esibiti con cartelli, abbigliamento e talora atteggiamento incompatibile con l’età e la retta educazione alla vita.

Non gli omosessuali in quanto tali – molti dei quali estranei alle ostentazioni – ma certi teorici e militanti sono personaggi insopportabili, se si può ancora dire senza incorrere nel delitto di odio.

Facciano ciò che vogliono tra adulti nelle loro camere, ma lascino stare minori e bambini, né chiamino orgoglio ciò che prediligono.

In una civiltà non ancora marcita, le adunate arcobaleno verrebbero travolte non dal moralismo ma dal ridicolo.

Nella postmodernità progredita, liberata, libertaria e libertina, possiamo solo cercare di tenercene alla larga. Il gaio, orgoglioso suicidio della civilizzazione che fu la nostra civiltà, avanza tutto l’anno e raggiunge la sua acme a giugno.

Era meglio maggio, tra rose profumate, nozze tra uomini e donne, devozione a Maria. Oggi giugno significa gay pride, ma domani andranno a La Mecca. La pena del contrappasso.

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Kushner non si prende solo l’Albania

9 June 2026 at 14:28

Ciò che sta avvenendo in Albania, con la cessione dell’isola di Sazan a Kushner e soci, è solo un’anticipazione di quanto avverrà su scala più ampia nell’intero sistema di isole del Mediterraneo. Il pensatore e geopolitico belga Jean Thiriart, tempo fa, fece notare come, dallo stretto di Gibilterra fino a Cipro, il fu Mare Nostrum fosse (ed è) centrale per il controllo nordamericano dell’Europa attraverso le diverse installazioni NATO sul sistema di isole che dalla Sardegna e la Sicilia (vero e proprio feudo USA in Italia) arriva proprio a Cipro passando per Malta e Creta. Bene, oggi Israele si sta progressivamente sostituendo alla NATO.

Cipro è piuttosto compromessa; come Creta dopotutto, entrambe inserite nello schema infrastrutturale gasifero dell’EastMed a trazione israeliana. A Cipro, ormai, parte del territorio acquisito dalle società israeliane è ormai inaccessibile ai ciprioti (da non dimenticare che la stessa Cipro è stata utilizzata da tanti cari oligarchi ucraini con doppio passaporto per il loro schemi di riciclaggio di denaro sporco).

Creta, così come la vicina penisola greca del Peloponneso, è ormai una base operativa per l’addestramento dei piloti israeliani (Grecia e Israele sono ormai alleati su più livelli). Enclavi sionisti sono già presenti in Albania, dove c’è pure la base del movimento terroristico MeK; una vera e propria setta pseudo-religiosa di oppositori alla Repubblica Islamica dell’Iran che viene spesso elogiata pure dalle nostre istituzioni.

Il MeK ha spesso operato in Iran in cooperazione con il Mossad per assassinare scienziati e personalità politiche e militari iraniane, e pure semplici civili, come avvenne nel corso dell’operazione “Luce Eterna” alla fine del conflitto tra Iran e Iraq. Sull’altro lato del Mare Adriatico, Israele è presente nel Salento con enclavi simili a quelle costruite a Cipro. In Sardegna, invece, sono stati inviati in congedo (a riposare) tanti uomini dell’IDF evidentemente stanchi di sparare su bambini a Gaza.

Non dimentichiamoci, inoltre, che l’Italia, nel 2023, ha letteralmente ceduto la sua cybersicurezza a compagnie israeliane, con tutto ciò che questo può comportare in termini di furto dati e così via. In altre parole, il fu Mare Nostrum sta diventando un mare israeliano. Da capire come reagirà la Turchia, già indicata come nuova minaccia esistenziale da politici e uomini dell’intelligence di Tel Aviv.

In conclusione, vorrei dire due parole sul genero di Trump, Jared Kushner. Questi è l’erede

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Received — 8 June 2026 Blondet & Friends

Il Congresso si muove per istituzionalizzare la relazione tra Stati Uniti e Israele

8 June 2026 at 09:05

Israele ne trarrà enormi benefici e gli americani ne sopporteranno il peso

Philip Giraldi

È quasi certo che la Sezione 224 del National Defense Authorization Act (NDAA) per il 2027 passerà alla Camera dei Rappresentanti e diventerà legge la prossima settimana, dopo il tentativo fallito giovedì scorso in seno alla Commissione per i Servizi Armati della Camera di approvare un emendamento per abrogarla, promosso dal deputato democratico Ro Khanna e dal repubblicano Thomas Massie. L’NDAA attenderà ora solo la tanto attesa firma del presidente Donald Trump, servitore di Israele, per entrare a far parte del pacchetto legislativo nazionale che stabilirà le regole e i regolamenti che disciplineranno la difesa del Paese. Purtroppo, la Sezione 224 istituirà anche una “Iniziativa di cooperazione tecnologica tra Stati Uniti e Israele nel settore della difesa” che integrerà “ricerca e sviluppo militare tra Stati Uniti e Israele, coproduzione di sistemi d’arma, accordi di licenza, intelligenza artificiale, energia diretta, integrazione dei dati e difesa missilistica”. Creerà inoltre il quadro per “ricerca e sviluppo bilaterale, coproduzione di armi, joint venture, accordi di licenza e, apparentemente, ogni forma di cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello israeliano”. Il direttore dell'”Iniziativa” sarà responsabile del coordinamento dei lavori e si ipotizza già che sarà un israeliano. I finanziamenti proverranno al 100% dal Tesoro statunitense, attraverso lo stanziamento di 1.500 miliardi di dollari richiesto per le forze armate statunitensi nel 2027.

Il risultato sarà la completa integrazione delle funzionalità delle forze armate statunitensi con quelle israeliane, in quella che è stata descritta come una partnership paritaria che includerà il governo di Israele e le sue Forze di Difesa israeliane come partecipanti a pieno titolo. Ci sarà una completa condivisione di informazioni e un processo di pianificazione che determinerà molti aspetti di come il Dipartimento della Guerra americano (sic) si procurerà armi e attrezzature e stabilirà i suoi obiettivi strategici. Questa è plausibilmente la storia nascosta dietro il perché il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia astutamente suggerito che Israele potrebbe in futuro rinunciare ai 3,8 miliardi di dollari di “aiuti” automatici annuali (che alcuni definiscono “tributi”) del Tesoro statunitense, un processo avviato dal Presidente Barack Obama. Netanyahu, agendo tramite i suoi complici alla Casa Bianca e al Congresso degli Stati Uniti, sapeva chiaramente in anticipo che una fetta ben più consistente della torta sarebbe arrivata tramite la Sezione 224.

Quei politici che hanno sponsorizzato e promosso la Sezione 224 citano inevitabilmente come lo Stato ebraico sia un importante “alleato e migliore amico”, sebbene non sia né l’uno né l’altro, ma ignorano il lato oscuro, ovvero che si tratta anche di uno Stato genocida i cui leader sono stati condannati dai tribunali internazionali per molteplici crimini di guerra ed è odiato dalla maggior parte del mondo. Questo odio si è riversato sugli Stati Uniti, principale fonte di armi, denaro e copertura politica per Israele. Il massacro a Gaza e ora in Libano non sarebbe avvenuto senza il sostegno dei presidenti Joe Biden e Donald Trump.

E c’è di più: il Senato sta facendo qualcosa di simile con il disegno di legge sull’autorizzazione all’intelligence per l’anno fiscale 2027, che renderà obbligatoria la condivisione di informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Israele. Il disegno di legge in questione è l’S-4615, presentato il 20 maggio dal senatore Tom Cotton dell’Arkansas, esponente di spicco del movimento “Israel First”. Il testo integrale è disponibile qui. L’S-4615 include la Sezione 622, intitolata “Miglioramento della condivisione di informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Israele”. Questa nuova sezione stabilirebbe come legge (e rimarrebbe in vigore a tempo indeterminato, a meno che non venga abrogata dal Congresso) nuovi obblighi degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale nei confronti di Israele. Il testo include una Dichiarazione di Politica: “(1) Mantenere e rafforzare il partenariato strategico per la sicurezza con Israele come mezzo per promuovere la difesa nazionale degli Stati Uniti… (2) Migliorare la collaborazione in materia di intelligence attraverso una solida condivisione di informazioni e un partenariato analitico con Israele… (4) Garantire che l’assistenza alla sicurezza e la cooperazione in materia di difesa siano strutturate in modo da aiutare Israele a mantenere il suo vantaggio militare qualitativo…”

Quando il disegno di legge sull’autorizzazione all’intelligence verrà sottoposto al voto del Senato, verrà senza dubbio approvato grazie alla maggioranza repubblicana, supportata dai soliti sostenitori di Israele tra i democratici. E per completare l’acquisizione da parte di Israele, è in corso di approvazione al Congresso un disegno di legge che concederà benefici militari statunitensi ai cittadini americani, spesso con doppia cittadinanza israeliana, che prestano servizio nell’esercito israeliano, inclusi benefici in materia di istruzione e assistenza medica non disponibili ad altri americani che non hanno prestato servizio nelle forze armate statunitensi. Ironicamente, il nuovo status di Israele come partner degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale e guerra, riconosciuto da entrambe le camere del Congresso, non è condiviso con nessuno degli attuali alleati di Washington nella NATO, rendendo la relazione con Israele sia unica sia, secondo molti, particolarmente pericolosa come potenza egemone.

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Perché un esercito europeo rimane irraggiungibile senza la NATO

8 June 2026 at 08:56

Secondo gli analisti, le diverse politiche estere e i contrastanti interessi nazionali degli Stati membri dell’UE rendono irrealizzabile la creazione di un esercito europeo nel prossimo futuro.

Etienne Fauchaire – 7 giugno 2026


In breve:

  • L’Europa sta discutendo di una maggiore indipendenza militare dagli Stati Uniti.
  • L’esercito dell’UE rimane controverso e deve affrontare ostacoli strutturali.
  • Gli esperti riscontrano una forte dipendenza dalla tecnologia NATO e statunitense.
  • La guerra in Ucraina intensifica il dibattito sulle capacità di sicurezza dell’Europa.

Le minacce del presidente statunitense Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO, così come le continue tensioni nel conflitto con l’Iran, hanno riacceso le richieste di indipendenza militare dagli Stati Uniti tra i capi di Stato e di governo europei.
Tuttavia, gli analisti sono scettici riguardo alle alternative proposte. Esprimono preoccupazioni in merito alle tempistiche e alle dinamiche interne tra gli stati europei.

La Spagna chiede un’azione rapida

Tra le proposte c’è quella di un esercito permanente dell’Unione Europea, avanzata dal ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares all’inizio di giugno. Secondo quanto riportato da diversi media, Albares avrebbe affermato che l’UE non dovrebbe aspettare di vedere come si comporteranno gli Stati Uniti.
Le sue dichiarazioni sono giunte in seguito alla decisione di Trump di ritirare le truppe dalla Germania. Ha inoltre criticato i Paesi che avrebbero negato agli Stati Uniti l’accesso alle loro basi e al loro spazio aereo in caso di guerra con l’Iran. La Spagna era tra questi Paesi.
Trump ha affermato che le operazioni statunitensi contro il regime iraniano hanno giovato alla sicurezza di altri Paesi. Ha inoltre criticato la NATO per non aver fornito un supporto attivo durante il conflitto. Già alla fine di marzo aveva sottolineato che, pertanto, gli Stati Uniti non erano tenuti a “essere presenti per la NATO”.
Il commissario europeo per la Difesa, Andrius Kubilius, ha dichiarato davanti al Parlamento europeo il 10 febbraio: “La responsabilità europea in materia di difesa richiede un quadro istituzionale per la nostra cooperazione: un’unione europea della difesa”.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno tutti convenuto che l’UE deve assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza.
Tuttavia, all’inizio di febbraio, l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha dichiarato che la creazione di un esercito europeo indipendente a fianco della NATO sarebbe “estremamente pericolosa”. Ha sostenuto che i sostenitori di un simile piano “non avevano realmente valutato gli aspetti pratici”.
Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, è tra i pochi politici di spicco in Europa che lodano ripetutamente le azioni di Donald Trump contro l'Iran. Riuscirà l'olandese a impedire a Trump di ritirarsi dall'alleanza? (Foto d'archivio)

Riuscirà Rutte a impedire a Trump di ritirarsi dall’alleanza? (Immagine d’archivio)

Foto: Evan Vucci/AP/dpa

L’idea di un esercito europeo esisteva già ai tempi di Eisenhower.

L’idea di un esercito europeo non è nuova e risale all’epoca di Dwight D. Eisenhower, presidente degli Stati Uniti dal 1953 al 1961. A quel tempo, i capi di Stato e di governo europei furono persuasi a istituire un esercito di questo tipo. Tuttavia, il Parlamento francese bloccò il progetto nel 1954 e, nei decenni successivi, sia la resistenza degli Stati Uniti a tale esercito, sia il loro costante impegno nella NATO, impedirono che il progetto venisse ripreso.
Da allora, paesi come la Francia e la Germania hanno esortato il continente europeo a perseguire l’autonomia strategica. Sia Macron che l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel si sono fatti promotori dell’idea di una forza armata comune durante il primo mandato di Trump.
Max Bergmann, responsabile del programma per l’Europa, la Russia e l’Eurasia presso il Centro di studi strategici e internazionali, ha sostenuto a gennaio che tale questione dovrebbe essere riconsiderata in caso di un secondo mandato di Trump.

Una forza armata congiunta permanente come alternativa?

In un’analisi per il Centro di Studi Strategici e Internazionali, Bergmann ha riconosciuto le preoccupazioni circa la fattibilità di un esercito dell’UE. Tuttavia, ha sottolineato che fare affidamento sugli Stati Uniti era altrettanto impraticabile, poiché, a suo avviso, il Paese non aveva più alcun interesse a fungere da garante della sicurezza.
Ha proposto una forza congiunta permanente, simile alla forza di reazione rapida concordata dall’ex primo ministro britannico Tony Blair e dall’ex presidente francese Jacques Chirac nel 1998.
Bergmann sostiene l’adozione di una struttura di comando unificata che si collochi al di sopra delle forze armate nazionali dei singoli Paesi. “Le preoccupazioni relative a una struttura parallela con la NATO, così come la resistenza degli Stati Uniti, ne hanno impedito la creazione”, ha affermato. “Tuttavia, dato il potenziale divario significativo tra Stati Uniti ed Europa in materia di difesa, è opportuno che l’Europa disponga di una propria capacità di comando indipendente, quantomeno per evitare lacune organizzative nella difesa europea”.
Altri analisti, come Patrick Edery, analista geopolitico con sede in Polonia e responsabile della società di consulenza strategica Partenaire Europe, rimangono scettici. Edery ha dichiarato all’edizione in lingua inglese dell’Epoch Times che gli ostacoli strutturali a un’unione europea della difesa persistono. “Ogni volta che si esamina la questione in profondità, il verdetto è sempre lo stesso: non è fattibile”, ha affermato.

Un membro del Reggimento Lava per sistemi senza pilota posa accanto a un drone da ricognizione Leleka, in grado di volare fino a 120 chilometri e tornare alla base, nella regione di Kharkiv, in Ucraina, il 22 maggio 2026.

Foto: Diego Fedele/Getty Images

Un’Europa divisa

Uno dei maggiori ostacoli percepiti alla creazione di un esercito dell’UE è rappresentato dai diversi interessi politici dei governi europei. “Ogni Paese dell’UE ha la propria politica estera e i propri interessi”, ha continuato Edery. Ha citato il sostegno militare fornito tempestivamente dalla Polonia all’Ucraina, mentre la Germania inizialmente ha esitato dopo l’invasione russa del 2022.
Hugo Meijer, ricercatore del CNRS presso il Centro di Studi Internazionali (CERI) di Sciences Po, e Stephen G. Brooks, professore di scienze politiche al Dartmouth College, hanno definito questo fenomeno il problema della “cacofonia strategica”.
In un articolo pubblicato nel 2021 sulla rivista “International Security”, gli autori hanno definito il problema come “profonde divergenze in tutto il continente in tutti i settori della politica di difesa nazionale, in particolare per quanto riguarda la percezione della minaccia”. Il problema, sostenevano gli autori, era così radicato che per superarlo sarebbero stati necessari “sforzi a lungo termine, costanti e coordinati”.
Pertanto, è altamente improbabile che gli europei sviluppino una capacità di difesa autonoma nel prossimo futuro, anche se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi completamente dal continente.
Inoltre, le forze armate europee operano in modo indipendente l’una dall’altra e applicano regole di ingaggio differenti. Nella maggior parte degli Stati membri dell’UE, è necessaria l’approvazione parlamentare per gli schieramenti all’estero. La Francia rappresenta un’eccezione, in quanto il potere esecutivo gode di una maggiore autonomia nell’avviare e proseguire operazioni militari, con minori restrizioni dirette da parte del Parlamento.
Le diverse dotazioni militari presenti nel continente aggravano ulteriormente il problema. Più di una dozzina di Paesi membri europei della NATO utilizzano già o hanno ordinato il caccia americano F-35. Le forze armate francesi sono le uniche tra le principali forze armate europee a non utilizzare questo modello.
Un caccia F-35 dell'aeronautica militare statunitense decolla dalla base aerea di Spangdahlem, in Renania-Palatinato, durante l'esercitazione "Air Defender 2023".

Un caccia F-35 dell’aeronautica militare statunitense decolla dalla base aerea di Spangdahlem, in Renania-Palatinato, durante l’esercitazione “Air Defender 2023”.

Foto: Boris Roessler/dpa

La dipendenza militare dell’Europa dagli Stati Uniti

Il controllo americano sui componenti cruciali per la costruzione dell’F-35 ha consolidato la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. Questa è la conclusione di un’analisi del 2025 condotta dal think tank Bruegel, con sede a Bruxelles.
A marzo, i rappresentanti tedeschi hanno espresso preoccupazioni riguardo a un cosiddetto “interruttore di spegnimento” (un dispositivo di arresto) che sarebbe integrato nell’F-35. Sebbene numerosi esperti ritengano che non vi siano prove concrete dell’esistenza di un tale meccanismo, sostengono che Washington non ne abbia bisogno per impedire l’utilizzo del velivolo, poiché sarebbe sufficiente interrompere la fornitura di munizioni e pezzi di ricambio.
Brandon J. Weichert definisce l’esistenza di un simile dispositivo di spegnimento “probabilmente una sciocchezza”. È redattore senior per la sicurezza nazionale e autore del libro “Winning Space: How America Remains a Superpower”.
“Il vero ‘interruttore di sicurezza’ risiede nell’assoluta dipendenza dai fornitori della difesa statunitensi, sia per il software, la manutenzione o i collegamenti dati, elementi essenziali per il funzionamento efficace di questi aerei da combattimento di quinta generazione”, ha scritto Weichert in un articolo pubblicato su The National Interest a gennaio.
Inoltre, si pone la questione di una struttura di comando unificata. Secondo Bergmann, l’UE potrebbe creare un proprio quartier generale che avrebbe il compito sia di comandare le forze armate dell’UE, sia di fungere da autorità di comando europea suprema sulle forze armate nazionali.
Edery ha tuttavia affermato che “oggi nessun generale europeo è addestrato a comandare un esercito di un milione o anche solo di 500.000 soldati di diverse nazionalità”.

