Normal view

Tutti gli affari di Israele. Il colonialismo "esterno" dei sionisti

 

di Giuseppe Giannini

L'attività predatoria dell'entità sionista chiamata, impropriamente, Stato estende le sue mire altrove. Non è corretto legittimare la potenza occupante la terra appartenente ad altra popolazione, perchè ne mancano i tre presupposti costitutivi: territorio, popolazione, sovranità. Ed anche quelli democratici su cui fondare il riconoscimento ed il dialogo con Paesi e popoli. Il primo elemento su cui è stato edificato il sogno di coloro che tornavano ed erano in cerca di una patria non ha le caratteristiche della terra nullius come sostengono i fanatici messianici "una terra senza popolo per un popolo senza terra". Conseguentemente, abusiva è la sovranità sulla popolazione, che solo in parte è di origine ebraica, ma maggiormente araba e "straniera", e vive secondo status differenti che, nel caso dei palestinesi, è un regime di apartheid.

Siccome la Knesset l'ha definito lo Stato-nazione del solo popolo ebraico difatto ha esplicitato la volontà discriminatoria verso chi tale non è. In quanto, viene in evidenza un elemento, la nazione, appunto, che è componente da ricomprendere all'interno del concetto più vasto di popolazione (includente anche gli stranieri per intenderci). In questo caso, vengono affidate competenze derivanti dalla cittadinanza, esercitate sulla base di elementi comuni (storia, religione, lingua), limitando o pregiudicando l'esercizio dei diritti da parte degli arabi. Il suprematismo bianco come presupposto per rivendicare ciò che non è loro.

Il colonialismo da insediamento ha esteso il potere su zone prima amministrate dai palestinesi. Cacciati, segregati, e destinatari di violenze e brutalità quotidiane. Un procedere "razionale" attraverso conquiste, annessioni, incendi, aggressioni ed uccisioni. Si chiama pulizia etnica.

Nel silenzio della comunità internazionale le operazioni militari ed i crimini proseguono. E così anche la guerra ad altri Stati, questi si, sovrani (il Libano, l'Iran).

Oltre a questo tipo di imperialismo ed alle impunità dei coloni c'è il coinvolgimento di attori privati e pubblici su porzioni di territori diversi, dal Sud America al Mediterraneo. Gli ebrei come gli americani: tutto gli appartiene e tutto gli è dovuto. Con accordi commerciali o con la forza. Un legame strettissimo tra israeliani e statunitensi, le cui vicende sono intrecciate e condizionano il decisionismo politico-economico (la pressione delle lobby e del settarismo religioso riguardo alle elezioni americane e alle scelte militari), ma diventano anche strumento di ricatto (il legame di Trump con Epstein, presunto agente del Mossad).

Sarebbe doverosa anche una riflessione, senza dar luogo a complottismi, sulla presenza stabile di figure israeliane nelle stanze del potere internazionale. Dai tanti politici e giornalisti di origine ebraica o vicini ad Israele al Parlamento Ebraico Europeo. Investimenti, compravendite e strategie economiche in piena violazione del diritto internazionale delineano un quadro di "colonialismo esterno", dove lo sfruttamento della ricchezza riguarda territori distanti. Trump vuole la Groenlandia e le terre rare ucraine, e si appropria del petrolio del Venezuela; Netanyahu firma gli accordi di Isacco con Milei per rinforzare la partnership in materia di sicurezza e la società Mekorot, già detentrice del monopolio sull'acqua nei territori palestinesi, firma accordi di gestione delle risorse idriche in Argentina.

Ci sono poi le attività estrattive dei giganti petroliferi mondiali (Chevron, Eni), che commercializzano risorse palestinesi in base a contratti illegali stipulati con Israele. E, ancora, la Striscia di Gaza da "riqualificare" come Resort per milionari. Piattaforme come Airbnb e Booking.com fanno turismo vendendo viaggi e appartamenti situati nelle colonie.

