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Medio Oriente, Palestina e petrodollaro: cosa racconta Dal Nilo all’Eufrate, il nuovo Quaderno de l’AntiDiplomatico

Terzo numero de I Quaderni de l’AntiDiplomatico, Dal Nilo all'Eufrate: anatomia di un progetto culturale non è una semplice raccolta di articoli. È un’opera corale che assomiglia a un’inchiesta, a una rilettura critica e, in alcuni passaggi, a una vera e propria mappa interpretativa del nostro tempo. Il suo merito principale risiede nella capacità, rara, di far convergere voci differenti attorno a una medesima ipotesi di lavoro. La lunga sequenza di guerre, crisi e destabilizzazioni che ha attraversato il Medio Oriente negli ultimi decenni viene così riletta non come una successione di eventi contingenti, ma come l'espressione di una precisa logica strategica legata alla conservazione dell'egemonia statunitense e al ruolo svolto da Israele nella regione.

La forza del Quaderno non sta soltanto nelle tesi che propone, ma nel metodo con cui costruisce il proprio ragionamento. Storici, economisti, diplomatici, giornalisti, ricercatori e analisti provenienti da esperienze molto diverse compongono un mosaico nel quale ogni contributo illumina gli altri. Il risultato è una polifonia che non si limita alla denuncia, ma tenta una ricostruzione complessiva. Il lettore non viene trascinato dentro una sequenza di slogan o di prese di posizione ideologiche; viene invece accompagnato attraverso documenti, testimonianze, interpretazioni e dati che progressivamente delineano un quadro unitario.

Tra gli aspetti più interessanti dell’opera vi è la capacità di affrontare temi che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico occidentale. La questione palestinese non viene ridotta a un conflitto territoriale o a una disputa religiosa, ma collocata all’incrocio tra storia, economia, ideologia e costruzione culturale del consenso. In questa prospettiva il volume affronta criticamente alcune delle principali narrazioni che hanno accompagnato il progetto sionista: dal richiamo al diritto divino sulla Terra Promessa alla rappresentazione di una continuità storica ed etnica indiscutibile, fino alle giustificazioni fondate sull’idea di una superiorità civile o morale dell’Occidente. L’effetto complessivo è quello di una lettura che invita a riconsiderare convinzioni spesso accettate come ovvie senza essere mai realmente sottoposte a verifica.

Particolarmente significativa è inoltre la riflessione sul tema della supremazia etnica e sulle implicazioni che essa comporta sul piano politico e giuridico. Alcuni contributi pongono una domanda semplice ma difficilmente eludibile: fino a che punto è possibile conciliare principi democratici universali con sistemi che attribuiscono diritti differenti sulla base dell’appartenenza etnica o religiosa? È una questione che attraversa l’intero volume e che contribuisce a spostare il dibattito dal terreno della propaganda a quello dell’analisi storica e istituzionale.

Sul piano economico, Dal Nilo all’Eufrate offre probabilmente alcune delle pagine più solide e convincenti dell’intera raccolta. La questione mediorientale viene inserita all’interno del più ampio sistema di relazioni che lega energia, finanza e potere globale. L’analisi del petrodollaro, del ruolo internazionale della moneta statunitense e delle trasformazioni indotte dall’ascesa di nuovi poli economici restituisce una chiave interpretativa capace di collegare eventi apparentemente distanti tra loro. Petrolio, sistema finanziario, controllo delle rotte energetiche e competizione tra grandi potenze emergono così come elementi di una stessa architettura geopolitica. In queste pagine la geopolitica smette di apparire come una disciplina astratta e torna a mostrarsi per ciò che realmente è: economia, potere e controllo delle risorse declinati su scala globale.