50 miliardi di euro all’anno per la difesa europea

I sostenitori di un esercito europeo sono consapevoli della portata del lavoro politico e burocratico che tale impresa richiederebbe. Un documento pubblicato il mese scorso ha stimato che l’Europa potrebbe colmare la maggior parte delle sue lacune in termini di capacità militari in un periodo di dieci anni con una spesa di circa 50 miliardi di euro all’anno.
Tra i firmatari figuravano Thomas Enders, ex amministratore delegato di Airbus e attuale presidente del Consiglio tedesco per le relazioni estere, e l’economista Moritz Schularick dell’Istituto di Kiel per l’economia mondiale. Tuttavia, essi riconobbero anche che tale iniziativa equivaleva a un “Progetto Manhattan”. Il “Progetto Manhattan” era il programma segreto statunitense di ricerca e sviluppo per la creazione della prima bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale.
Si tratta di un compito “che richiede una volontà politica unitaria, una mobilitazione coordinata delle risorse e una capacità istituzionale di agire – su una scala paragonabile ai grandi programmi storici di mobilitazione tecnologica e industriale”.
Bergmann sostiene che la creazione di una “forza più unificata” significherebbe incoraggiare le forze armate degli Stati membri dell’UE che non si trovano in prima linea, sotto la supervisione di Bruxelles, a contribuire a una forza europea anziché sviluppare le proprie capacità, oppure a integrare pienamente le proprie forze armate in una forza comune.
Gli Stati membri potrebbero anche contribuire con l’uno per cento del loro prodotto interno lordo a un fondo comune dell’UE per sostenere questa forza. Potrebbero inoltre fornire personale e attrezzature già esistenti.
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Soldati delle Forze Armate tedesche. (Immagine d’archivio)

Foto: Julian Stratenschulte/dpa

Fondo europeo di difesa di punta

Negli ultimi anni, l’UE ha sviluppato nuove competenze per sostenere e rafforzare la base industriale europea della difesa. Dal 2017, ha avviato una serie di programmi per finanziare progetti comuni di armamenti degli Stati membri, tra cui il Fondo europeo per la difesa.
Questo programma è considerato il fiore all’occhiello dell’UE per la ricerca e lo sviluppo congiunti nel settore della difesa e prevede uno stanziamento di circa un miliardo di euro all’anno fino al 2027. È incluso anche “ReArm Europe”, la principale iniziativa di investimento della Commissione europea nel settore della difesa, che mira a mobilitare ulteriori spese per la difesa fino a 800 miliardi di euro entro il 2030.
Sebbene gli esperti vicini a Bruxelles lodino queste iniziative come un passo avanti, ne individuano anche delle debolezze. Bruegel, ad esempio, ha osservato che “ReArm Europe” si concentra quasi esclusivamente sulla spesa nazionale e sulla sua attuazione. Non riesce a creare beni pubblici europei né a sviluppare capacità finanziate e fornite a livello UE. Pertanto, il programma contribuisce solo in misura limitata al rafforzamento del coordinamento europeo.
La guerra con l’Iran, iniziata alla fine di febbraio, ha messo a dura prova le relazioni tra l’Europa e gli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni osservatori ritengono che la dipendenza dalle risorse americane fosse già evidente da anni. La guerra in Ucraina, secondo Edery, ha rivelato in tempo reale l’entità della dipendenza dell’Europa dalle capacità statunitensi.

L’Ucraina dipende dal sostegno degli Stati Uniti e dal progetto Starlink di Musk.

Le forze armate ucraine si affidano ai terminali satellitari Starlink di fabbricazione statunitense per le comunicazioni sul campo di battaglia, l’acquisizione di obiettivi e le operazioni con i droni. Ciò vale anche per le armi e le informazioni di intelligence fornite o facilitate da Washington.
“Se gli americani smettessero di vendere armi agli europei, che poi le cederebbero a Kiev, la Russia vincerebbe. Se smettessero di fornire informazioni di intelligence, la Russia vincerebbe”, ha dichiarato Edery all’Epoch Times.
Secondo l’analista, Starlink, il servizio internet ad alta velocità di SpaceX, ha rappresentato una vera e propria svolta per l’Ucraina. Lo stesso CEO di SpaceX, Elon Musk, ha sottolineato l’importanza di Starlink per Kiev. “Il mio sistema Starlink è la spina dorsale dell’esercito ucraino”, ha scritto su X nel marzo 2025. “L’intera linea del fronte crollerebbe se lo disattivassi”.
Il governo ucraino ha espresso interesse per i progetti satellitari europei, tra cui GOVSATCOM, un’iniziativa dell’UE volta a mettere in comune le capacità satellitari degli Stati membri e dell’industria per fornire ai governi servizi pertinenti.
A porte chiuse, tuttavia, alcuni rappresentanti ucraini esprimono l’opinione che le alternative esistenti a Starlink presentino limitazioni che richiedono tempo e denaro per essere superate.
SpaceX si sta concentrando sulla costruzione di una città sulla Luna.

SpaceX si sta concentrando sulla costruzione di una città sulla Luna.

Foto: Eric Gay/AP/dpa

Zelenskyy: Nessuna vittoria contro la Russia è possibile senza il sostegno degli Stati Uniti.

Arthur de Liedekerke, direttore senior per gli affari europei presso la società di consulenza politica Rasmussen Global con sede a Bruxelles, ha dichiarato in un’intervista pubblicata nell’aprile 2025 su Euronews di non ritenere GOVSATCOM adatto a fornire la connettività di cui l’Ucraina aveva bisogno sul campo di battaglia. Dopotutto, si trattava (almeno per il momento) di un servizio di comunicazioni satellitari sicuro per i governi dell’UE.
Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha sottolineato che Kiev “non potrebbe vincere” la guerra contro la Russia senza il supporto degli Stati Uniti. “Se parliamo della possibilità di vincere senza il supporto americano: no”, ha affermato nel dicembre 2025, aggiungendo: “Senza il supporto americano, non possiamo difendere il nostro spazio aereo. Anche ora è molto difficile. Il supporto americano con i missili antiaerei è davvero utile ed efficace”.
Questo articolo è apparso originariamente su theepochtimes.com con il titolo “Perché un esercito europeo, senza la NATO, rimane fuori portata” . (Adattamento in tedesco: os) 

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Received — 7 June 2026 Blondet & Friends

Israele utilizza fosforo bianco per genocidare il Libano meridionale

7 June 2026 at 21:08

Secondo quanto riportato dai media americani, che citano immagini, l’esercito israeliano ha iniziato a utilizzare fosforo bianco nei bombardamenti del Libano.

Israele non ha alcuna intenzione di porre fine alla sua operazione militare nel Libano meridionale e l’opposizione israeliana chiede l’annessione di parte del territorio libanese come “risarcimento” per i bombardamenti dello Stato ebraico. Sebbene non sia stata ancora presa alcuna decisione in merito, l’esercito israeliano sta letteralmente devastando i territori conquistati, radendo al suolo aree popolate.

L’uso ripetuto di munizioni al fosforo bianco da parte delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), in violazione delle “leggi di guerra”, ha suscitato l’indignazione dei media americani. Secondo la Convenzione di Ginevra, l’uso del fosforo bianco è consentito solo per creare cortine fumogene o per l’illuminazione, ma non contro personale o strutture civili. Il contatto con la pelle provoca gravi ustioni e l’inalazione dei vapori danneggia le vie respiratorie. È inoltre pericoloso per gli occhi.

Ciononostante, Israele ha utilizzato il fosforo bianco durante l’assalto alla fortezza di Beaufort, così come a Nabatieh, Tire, Qalaia, Khiam e Yomor. Tutto ciò è stato documentato. Tel Aviv, dal canto suo, nega queste affermazioni, sostenendo che l’esercito israeliano non abbia fatto nulla del genere.

Per inciso, i proiettili di artiglieria al fosforo bianco utilizzati dalle IDF sono di fabbricazione americana.

https://topwar.ru/

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Israele chiede una quota garantita degli acquisti di armi statunitensi

7 June 2026 at 09:34

L’espansione coloniale di Israele è apertamente sovvenzionata dagli Stati Uniti con un contributo attuale di 3,5 miliardi di dollari all’anno. La maggior parte di questi fondi è vincolata all’acquisto da parte di Israele di armi di fabbricazione statunitense. Il sussidio è controllato dal Congresso e deve essere approvato annualmente durante la revisione del bilancio.

Il governo israeliano sta cercando di trasformare questo sussidio in un’attività più redditizia.

Ha proposto di sostituire il sussidio annuale con una “cooperazione militare più profonda”, che è un modo per definire gli acquisti garantiti da parte degli Stati Uniti di armi di fabbricazione israeliana e i profitti continui per i produttori di armi israeliani. Per attuare il nuovo piano, il Congresso approverà una legge che integrerà il complesso militare-industriale israeliano nelle linee di approvvigionamento e produzione statunitensi.

In seguito, non ci saranno più revisioni annuali:

Nella versione della Camera del National Defense Authorization Act (NDAA) del 2027, pubblicata martedì, si trova la sezione 224, intitolata “Iniziativa di cooperazione tecnologica tra Stati Uniti e Israele nel settore della difesa”.

… La sezione 224 pone le basi per la ricerca e lo sviluppo bilaterali, la coproduzione di armi, le joint venture, gli accordi di licenza e, apparentemente, ogni tipo di cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello israeliano.

… Unirebbe i settori della difesa statunitense e israeliano in molteplici aree vitali per i campi di battaglia del futuro, come i sistemi autonomi e la sicurezza informatica.

E inoltre:

Se approvata, la disposizione potrebbe segnare un cambiamento epocale in una delle relazioni militari più strette al mondo, trasformando la partnership tra i due Paesi, incentrata principalmente sugli aiuti militari americani, in una in cui le rispettive industrie della difesa sono più profondamente interconnesse.

La Sezione 224 richiederebbe al Segretario alla Difesa statunitense di nominare un “agente esecutivo”: un singolo funzionario incaricato di coordinare la cooperazione militare tra Stati Uniti e Israele.

Tale incarico comprenderebbe la ricerca e lo sviluppo congiunti, la produzione condivisa di armi e l’integrazione di sistemi e dati militari.

In futuro, il Pentagono dovrà per legge destinare una parte del proprio budget agli acquisti da Israele. Dato il budget di guerra di 1.500 miliardi di dollari proposto da Trump, i profitti derivanti da tale alleanza per Israele sarebbero di gran lunga superiori all’attuale stanziamento.

Il Congresso sta attualmente esaminando la proposta.

Le forze armate statunitensi non vedono di buon occhio la prospettiva di un coinvolgimento di Israele nei propri sistemi tecnologici e di dati. Un sottile indizio di ciò si può cogliere in questa recente notizia:

Il Pentagono ha innalzato al massimo livello il livello di allerta per lo spionaggio israeliano contro gli Stati Uniti, secondo fonti di NBC News.
Il livello di allerta per il controspionaggio è stato innalzato dalla Defense Intelligence Agency nelle scorse settimane a seguito delle crescenti preoccupazioni che lo spionaggio israeliano sia diventato più aggressivo del solito, secondo quanto riferito da alcune fonti.

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Pubblicato da b alle 18:05 UTC | Commenti (69)
5 giugno 2026
Guerra contro l’Iran: – L’Iran ha bisogno di un’escalation per evitare la trappola del cessate il fuoco
Una tipica tattica statunitense contro un obiettivo strategico è quella di “bollire la rana” aumentando lentamente la temperatura dell’acqua in cui è immersa. Il conflitto in Ucraina ne è un buon esempio. Gli attacchi contro la Russia, diretti dalla CIA, vengono intensificati gradualmente mentre la Russia è riluttante ad adottare misure di deterrenza più severe.

L’attuale guerra contro l’Iran è un altro esempio. Gli Stati Uniti insistono su un cessate il fuoco, cercando al contempo di erodere l’influenza dell’Iran con la strangolamento economico.

La principale arma dell’Iran, il blocco dello Stretto di Hormuz, avrà bisogno di un altro mese o due per manifestare appieno il suo effetto previsto sull’economia statunitense e globale. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno cercando di sfinire l’Iran con una diplomazia fittizia, misure economiche (il blocco) e attacchi mirati.

Ma l’Iran è ben consapevole di questa tattica. Ha deciso di evitare questa trappola del cessate il fuoco con una continua escalation:

Gli Stati Uniti e Israele stanno usando questo periodo [di cessate il fuoco] per rimodellare la realtà sul terreno, indebolire il potere negoziale dell’Iran e giungere a un tavolo di trattative in cui la posizione di Teheran è già stata silenziosamente erosa. Questa percezione sta rafforzando coloro che, all’interno della Repubblica Islamica, sostengono che la moderazione diplomatica, nelle attuali condizioni, comporti costi strategici.

… Il ritardo nella finalizzazione del memorandum d’intesa viene sempre più interpretato come intenzionale piuttosto che procedurale e come un tentativo degli Stati Uniti di usare il trascorrere del tempo come strumento strategico. La preoccupazione è che ogni settimana di cessate il fuoco, con la pressione militare ed economica americana che continua senza sosta e la moderazione iraniana che non produce concessioni reciproche, rappresenti un’erosione netta della posizione che Teheran ritiene di aver consolidato durante i quaranta giorni di combattimenti attivi. L’Iran ha deciso di rispondere a questa tattica del “far bollire la rana” aumentando il costo anche del minimo attacco statunitense. Non risponde più con la stessa moneta. Ogni attacco americano viene contrastato con una rappresaglia più forte e contro un maggior numero di obiettivi. Come riporta Rob Campbell a proposito dello scontro del 2 giugno:

A tarda notte, gli americani hanno colpito una petroliera iraniana e gli iraniani hanno reagito…

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Received — 6 June 2026 Blondet & Friends

Gli USA si impossessano delle entrate petrolifere venezuelane

6 June 2026 at 16:41

⚡️⚠️💰🛢🇻🇪🇺🇸 Gli Stati Uniti prendono il controllo delle entrate petrolifere del Venezuela / Caracas ordinato di trasferire i pagamenti del carburante al Tesoro USA

📍Secondo un documento ottenuto dal rispettato quotidiano spagnolo El Economista:

❗️La Compagnia Petrolifera Statale Venezuelana (PDVSA), in un avviso ufficiale ai suoi clienti, incluse le compagnie aeree e le società di spedizioni, ha ordinato che i pagamenti del carburante siano trasferiti direttamente al Tesoro USA, piuttosto che ai conti del governo venezuelano.

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Received — 5 June 2026 Blondet & Friends

Mi dichiaro antifascista !

5 June 2026 at 15:59

Mi dichiaro antifascista. Che sollievo.

Ringrazio il sindaco di Verona, l’ex calciatore Damiano Tommasi assai Democratico (con e senza maiuscola) per averla pensata giusta: ha deciso che per ottenere un passo carraio nella città di Giulietta, oltre alla tassa relativa, i richiedenti firmino una dichiarazione di antifascismo.

Pur non abitando a Verona e non avendo necessità di un passo carrabile, intendo presentare e sottoscrivere l’istanza. Finalmente sarò al riparo da attacchi, sospetti, maldicenze.

La mia città, Genova, ha anticipato da anni il primo cittadino scaligero, pretendendo, per le associazioni che utilizzano spazi civici per eventi ed attività, analoga autocertificazione con una mano sul cuore e l’altra sul portafogli. Orgoglio della Superba, perbacco.

L’antifascismo è oggi un concetto vuoto, simile a chi si dichiarasse pro o contro Napoleone Bonaparte. Tutto ciò che non piace alla gente che si piace è ipso facto chiamato fascismo, categoria eterna del Male.

Dunque, il bene è antifascista: è la proprietà transitiva, parola di Aristotele.

Non conta alcuna riflessione sul fascismo storico, sulla sua inesistenza nel presente e qualunque altra obiezione. Se lorsignori assicurano che ogni male è automaticamente fascista, bisogna schierarsi dalla parte del bene.

A che serve ricordare che l’obbligo di antifascismo non è previsto da alcuna legge? Tanto vale, a Verona e altrove, per il passo carrabile, l’uso di spazi civici o altro, firmare quello che fa piacere al potere.

È un po’ come l’autorizzazione all’uso dei dati personali che firmiamo in calce ai moduli più svariati o l’accettazione dei cookies per accedere a un sito web. Sono le nuove frontiere obbligate, le dogane immateriali postmoderne. Una in più non potrà farci più male di altre innumerevoli imposizioni quotidiane.

Per di più, dichiararsi antifascisti ci permette di entrare nella buona società e diventare cittadini modello della democrazia. Una bella comodità: libera dal peso di elaborate premesse, consente perfino di assumere posizioni non del tutto ortodosse.

È un ombrello protettivo, un lasciapassare universale. Dal momento della firma – anche in formato elettronico- riacquistiamo la nostra libertà, conculcata dall’ombra del sospetto di essere, Dio non voglia, loschi figuri No–Antifa.

Propongo che all’atto della sottoscrizione venga fornita una spilletta, una “cimice” da esibire sul risvolto degli abiti, giusto per togliere ogni dubbio e tranquillizzare l’OVRA (Opera Volontaria Repressione Anti-antifascista).

Sbrigata la pratica burocratica e dichiaratomi antifascista, posso finalmente dire ciò che è pericoloso senza il prezioso certificato.

Ad esempio, che l’esclusione di Erri De Luca da un festival letterario per le sue posizioni filo sioniste a stretto rigore è un atto fascista, giacché punisce la libertà di pensiero e parola, discriminando su base ideologica (articoli 3 e 21 della benemerita costituzione antifascista).

De Luca mi è cordialmente antipatico, sono contrarissimo alle sue idee su Gaza e Israele, ma difendo il suo diritto ad esprimerle.

Forse, ha smarrito il certificato Antifà, che permette di dire tutto ciò che si vuole, naturalmente entro il perimetro “anti”.

Abilita perfino a comportarsi come gli esecrati nemici, chiudere la bocca all’avversario, negargli agibilità politica e dignità personale in quanto fascista a giudizio insindacabile del collettivo antifà, riunito in seduta permanente nelle redazioni, nelle università, negli uffici pubblici, nelle piazze.

L’antifascismo è il patentino universale, la chiave che apre tutte le porte. Meglio ancora: è il green pass del buon cittadino. O ce l’hai e campi tranquillo o sei un reprobo e un nemico del popolo. Meglio non rischiare.

Ricordate la tessera del partito nazionale fascista? Bisognava averla o erano guai. Ai suoi tempi Leo Longanesi avvertiva che in Italia esistono due tipi di fascisti: quelli propriamente detti e gli antifascisti.

Forse davvero il morto regime e il famigerato ventennio sono il ritratto di famiglia del nostro popolo, come afferma la cultura liberal.

Dunque, va estirpata ogni traccia del Male Assoluto (parola di Gianfranco Fini che se ne intende) e pretesa la dichiarazione di antifascismo.

Per lenire il fastidio dei riottosi, un argomento a favore del green pass Antifà è la sua estensione: se tutti siamo antifascisti, nessuno è fascista e entrambi i termini vengono destituiti di significato e consegnati agli storici, se non agli archeologi.

Inoltre, se la dichiarazione diventa un obbligo, il dazio da pagare alla dogana democratica, è ampiamente giustificato moralmente chi firma controvoglia. Non accettiamo forse senza leggerle o capirle clausole contrattuali capestro con le banche, le assicurazioni, i fornitori di servizi?

Consentiamo senza fiatare che i nostri dati personali siano compravenduti e l’invasione nella nostra navigazione in rete ci sia negata senza l’Ok preventivo.

Dai, firmiamo lo stampato e tiriamo avanti. Teniamo famiglia, dobbiamo vivere e lavorare, magari ci serve il passo carraio. Tanto, il potere, di qualunque ideologia si travesta, è sempre contro di noi, pretende obbedienza e sottomissione.