Dalle terre espropriate vengono immessi sul mercato prodotti agroalimentari e sfruttati i bacini idrici, che permettono ai coloni di costruire piscine, mentre il residuo (circa il 25%), spesso contaminato, viene destinato ai palestinesi. Il territorio occupato è diventato il laboratorio di sperimentazione delle tecnologie di Microsoft e Amazon, con software e algoritmi che tracciano e controllano la popolazione locale in cerca di bersagli (Palantir). Gli europei scambiano armamenti e sistemi di sicurezza, con l'Italia che già dal 2023 affida alle compagnie israeliane la cybersicurezza e, durante le scorse Olimpiadi invernali, collabora con gli agenti dei servizi americani ed ebrei. Mentre Cipro e Creta diventano zone di esercitazione militare per i soldati sionisti (Israele avamposto Nato nel Mediterraneo?), quando non si riposano (dopo aver trucidato i civili palestinesi) negli alberghi italiani.

I progetti immobiliaristi (coloniali) dei ricconi israeliani prevedono affari in Salento ed Albania, dove in seguito alla concessione in leasing dell'isola di Sazan al fondo legato a Kushner (genero di Trump e amico di Epstein) sono scoppiate violenti proteste. Gli interessi economici sono correlati al dominio coloniale. Il business è fondamentale per il genocidio della popolazione palestinese. Dalle multinazionali militari (Lockheed Martin, Leonardo) alle imprese impegnate nella ricostruzione (Caterpillar), ai fondi di investimento (Blackrock) e alle banche e alle compagnie assicurative (BNP, Paribas, Barclays, Allianz). Insomma, il colonialismo è sotto gli occhi di tutti. Gli affari sono affari, ma non possono passare sopra i diritti dei popoli e le esigenze dei territori.

Il ruolo del capitalista, l'intelligenza artificiale e la tenuta delle democrazie

 

di Giuseppe Giannini

Parassita: chi vive alle spalle degli altri, a nutrimento, senza aver la necessità di lavorare, sfruttando le fatiche altrui.

Il capitalismo, in quanto modello di gestione spietata del vivente, che disciplina (società del controllo), sfrutta (estrazione del plusvalore-parassitismo) e sottomette (divisione in classi dei lavoratori), è sempre in movimento. Aggiorna le sue tecniche, a volte facendole sembrare più accettabili, ma mira, unicamente, al dominio. Ci sta un mito da sfatare: quello secondo cui tutto ciò che è nuovo è anche migliore. Viene dato per scontato che, qualsiasi innovazione, vista dal lato delle applicazioni, sia in grado di apportare benefici a chi ne usufruisce. E' vero fino a un certo punto. Il problema di fondo è costituito da come vengono gestite queste invenzioni. Il tempo dei filantropi è terminato. Nella stragrande maggioranza dei casi, coloro che decidono di mettere in pratica le idee lo fanno per finalità di guadagno. Così, le applicazioni pur avendo scopi utilitaristici servono a rimodellare le produzioni, ridefinendo anche le abitudini. I risvolti etici di queste novità non interessano.

Dal capitalismo industriale a quello finanziario, sino all'attuale informatizzato e tecnologico che, facendo apparire smart il nuovo, controlla e sorveglia a distanza. Brevetti e proprietà intellettuale, strumenti finanziari tossici, identità digitali. In quest'ambito, ogni tempo di vita, inconsapevolmente e inesorabilmente, viene messo al lavoro. E' il caso dell'accesso ai contenuti della rete internet: il virtuale che invade e soppianta il reale, e che riproduce forme inedite di sfruttamento. Nell'onlife non esistono tempi morti. Qualsiasi istante speso (letteralmente) davanti ad uno schermo produce ricchezza (non distribuita). Modi di assoggettamento tradizionale convivono con il servilismo tecnologico, che seppur difficile da decifrare presenta le stesse ed identiche prassi (i freelance e i riders come i lavoratori delle catene in subappalto).

Insomma, il capitale si ristruttura, ma non cessa di parassitare. Ciò che dovrebbe destare preoccupazioni è vedere affiancare queste modalità di sfruttamento da altre, che utilizzano il nuovo, la tecnologia appunto. Uno schiavismo ibridato dalla tecnica e presto sostituito. Fino a ieri vi era bisogno della componente umana; oggi la tecnica è pienamente operativa e considera l'esperienza umana una eccedenza. Un surplus da rimuovere quando le stesse incombenze intellettuali e fisiche possono essere svolte, a costi notevolmente ridotti, dalle macchine. E per le quali il datore di lavoro non avrà la preoccupazione del salario, della malattia, delle ferie, della sicurezza ad un ambiente salubre, della pensione. L'intelligenza artificiale ha già invaso il quotidiano.