Di grande interesse è anche la riflessione dedicata al linguaggio e al controllo della narrazione pubblica. Il Quaderno sostiene che le guerre contemporanee non si combattano soltanto sui campi di battaglia, ma anche sul terreno delle parole, delle definizioni e delle categorie interpretative. Da questo punto di vista assume particolare rilievo la discussione intorno ai termini “antisemitismo” e “antisionismo”, alla loro evoluzione storica e all’uso politico che ne viene fatto nel dibattito contemporaneo. Gli autori evidenziano come la progressiva sovrapposizione delle due nozioni abbia contribuito a restringere gli spazi della critica politica nei confronti di Israele, trasformando spesso il dissenso in una forma di sospetto morale preventivo. All’interno dello stesso quadro interpretativo si colloca anche la discussione sugli Epstein Files, utilizzati per riflettere sui rapporti tra potere, reti di influenza, ricatto e produzione del consenso all’interno delle élite occidentali. Che si condividano o meno le conclusioni degli autori, il merito dell’opera è quello di affrontare questioni che raramente vengono discusse in modo sistematico e di inserirle in una riflessione più ampia sul rapporto tra informazione, potere e costruzione della realtà pubblica.

Il pregio maggiore del Quaderno, tuttavia, è forse un altro. In un’epoca dominata dalla frammentazione dell’informazione, esso tenta una ricostruzione d’insieme. Gaza, Libano, Siria, Iran, petrodollaro, guerra dell’informazione, lobbying, diritto internazionale, BRICS, reti di influenza e crisi dell’ordine unipolare non vengono trattati come fenomeni isolati, ma come elementi di una stessa struttura interpretativa. Il lettore ha la sensazione di assistere alla composizione progressiva di un grande affresco nel quale eventi apparentemente scollegati acquistano una loro coerenza interna e trovano collocazione all’interno di una visione più ampia.

Questo è un Quaderno che non cerca il consenso facile né rivendica una neutralità di maniera. Al contrario, prende posizione e invita il lettore a fare altrettanto, confrontandosi criticamente con le tesi proposte. La sua forza non consiste nell’offrire verità definitive, ma nel mettere in discussione categorie interpretative consolidate e nel costringere chi legge a interrogarsi sulle narrazioni dominanti che accompagnano il racconto dell’attualità internazionale.

In un panorama editoriale spesso schiacciato sull’emergenza quotidiana, Dal Nilo all’Eufrate rappresenta un tentativo ambizioso di restituire profondità storica agli eventi contemporanei e di ricondurre il presente a una prospettiva più ampia. È un’opera destinata a suscitare consenso e dissenso, ma che possiede una qualità sempre più rara: quella di costringere il lettore a guardare oltre la superficie delle notizie e a interrogarsi sui rapporti tra guerra, economia, linguaggio e potere. E non esiste risultato più importante per un libro che ambisce a comprendere il proprio tempo.

“Gaza muore mentre il mondo tace” è il Libro del mese di This Week in Palestine

In un momento in cui Gaza continua a essere travolta dalla guerra e dall'indifferenza di gran parte della comunità internazionale, accogliamo con particolare soddisfazione la decisione di This Week in Palestine (www.thisweekinpalestine.com) di nominare Gaza muore mentre il mondo tace Libro del mese nel numero 334 del maggio 2026. La storica rivista palestinese in lingua inglese, pubblicata a Gerusalemme dal 1998, riconosce così il valore di un'opera nata con l'obiettivo di dare voce alle vittime, denunciare le complicità e contrastare la normalizzazione della tragedia in corso. Il riconoscimento è accompagnato da una recensione molto gratificante di cui pubblichiamo la nostra traduzione.

Gaza sta morendo mentre il mondo resta in silenzio

A cura di L. Busca

Pubblicato da L.A.D. Edizioni, collana: I quaderni de L’AntiDiplomatico, aprile 2026; brossura, 88 pagine, in italiano.

Questo volume urgente e senza concessioni, Gaza muore mentre il mondo tace, riunisce una raccolta di voci per documentare la devastazione in corso a Gaza e le condizioni politiche che la sostengono. Combinando testimonianze dirette con saggi di commentatori di rilievo internazionale, il libro mira a incrinare quella che presenta come una crescente indifferenza globale, sfidando il lettore a confrontarsi non solo con la portata della distruzione, ma anche con le strutture di complicità che ne permettono la prosecuzione. Configurato al tempo stesso come documentazione e intervento, il volume si oppone alla normalizzazione della violenza e insiste sull’urgenza morale e politica del presente.