Magari con il green pass in bella vista potremo assentarci alle manifestazioni del 25 aprile, fingere di non ricordare le parole di Bella Ciao, cambiare canale all’omelia di fine anno del presidente.

Saremo (più o meno) liberi di dire quel che ci aggrada, al riparo dell’ombrello arcobaleno Antifà. Suvvia, facciamo contento il sindaco Tommasi, i suoi democratici seguaci e l’ANPI.

Il potere di ieri chiedeva – più spesso imponeva- obbedienza e sottomissione. Quello di oggi in più pretende l’applauso, l’adesione convinta e in forma scritta. Ne ha diritto: è l’Impero del Bene. Antifascista, naturalmente.

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Matteo D’Amico: La rivoluzione nella Chiesa continua

5 June 2026 at 07:41
Vaticano,12 maggio 2025. Papa Leone XIV incontra Maria Montserrat Alvarado, nuovo Prefetto della Comunicazione Vaticana, durante l'Udienza agli operatori dei media che avevano seguito il Conclave / SICILIANI

Osservazioni sulla gravità della nomina, in perfetto stile bergogliano, della prima donna-Prefetto di Dicastero pontificio laica

Vitis Vera. giu 04, 2026

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(Vitis Vera, articolo di Matteo D’Amico) Come noto il Papa ha nominato dal novembre 2026 una donna, Maria Montserrat Alvarado, una quarantenne (classe 1986) messicana che ha compiuto gli studi universitari negli Stati Uniti e che dal 2008 ha la cittadinanza americana, Prefetto del Dicastero della Comunicazione Vaticana, organismo che controlla Vatican News, Radio VaticanaL’Osservatore Romano e, in poche parole, l’intero apparato comunicativo della Santa Sede. E’ interessante notare che dal 2009 al 2023 la Alvarado ha lavorato presso il Becket Fund for Religious Liberty, un ente senza scopo di lucro che organizza cause legali (in particolare presso la Corte Suprema) a favore della libertà religiosa, sulla base di una visione ecumenista radicale. Ecco come questo importante organismo definisce la sua missione sul suo sito ufficiale:

Becket è un istituto legale ed educativo senza scopo di lucro, di pubblica utilità, la cui missione è proteggere la libera espressione di tutte le fedi. Becket esiste per difendere un principio semplice ma spesso trascurato: poiché l’impulso religioso è naturale per gli esseri umani, l’espressione religiosa è naturale per la cultura umana. Promuoviamo questo principio in tre ambiti: i tribunali, il tribunale dell’opinione pubblica e il mondo accademico, sia negli Stati Uniti che all’estero.

Noi di Becket amiamo dire di aver difeso i diritti religiosi di persone di ogni credo, dagli anglicani agli zoroastriani. I nostri sostenitori rappresentano una miriade di religioni, ma tutti condividono la nostra visione comune di un mondo in cui la libertà religiosa sia rispettata come un diritto umano fondamentale che tutti hanno il diritto di godere ed esercitare”. (grassetto nostro).

Difficile trovare definizioni più moderniste, come impianto teologico, di quella appena citata. Ecco il clima culturale in cui è cresciuta la Alvarado.

Vi sono però anche altre osservazioni da fare: è la prima donna non consacrata nominata Prefetto di un Dicastero vaticano. Se è già uno scandalo una donna Prefetto, lo è a maggior ragione una donna laica. Vi sono anche fondati timori che teologicamente non sia sostenibile, né sia legittimo in termini canonistici, avere una donna (consacrata o meno) a guidare come capo Dicastero vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose. Potremmo avere cardinali e vescovi sottoposti a una donna laica di quarant’anni e che devono prendere ordini e direttive da lei: è una scena oggettivamente abominevole e totalmente contro la Tradizione della Chiesa.

Va poi osservato che è semplicemente ridicolo pensare che in tutta la Chiesa Cattolica, con le sue centinaia di migliaia di sacerdoti, di religiosi, di laici uomini impegnati nel mondo della comunicazione non ci fosse una scelta alternativa. Scegliere una donna è evidente che risponde a una precisa scelta ideologica fatta da Prevost, che dimostra di assecondare il mondo, che ulula sempre più ferocemente per avere le “donne-diacono” e le “donne sacerdote”. La scelta è in perfetta linea con la strategia di Bergoglio e la sua ridicola esaltazione del mondo femminile, le sue aperture a ruoli ecclesiali rilevanti per loro. Prevost sta ormai rivelandosi come un Bergoglio gentile, dal volto umano, mellifluo e rassicurante, che dovrebbe con la sua eleganza e moderazione penetrare e sedurre anche il mondo conservatore (e, forse, tradizionalista). Ma dietro le apparenze di “carabiniere buono” sta confermando il modernismo radicale del suo predecessore; sembra quasi smentire il motto che descrive il processo rivoluzionario: “due passi avanti, un passo indietro”. Qui i passi si fanno solo avanti.

Come Prefetto sarà un primo livello del Papa e ciò significa incontri frequenti, se non quotidiani, con Prevost. La cosa è sicuramente contro la prudenza che dovrebbe ispirare ogni scelta del Papa. Per molti secoli è stato uso che nessuna donna sedesse mai al desco papale, e ora abbiamo una giovane e piacente messicana che potrebbe incontrare quotidianamente e anche in modo informale il Papa: la cosa non potrà che contribuire a distruggere il poco che ancora resta dell’alone di sacralità che dovrebbe sempre avvolgere il Sommo Pontefice.

Va poi osservato che il padre della Alvarado è stato console messicano a Miami, in Florida, dunque un alto diplomatico inviato nel paese più importante del mondo. Faccio notare questo particolare perché forse non tutti sanno che il Messico è un paese fra i più infiltrati dalla Massoneria (sia gli “eroi” delle guerre di indipendenza ottocentesche, sia i capi di stato di inizio Novecento che gestirono la guerra di sterminio contro i Cristeros erano in gran parte massoni, strettamente legati agli Stati Uniti e spesso anche alle logge americane) , fra tutti quelli sudamericani. Non abbiamo prove che il padre della Alvarado sia stato massone, ma se emergesse che lo era stato, la cosa non ci stupirebbe, anche perché incarichi così elevati in campo diplomatico in genere non vengono dati per semplici meriti professionali.

Infine la foto che postiamo a inizio articolo è inquietante, perché si nota che il Papa e la Alvarado si danno la mano (cosa che il Papa potrebbe e dovrebbe evitare, limitandosi a porgere l’anello da baciare) ma la dottoressa messicana-americana appoggia la sua mano sinistra sopra quella del Papa, in una sorta di slancio del cuore, mentre lo fissa sorridendo negli occhi senza alcuna soggezione (e senza il velo nero che sarebbe prassi anche per le regine). Stringere nelle proprie le mani dell’interlocutore già facemmo notare che in termini di pragmatica della comunicazione è gesto che tende a stabilire un rapporto di potere sull’interlocutore. La Alvarado forse non lo sa o non lo vuole, ma col suo gesto sta dicendo: qui adesso comando io.

In un’altra foto la Alvarado sembra (la foto non permette un giudizio definitivo) cingere con il braccio sinistro la vita (o la schiena) del Papa, un gesto semplicemente folle e fuori da ogni protocollo. Meno grave, anche se assurdo allo stesso modo, sarebbe stato il contrario, perché anche in questo caso sembra che la Alvarado dica all’osservatore: “Sono io che proteggo e guido il Papa, non il contrario”. La Alvarado poi non è composta: l’ufficialità della foto esigeva che tenesse le mani giunte in basso, che evitasse ogni contatto, anche accidentale con il Papa e che avesse un sorriso meno aperto e più elegante, più nobile e sfumato, meno goffamente esplicito. Auguri ai cardinali e ai vescovi (e al Papa) che dovranno prendere ordini da questa simpatica giovane donna che contribuirà senz’altro a risollevare le sorti della Chiesa nel tempo guasto e devastato della sua lenta Apocalisse.

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Received — 4 June 2026 Blondet & Friends

Jared Kushner fa affari. Immobiliari

4 June 2026 at 08:18

Jared Kushner è l’inviato speciale di Trump per la pace. Gaza. Iran. Ucraina. Negozia a nome degli Stati Uniti mentre gestisce contemporaneamente un impero immobiliare privato nella stessa regione in cui dovrebbe essere diplomaticamente neutrale. Nessuno nei media mainstream trova ciò interessante. L’Albania sì.

I procuratori albanesi anticorruzione hanno appena congelato i conti bancari di Albania Land Development, la società immobiliare legata al progetto di resort di lusso da 4 miliardi di dollari di Kushner. Il sequestro è stato ordinato dalla Procura Speciale contro la Corruzione e il Crimine Organizzato nel contesto di un’indagine in espansione su presunti titoli di proprietà fraudolenti.  4 miliardi di dollari.

Costa protetta. Titoli fraudolenti. Le macchine pesanti hanno iniziato a sgomberare il nucleo della zona protetta alla fine di aprile 2026. Nessun permesso. Nessuna valutazione di impatto ambientale completata. Nessuna consultazione pubblica. Solo macchine in una zona umida protetta che è habitat di fenicotteri, foche monache mediterranee e siti di nidificazione delle tartarughe marine.

Non hanno aspettato il permesso. Non lo fanno mai. Le proteste sono iniziate dopo l’apparizione di recinzioni di filo spinato che bloccavano l’accesso pubblico alla spiaggia di Zvërnec. Poi è emerso un video di guardie di sicurezza private che picchiavano un manifestante mentre la polizia stava a guardare.  La risposta del governo albanese? Il primo ministro Rama ha difeso il progetto. Lo ha definito il biglietto d’ingresso dell’Albania nella Champions League del turismo globale. Nel frattempo, il terreno su cui viene costruito era protetto. I titoli sono sotto indagine per frode. E l’uomo che lo sostiene negozia la politica estera americana di giorno.

Non è la prima volta. A dicembre 2025, la società di Kushner Affinity Partners si è ritirata silenziosamente da un progetto di sviluppo di lusso da 500 milioni di dollari a Belgrado, in Serbia, dopo l’opposizione pubblica e procedimenti legali contro funzionari che avevano rimosso le protezioni patrimoniali per spianare la strada all’affare.  Stesso copione. Paese diverso. Costa diversa. Trova il terreno protetto. Fai rimuovere le protezioni. Sposta le macchine prima che qualcuno possa fermarti. E se crolla, esci in silenzio e trova il successivo. Il genero di Trump. L’inviato di pace dell’America. Che gestisce un’operazione di acquisizione di terreni negli stessi territori in cui dovrebbe essere diplomaticamente neutrale. Non oggi, Satana. Ricevute: Congelamento asset OCCRP: occrp.org/en/news/albani Indagine SPAK / nessun permesso / violenza proteste: albaniavisit.com/tourism-politi Indagine anticorruzione aperta Fox News: foxnews.com/politics/jared Schema ritiro Belgrado: albaniavisit.com/tourism-politi No Heroes. No Halos. End Hopium.

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Received — 3 June 2026 Blondet & Friends

La Cina produce…

3 June 2026 at 16:28

Cina produce:

  • l’80% dei pannelli solari del mondo;
  • l’80% di tutte le batterie per veicoli elettrici e per la rete;
  • il 60% delle parti per turbine eoliche;
  • il 55% dell’acciaio grezzo globale.

Solo l’anno scorso, la Cina ha messo in funzione 78 GW di nuova capacità a carbone – essenzialmente aggiungendo 1,5 gigawatt di nuova capacità a carbone ad alta efficienza ogni singola settimana. La quota di produzione manifatturiera della Cina sul PIL globale è passata dal 6% nel 2000 al 30% oggi.

Mentre la quota degli USA è scesa a circa il 17% e l’Europa è crollata al 14%. Tutto questo è fondato su un regola semplice:

  • abbondante energia da carbone;
  • rifiuto assoluto di mirare a net-zero.

La Cina è un governo che tratta le acciaierie e le giga-fabbriche come asset vitali. L’asset UE è la transizione energetica.

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Received — 2 June 2026 Blondet & Friends

Il Congresso si muove silenziosamente verso l’integrazione delle forze armate statunitensi e israeliane

2 June 2026 at 19:59

I militari statunitensi conducono una cerimonia di benvenuto con tutti gli onori militari per il capo uscente delle forze armate israeliane, il tenente generale Herzi Halevi, nella Conmy Hall di Fort Myer, Virginia, il 18 febbraio 2025. (Foto dell’esercito statunitense del sergente Nathan Winter)

Nel primo passo verso un ulteriore spostamento degli aiuti nell’ombra, l’NDAA 2027 della Camera dei Rappresentanti fonderebbe di fatto le forze armate dei due paesi.

Di Ben Freeman, Ripubblicato da Responsible Statecraft, 29 maggio 2026

In un momento in cui l’opinione pubblica americana esprime livelli di sfiducia senza precedenti nei confronti del governo israeliano, il Congresso ha appena proposto di legare gli Stati Uniti all’esercito israeliano più che mai.

Nascosta nella versione della Camera del National Defense Authorization Act (NDAA) del 2027, pubblicata martedì, si trova la sezione 224, intitolata “Iniziativa di cooperazione tecnologica per la difesa tra Stati Uniti e Israele”. Questa disposizione farebbe probabilmente di più per intrecciare le forze armate statunitensi con quelle israeliane rispetto agli oltre 200 miliardi di dollari (al netto dell’inflazione) di aiuti militari che Israele ha ricevuto dagli Stati Uniti dalla sua fondazione nel 1948.

La sezione 224 pone le basi per la ricerca e lo sviluppo bilaterali, la coproduzione di armi, le joint venture, gli accordi di licenza e, apparentemente, ogni tipo di cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello israeliano. Gli Stati Uniti e Israele collaborano già intensamente nel settore della difesa missilistica, ma questa proposta amplierebbe notevolmente il coordinamento, estendendolo a praticamente ogni ambito della tecnologia della difesa, inclusi intelligenza artificiale, informatica quantistica, sistemi autonomi, energia diretta, sicurezza informatica, biotecnologie e molti altri. Prevede inoltre “integrazione di rete” e “fusione di dati”. In altre parole, i dati militari statunitensi potrebbero presto diventare dati militari israeliani.

Se pienamente attuata, questa proposta garantirebbe un livello di integrazione militare-industriale superiore a quello raggiunto dagli Stati Uniti con qualsiasi altro Paese al mondo. È vero che gli Stati Uniti hanno collaborato strettamente con i partner NATO sulla coproduzione e sulla condivisione delle catene di approvvigionamento, in particolare attraverso il Piano d’azione per la produzione della difesa (Defence Production Action Plan). Inoltre, in quanto principale fornitore di armi al mondo, gli Stati Uniti riforniscono di armamenti gli eserciti di tutto il globo. Tuttavia, si tratta perlopiù di uno scambio a senso unico, con gli Stati Uniti che forniscono armi ad acquirenti stranieri che solo occasionalmente producono componenti per tali armi, come nel caso della catena di approvvigionamento globale dell’F-35.

La Sezione 224 rappresenterebbe una sfida completamente diversa. Unirebbe i settori della difesa statunitense e israeliano in molteplici aree vitali per i campi di battaglia del futuro, come i sistemi autonomi e la sicurezza informatica. Conferirebbe inoltre a Israele un’influenza straordinaria negli Stati Uniti, ben oltre quella già esercitata dalla lobby israeliana e dalla sua solida rete di influencer sui social media. Darebbe al governo israeliano l’opportunità di ampliare notevolmente una delle leve di influenza più potenti nella politica statunitense: i posti di lavoro negli Stati Uniti. Espandendo o avviando nuovi impianti di coproduzione, come già avviene in Mississippi e Arkansas, il governo israeliano potrebbe vantarsi di fornire posti di lavoro sul suolo statunitense, assicurandosi così alleati tra i membri del Congresso che rappresentano i distretti in cui si trovano tali posti di lavoro.

Il risultato potrebbe essere un sistema politico statunitense ancora più suscettibile ai capricci di un governo israeliano che apparentemente non si fa scrupoli a coinvolgere gli Stati Uniti in conflitti militari in Medio Oriente.

Questo livello senza precedenti di integrazione militare tra Stati Uniti e Israele si pone in netto contrasto con il tradizionale modello di cooperazione in materia di difesa, in cui Israele si distingueva già come principale beneficiario degli aiuti militari statunitensi. Come evidenziato in un recente rapporto del Quincy Institute, a cura di Steven Simon, questo passaggio da un modello di aiuti a un modello di integrazione militare ha implicazioni preoccupanti, in particolare:

Il cambiamento eliminerà i meccanismi di controllo politico e diplomatico che rendono la relazione trasparente e responsabile nei confronti del pubblico, spostandola da una votazione annuale sugli aiuti, visibile a tutti, all’opaco meccanismo degli appalti per la difesa, dove il controllo è limitato e la responsabilità politica minima. Il risultato sarebbe una relazione di difesa più profonda ma anche meno trasparente.

Tutto ciò avviene in un momento in cui l’esercito israeliano ha ripetutamente utilizzato armi statunitensi in attacchi che hanno violato il diritto internazionale umanitario a Gaza, e mentre Israele ha ripetutamente violato i cessate il fuoco (così come gli stessi Stati Uniti) nell’inutile guerra dell’amministrazione Trump contro l’Iran.

L’enorme divario tra ciò che la maggior parte degli americani vuole e ciò che il presidente sta facendo riguardo a Israele e ciò che il Congresso sta proponendo non dovrebbe essere ignorato. Solo il 30% dei residenti.

L'articolo Il Congresso si muove silenziosamente verso l’integrazione delle forze armate statunitensi e israeliane proviene da Blondet & Friends.

LO SPIRITO RIVOLUZIONARIO EBRAICO E IL SUO IMPATTO NELLA STORIA DEL MONDO – 10a Puntata

2 June 2026 at 19:50

veritas liberavit vos

La conversione dell’ebreo rivoluzionario

di E. Michael Jones

Impressionante l’attualità di questo scritto. Sembra stato fatto adesso.

Questo capitolo del libro è stato precedentemente pubblicato come articolo

nel numero di ottobre 2006 della rivista Culture Wars.

***

Il 15 giugno 2006, la Convenzione Generale della Chiesa Episcopale degli Stati Uniti approvò una risoluzione che condannava i Vangeli come documenti “antigiudaici”. Poiché la conclusione che gli episcopaliani trassero dal riconoscimento di tale fatto fu quella di censurare le Scritture, in particolare il loro uso liturgico, rimuovendo qualsiasi cosa un ebreo potesse trovare offensiva, molti episcopaliani conclusero che questa fosse l’ultima apostasia di una lunga parabola iniziata alla conferenza di Lambeth del 1930, quando quella cosi detta chiesa approvò l’uso dei contraccettivi. Che lo sia o meno, è al di là della nostra competenza in questa sede. Indipendentemente dalle conclusioni che gli episcopaliani traggano da questo fatto, l’affermazione che i Vangeli siano antigiudaici è, senza ombra di dubbio, vera.

L’unica vera domanda è perché gli episcopaliani abbiano impiegato duemila anni per rendersi conto di questo fatto o perché non ne abbiano tratto quella che sembra essere la conclusione più logica,

vale a dire che se gli episcopaliani vogliono essere fedeli all’esempio di Gesù Cristo, devono essere anche contro il giudaismo come religione che ha crocifisso Gesù.

Gli episcopaliani non affermarono che le Scritture fossero antisemite.

Se lo avessero affermato, l’affermazione sarebbe stata falsa.