Le sue applicazioni sono ormai presenti nella formazione scolastica e lavorativa, negli aspetti ricreativi e ludici. Considerando quanto avvenuto fino a questo stato di sviluppo, nel quale ad ogni cambiamento nelle produzioni non corrisponde il miglioramento delle condizioni lavorative, pensiamo ad esempio, all'entusiasmo tradito della sharing economy, per quale ragione dovremmo avere cieca fede in questa forma di intelligenza? E' probabile che, salvo poche eccezioni, riguardanti coloro che detengono il potere decisionale (politico ed economico) per tutti gli altri, costretti ad adeguarsi e subirla, varrà il meccanismo di sostituzione. Siamo passati dal sogno keynesiano (nel 1930) di un futuro immaginato in cui sarebbero bastare tre ore di lavoro quotidiano, perchè il progresso avrebbe garantito a tutti condizioni ottime di vita, alla odierna distopia. Robot e algoritmi hanno preso il posto di attività e funzioni prima eseguite in carne e ossa. L'impatto sul mondo del lavoro è devastante: si perderanno centinaia di milioni di lavoratori in tutti i settori, anche quelli più qualificati. Dalle attività esecutive (i cassieri dei supermarket) ai software in grado di immagazzinare e vagliare una mole di dati che richiedono un determinato percorso di studi, professionalità ed esperienza (ad esempio in ambito legale, sanitario ecc.). I capitalisti della Silicon Valley considerano superflui gli improduttivi (malati, disabili, bambini, anziani).

Affermazioni che ricordano quelle avvenute durante il periodo della sindemia da covid, con gli improduttivi considerati da sacrificare, perchè la macchina capitalistica deve procedere spedita e non ammette intoppi. Il compito è sempre lo stesso: disciplinare, estrarre valore, e, se considerati inutili per la tenuta del sistema produttivo, eliminare. I giganti economici e le imprese dell'high-tech monopolizzano le attività e dettano le regole ai governi. Questi, dovendo rispondere a finanziatori e categorie di riferimento, cercano di racimolare fondi per incentivi, detassazioni, bonus. Vi è poi il problema delle rendite, dell'evasione fiscale, dei colossi da esentare e della marea di lavoratori impoveriti, in concorrenza per evitare le moderne forme di schiavitù. Il punto centrale è il welfare. Mancano adeguate forme di sostegno ai redditi.

L'inflazione, l'aumento dei costi energetici e delle materie prime, il caro vita rappresentano i sintomi residuali del capitalismo classico in via di conversione verso un sistema che vuole fare a meno dell'umano. La zombificazione del mondo. A questo utilizzo malevolo dell'intelligenza artificiale c'è da aggiungerne un altro ancora più tirannico, che riguarda il controllo delle azioni delle persone (il riconoscimento facciale, la biometria), del movimento dei migranti, delle frontiere. Nel nome di un'astratta sicurezza la società del rischio, in cui i demagoghi coltivano la paura, decide di accettare il securitarismo. Le aziende mettono a disposizione dei governi le loro tecnologie.

La sorveglianza è un fatto generalizzato e non si limita a contenere gli scarti. Campi di detenzione ovunque: dalla rieducazione degli uiguri all'identificazione dei rifugiati da ogni dove, fino agli obiettivi strategici dei sionisti israeliani, che mappano la Striscia di Gaza ed usano Palantir per dire che sono tutti terroristi. Ed i Paesi liberal-democratici si adeguano. Totalitarismo digitale. Barricarsi e tracciare milioni di sottoproletari che bussano alle nostre porte. Avanzi abbandonati dallo sviluppo occidentale, dal suo inquinamento e dalle sue guerre. Umanità disperata che minaccia la sicurezza delle nostre ricchezze. Non c'è posto per tutti. Abitare i luoghi dello spreco e dell'avidità è permesso solo a chi ne accetta le dinamiche produttrici della competizione e delle diseguaglianze. I ricchi accumulano sempre di più e lamentano un eccesso di popolazione di cui fare a meno. E' in atto la selezione della specie. La democrazia del costituzionalismo moderno allargava i diritti, attraverso la cittadinanza, il suffragio, il riconoscimento delle diversità, avendo come obiettivo la concretizzazione di quell'eguaglianza formalizzata nelle Carte fondamentali. La post-democrazia inibisce la realizzazione dei diritti sociali e civili, ed assume sempre più le vesti della democratura.

❌