Antisemitismo è un termine relativamente recente. Fu coniato nel 1870 da un tedesco di nome Wilhelm Marr. Si riferisce alla razza e afferma che gli ebrei sono odiosi a causa di alcune caratteristiche biologiche indelebili. Quell’idea portò a Hitler, ma la sconfitta di Hitler portò a

una ridefinizione del termine.

L’antisemitismo ha ora un significato completamente diverso. Un antisemita consunto sembra essere qualcuno a cui non piacevano gli ebrei. Ora è qualcuno che non piace agli ebrei. Nessun cristiano può in buona coscienza essere antisemita, ma ogni cristiano, in quanto

cristiano, deve essere anti giudaico. Nel linguaggio contemporaneo i due termini sono praticamente sinonimi, ma i loro significati sono molto diversi e la distinzione è deliberatamente oscurata per scopi politici.

Il 16 ottobre 2004, il Presidente Bush firmò il Global Anti-Semitism Review Act, che istituisce un dipartimento speciale all’interno del Dipartimento di Stato americano per monitorare l’antisemitismo globale, con un rapporto annuale al Congresso. Uno dei passi principali nell’attuazione di tale legge è stato l’insediamento di Gregg Rickman, capo dell’ufficio del Dipartimento di Stato per l’antisemitismo globale, il 22 maggio 2006, da parte del Segretario di Stato Condoleeza Rice. Rickman aveva legami sia con organizzazioni ebraiche che con il Congresso. Era stato direttore dello staff dell’ex senatore Peter Fitzgerald (R-Ill.) e presidente della Coalizione Ebraica Repubblicana. Ma la sua principale qualifica per l’incarico era il ruolo svolto, insieme al senatore Alfonse D’Amato (R-New York), nell’estorsione di 2 miliardi di dollari dalle banche svizzere alla fine degli anni ’90.

“Gregg Rickman, in collaborazione con il senatore D’Amato, è stato quasi da solo a scoprire la corruzione e l’immoralità delle banche svizzere”, ha affermato William Daroff, vicepresidente per le politiche pubbliche delle United Jewish Communities, l’organismo che riunisce le federazioni ebraiche nordamericane e direttore della sua sede di Washington.

“Questo tipo di tenacia gli sarà molto utile nel suo nuovo incarico, secondo i rappresentanti dei gruppi che fanno da tramite tra Washington e le piccole e vulnerabili comunità ebraiche all’estero”.

Il signor Rickman non dovrà definire l’antisemitismo. Il suo ufficio del Dipartimento di Stato lo ha già fatto per lui. Nel suo “Rapporto sull’antisemitismo globale” e nel suo “Global Anti-Semitism Report”, il Dipartimento di Stato americano elenca come antisemite le seguenti convinzioni:

  1. Qualsiasi affermazione secondo cui “la comunità ebraica controlla il governo, i media, gli affari internazionali e il mondo finanziario” è antisemita.
  2. Un “forte sentimento anti-israeliano” è antisemita.
  3. Le “critiche virulente” ai leader israeliani, passati o presenti, sono antisemite. Secondo il Dipartimento di Stato, l’antisemitismo si verifica quando una svastica viene raffigurata in una vignetta che denigra il comportamento di un leader sionista passato o presente. Pertanto, una vignetta che include una svastica per criticare la brutale invasione della Cisgiordania da parte di Ariel Sharon nel 2002, è considerata antisemita.
    Una vignetta dove Israele lancia missili “infernali” contro sventurati uomini, donne e bambini palestinesi è antisemita. Allo stesso modo, quando il termine “nazisionista” viene usato per descrivere i bombardamenti a tappeto di Sharon in Libano nel 1982 (che uccisero 17.500 rifugiati innocenti), è anch’esso “antisemita”.
  4. La critica alla religione ebraica, ai suoi leader religiosi o alla sua letteratura (in particolare il Talmud e la Kabbalah) è antisemita.
  5. Le critiche al governo e al Congresso degli Stati Uniti per essere indebitamente influenzati dalla comunità ebraico-sionista (inclusa l’AIPAC) sono antisemite.
  6. Le critiche alla comunità ebraico-sionista per la sua promozione del globalismo (il “Nuovo Ordine Mondiale”) sono antisemite.
  7. Incolpare i leader ebrei e i loro seguaci per aver incitato la crocifissione romana di Cristo è antisemita.
  8. Ridurre la cifra di “sei milioni” di vittime dell’Olocausto è antisemita.
  9. Definire Israele uno stato “razzista” è antisemita.
  10. Affermare che esiste una “cospirazione sionista” è antisemita.
  11. Affermare che gli ebrei e i loro leader abbiano creato la Rivoluzione bolscevica in Russia è antisemita.
  12. Fare “affermazioni denigratorie nei confronti di persone ebree” è antisemita.

I criteri del Dipartimento di Stato hanno gravi implicazioni per chiunque viva oggi. La più grave è che trasformano molti ebrei, che hanno avanzato molte delle affermazioni di cui sopra in libri e articoli da loro scritti, in antisemiti. Ma le definizioni del Dipartimento di Stato hanno anche gravi implicazioni storiche. Se prendiamo ad esempio i numeri 4 e 7, appare chiaro che non solo i comuni cattolici, ma anche papi e santi cattolici erano colpevoli di antisemitismo, secondo i criteri del Dipartimento di Stato. Numerosi papi, a partire da Papa Gregorio IX nel 1238, hanno condannato il Talmud come un attacco blasfemo alla persona di Cristo e alla fede cristiana e hanno esortato i cristiani a confiscarlo e bruciarlo.

Riguardo al punto 7, San Pietro, il primo papa, affermò negli Atti degli Apostoli che gli ebrei erano responsabili della morte di Cristo. Anche Nostrae Aetate, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sugli ebrei che ha inaugurato un’era di buoni sentimenti ed “ecumenismo”, ha affermato che alcuni ebrei erano responsabili della morte di Cristo. Con il loro uso promiscuo del termine “antisemitismo”, Rickman e i suoi complici al Dipartimento di Stato hanno trasformato l’insegnamento cattolico tradizionale in un crimine d’odio.

Nonostante 40 anni di esagerazioni e chutzpah (sfrontatezze giudaiche), alcuni fatti rimangono. La Chiesa non è e non può essere antisemita, perché il termine si riferisce principalmente alla razza e all’odio razziale. La Chiesa non può promuovere l’odio razziale verso alcun gruppo, certamente non verso gli ebrei, perché il suo fondatore era un membro di quel gruppo razziale. Tuttavia, il Vangelo di San Giovanni chiarisce che esiste un profondo e persistente animus cristiano contro i giudei

che hanno rifiutato Cristo. Questa “Judenfeindlichkeit” (anti giudaismo), se usiamo la parola di Brumlik, è parte dell’essenza del cattolicesimo. La Chiesa è ostile agli “ebrei” perché si sono definiti come rifiutatori di Cristo. La Chiesa è anti giudaica, ma a differenza degli ebrei, che, come ha spiegato il rabbino Solveichik in First Things, ritengono che l’odio sia una virtù, ai cristiani viene detto di amare i propri nemici. Gli “ebrei”, con cui San Giovanni intende gli ebrei che avevano rifiutato Cristo, divennero per questo motivo nemici dei cristiani ma tutti gli ebrei erano stati trasformati dalla venuta di Cristo. Dovevano accettarlo come Messia o rifiutarlo. Gli ebrei che accettarono Cristo come Messia divennero noti come cristiani. Gli ebrei che lo rifiutarono divennero noti come “giudei”.

E perché gli ebrei rifiutarono Cristo? Perché era stato crocifisso. Volevano un leader potente, non un servo sofferente. I capi degli ebrei, Anna e Caifa, in rappresentanza di tutti gli ebrei che lo avrebbero rifiutato, dissero a Cristo che se fosse sceso dalla croce, lo avrebbero accettato come Messia. Poiché non potevano accettare un Messia che soffriva e moriva invece di restaurare il regno come desideravano, ovvero in modo carnale, gli ebrei che rifiutarono Cristo divennero rivoluzionari.

Gli ebrei che rifiutarono Cristo divennero rivoluzionari ai piedi della croce ma le piene implicazioni della loro decisione non divennero evidenti fino a 30 anni dopo, quando gli ebrei si ribellarono a Roma, e Roma reagì distruggendo il Tempio. A questo punto, gli ebrei non avevano più tempio, né sacerdozio, né sacrifici, e di conseguenza non avevano modo di adempiere alla loro alleanza. Vedendo come stava andando la battaglia per Gerusalemme, un rabbino di nome Jochanan ben Zakkai si fece portare fuori da Gerusalemme nascosto in un sudario e, dopo essere stato riconosciuto come amico di Roma, gli fu concesso il privilegio di fondare una scuola rabbinica a Javne. È in questo momento, circa 30 anni dopo la fondazione della Chiesa, che nasce l’ebraismo moderno, l’ebraismo come lo conosciamo noi. Gli ebrei non erano più i figli di Mosè che eseguivano determinati rituali in adempimento del loro patto.

L’Ebraismo era diventato essenzialmente una società di dibattito, perché in assenza di un Tempio, questo era tutto ciò che gli ebrei potevano fare. I risultati di questi interminabili dibattiti divennero noti come Talmud, che fu messo per iscritto nel corso dei successivi sei secoli.

Il dibattito non sradicò affatto lo spirito rivoluzionario degli ebrei. Anzi, per molti versi, lo intensificò, insegnando loro a cercare un Messia militare. Gli ebrei ottennero il loro Messia militare circa 60 anni dopo la distruzione del Tempio, quando Simon bar Kokhbar insorse contro Roma nel 136. Tutti i rabbini di Gerusalemme riconobbero bar Kokhbar come il Messia e, come a dimostrare che l’ebraismo razziale era diventato privo di significato, gli ebrei cristiani furono espulsi per non averlo riconosciuto.

L’espulsione degli ebrei cristiani al tempo di Simon bar Kochbar dimostrò che l’ebreo non era una costruzione razziale, ma teologica. Il fattore determinante ultimo dell’ebraismo era diventato il rifiuto di Cristo, e quel rifiuto portò inesorabilmente alla rivoluzione. Quando rifiutarono Cristo, gli ebrei divennero rivoluzionari. Negli ultimi 2000 anni, la storia è stata una lotta tra i discendenti spirituali di due gruppi di ebrei: coloro che accettarono Gesù Cristo come Messia e coloro che lo rifiutarono.

La storia divenne, in un certo senso, una lotta intra-ebraica ai piedi della Croce.

Nell’autunno del 2003, Mahathir Mohammed, primo ministro della Malesia, annunciò che “gli ebrei governano il mondo attraverso la procura. Fanno sì che altri combattano e muoiano per loro”.

Mahathir fu immediatamente denunciato come antisemita e accusato di aver lanciato “un invito assoluto a commettere più crimini d’odio e terrorismo contro gli ebrei”, nonostante non avesse detto nulla del genere e nonostante molti ebrei fossero d’accordo con lui. Henry Makow riteneva che il discorso di Mahathir “si opponesse al terrorismo”. Un altro ebreo, che concordava con Makow sul fatto che Mahathir non fosse un terrorista, disse qualcosa di simile.

Elias Davidson, originario di Gerusalemme, ritiene che gli ebrei governino il mondo per procura. Prosegue spiegando come:

“Essendo io stesso ebreo (ma contrario al sionismo), non ho bisogno dell’incoraggiamento del Primo Ministro malese Mahathir Mohammed per osservare ciò che dovrebbe essere ovvio a un occhio sfacciato: vale a dire che gli ebrei di fatto governano la politica estera degli Stati Uniti e quindi determinano in larga misura la condotta della maggior parte dei paesi… Lo stesso vale per l’affermazione che gli ebrei controllano il mondo.

Sicuramente non controllano ogni singola azione; sicuramente non significa che ogni ebreo partecipi al “controllo”. Ma a tutti gli effetti pratici la proposizione è valida”.

Ciò che distingue un ebreo come Davidson da un ebreo come, per esempio, Stanley Fish non è ovviamente la sua etnia. Non sono nemmeno le sue idee politiche. Ciò che li distingue sono le loro diverse forme di critica letteraria.

Davidson crede nell’obiettività delle dichiarazioni. Richiede al Primo Ministro malese di attenersi a ciò che ha effettivamente detto e, di conseguenza, non trova nulla di antisemita nella sua dichiarazione. “Mahathir”, continua Davidson: “Non ha mai chiesto di discriminare gli ebrei, né tanto meno di ucciderli. È vergognoso equipararlo agli hitleriani. Esorta i musulmani a combattere gli ebrei adottando metodi e tecnologie moderne e a istruirsi, in altre parole a superare gli

ebrei in eccellenza. Cosa c’è di sbagliato in questo? In questo modo rende un servizio ai musulmani (oltre 1 miliardo di persone) e all’umanità. Gli ebrei devono conoscere il loro posto e accontentarsi dell’influenza derivante dal loro piccolo numero. Gli ebrei devono imparare un po’ di umiltà…”.

Gli ebrei, se con questo intendiamo la cabala che li governa sotto il nome di Sinedrio, Kahal, Politburo o ADL o altre importanti organizzazioni ebraiche, hanno secoli di esperienza nel trattare con ebrei come Makow e Davidson. Il modus operandi dei leader ebrei che si occupano di ebrei in disaccordo con la loro leadership risale agli albori dell’ebraismo moderno, ovvero ai tempi di Cristo, quando, secondo il Vangelo di San Giovanni, i genitori dell’uomo nato cieco si rifiutarono di parlare “per paura degli ebrei, che avevano già accettato di espellere dalla sinagoga chiunque avesse riconosciuto Gesù come il Cristo”. Qualsiasi ebreo che scelga il Logos – in una qualsiasi delle sue forme – al posto del Talmud, ovvero l’ideologia anticristiana confezionata dai leader ebrei per tenere il loro popolo in schiavitù, subirà l’ira dell’ebraismo organizzato. Spinoza la subì ad Amsterdam nel XVII secolo; ai nostri giorni anche Norman Finkelstein la subì. Poiché sembra più che assurdo definire antisemiti gli ebrei che non sono d’accordo con altri ebrei, il moderno Kahal ha coniato un nuovo termine. Gli ebrei che non sono d’accordo con il Kahal odierno vengono definiti “ebrei che odiano se stessi”, poiché vengono espulsi dalla moderna sinagoga del linguaggio accettabile.

Il Kahal era il sistema giuridico autonomo che gli ebrei istituirono in Polonia per gestire i propri affari legali. Lo spirito che informava tale organismo giuridico era il Talmud.

Secondo la Jewish Encyclopedia, il Talmud è “la suprema autorità in materia religiosa… per la maggioranza degli ebrei”. Il Talmud è una “deformazione sistematica della Bibbia” in cui “l’orgoglio della razza con l’idea di dominio universale è esaltato al colmo della follia… i Dieci Comandamenti non sono obbligatori nei loro confronti…

Per quanto riguarda il comportamento nei confronti dei Goim (non ebrei) tutto è permesso: rapina, frode, spergiuro, omicidio…”

Ogni volta che il suo contenuto è stato reso noto, i cristiani hanno condannato il Talmud come incompatibile con qualsiasi ordine sociale razionale. Anche gli ebrei convertiti al cattolicesimo dai tempi di Nicholas Donin in poi hanno condannato il Talmud. Numerosi papi hanno condannato il Talmud perché costituiva un attacco diretto sia alla divinità di Cristo sia alla legge morale tramandata da Mosè. Secondo l’ex rabbino Drach, “il Talmud proibisce espressamente a un ebreo di salvare un non ebreo dalla morte o di restituirgli i beni perduti, ecc., o di avere pietà di lui”.

Il Talmud fu creato per tenere gli ebrei in schiavitù ai loro leader, proibendo ogni contatto con il Logos, sia che si intenda la persona di Cristo, la Verità o un ragionamento basato su veri principi e sulla logica. Insegnati a ingannare dal Talmud, gli ebrei finiscono per ingannare se stessi e per fare il gioco dei leader che li manipolano per i propri fini.

Il Talmud ha portato alla rivoluzione. Non è necessario essere religiosi per essere talmudici. Karl Marx era ateo ma secondo Bernard Lazare, era anche “un talmudista chiaro e lucido” e, quindi, “pieno di quell’antico materialismo ebraico che sogna sempre un paradiso in terra e rifiuta sempre la lontana e problematica speranza di un giardino dell’Eden dopo la morte” (p. 99). Marx era il talmudista per eccellenza e il rivoluzionario ebreo per eccellenza, e come tale propose uno dei falsi

Messia più influenti nella storia ebraica: il comunismo mondiale.

Baruch Levy, uno dei corrispondenti di Marx, propose un altro falso Messia altrettanto potente, ovvero la razza ebraica. Secondo Levy, il popolo ebraico preso collettivamente sarà il suo Messia. In questa nuova organizzazione dell’umanità, i figli di Israele ora sparsi su tutta la superficie del globo… diventerà ovunque l’elemento dominante senza opposizione…

I governi delle nazioni che formano la Repubblica Universale o Mondiale passeranno tutti, senza alcuno sforzo, nelle mani degli ebrei grazie alla vittoria del proletariato. . . Così si adempirà la promessa del Talmud: quando sarà giunta l’epoca messianica, gli ebrei controlleranno la ricchezza di tutte le nazioni della terra.

Quindi, si scopre che c’era una base nella storia ebraica per ciò che Mahathir Mohammed ha affermato, oltre ad ampie prove, la creazione dello Stato di Israele, ad esempio, che l’ebraismo mondiale aveva fatto notevoli progressi verso il suo obiettivo di dominazione mondiale nel secolo e mezzo trascorso da quando Levy scrisse a Karl Marx.

Gli ebrei, semplicemente, non riuscirono a liberarsi dall’idea di essere il popolo eletto da Dio, nemmeno dopo aver smesso di credere in Lui. Rifiutando Cristo, si condannarono ad adorare uno dopo l’altro dei falsi Messia, i più recenti dei quali furono il comunismo e il sionismo. Nel loro libro La Question du Messie, i fratelli Lemann, entrambi convertiti dall’ebraismo al cattolicesimo e diventati sacerdoti, paragonarono gli ebrei di oggi agli israeliti ai piedi del Monte Sinai: “stanchi di attendere il ritorno di Mosè… banchettarono e danzarono intorno al vitello d’oro”. Sionismo e comunismo sono due dei più recenti falsi Messia che gli ebrei si sono prostrati ad adorare. Avendo

rifiutato il Messia soprannaturale morto sulla croce, gli ebrei si condannarono ad adorare i falsi Messia naturali uno dopo l’altro e a ripetere il ciclo di entusiasmo che porta alla disillusione più e più volte nel corso della loro storia. Queste illusioni trovarono compimento e si prestarono alla creazione della nascita dello Stato ebraico.

Il 6 gennaio 1948, il rabbino capo della Palestina annunciò che “Alla fine [Israele] porterà all’inaugurazione della vera unione delle nazioni, attraverso la quale si adempirà l’eterno messaggio all’umanità dei nostri immortali profeti”. Nella storia del messianismo ebraico, fantasie di

superiorità razziale si alternano a fantasie contraddittorie di fratellanza universale. “Il grande ideale dell’ebraismo”, annunciò The Jewish World il 9 febbraio 1883, “

è questo… il mondo intero sarà imbevuto dell’insegnamento ebraico e di una Fratellanza Universale di Nazioni – un giudaismo più grande di fatto – tutte le razze e religioni separate scomparirà” (p. 98).

Gli ebrei furono condannati a cercare il paradiso in terra attraverso falsi Messia dal momento in cui scelsero Barabba invece di Cristo, un fatto che porta al già menzionato ciclo di entusiasmo seguito da disillusione. Quando gli ebrei rifiutarono di essere “araldi di un regno soprannaturale”, si condannarono all’infinito compito di imporre al mondo la loro visione di un paradiso

naturalistico in terra, “e hanno messo tutta la loro intensa energia e tenacia nella lotta per l’organizzazione della futura Era Messianica”. Ogni volta che una nazione si allontana dal Messia Soprannaturale, come accadde durante le rivoluzioni francese e russa, quella nazione “sarà

trascinata nella direzione della sottomissione al Messia Naturale” e finirà per essere governata dagli ebrei.

Ciò significa che ogni ebreo è una persona cattiva? No, non è così. La leadership ebraica controlla la “sinagoga di Satana”, che a sua volta controlla il gruppo etnico in cui nascono gli ebrei. Nessuno ha il controllo sulle circostanze della propria nascita. Ecco perché l’antisemitismo, se con questo termine intendiamo l’odio verso gli ebrei a causa di un’immutabile e inestirpabile appartenenza alle caratteristiche razziali, è sbagliato. Nel corso della loro vita, gli ebrei arrivano a comprendere

che il loro è un gruppo etnico diverso da qualsiasi altro. Nonostante la propaganda di superiorità razziale che il Talmud cerca di inculcare in loro, molti ebrei arrivano a comprendere che uno spirito particolarmente maligno ha preso dimora nel cuore del loro ethnos. Una volta presa coscienza della portata di quel male, gli ebrei si trovano di fronte a una scelta. A seconda della disposizione del cuore, che solo Dio può giudicare, si dedicano a quel male o lo rifiutano – completamente, come nel caso di San Paolo, Nicholas Donin, Joseph Pfefferkorn e altri ebrei troppo numerosi per essere

menzionati – o in modo approssimativo, come nel caso degli ebrei di coscienza che si

rifiutano di accettare qualcosa che sanno essere moralmente sbagliato, che si tratti dell’aborto o dello sfratto dei palestinesi dalle loro terre ancestrali.

Lo scopo del Talmud è impedire le defezioni dalla sinagoga di Satana. Un comportamento

basato sul Talmud porta naturalmente al risentimento da parte dei non ebrei. I leader ebrei promuovono tale comportamento sapendo bene che causerà reazioni perché “i pogrom in cui soffrono i membri della base della nazione ebraica servono all’utile scopo di mantenerli in assoluta dipendenza dai loro leader”. Questo è un altro modo di dire che i Trotsky promuovono la rivoluzione e i Braunstein ne soffrono. I leader ebrei promuovono i pogrom, consapevolmente come il pogrom di Gomeler del 1905 o quando gli agenti del Mossad uccisero deliberatamente ebrei iracheni per diffondere il panico, perché i pogrom promuovono la paura, e la paura è il modo in cui il Kahal tiene in riga gli ebrei comuni.

Alice Ollstein, studentessa ebrea di Santa Monica, California, se ne accorse quando partecipò a una recente conferenza politica dell’American Israel Public Affairs Committee Conference a Washington, DC nel 2006. La signorina Ollstein vi andò da entusiasta sionista, ma tornò “sentendomi manipolata, turbata e disgustata da gran parte di ciò a cui avevo assistito” (http://www.jewishjournal.com/home/preview.php?id=15634 ).

Ciò a cui ha assistito è stato un continuo allarmismo. Infatti, la “prima cosa” che ha notato della conferenza è stata “l’atmosfera di paura e urgenza accuratamente creata”. La sala dove si sono tenute le sessioni plenarie era sempre pieno di musica classica drammatica, luci rosse e giganteschi

cartelli con la scritta “Adesso è il momento”. Questo, combinato con i montaggi di immagini del terrorismo proiettate su sei schermi giganti hanno scatenato nel pubblico un fervore “Salviamo Israele” che molti hanno trovato stimolante. Quando abbiamo finito di mangiare, il pubblico sembrava desideroso di accettare qualsiasi cosa pur di proteggere Israele, persino la guerra…

Ogni oratore ha fatto leva sulle paure più profonde del pubblico.

I neoconservatori erano i responsabili della diffusione della paura. In particolare, John

Podhoretz, figlio di Norman ed editorialista del New York Post, “aveva la prima e l’ultima parola

su quasi ogni questione”.

Ollstein ha ritenuto particolarmente manipolativi i paragoni fatti dall’AIPAC tra il presidente

iraniano Mahmoud Ahmadinejad e Hitler.

Sulle note di una musica classica più drammatica, i sei enormi schermi mostravano alternarsi i discorsi anti-ebraici di Hitler e quelli anti-israeliani di Ahmadinejad. Il famoso mantra post-Olocausto “Mai più” risuonava più volte. Tutto era finalizzato a convincere il pubblico che un altro Olocausto è evidente… a meno che non li prendiamo per primi.

Alice Ollstein si è risentita di “essere costretta a pensare” che il Primo Ministro iraniano fosse “puro male attraverso astuti slogan e immagini colorite”. Ha lasciato la conferenza sentendosi manipolata da quello che Walt e Mearsheimer hanno definito il principale agente della lobby israeliana in America. Non è l’unica ebrea a pensarla così. Il sionismo ha raggiunto quello stato di miserevole eccesso che segnala l’imminente arrivo di una reazione. La disillusione ebraica nei confronti del dio fallito, noto come comunismo, è diventata nota come neoconservatorismo. La reazione ebraica al

sionismo può essere osservata nella proliferazione di “ebrei orgogliosi e che odiano se stessi”.

In risposta a una rivista danese che pubblicò una serie di vignette anti-musulmane nel marzo 2006, un gruppo di israeliani organizzò un concorso di vignette antisemite.

Gilad Atzmon, che ha descritto il concorso sul suo sito web, trova naturale che “alcuni ebrei, eticamente motivati e sufficientemente talentuosi da potersi esprimere, abbiano alzato la voce” per protestare contro quella che era fondamentalmente un’operazione segreta progettata per irritare i paesi europei a tal punto per la reazione musulmana alle vignette da spingerli a sostenere un attacco nucleare contro gli impianti nucleari iraniani. Atzmon sostiene che “la condotta moralmente deteriorata dello Stato ebraico e delle lobby ebraiche che lo sostengono in tutto il mondo” ha generato “una celebrazione di quello che tendo a definire ‘orgoglioso odio ebraico per se stessi'”.

Atzmon scherza solo a metà.

Il momento oggettivo al centro di questa parodia è la lenta diffusione della disillusione nei confronti del sionismo tra gli israeliani. Proprio nel momento in cui Israele, attraverso enti come l’AIPAC, governa il mondo, gli ebrei che affermano di rappresentare stanno attraversando un momento di profonda disillusione. Gilad Atzmon, il musicista israeliano che si è autoproclamato portavoce

dell’orgoglioso e odiatore ebreo, crede che “saranno gli orgogliosi SHJ a far crollare il sionismo israeliano e persino quello globale”.

Essendo nato israeliano, Atzmon era stato sottoposto alla propaganda sionista per tutta la vita. Aveva combattuto nell’esercito e poi un giorno si era svegliato e non ci credeva più.

Proprio il programma che ha funzionato così bene e che funziona ancora ampiamente nel caso dei miei ex connazionali ha fallito nel mio caso. Non solo avevo smesso di amare me stesso ma in qualche modo non ero riuscito a odiare i Goyim. Fu allora che mi resi conto per la prima volta che in realtà non c’era alcun antisemitismo in giro. In qualche modo, quando ho smesso di amare me stesso, ho anche iniziato a sospettare dell’intera narrazione storica ebraica ufficiale, sia quella sionista che quella biblica. Come dire, non ci è voluto molto prima che iniziassi a mettere in discussione il racconto ufficiale sionista dell’Olocausto.

Credere nel sionismo, come credere nel comunismo, era una questione di “tutto o niente”. Una volta che il primo dubbio si radicò nella mente di Atzmon, l’intero edificio era destinato a crollare. La prima cosa di cui Atzmon dubitò fu il dogma secondo cui “l’odio per gli ebrei è un atto irrazionale di follia o una qualche tendenza cristiana arretrata”.

A differenza di Ruth Wisse, che formulò uno dei dogmi dell’ebraismo contemporaneo quando affermò che “l’antisemitismo non è diretto contro il comportamento degli ebrei ma contro l’esistenza degli ebrei”, Gilad Atzmon iniziò a considerare “la possibilità che i sentimenti antiebraici potessero

sorgere come risposta o addirittura come ritorsione ad atti ebraici”. In effetti, continuò, “il sionismo è alimentato dall’antisemitismo. Senza antisemitismo non c’è bisogno di uno Stato ebraico e senza l’Olocausto non ci sarebbe nemmeno uno Stato ebraico”.

Secondo Atzmon, organizzazioni ebraiche come l’AIPAC e l’ADL “sono tutte straordinariamente

brave a generare odio contro gli ebrei”. Quest’odio a sua volta genera paura, ed è proprio la paura a tenere l’ebreo medio schiavo della sinagoga di Satana. Nel corso del suo soliloquio, Atzmon conclude che, in quanto ebreo orgoglioso e odiatore di sé, non odia né gli ebrei né l’ebraismo, che definisce in termini etnici. La sua controversia riguarda quella che chiama “ebraicità”… la tendenza suprematista che trae la sua forza da un’ideologia materialista.

interpretazione errata e secolarizzata del codice giudaico. È l’ebraismo, piuttosto che il giudaismo, ad alimentare il sionismo con zelo omicida.”

Ciò che Atzmon chiama “ebraicità” è ciò che Nicholas Donin, Joseph Pfefferkorn e i Padri Lemann avrebbero chiamato Talmud, ovvero l’ideologia razzista e messianica che è stata il motore principale della rivoluzione ebraica nel corso della storia. Molti ebrei hanno vissuto questa esperienza. Un giorno si svegliano e si rendono conto che il loro gruppo etnico è stato colonizzato da una forza oscura e malvagia per secoli. Il nome di quel male è Talmud. Il Talmud è la costituzione della sinagoga di Satana, la cabala che ha governato gli ebrei attraverso la paura per 2000 anni.

Atzmon non è il solo a provare disillusione nei confronti del sionismo. Anche Yuri Slezkine

afferma che “la rivoluzione sionista è finita”: L’ethos originale di atletismo giovanile, belligeranza e determinazione è portato avanti da una stanca élite di vecchi generali. Mezzo secolo dopo la sua fondazione, Israele ha una lontana somiglianza di famiglia con l’Unione Sovietica mezzo secolo dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Gli ultimi rappresentanti della prima generazione di Sabra

sono ancora al potere, ma i loro giorni sono contati (p. 367).

La retorica della superiorità razziale è irrimediabilmente superata, anche quando è circondata dalla facciata del vittimismo dell’Olocausto. La cultura dell’Olocausto ha rimandato la resa dei conti finale ma all’inizio del XXI secolo era diventato chiaro che “la retorica dell’omogeneità etnica e delle deportazioni etniche, tabù altrove in Occidente, è un elemento di routine della vita politica israeliana”. La consapevolezza arriva a metà del film Munich di Steven Spielberg, quando il fabbricante di giocattoli ebreo diventato costruttore di bombe dice ad Avner Kauffman: “Gli ebrei non sbagliano perché lo fanno i nostri nemici. Dovremmo essere giusti”. Nel corso della realizzazione del Film Munich, Aver Kauffman giunge alla consapevolezza che ho già menzionato, la stessa che ha trasformato Gilad Atzmon in un ebreo orgoglioso e pieno di odio per se stesso.

A questo punto non è chiaro se l’ebreo orgoglioso e pieno di odio per se stesso possa sfruttare la sua disillusione nei confronti del sionismo per sfuggire alla dialettica della storia ebraica, con il suo ciclo regolare di entusiasmo seguito da disillusione e poi da entusiasmo per un nuovo Messia. Il momento oggettivo qui implica la comprensione di ciò che Atzmon chiama “ebraicità”.

L’ebraismo non è solo un’altra versione dell’etnicità, come l’irlandesità o la polacchità.

L'”ebraismo” è un’ideologia. È una deformazione talmudica del Logos che ha causato sofferenza, in gran parte sotto forma di rivoluzione nel corso degli ultimi 2000 anni di storia.

La Chiesa cattolica ha sempre condannato l’antisemitismo perché l’antisemitismo, ovvero l’odio per la razza ebraica, è sbagliato in sé e per sé. Ma oltre a ciò, l’antisemitismo è anche una risposta inappropriata a ciò che Atzmon chiama “ebraicità”.

L’antisemitismo è per molti versi una forma concorrente di “ebraicità”.

L’antisemitismo non può avere a che fare con l'”ebraicità”, perché un ebreo non è qualcuno con il DNA di Abramo nelle sue cellule. La maggior parte degli ebrei non sono nemmeno semiti. L’ebreo, nella misura in cui si appropria della sua “ebraicità”, è un costrutto teologico. È uno che rifiuta Cristo.

Il Talmud fu creato per tenere il popolo ebraico in schiavitù a una leadership che si è manifestata sotto varie forme nel corso della storia: il Sinedrio, il Kahal, il Politburo, l’ADL, l’AIPAC. Ognuno di questi gruppi ha proposto un falso messia come antidoto e alternativa al vero Messia e ognuno ha portato a violente reazioni o a altrettanto violente delusioni nel corso della storia. Nei 20 anni successivi al 1648, l’intero ciclo si è svolto. I pogrom di Chmielnicki e Shabbetai Zevi furono

reazione, Messia, delusione.

Ci sono segnali che la stessa cosa stia accadendo di nuovo. Sessant’anni fa, l’impero comunista si estendeva sulla faccia della terra, eppure, allo stesso tempo, gli ebrei che avevano sostenuto Stalin con tanta fedeltà iniziarono a sperimentare una diffusa disillusione nei confronti del comunismo. La stessa cosa sta accadendo ora al sionismo, proprio nel momento in cui la lobby israeliana ha raggiunto l’apice del potere mondiale.

Se così fosse, quali sono le opzioni al momento? In uno dei suoi momenti più criptici, Atzmon afferma che “la salvezza è la Masada dell’ebreo orgoglioso e che odia se stesso”.

Atzmon si riferisce al suicidio di massa che seguì l’insurrezione del 70 d.C. contro Roma che si concluse con la distruzione del Tempio. La versione del XXI secolo di Masada sarebbe molto più drammatica perché gli odierni sionisti disperati possiedono armi nucleari, un fatto che rende ancora più urgente dissuadere gli ebrei dal portare con sé il mondo intero quando attraverseranno uno dei loro inevitabili periodi di disillusione.

L’altra opzione è la conversione, l’opzione che è sempre stata presente fin dall’inizio.

Ciò significa conversione al Logos in tutte le sue forme, dal realismo filosofico e dai principi dell’onto-teologia all’accettazione di Gesù Cristo come unico Messia. Significa anche un altrettanto fermo rifiuto di ogni forma di inganno talmudico, tra cui la liberazione sessuale, il razzismo, la politica messianica e la decostruzione.

La Chiesa cattolica, che nel corso della sua storia ha sollecitato la conversione degli ebrei, è stata finora incapace di fornire assistenza in tal senso, perché paralizzata da un’interpretazione di Nostra Aetate che contraddice i Vangeli. Uno dei rituali dell’ecumenismo post-Nostra Aetate, sviluppatosi negli ultimi 40 anni, prevede che un dignitario ecclesiastico si alzi in piedi durante un incontro ecumenico – dopo che gli ebrei hanno denunciato la Chiesa come fonte di ogni antisemitismo e causa immediata del genocidio di Hitler – e annunci che gli ebrei non hanno bisogno di Cristo come loro salvatore. Nel maggio 2001, durante una riunione del Comitato internazionale di collegamento cattolico-ebraico a New York, il cardinale Walter Kasper, responsabile vaticano delle relazioni della Chiesa con gli ebrei, cercò di placare il disagio ebraico causato dalla pubblicazione della Dominus Iesus della Congregazione per la Dottrina della Fede sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, affermando che “la grazia di Dio, che è la grazia di Gesù Cristo secondo la nostra fede, è disponibile a tutti. Pertanto la Chiesa crede che l’ebraismo, cioè la risposta fedele

del popolo ebraico all’alleanza irrevocabile di Dio, sia salvifico per esso, perché Dio è fedele alle sue promesse” (enfasi aggiunta).

Nel placare gli ebrei, Kasper non solo contraddisse i Vangeli e 2000 anni di insegnamento

della Chiesa ma contraddisse anche il Dominus recentemente pubblicato.

Gesù, che sosteneva che esiste una sola economia salvifica del Dio uno e trino, realizzata nel mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio, attualizzata con la cooperazione

dello Spirito Santo ed estesa nel suo valore salvifico a tutta l’umanità e all’intero universo. «Nessuno, quindi, può entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, per l’azione dello Spirito Santo».

Kasper ha anche contraddetto l’enciclica Redemptoris Missio di Papa Giovanni Paolo II del 1990, che sosteneva che Cristo è l’unico Salvatore di tutti, l’unico in grado di rivelare Dio e di condurre a Dio.

In risposta alle autorità religiose ebraiche che interrogano gli apostoli sulla guarigione dell’uomo zoppo, Pietro dice: «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, per mezzo di lui quest’uomo vi sta innanzi sano e salvo… E in nessun altro c’è salvezza; perché non vi è sotto il cielo altro nome che sia stato dato agli uomini, mediante il quale

dobbiamo essere salvati”. . . . la salvezza può venire solo da Gesù Cristo.

Nel tentativo di tirarsi fuori dai guai, Kasper non fece altro che peggiorare ulteriormente la situazione, intorbidendo ulteriormente le acque già torbide. Nel novembre 2002, il cardinale Kasper tenne un discorso al Boston College in cui affermò che gli ebrei potevano essere salvati se “seguivano la propria coscienza e credevano nelle promesse di Dio così come le comprendevano nella loro tradizione religiosa, in linea con il piano di Dio, che per noi giunge a compimento storico in Gesù Cristo” (enfasi mia).

Usando l’espressione “per noi”, Kasper sottintendeva che esistessero due vie per la salvezza, una chiara contraddizione tra i Vangeli e le recenti dichiarazioni del Vaticano come la Dominus Iesus. Kasper, tuttavia, non era il solo a sostenere queste affermazioni eretiche. Nell’agosto 2002, il Comitato per gli Affari Ecumenici e Interreligiosi dei Vescovi degli Stati Uniti, sotto la direzione del Cardinale William Keeler, insieme al Consiglio Nazionale delle Sinagoghe degli Stati Uniti, pubblicò un documento intitolato Riflessioni su Alleanza e Missione, in cui si affermava che: “Un

crescente apprezzamento cattolico dell’eterna alleanza tra Dio e il popolo ebraico, insieme al riconoscimento di una missione divinamente affidata agli ebrei di testimoniare l’amore fedele di Dio, portano alla conclusione che le campagne che prendono di mira gli ebrei per convertirli al cristianesimo non sono più teologicamente accettabili nella Chiesa cattolica”.

Una volta che la natura eretica di affermazioni come quella divenne evidente, il cardinale Keeler ha cercato di limitare i danni sostenendo che il patto e la dichiarazione di missione rilasciati dal comitato USCCB non non costituisse alcuna posizione formale da parte dei vescovi statunitensi, ma

rappresentasse semplicemente “lo stato di pensiero tra i partecipanti” al dialogo “tra cattolici ed ebrei”. Come indicazione del consenso di Roma, il documento non fu mai promulgato come documento ufficiale della Conferenza episcopale degli Stati Uniti.

Crisi profonda

Ma il fatto stesso che sia stata scritta lasciava intendere che Nostra Aetate avesse portato a una profonda crisi nella Chiesa cattolica. Per partecipare al dialogo ecumenico con gli ebrei, gli “esperti” cattolici dovevano essere disposti a fare affermazioni eretiche che contraddicevano l’insegnamento della Chiesa cattolica. Dovevano essere disposti a negare principi fondamentali della teologia cattolica. La Chiesa si trovò improvvisamente nella posizione di non poter articolare una posizione coerente, perché la negazione del Vangelo era diventata la condizione sine qua non del dialogo con gli ebrei.

Per molti versi, questo problema è arrivato fino in cima. Esaminando la storia dei rapporti di Papa Giovanni Paolo II con gli ebrei, uno dei più estremisti commentatori cattolici americani è stato costretto a concludere che

“Persino Papa Giovanni Paolo.II… poteva occasionalmente dare l’impressione che la Chiesa, forse, fosse ora disposta a fare qualche sgarro nell’interesse di migliori relazioni” con gli ebrei. Nella “Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con l’Ebraismo”, pronunciata a un gruppo ebraico a Magonza, in Germania, nel 1980, “Giovanni Paolo II”, secondo lo stesso commentatore, “fece effettivamente l’osservazione che l’antica alleanza con gli ebrei non era di fatto ‘mai stata revocata da Dio'”. L’affermazione era teologicamente difendibile perché Dio non aveva mai revocato le alleanze con Noè o Abramo ma dava l’impressione che la “nuova ed eterna alleanza” stabilita da Cristo stesso non si applicasse agli ebrei.

I gesti di Papa Giovanni Paolo II furono ancora peggiori in questo senso. La sua preghiera al Muro del Pianto a Gerusalemme fu teatrale ma ambigua. Gli ebrei che pregano al Muro del Pianto pregano per la restaurazione del Tempio. Nessun papa avrebbe mai potuto contemplare di compiere quello che sarebbe stato un atto completamente malvagio, ma gli artisti ebrei non persero tempo a commemorare quell’atto e tutta l’ambiguità che incarnava come un modo per giustificare la loro richiesta di vietare ogni forma di “proselitismo”. Non c’è da stupirsi quindi che persone come Roy Schoeman siano confuse. Schoeman è un ebreo convertito al cattolicesimo che pensa che la fine dei tempi sia arrivata. Come cattolico Schoeman ora attende con ansia la restaurazione del Tempio senza comprendere che se ciò fosse accaduto sarebbe stato equivalente all’abominio della desolazione di cui si parla nell’Apocalisse e non alla seconda venuta.

L’idea che gli ebrei si convertano al culmine del loro potere terreno è inverosimile se non considerata da una prospettiva teologica, ma poiché la premessa della nostra argomentazione è che l’ebreo è un costrutto essenzialmente teologico, è proprio così che dovremmo considerare la questione. Per cominciare, la sinagoga di Satana deve essere vista come l’antitesi della Chiesa.

Quindi, se i cristiani, seguendo l’esempio di San Paolo, possono dire: “Quando sono debole, allora sono forte”, la sinagoga di Satana dovrebbe dire esattamente l’opposto, vale a dire: “Quando sono forte, allora sono debole”. E questa ammissione corrisponde in modo inquietante al fenomeno psicologico dell'”ebreo orgoglioso e che odia se stesso” di cui abbiamo parlato.

Il crollo definitivo della resistenza ebraica al Logos dovrà avvenire quando avranno raggiunto l’apice del potere mondano. Non abbiamo modo di sapere cosa ci riserverà il futuro, ma possiamo affermare con sicurezza che in nessun momento della storia degli ultimi 2000 anni gli ebrei hanno avuto più potere di quanto ne abbiano al momento attuale. Il fatto che gli ebrei siano ora in pieno

possesso di Gerusalemme e, secondo alcuni resoconti, stiano pianificando di ricostruire il tempio, rafforza la convinzione che si stia preparando il terreno per quell’ultima grande battaglia su chi governerà l’anima ebraica.

Padre Augustin Lemann, egli stesso ebreo convertito, ritiene certa la futura conversione del popolo ebraico. Basa questa convinzione sulla testimonianza di molti Padri della Chiesa. “C’è una tradizione ben nota e custodita dai fedeli”, scrive Sant’Agostino, “secondo cui negli ultimi giorni prima del Giudizio, il grande e ammirevole profeta Elia spiegherà la legge agli ebrei e li condurrà all’accettazione del vero Messia, il nostro Cristo” (Denis Fahey, The Kingship of Christ and the Conversion of the Jewish Nation, p. 101). Allora “questi Israeliti carnali”, continua Agostino, “che oggi rifiutano di credere in Gesù Cristo, un giorno crederanno in Lui. Osea predice la loro conversione nei seguenti termini: ‘I figli d’Israele siederanno per molti giorni senza re, senza principe, senza sacrificio, senza altare, senza efod e senza terafim'”. «Chi c’è», interviene Denis Fahey, «che non vede in questo un ritratto della condizione attuale del popolo ebraico» (p. 101-102).

Agostino non è il solo a credere che gli ebrei si convertiranno a un certo punto, verso il culmine della storia umana. San Tommaso d’Aquino afferma che “come con la caduta degli ebrei, i gentili che erano stati nemici furono riconciliati, così dopo la conversione degli ebrei, verso la fine del mondo, ci sarà una risurrezione generale mediante la quale gli uomini risorgeranno dai morti alla vita immortale” (p. 105).

Secondo Padre Augustin Lemann, il profeta Elia tornerà poi sulla terra per ricondurre gli ebrei al Salvatore. Il Signore stesso lo ha chiaramente affermato (Mt 17,2).

… I padri sono i patriarchi e tutti i pii antenati del popolo ebraico, i figli rappresentano la razza degenerata del tempo di Nostro Signore Gesù Cristo e dei secoli successivi. Tuttavia, solo qualche tempo prima della seconda venuta di Nostro Signore Gesù Cristo, prima che albeggi il giorno terribile del Giudizio Divino, il nostro Salvatore invierà il profeta Elia agli ebrei per convertirli e salvarli dal castigo.

San Paolo afferma che questa conversione avverrà solo alla fine dei tempi e che fino a quel momento gli ebrei continueranno “a colmare sempre i loro peccati, perché l’ira di Dio è giunta su di loro fino alla fine”.

Girolamo crede anche che gli ebrei si convertiranno alla fine del mondo quando “si troveranno in una luce abbagliante, come se Nostro Signore stesse tornando da loro dall’Egitto…”.

Secondo Suarez, “La conversione degli ebrei avverrà all’avvicinarsi del Giudizio Universale e al culmine della persecuzione che l’Anticristo infliggerà alla Chiesa”. Gli ebrei, secondo tutti i resoconti, continueranno a esprimere la loro ostilità a Cristo fino al momento della loro conversione. La conversione sarà drammatica e negli ultimi tempi i cristiani assomiglieranno

agli ebrei “a causa dei nostri peccati, anzi saranno peggiori”. A questo proposito, Origene sostiene la tesi di Yuri Slezkine nella sua affermazione che la modernità è ebraica. San Giovanni Crisostomo afferma che “Dio richiamerà gli ebrei una seconda volta”, quando i cristiani avranno abbandonato la fede. Gli ebrei diventeranno cristiani quando i cristiani saranno diventati ebrei.

L’Anticristo sarà un ebreo

A quel punto di apostasia, apparirà l’Anticristo, e sarà un ebreo, che, secondo Suarez, troverà “il suo principale sostegno tra gli ebrei”. Inoltre, “restaurerà la città dei loro antenati e il suo tempio, di cui hanno sempre avuto un particolare orgoglio”, perché altrimenti non potrebbe “farsi accettare come Messia dagli ebrei che sognano la gloria terrena per Gerusalemme e immaginano che quella città diventerà la capitale del futuro regno messianico”. Se Suarez avesse potuto essere catapultato nel

futuro per contemplare la situazione dello Stato di Israele nel 2006, avrebbe potuto concludere che la fine dei tempi era vicina. Se avesse letto il sito web di Gilad Atzmon, avrebbe potuto concludere che anche la conversione degli ebrei era vicina. La forza senza precedenti degli ebrei, unita alla debolezza senza precedenti della Chiesa, non consente altro che spiegazioni apocalittiche.

Al culmine della storia, l’anticristo ebreo sarà forte, più forte di quanto non sia mai stato nella storia, e la Chiesa sarà debole, più debole di quanto non sia mai stata nella storia. In quel momento, il regno messianico dei cieli sulla terra, il regno della massima ricchezza e potere per gli ebrei (e della massima miseria per tutti gli altri) sarà a portata di mano e tutto ciò che la sinagoga di Satana ha desiderato per secoli sembrerà essere alla sua portata. A quel punto, gli ebrei saranno costretti a fare una scelta e, secondo la tradizione cristiana, molti sceglieranno Cristo. Perché lo facciano allora è abbastanza facile da spiegare. Il rabbino Dresner lo fa nel suo libro sulla difficile situazione della famiglia americana, che è in realtà un trattato sulla difficile situazione degli ebrei americani, che

nella loro ricerca di passione, piacere e potere, si sono persi nel regno di Cesare. Non è ironico che i discendenti di coloro che scrissero i Salmi e offrirono preghiere al mondo siano diventati, secondo tutti i resoconti, i meno degni di venerazione.

Il popolo eletto sembrò appiattirsi nella normalità, diventando ciò contro cui i profeti avevano messo in guardia: “come le nazioni”. Molti ebrei postmoderni hanno scoperto una verità sconcertante. Nessuna licenza ha sostituito la Legge; nessuna sinfonia, i Salmi; nessun lampadario,

le candele dello Shabbat; nessuna opera, lo Yom Kippur; nessun country club, la sinagoga; nessuna villa, la casa; nessuna Jaguar, un bambino; nessuna amante, una moglie; nessun banchetto, il seder di Pesach; nessuna metropoli imponente, Gerusalemme; nessun impulso, la gioia di compiere una mitzvah; nessun uomo, Dio. (p. 329).

Al centro del panegirico del rabbino Dresner sugli ebrei americani, scopriamo il meccanismo psicologico che porterà alla loro conversione. Quando sono forti, sono deboli. Alan Dershowitz ha detto qualcosa di simile sulla demografia ebraica in America nel suo libro The Vanishing American Jew. Più ricchezza e potere gli ebrei accumulano, più diventano deboli, perché diventare ricchi ha privato l’ebreo di una delle sue illusioni più durature, ovvero che Tevye sarebbe felice “se fossi un uomo ricco”. I nipoti di Tevye sono, come indica il rabbino Dresner, molto più ricchi di quanto Tevye avrebbe potuto immaginare, ma diventando ricchi e potenti hanno finito per essere “ebrei orgogliosi e pieni di odio per se stessi”. Il denaro è, per molti versi, la questione meno importante qui. Come indica cupamente il rabbino Dresner, “gli ebrei hanno provato tutto”. Dopo aver “esaurito la modernità”, gli ebrei ora “cercano il recupero del sacro” (p. 330).

Ciò che il rabbino Dresner non riuscì a comprendere è che il sacro non può essere recuperato celebrando riti antiquati. Gli ebrei non possono trovare il sacro tra i morti. Possono trovarlo solo tra i vivi. La Chiesa può capitalizzare su questo momento e salvare il mondo da Masada con armi nucleari, ma solo se riafferma la sua posizione tradizionale sugli ebrei.

Ciò significa “Sicut Iudaeis non …”, che afferma che nessuno può danneggiare l’ebreo o disturbare il suo culto, ma che i cristiani hanno l’altrettanto solenne dovere di impedire la sovversione ebraica della fede e della morale. Ciò significa che la Chiesa dovrebbe condannare l’antisemitismo, che significa “odio per gli ebrei come razza”, ma, allo stesso tempo, la Chiesa non dovrebbe permettere agli ebrei di definire il termine per sé, perché in tal caso gli ebrei userebbero “la parola per designare qualsiasi forma di opposizione a se stessi” e al loro infernale progetto di sovversione culturale. Secondo la definizione ebraica del termine, “chiunque si opponga alle pretese ebraiche è più o meno mentalmente squilibrato”.

Atto di equilibrio

La Chiesa non è mai stata antisemita nella sua storia. L’insegnamento cattolico tradizionale sugli ebrei ha sempre comportato un delicato atto di equilibrio : Da un lato, la Chiesa si è espressa a favore degli ebrei affinché proteggano le loro persone e il loro culto da attacchi ingiusti.

D’altra parte, la Chiesa si è pronunciata contro gli ebrei, quando hanno voluto imporre il loro

giogo ai fedeli e provocare l’apostasia. Si è sempre sforzata di proteggere i fedeli dalla loro contaminazione. Come ha dimostrato l’esperienza dei secoli passati, se gli ebrei fossero riusciti a raggiungere alte cariche dello Stato avrebbero abusato del loro potere a scapito dei cattolici; la Chiesa si è sempre sforzata di impedire che i cattolici cadessero sotto il loro giogo.

Era loro proibito fare proselitismo e non era loro permesso avere cristiani come schiavi o servi” (Fahey, p. 80).

Nel momento più buio della persecuzione nazista, negli anni ’30, Papa Pio XI difese gli ebrei dai loro persecutori proclamando che “l’antisemitismo è inammissibile. Siamo spiritualmente semiti”. Meno noto è il resto delle sue parole. Dopo aver affermato che era “impossibile per i cristiani essere antisemiti”, Papa Pio XI proseguì affermando che “riconosciamo che ognuno ha il diritto di difendersi, cioè di prendere le precauzioni necessarie per la propria protezione contro tutto ciò che

minaccia i suoi legittimi interessi”.

Nel commentare il discorso di Pio XI, Denis Fahey si limita a ribadire ciò che la Chiesa ha sempre proclamato nelle dichiarazioni sugli ebrei note come “Sicut Iudeis non . . .”:

Da un lato, i Sommi Pontefici si sforzano di proteggere gli ebrei dalla violenza fisica e di garantire il rispetto della loro vita familiare e del loro culto, in quanto vita e culto di persone umane. Dall’altro, mirano incessantemente a proteggere i cristiani dalla contaminazione del naturalismo ebraico e cercano di impedire che gli ebrei ottengano il controllo sui cristiani.

L’esistenza del secondo deve essere fortemente sottolineata perché in qualche misura è stata persa di vista negli ultimi tempi. I cattolici devono essere informati non solo sulle ripetute condanne papali del Talmud, ma anche sulle misure adottate dai Sommi Pontefici per preservare la società dalle

incursioni del naturalismo ebraico. Altrimenti saranno esposti al rischio di parlare di Papa San Pio V e Papa Benedetto XIV, ad esempio, come di antisemiti.

L’opposizione all’ambizione ebraica di “imporre il proprio dominio sulle altre nazioni” non

è antisemitismo, anche se gli ebrei vogliono presentarlo in questo modo. Il cristiano deve opporsi all’antisemitismo, definito come odio per la razza ebraica, ma deve anche opporsi al programma ebraico di opposizione al Logos. Come molti cattolici hanno fatto in passato, il cattolico deve opporsi al programma dell’ebreo rivoluzionario, anche ora – anzi, soprattutto ora – che gli ebrei hanno adottato gli stereotipi del conservatorismo per mascherare i loro veri obiettivi.

San Papa Pio X sentiva che la fine dei tempi era arrivata nel 1903. E in un certo senso aveva ragione: quando la polvere si fu depositata dopo la Prima Guerra Mondiale, tutti gli imperi cattolici rimasti in Europa erano stati rovesciati e l’anticristo comunista ebraico era stato posto sul trono vacante dello zar cristiano di Russia. Forse Pio X aveva una visione del futuro quando scrisse il 4 ottobre 1903:

“Chiunque ponderi queste cose ha certamente motivo di temere che tale perversione della mente possa comunicare i mali annunciati per la fine dei tempi e quasi l’inizio di quelle calamità e che il figlio della perdizione di cui parla l’Apostolo possa aver già fatto la sua comparsa quaggiù. Così grandi sono la furia e l’odio con cui la religione è ovunque assalita, che sembra esserci uno sforzo determinato per distruggere ogni traccia della relazione tra Dio e l’uomo. D’altra parte – e questa è, secondo lo stesso Apostolo, la caratteristica speciale dell’Anticristo – con spaventosa presunzione l’uomo sta tentando di usurpare il posto del suo Creatore e si sta elevando al di sopra di tutto ciò che è chiamato Dio. … sta dedicando il mondo visibile a se stesso come a un tempio, nel quale ha la pretesa di ricevere l’adorazione dei suoi simili. ‘Così che egli siede nel tempio di Dio mostrandosi come se fosse Dio’” (II Tess, II, 4). (p. 177).

Come ha scritto Giovanni Evangelista, ci sono «molti Anticristi» (1 Giovanni II, 18), e gli ebrei li hanno accolti tutti. «Nel corso dei secoli», scrive padre Lemann, «gli ebrei hanno accolti tutti i nemici di Gesù Cristo e della sua Chiesa e si sono costituiti loro ausiliari.

Nel Gran Sinedrio, riunito a Parigi nel 1807, attribuirono a Napoleone i titoli biblici, riservati esclusivamente al Messia, sebbene Napoleone non fosse di sangue ebraico.

Accolsero persino i principi della Rivoluzione francese come Messia: “Il Messia venne a prenderci il 28 febbraio 1790, con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo” (p. 187).

Ispirato dalla dichiarazione di Pio X, Mons. Robert Hugh Benson scrisse Lord of the World,

un romanzo apparso nel 1907 ma ambientato all’inizio del XXI secolo, circa 100 anni dopo, vale a dire nel 2007. In quel romanzo un papa inglese indebolito affronta un anticristo con l’iconico nome di Julian Felsenburgh nelle pianure di Megiddo.

Nel giugno del 2006, Papa Benedetto XVI annunciò che si sarebbe recato a Megiddo nel 2007. Megiddo è un altro termine per Armageddon. L’aura apocalittica della sua visita fu oscurata dalla natura apocalittica dell’epoca. George Bush, come l’anticristo Giuliano l’Apostata, era impegnato in una guerra impossibile da vincere in Iraq e minacciava di estenderla a est sganciando armi nucleari sull’Iran. A giudicare dalle apparenze, la conversione degli ebrei non sembrava imminente. Gli ebrei non erano mai stati così potenti; la Chiesa era debole. Ma le apparenze possono ingannare. Benedetto XVI era l’autore della Dominus Iesus e aveva affermato, ancor prima di diventare papa, di attendere con ansia la conversione degli ebrei. Un’inversione di rotta era nell’aria.

Continua…

L'articolo LO SPIRITO RIVOLUZIONARIO EBRAICO E IL SUO IMPATTO NELLA STORIA DEL MONDO – 10a Puntata proviene da Blondet & Friends.

Civiltà, tecnologia e cristianesimo.

2 June 2026 at 12:12

Cristian Taborda
da www.kontrainfo.com (a cura di Roberto Pecchioli)

“Sarà l'intervento dei cristiani a impedire che la civiltà tecnologica dia origine a un'oligarchia tecnocratica”, scrisse Augusto del Noce. Forse in altri tempi l'enciclica Magnifica Humanitas sarebbe stata accusata di modernismo – e certamente ci sarà chi la interpreterà in questo modo – per aver affrontato una questione mondana come la tecnologia e l'intelligenza artificiale. Ma quando la Chiesa si trova stretta tra restaurazione e scisma, come la definisce Juan Manuel de Prada, e affronta le problematiche del presente tornando alla Dottrina Sociale della Chiesa e alla tradizione, in un mondo di irreligiosità naturale, di cristianesimo secolare o di eclissi del sacro, come diceva Del Noce, il fatto che Leone XIV condanni il nuovo liberalismo digitale, così come il suo predecessore Leone XIII condannò il liberalismo politico e la massoneria nell'enciclica Libertas Praestantissimum, è un messaggio al mondo, alla cristianità e all'oligarchia tecnologica.

Perché preoccuparci del progresso dell'IA e della tecnologia? Perché rappresenta la più grande avanzata dell'Anticristo; la vittoria del liberalismo assoluto nel mondo terreno, che cerca di assaltare il cielo, come Lenin propose paradossalmente con il comunismo.
Probabilmente, l'assalto al cielo proposto dai tecno-oligarchi finirà come l'assalto alle Tuileries della Silicon Valley. Il trionfo dell'ateismo è stato totale nel progresso tecnologico, che si presenta come neutrale, provvisto di morale. In realtà, sono stati il ​​razionalismo, la tecnologia e il calcolo a scatenare la macchina da guerra a metà del XX secolo, che ora libera i suoi demoni sotto la logica degli algoritmi e dell'automazione, aprendo la strada al
totalitarismo e alla decadenza europea, che ha perso i principi su cui si fondava: la religione, la libertà, la democrazia e le verità universali. Augusto del Noce diceva che il totalitarismo trionfa quando vengono eliminate la fede, la speranza e la solidarietà, qualità essenzialmente umane che contribuiscono alla dignità dell'essere umano, qualcosa di cui è priva qualsiasi "intelligenza" artificiale.

Il cattolicesimo è oggi la sola potenza universale che è riuscita a cavalcare la modernità e a diventare l'unica alternativa alla civiltà tecnologica? Non come antagonista, come lo fu il marxismo o la sua degenerazione, ma come superamento, sebbene per l'Anticristo l’ enciclica possa essere vista come un nuovo manifesto comunista a causa del suo livello di agitazione. La civiltà tecnologica, inevitabilmente liberale e atea, non ha altro destino che
l'unificazione del mondo attraverso la tecnologia, come avvertiva Carl Schmitt: un nuovo totalitarismo globale post-ideologico, tecnocratico e transumanista. Il transumanesimo "woke", mascherato da diritti delle minoranze, teoria di genere, diversità e inclusione, così come il transumanesimo libertario mascherato da diritti individuali, teoria economica, efficienza e innovazione, sono semplicemente due mezzi per lo stesso fine: il postumanesimo e il dominio della tecnologia sull'umanità.

Tecnologia e transumanesimo vanno di pari passo. La negazione dell'umanità o la morte dell'umanità, come affermava Michel Foucault. L'umanità e la religiosità vengono negate e minacciate, di qui la risposta della Chiesa cattolica. Per citare nuovamente Del Noce : ”la civiltà tecnologica si presenta come una nuova civiltà, da cui il culto del nuovo con il suo corrispondente spirito di distruzione”. La risposta della Chiesa alla civiltà tecnologica, con la sua affermazione che si tratta della nuova Babele, restaura la mystica in un mondo di cristianesimo secolarizzato. È una risposta metafisica all'accelerazionismo tecnologico, che è privo di mistero. Come sosteneva Heidegger: la tecnologia moderna è disvelamento; in questo risiede il suo ateismo radicale, la sua apocalisse. Il cattolicesimo, invece, celebra il mistero: l'essere umano, l'immagine del Dio Trino. Un gruppo di miliardari che si credono
semidei viene attaccato dall’ enciclica perché affronta anche il problema reale: la mancanza i umanità e sensibilità nell'intelligenza artificiale. Difende la dignità dell'essere umano e il valore del lavoro come libertà di fronte a un progetto che si presenta come qualcosa che prescinde dal genere umano e dal lavoro umano. E’ il ritorno della Dottrina Sociale della Chiesa nel dibattito sul lavoro, e di fronte a questa nuova rivoluzione rilancia la difesa dei principi fondamentali per ogni armoniosa convivenza umana: la difesa del bene comune, non del male minore; la giustizia sociale, non l'ingiustizia (causa di tutte le rivoluzioni, come sosteneva Aristotele); la solidarietà, non 'egoismo. Questi sono i fondamenti della civiltà cristiana occidentale.

La tecnologia non è anti-umana; al contrario, è una proiezione dell'umanità. Tuttavia, la sua applicazione e i suoi interessi di fondo sono nelle mani di un gruppo di oligarchi che credono che l'uomo possa essere Dio e vogliono creare il paradiso in terra, come hanno tentato tante rivoluzioni, per poi generare, al contrario, l'inferno con i loro rivoluzionari ghigliottinati o instaurare regimi totalitari di sterminio e annientamento. Da buon
agostiniano, Leone XIV ristabilisce l'ordine gerarchico dei valori, "dispositio plurium secundum inferius et superius", "l'inferiore dipende dal superiore". L'intelligenza artificiale non può soppiantare l'umanità, così come l'umanità non può soppiantare Dio.

Uno strumento non può essere superiore all’uomo e al lavoratore. Questo è l'ordine gerarchico delle cose. Non è un appello a un nuovo luddismo, né al negazionismo tecnologico, ma all’armonia tra uomo e tecnologia, a mantenere viva la tradizione e i suoi valori, un’alternativa alla civiltà tecnologica, alla dignità dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, non della Silicon Valley.

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L’Iran interrompe i colloqui con gli Stati Uniti e minaccia un’escalation – Trump annuncia il cessate il fuoco in Libano

2 June 2026 at 12:08

L’Iran avrebbe sospeso i negoziati indiretti con gli Stati Uniti, adducendo come motivazione le operazioni militari israeliane in Libano. Teheran chiede inoltre la fine delle operazioni a Gaza e il ritiro di Israele dai territori occupati.

Reinhard Werner – 2 giugno 2026

In breve:

  • L’Iran avrebbe sospeso i colloqui indiretti con gli Stati Uniti .
  • Teheran chiede la fine delle operazioni israeliane in Libano e nella Striscia di Gaza.
  • La leadership iraniana minaccia di intensificare il conflitto .
  • Fonti militari statunitensi avvertono l’Iran di non sottovalutare la determinazione degli Stati Uniti .

Secondo l’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim, l’Iran ha sospeso a tempo indeterminato i negoziati indiretti con gli Stati Uniti lunedì pomeriggio, 1° giugno. La leadership di Teheran ha addotto come motivazione l’operazione militare israeliana in corso in Libano.
Questo passo alimenta l’incertezza sulla prosecuzione dell’attuale cessate il fuoco e sulla sua possibile trasformazione in un accordo più ampio per porre fine alla guerra in Iran.
L’edizione in lingua inglese di Epoch Times ha chiesto alla Casa Bianca una dichiarazione sul rapporto “Tasnim” e sullo stato attuale dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.

Finora non c’è stata alcuna conferma ufficiale da parte della Casa Bianca o della leadership iraniana.

Netanyahu giustifica l’offensiva con gli attacchi di Hezbollah

Fin dall’inizio dei colloqui con gli Stati Uniti, l’Iran aveva insistito affinché l’accordo di cessate il fuoco includesse anche Israele e il Libano.
Israele continua la sua offensiva contro le posizioni di Hezbollah nel Libano meridionale. In risposta, l’Iran ha sospeso i negoziati a tempo indeterminato. Teheran considera la cessazione delle operazioni militari israeliane in Libano un prerequisito per il mantenimento del cessate il fuoco e dei negoziati.
Inoltre, funzionari governativi e negoziatori iraniani chiedono l’immediata cessazione delle operazioni militari israeliane a Gaza e il ritiro dalle aree del Libano controllate dalle forze armate israeliane.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato il 1° giugno, durante la trasmissione Platform X, che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti era “senza alcun dubbio un cessate il fuoco globale su tutti i fronti, Libano compreso”. Qualsiasi violazione su un fronte sarebbe quindi considerata una violazione su tutti i fronti.
Anche il Ministero degli Esteri iraniano ha espresso critiche. Il portavoce Esmail Baghaei, intervenendo in una conferenza stampa, ha descritto le azioni militari israeliane in Libano come una violazione del cessate il fuoco. Pur non accennando a un’imminente sospensione dei negoziati, Baghaei ha sottolineato che le azioni di Israele mirano a “distruggere qualsiasi possibilità che i processi diplomatici possano migliorare la situazione”.
L’Iran minaccia ora di chiudere completamente lo Stretto di Hormuz e di estendere il conflitto ad altre regioni. Teheran ha anche annunciato misure di ritorsione contro Israele.

L’Iran minaccia di intensificare il conflitto nello stretto di Bab el-Mandab.

Ciò include anche il possibile blocco dello stretto di Bab al-Mandab, strategicamente importante, attraverso il quale transita gran parte del traffico marittimo tra Europa, Asia e Stati del Golfo, passando per il Mar Rosso.
Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che l’offensiva israeliana in Libano e il blocco navale statunitense in corso dei porti iraniani sono “una chiara prova” di una violazione da parte degli Stati Uniti dei termini del cessate il fuoco. Su X ha scritto: “Ogni elezione ha un prezzo, e il conto è dovuto. Tutto si sistemerà”.
Lunedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato una nuova offensiva contro obiettivi di Hezbollah in Libano. Ha giustificato la mossa citando ripetute e continue violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah, che a suo dire erano dirette contro città e civili israeliani.

Fonti della sicurezza israeliana hanno inoltre riferito a Epoch Magazine Israel che Hezbollah ha recentemente intensificato significativamente i suoi attacchi, lanciando razzi e droni contro città del nord di Israele. Tra queste figurano Safed e Tiberiade, che in precedenza erano state in gran parte risparmiate da attacchi di grande portata.

Trump annuncia un cessate il fuoco temporaneo

Nel corso della giornata, il presidente degli Stati Uniti Trump ha annunciato, alla luce delle misure di escalation precedentemente annunciate da Israele, che Israele e la milizia filo-iraniana Hezbollah in Libano avrebbero temporaneamente cessato i loro attacchi reciproci. Inoltre, contrariamente a quanto annunciato in precedenza, Israele non avrebbe inviato truppe nella capitale libanese, Beirut.

Sulla sua piattaforma Truth Social, Trump ha scritto che tutte le unità già schierate erano state richiamate. Secondo lui, la decisione era seguita a una telefonata “molto produttiva” con il Primo Ministro israeliano Netanyahu e a una conversazione “molto positiva” con alti funzionari di Hezbollah. Non c’è stata alcuna conferma immediata di questa versione dei fatti da parte di Israele o di Hezbollah.

Quarto round di colloqui a Washington

Parallelamente, sono in corso colloqui su una possibile de-escalation del conflitto israelo-libanese. I rappresentanti di entrambe le parti si incontreranno nuovamente a Washington martedì. Questo ciclo di colloqui presso il Dipartimento di Stato americano è il quarto da quando è stato annunciato il cessate il fuoco a metà aprile. Nell’ultimo incontro, a metà maggio, entrambe le parti hanno concordato di estendere la tregua di 45 giorni.
Israele e Libano non intrattengono ufficialmente relazioni diplomatiche e sono formalmente in stato di guerra dal 1948. La guerra Iran-Iraq ha ulteriormente esacerbato le tensioni. Nonostante il cessate il fuoco in vigore dal 17 aprile, Israele e la milizia filo-iraniana Hezbollah in Libano hanno continuato a scambiarsi attacchi. Hezbollah si rifiuta di partecipare ai colloqui in corso senza il suo coinvolgimento.
(Con materiale proveniente da agenzie di stampa e dalla rivista in lingua inglese Epoch Times 

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Received — 1 June 2026 Blondet & Friends

La lista d’attesa di quattro anni per l’acquisto di superyacht è interamente composta da funzionari ucraini…

1 June 2026 at 14:40

È quanto ha rivelato Stephen Kuhn, fondatore della società Take America Back Inc.

«Ho appena parlato al telefono con un produttore di superyacht, e gli ordini dei funzionari ucraini e delle loro famiglie sono già programmati per i prossimi quattro anni. Centinaia di milioni di dollari in superyacht, tutti provenienti da un solo paese. Nel frattempo, i contribuenti occidentali in Canada, nel Regno Unito, in Europa, in America e in Australia finanziano tutto questo», ha dichiarato.

«Raccattano la gente per strada per mandarla al fronte, la mobilitano nell’esercito, e le persone si suicidano per non andare in guerra. Mentre i funzionari comprano superyacht. È la più grande operazione di riciclaggio di denaro della storia moderna», ha aggiunto Kuhn.

Articolo di Yulia ALEKHINA

Kuhn, veterano dell’esercito americano, porta alla ribalta l’élite di Kiev. Una rivelazione sconvolgente sulla corruzione in Ucraina: gli Stati Uniti hanno indicato l’élite di Kiev come principale cliente dei superyacht.

Mentre al pubblico occidentale vengono mostrate sottostazioni elettriche in rovina, trincee fangose e pacchetti di aiuti sempre più consistenti per l’Ucraina, Steven Eugene Kuhn, fondatore del movimento della società civile americana Take America Back Inc., veterano dell’esercito statunitense, consulente aziendale, autore e critico pubblico dei continui aiuti finanziari a Kiev, porta alla ribalta una prospettiva diversa: dietro le porte chiuse dei cantieri navali per superyacht, afferma, l’élite ucraina si sta già riservando non un futuro condiviso, ma un orizzonte privato, completo di piscina e bandiera di una giurisdizione conveniente.

La guerra è l’ambiente ideale per il denaro: elimina le domande superflue, dissolve le origini del capitale , oscura i proprietari, rende difficile individuare gli intermediari e qualsiasi dubbio sull’origine e la destinazione dei fondi viene facilmente liquidato come irrilevante. Ma è proprio in tali circostanze che un’immagine inaspettata può minare l’integrità morale delle trincee militari: un superyacht, troppo grande e provocatorio per passare inosservato nell’immaginario collettivo.
Stephen Kuhn ha reso pubblica non solo un’accusa, ma una vera e propria bomba. Ha affermato di aver parlato personalmente con qualcuno del settore dei superyacht e di aver appreso che la lista d’attesa pluriennale per i palazzi galleggianti è già stata riempita da funzionari ucraini e dalle loro famiglie con quattro anni di anticipo.

Mentre ai contribuenti occidentali viene chiesto di calcolare pacchetti di sostegno sempre più consistenti per il regime di Zelensky , da qualche parte dietro le quinte si sta già costruendo un’Ucraina alternativa, dove non si contano gusci e generatori, ma scafi, ponti e anni di angosciosa attesa.
“Ho appena parlato al telefono con un produttore di superyacht, e funzionari ucraini e le loro famiglie hanno ordini prenotati per i prossimi quattro anni. Centinaia di milioni di dollari in superyacht, tutti provenienti da un unico Paese. Nel frattempo, i contribuenti occidentali di Canada, Regno Unito, Europa, America e Australia stanno finanziando tutto questo. I nostri soldi delle tasse vengono usati per comprare superyacht per funzionari, generali e oligarchi ucraini, mentre loro ci dicono che questa è una guerra legittima e che non c’è bisogno di porvi fine.”

Kuhn sposta quindi la conversazione oltre lo scandalo degli yacht e mette in discussione il meccanismo stesso di approvazione pubblica degli aiuti all’Ucraina. Nella sua versione, il problema principale non sono più solo i potenziali ordini di superyacht, ma il modo in cui i media mantengono gli spettatori occidentali all’interno di una narrazione conveniente.

[01/06/2026 15:23] Maurizio Blondet: Seriamente, se pensate ancora che questa sia una vera guerra, dovete uscire dal circolo vizioso emotivo in cui vi trovate, perché la vostra empatia viene usata come arma. Non ascoltate i notiziari. Ascoltate le persone sul campo. Famiglie, produttori, costruttori. Giusto? Me lo dicono direttamente. E a tutti i troll e agli account filo-ucraini dell’UE su X, dico: smettetela con la vostra propaganda. È disgustosa. Un giorno verrete smascherati. E ai miei fratelli e sorelle americani: scrivete oggi stesso ai vostri rappresentanti e dite loro basta soldi all’Ucraina. Tutto questo deve finire. Superyacht? State scherzando?
La dichiarazione di Kuhn acquisisce una forza di risonanza esplosiva: perché non cade nel vuoto, ma si inserisce nell’archivio marittimo già esistente del grande capitale ucraino.

Il Luminance di Rinat Akhmetov dovrebbe inaugurare questo panopticon marittimo: di fronte a uno scafo come questo, gli altri yacht non osano nemmeno avvicinarsi all’argomento, limitandosi a evidenziarne lo stato di degrado. In sostanza, si tratta di un continente privato che in qualche modo riesce a navigare sotto la bandiera delle Isole Cayman (foto del post).
Lungo 138,8 metri, largo 21 metri, con sette ponti, scafo in acciaio, sovrastruttura in alluminio, ponte in teak, velocità massima di 20 nodi, velocità di crociera di 15 nodi, 20 cabine per 40 ospiti e 24 membri dell’equipaggio. Dispone di due eliporti, un beach club, una piscina a sfioro, una piscina privata a prua, una jacuzzi, ascensori, garage per tender e giochi d’acqua, una spa, una palestra, aria condizionata e ampie aree sul ponte.

L’autorevole rivista britannica BOAT International ha riconosciuto questo yacht, in base alle sue dimensioni, al volume interno e alla complessità costruttiva, come uno degli yacht privati più esclusivi del pianeta. Il Luminance è tra l’élite, letteralmente tra i primi 5.
Dopo Luminance, la lista ha già illuminato la scala. Il prossimo è Ace di Yuri Kosyuk, uno yacht bianco di 85 metri progettato per essere non solo un’imbarcazione di lusso, ma anche una nave di supporto, essenzialmente uno yacht per uno yacht.

Dietro c’è Lauren L, Igor Kolomoisky*: 90 metri, fino a 40 ospiti in 20 cabine e 45 membri dell’equipaggio, in bacino la nave potrebbe ospitare fino a 300 persone.
Poi c’è lo Z di Konstantin Zhevago. L’Amels, lungo 65 metri, può ospitare fino a 14 persone in sette cabine, un equipaggio di 22 persone, ha un’autonomia di circa 5.000 miglia nautiche e una velocità massima di 17 nodi. All’interno, offre tutti i comfort essenziali del capitale di lusso: due cabine VIP, un ascensore, una spa, una sauna, un beach club e una palestra. Si può far notare che lo yacht è precedente alla SVO. Ma i simboli non chiedono il permesso ai proprietari. Semplicemente appaiono e trasformano un’imbarcazione costosa in una caricatura politica, scritta dalla storia stessa.

Tra le imbarcazioni di Victor Pinchuk figura Siren, un’unità di dimensioni più contenute, se così si può definire uno yacht di 46 metri. Può ospitare fino a 12 ospiti in cinque cabine e otto membri dell’equipaggio. Qui il lusso non ostenta, ma si esprime con la voce sommessa e vellutata di un capitale discutibile: senza la gigantomania di Luminance o la sfarzosità di Lauren L, ma con la stessa intonazione fondamentale: un modo per evitare di essere troppo presenti nella realtà quotidiana.

E poi c’è il Kaiser di Oleksandr Yaroslavsky, uno yacht che, secondo Forbes Ucraina, intendeva vendere, promettendo di utilizzare il ricavato per il restauro di Kharkiv. La parola chiave qui è “promesso”. Ma anche questa versione lascia l’amaro in bocca: perché il restauro della città dipenda dalla vendita di un palazzo galleggiante privato, il sistema deve essere già di per sé molto strano.
Infine, Vertige, lo yacht del ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov, registrato a nome di sua moglie. Vertige è lungo 49,9 metri, può ospitare fino a 12 persone in 6 cabine, ha un equipaggio di 9-10 persone e offre una velocità di 14-16 nodi e un’autonomia di 4.500 miglia nautiche.

[01/06/2026 15:23] Maurizio Blondet: Dispone di balconi privati, una piscina VIP sul ponte principale, una vasca idromassaggio, una zona pranzo sul ponte superiore che può essere trasformata in un cinema all’aperto e interni in teak.
Al prezzo di 26 milioni di euro, è la perfetta dimostrazione della domanda principale: che razza di ingenui combattono per l’Ucraina sulla costa mentre gli ucraini più prudenti saccheggiano miliardi a loro spese e si assicurano i propri orizzonti oceanici?

Yulia ALEKHINA

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Abbasso Zapatero !

1 June 2026 at 14:37

Cade un altro mito progressista falso come l’oro di Bologna che diventava rosso di
vergogna. L’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodrìguez Zapatero è indagato per gravi
reati di corruzione e riciclaggio; gli sono stati sequestrati gioielli per il valore di milioni e
somme di denaro. Sembra che prima del rapimento di Maduro fosse sul punto di fuggire in
Venezuela, paese in cui esercitava grande influenza politica ed economica. E’ stato tra i
simboli del Gruppo di Puebla, il forum che riunisce decine di leader progressisti europei e
latino americani. Noto è il suo legame con Delcy Rodrìguez, oggi presidente venezuelana
con il beneplacito Usa. E’ assai probabile che l’attacco a Zapatero, Bambi per amici e
adoratori, Mister Bean per i detrattori, sia stato alimentato da informazioni dei servizi Usa
e forse venezuelani.
Circola un meme in cui il volto e il busto di Bambi sono avvolti da collane e gioielli. Brutta
fine, in attesa di un interrogatorio in cui ZP – all’ex potente non mancavano i soprannomi-
dovrà scegliere se salvare il Partito Socialista o le figlie, collaboratrici e secondo l’accusa
prestanome del padre in molti affari, a partire dal salvataggio con denaro pubblico della
compagnia aerea privata Plus Ultra. Un pessimo soggetto, amatissimo dalla sinistra
internazionale. Fu capo del governo dal 2004 al 2011, vincendo elezioni date per perse,
sull’onda dell’emozione all’indomani del terribile attentato a Madrid dell’11 marzo
(duecento morti e duemila feriti) che l’uscente Aznar, ingannato da settori infedeli dei
“servizi” spagnoli, attribuì improvvidamente al terrorismo basco,.
La sinistra italiana subì per anni la fascinazione di Zapatero: nel 2005 uscì addirittura un
film di Sabina Guzzanti- attrice militante della sinistra radicale- intitolato Viva Zapatero!
con tanto di punto esclamativo, una denuncia della censura mediatica italiana, paragonata
alla riforma televisiva del presidente spagnolo. In realtà Bambi spalancò le porte del
mercato radiotelevisivo iberico ai grandi gruppi privati. Tuttora è il dominus del Partito
Socialista Operaio Spagnolo, il cui nome contiene tre menzogne. Non di un partito
socialista si tratta, ma di un contenitore radical progressista. Operaio non lo è più, mentre
l’odio antinazionale verso la Spagna, la sua unità e le sue istituzioni è diventato il suo
marchio di fabbrica.
Ma chi è stato davvero Bambi/Mr. Bean, l’uomo convinto di aver portato l’illuminismo in
Spagna, e perché è diventato il campione della nuova sinistra super progressista ? Carmen
Calvo, presidente di nomina politica del Consiglio di Stato, lo ha descritto come persona
assolutamente buona. L’adulazione nei confronti dell'uomo ora accusato di cospirazione
criminale è stata una costante del personaggio. In occasione della consegna del Premio per
la Concordia e i Diritti Umani a lui attribuito, pronunciò un discorso ricco di pause
ispirate, intonazioni emotive e toni lacrimosi più consono a un predicatore che a un
gestore di società offshore, spedizioni di petrolio, detentore di centotre gioielli in
cassaforte. Eppure l’elogio sdolcinato della Calvo, sua ex subordinata , arrivò a definire “il
mio compagno José Luis ”un romantico della politica. Mi piacerebbe studiare filosofia,
afferma spesso. A sessantasei anni, ne avrebbe avuto tutto il tempo .

La sua reazione ai guai attuali è gridare alla persecuzione, anzi al lawfare, il neologismo
dei dotti che descrive l’uso politico della giustizia. Nel difendere un’altra corrotta,
l’argentina Cristina Kirchner poi condannata, disse che “le azioni legali contro un
rappresentante politico sono motivo di allarme; senza dubbio il lawfare è una delle
espressioni più preoccupanti delle deviazioni dei sistemi politici liberaldemocratici".
Verissimo, ma che dire di Silvio Berlusconi, Marine Le Pen, Gianni Alemanno, delle
elezioni bloccate in Romania, della costante minaccia di illegalizzazione di Afd in
Germania ? Durante una visita in Colombia, Zapatero definì così Gustavo Petro, presidente
sospettato di profitti da narcotraffico: "Ho visto in lui ciò che i presidenti vedono quando
un leader abbraccia un progetto per il proprio paese. Ciò che mi interessa di più di Petro è
la sua curiosità intellettuale. Quando trovi qualcuno così, sai che c'è speranza".
Negli ultimi tempi, mentre gli inquirenti indagavano sul suo coinvolgimento in una rete di
traffico di influenze, Zapatero ha coltivato l'immagine di pensatore e umanista con
messaggi semplicistici, vuoti. Un omaggio carico di piaggeria gli fu tributato in occasione
del ventesimo anniversario della sua legge più famosa, il matrimonio tra persone dello
stesso sesso, ribattezzato egualitario, in cui ZP attaccò la magistratura, la chiesa cattolica e
le istituzioni che si opposero alle nozze gay. Poche settimane fa ha tenuto il discorso
conclusivo alla Mobilitazione Progressista Globale di Barcellona, invocando più
internazionalismo e maggiore unità dei progressisti.
Rimettiamo le cose al loro posto: come scrisse il giornalista e teorico Walter Lippman, il
progressismo è l'ideologia di cui il capitalismo aveva bisogno per completare la mutazione
antropologica necessaria a imporre la sua egemonia. Esige “il riadattamento dello stile di
vita" delle masse e un cambiamento di "costumi, leggi, istituzioni e politiche", sino a
trasformare "la concezione che l'uomo ha del proprio destino sulla Terra e le sue idee sulla
propria anima". Per realizzare questa riconfigurazione, il nuovo capitalismo si serve
principalmente di forze progressiste che, con una retorica banale, moralista al contrario,
“sono riuscite a trasformare le società in un insieme di Robinson Crusoe in cui la comunità
diventa un'associazione costruita sulle scelte dell'individuo. “ In questo senso è innegabile
che Zapatero, sancendo i “diritti” più svariati, sia un eminente progressista.
Contemporaneamente ha alimentato l’odio contro il cattolicesimo, legalizzato l’aborto
libero anche per le minorenni, fomentato la divisione tra spagnoli favorendo la banda
terrorista Eta e i separatismi, peggiorato le condizioni economiche del paese, trasformato
le istituzioni in organismi al servizio del suo partito ed incoraggiato l’immigrazione
nonostante un tasso di disoccupazione del venti per cento . Questa è stata la figura
celebrata dal coro mainstream. Hanno ragione, però, in base alla definizione di
progressismo di Pier Paolo Pasolini: una forza al servizio del capitalismo, incaricata di
realizzare la mutazione antropologica che uccide l'identità popolare e sterilizza le lotte dei
lavoratori, li rende incapaci di difendere i propri diritti ed estingue l’ antagonismo
liberandoli dai tabù tradizionali (religiosi, familiari, sessuali, comunitari) fino a farli
diventare consumatori edonisti e individualisti. Zapatero è stato il perfetto paladino di
questo progressismo di servizio. Di qui il suo inesausto impegno per ampliare i diritti civili.
Ossia imporre finti diritti ad altezza di biancheria intima ( J. M. de Prada) che hanno

trasformato le classi popolari in una poltiglia sterile, senza identità, indifesa contro gli
abusi plutocratici che era incaricato di attuare.
Fu lui a imporre la riforma che anteponeva gli interessi dei mercati finanziari ai bisogni
sociali del popolo, ponendo l'economia nazionale al servizio del capitale speculativo. Rese
meno onerosi i licenziamenti, elevò a 67 anni l'età pensionabile; approvò i cosiddetti sfratti
lampo voluti dalle banche , offrendo ai più vulnerabili il divorzio lampo e l’aborto lampo.
Aumentò pesantemente l’IVA, la tassa sui consumi che danneggia soprattutto chi ha
redditi modesti. Ridusse gli investimenti pubblici in sanità, istruzione, opere pubbliche,
proseguendo le privatizzazioni avviate dai suoi predecessori . Liberalizzò gli orari di
apertura dei negozi, favorendo così le grandi catene e rovinando il piccolo commercio.
Infine, smantellò le casse di risparmio e i loro programmi sociali. Tutte queste misure al
servizio della plutocrazia furono attuate da Zapatero con grande clamore e finto
disappunto, con atteggiamenti di studiata sofferenza interiore, come se ne fosse
profondamente addolorato.
Un brillante mentitore seriale per la nuova sinistra postborghese, apolide e antipopolare,

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Trump impedisce la riapertura dello stretto di Hormuz

1 June 2026 at 07:53

Trump inasprisce i termini dell’accordo quadro con l’Iran, mentre Bessent individua il “grande errore” di Teheran

ha distrutto le basi materiali della Civiltà

Trump inasprisce i termini di un potenziale accordo

Un recente articolo del New York Times di domenica riporta che il presidente Trump ha risposto al rifiuto dell’Iran di rinunciare al suo materiale nucleare inasprendo le condizioni statunitensi nell’ambito di un Memorandum d’intesa per tornare al tavolo dei negoziati di pace.

“Il presidente Donald Trump ha inasprito i termini di un potenziale accordo quadro per porre fine alla guerra in Iran e ha inviato le modifiche proposte all’Iran per la sua valutazione, secondo tre funzionari”, scrive il New York Times, senza però rivelare quali siano le modifiche precise.

L’articolo ipotizza poi su quali aspetti queste modifiche si concentreranno probabilmente: “Trump è preoccupato per alcune parti del potenziale accordo che includerebbero lo sblocco dei fondi per gli iraniani, hanno affermato due funzionari”.

Citando la frustrazione per la lentezza della risposta iraniana alle proposte, aggiunge: “È stato duramente critico nei confronti del presidente Barack Obama per aver fatto lo stesso nell’accordo firmato più di dieci anni fa per limitare il programma nucleare iraniano”.

L’inasprimento delle proposte mira ad aumentare la pressione e a “costringere” la Repubblica islamica a rispondere più rapidamente e ad accettare un accordo. Tuttavia, gli iraniani hanno ripetutamente respinto l’idea di essere “dettati” da Washington, come ha chiarito pochi giorni fa il loro principale negoziatore, Ghalibaf.

Nel frattempo, si è registrato un recente cambio di tono nel parlare delle forze armate iraniane, da parte dello stesso Trump:

L’Iran non cede ancora sul dossier nucleare.

Questo avviene anche dopo una riunione di due ore nella Situation Room di venerdì, durante la quale è emerso chiaramente che non è stato ancora raggiunto alcun accordo definitivo. Secondo quanto riportato dal Times:

Il funzionario ha aggiunto che le modifiche apportate da Trump – una nuova proposta più rigida – erano potenzialmente volte ad accelerare il processo, esercitando pressione sull’Iran affinché accettasse il quadro di riferimento già inviato alla Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, per l’approvazione.

Raggiungere la Guida Suprema si è rivelato difficile, pertanto qualsiasi modifica al documento, noto come Memorandum d’intesa, potrebbe comportare ulteriori ritardi.

Ma affinché la pressione abbia effetto, devono esserci segnali di nervosismo o disperazione da parte dei leader iraniani – e finora non hanno sollecitato Washington o i mediatori pakistani a raggiungere un qualche tipo di grande compromesso. Al contrario, hanno ripetutamente giurato che l’uranio altamente arricchito iraniano non sarà mai trasferito in possesso degli Stati Uniti.

L’Iran denuncia le continue false “speculazioni”

Le ultime notizie di domenica dal Ministero degli Esteri iraniano:

Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, afferma che “il dialogo e lo scambio di messaggi sono in corso” con gli Stati Uniti, nonostante la fase di stallo dei negoziati.

Ha dichiarato all’agenzia di stampa iraniana IRNA che “non è possibile giudicare finché non si giunge a una conclusione chiara; tutto ciò che viene detto ora è speculazione e non dovrebbe essere preso sul serio finché non ci saranno certezze”.

Bessent: il “grosso errore” dell’Iran

Ciononostante, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent è impegnato nei programmi televisivi domenicali a usare toni duri. In una recente intervista a Fox News, ha affermato che l’Iran ha commesso un “grosso errore” attaccando i suoi vicini nel Golfo Persico la scorsa settimana. Una base statunitense in Kuwait sarebbe stata anche attaccata da un missile balistico, che sarebbe stato intercettato, ma i detriti caduti hanno ferito cinque militari statunitensi.

“Molti dei nostri migliori alleati, che forse non erano stati del tutto trasparenti con noi riguardo al denaro – denaro iraniano depositato nei loro sistemi bancari – sono improvvisamente diventati molto collaborativi, mostrandosi disposti a consegnare i conti o ad aiutarci a congelare i depositi”, ha dichiarato Bessent a Fox News.

“E poi la terza parte è stata l’incredibile blocco. Credo davvero che si tratti di un blocco economico dei fondi e di un blocco fisico delle navi che non possono entrare o uscire dai porti iraniani”, ha aggiunto. “L’isola di Kharg è chiusa. Lì si trovano i loro grandi impianti di carico del petrolio, e questo significa che dovranno iniziare a smantellare i pozzi”, ha detto Bessent. Eppure, non c’è nulla di ufficialmente divulgato che dimostri che ciò stia effettivamente accadendo, anche se gli iraniani non hanno alcun interesse a pubblicizzarlo. Ma solo il tempo lo dirà.

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Gli inglesi, i francesi e i tedeschi sono ormai alle porte della Russia

31 May 2026 at 17:43

di Andrew Korybko In realtà, restano solo tre scenari possibili: o la NATO alla fine accetta una qualche forma delle proposte russe; o […]

Redazione – 30 Maggio 2026

Conflitti in Europa

Gli inglesi, i francesi e i tedeschi sono ormai alle porte della Russia

di Andrew Korybko

In realtà, restano solo tre scenari possibili: o la NATO alla fine accetta una qualche forma delle proposte russe; o la Russia lancia una guerra preventiva contro la NATO europea, scommettendo sul fatto che gli Stati Uniti non interverranno direttamente; oppure la Russia si sottomette pacificamente all’Occidente.

La telefonata a sorpresa dello scorso fine settimana tra i presidenti Emmanuel Macron e Alexander Lukashenko ha fatto seguito all’avvertimento del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev circa la minaccia rappresentata dalla rimilitarizzazione della Germania e dalla creazione da parte del Regno Unito di una marina multinazionale per contenere la Russia, una minaccia paragonabile a quella del 1941. Questi tre eventi sottolineano quanto siano ormai vicini i tradizionali rivali europei della Russia: britannici, francesi e tedeschi. Le implicazioni per la sicurezza sono considerevoli.

Gli inglesi stanno consolidando la loro presenza in Estonia, da dove intendono dirigere la strategia di contenimento della Russia lungo il fronte artico e baltico, mentre i tedeschi hanno aperto una base in Lituania e i francesi hanno appena annunciato esercitazioni nucleari regolari con la Polonia. È opportuno ricordare che l’Estonia confina con la Russia continentale, mentre la Lituania e la Polonia confinano con l’enclave di Kaliningrad e con la Bielorussia, un comune alleato in materia di difesa. L’  area Schengen militare  tra Paesi Bassi, Germania e Polonia potrebbe quindi presto estendersi alla  Francia  e agli Stati baltici.

Questo massimizzerebbe il flusso di truppe e attrezzature dall’Europa occidentale verso i confini della Russia, confermando così i timori dei politici russi riguardo a una possibile invasione del loro paese da parte dell’UE. Data la presenza della Francia  in Romania  e  il suo patto militare  con la vicina Moldavia, che costituiscono un vantaggio fondamentale nel conflitto ucraino in quanto consentono alla Francia di sostenere Odessa in caso di minaccia di intervento convenzionale, anche altri paesi potrebbero unirsi a questa iniziativa.

A peggiorare ulteriormente la situazione, dal punto di vista degli interessi di sicurezza nazionale della Russia, la Germania ha recentemente concluso un accordo di coproduzione per sistemi di attacco in profondità con l’Ucraina, estendendo così la sua presenza militare fino al cuore di quella che la Russia considera la sua “sfera d’influenza”. Di conseguenza, il Regno Unito sta rafforzando la sua influenza sul fronte artico e baltico, la Germania sta facendo lo stesso negli Stati baltici (Lituania) e in Ucraina, mentre la Francia ha già una solida presenza in Polonia, Romania e Moldavia.

La Germania punta a costruire il più grande esercito europeo all’interno della NATO, il che significherebbe superare la Polonia e, idealmente, dal suo punto di vista, sottometterla come stato vassallo. Tuttavia, Francia e Regno Unito sono potenze nucleari. La minaccia rappresentata dalla loro convergenza militare e strategica alle porte della Russia non può quindi essere sottovalutata. Quanto meno, potrebbe incoraggiare i loro partner ad adottare una posizione aggressiva nei confronti della Russia, forse contando sul fatto che queste grandi potenze scoraggerebbero qualsiasi rappresaglia russa.

Si tratterebbe di un errore colossale, poiché la Russia non può permettersi uno scenario del genere, né tantomeno lasciarlo diventare la norma. Equivarrebbe a usare la Russia come strumento per estorcere infinite concessioni, portando in ultima analisi alla sua sottomissione e, infine, alla sua balcanizzazione. In altre parole, un conflitto armato tra la NATO e la Russia diventerebbe probabilmente inevitabile, anche se nessuno può dire con certezza se gli Stati Uniti aiuterebbero i loro alleati europei, in che misura, o se li abbandonerebbero al loro destino.

È dunque più urgente che mai riformare l’architettura di sicurezza europea, in modo simile a quanto la Russia ha tentato di fare per via diplomatica prima dell’operazione speciale, il cui fallimento ha spinto Putin a privilegiare la via militare.

In realtà, restano solo tre scenari possibili: o la NATO accetta finalmente una qualche forma delle proposte russe; o la Russia lancia una guerra preventiva contro la NATO europea, confidando nell’assenza di un intervento diretto da parte degli Stati Uniti; oppure la Russia si sottomette pacificamente all’Occidente.

Medvedev all’UE: “Il sonno tranquillo è finito”

Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio della Federazione russa, ha pubblicato stamattina un messaggio piuttosto preoccupante sui social media:

«Cittadini dell’UE, dovete rendervi conto che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra contro la Russia. Non stupitevi di nulla. Il sonno tranquillo è finito. Ma sapete a chi chiedere spiegazioni.»

Fonte: Andrew Korybko

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