Pubblicato come parte de I quaderni de L’AntiDiplomatico, il volume è volutamente compatto, ma tematicamente denso. La sua logica editoriale si fonda sulla giustapposizione: le voci provenienti da Gaza si affiancano a quelle di osservatori esterni, producendo un racconto stratificato in cui esperienza vissuta e inquadramento analitico si informano reciprocamente. Questa struttura impedisce al testo di scivolare nell’astrazione. Al contrario, insiste sulla prossimità, trascinando il lettore in uno spazio in cui l’immediatezza della testimonianza non può essere facilmente presa a distanza o rimandata. Ciò che emerge con maggiore chiarezza non è soltanto una registrazione della distruzione, ma una riflessione costante su come tale distruzione venga resa tollerabile nel discorso internazionale. I saggi tornano, implicitamente ed esplicitamente, alla questione del silenzio, non come assenza passiva, ma come condizione attiva, prodotta attraverso il linguaggio politico, l’inquadramento mediatico e le limitazioni istituzionali. In questo senso, il libro non si limita a descrivere gli eventi; esamina i meccanismi attraverso cui questi vengono assorbiti, attenuati o occultati.

I contributori, tra cui Tawfiq Al-Ghussein, Chris Hedges e Angelo D’Orsi, portano registri differenti a questo compito. Alcuni scrivono con l’urgenza del reportage, altri con il distacco della riflessione storica, ma vi è una comune insistenza nel nominare ciò che spesso resta implicito. Piuttosto che presentare Gaza come una crisi eccezionale isolata da strutture più ampie, il volume la colloca all’interno di una traiettoria più lunga di processi politici e giuridici, invitando il lettore a considerare la continuità tanto quanto la rottura. Un elemento rilevante della raccolta è l’attenzione al linguaggio stesso. Diversi contributi mettono implicitamente in discussione il vocabolario attraverso cui Gaza viene comunemente descritta, interrogando quei termini che neutralizzano o depoliticizzano la realtà sul terreno. Questa sensibilità linguistica rafforza l’argomento più ampio del libro: che la lotta per Gaza non è soltanto territoriale o militare, ma anche interpretativa. Il modo in cui gli eventi vengono nominati, inquadrati e diffusi diventa inseparabile da come vengono compresi e dal fatto che suscitino risposta o rassegnazione.

Allo stesso tempo, il libro evita di ridursi a una critica puramente discorsiva. Le testimonianze ancorano l’analisi alle realtà materiali — infrastrutture distrutte, vite interrotte, comunità sfollate. Questi resoconti resistono all’astrazione non solo attraverso l’intensità retorica, ma grazie al dettaglio, offrendo una percezione concreta di ciò che è in gioco. In tal modo contrastano la tendenza, comune nelle narrazioni distanti, a ridurre Gaza a statistiche o spettacolo. Il risultato è un volume che opera su più livelli. È, al contempo, documento, critica e intervento. La sua forma compatta gli conferisce una certa incisività; non vi è eccesso, e il ritmo riflette l’urgenza del tema. Eppure, entro questa brevità, riesce a sostenere un argomento coerente: ciò che sta accadendo a Gaza non può essere compreso isolatamente dai sistemi che lo inquadrano, né affrontato senza mettere in discussione le condizioni che permettono al silenzio di persistere. In un momento in cui l’attenzione è frammentata e l’indignazione spesso effimera, Gaza muore mentre il mondo tace si propone come un atto deliberato di interruzione. Non offre soluzioni, né pretende neutralità. Insiste invece sulla necessità di un’attenzione prolungata e suggerisce, implicitamente, che distogliere lo sguardo non significhi semplicemente disimpegnarsi, ma partecipare alla stessa condizione che il libro intende denunciare.

Hong Kong a fuoco

di Leo Essen

Hong Kong a fuoco di Laura Ruggeri è un manuale di controinformazione, come se ne scrivevano ancora negli anni Settanta. Fornisce una sorta di addestramento di base – un vero e proprio CAR semiologico – per interpretare le rivoluzioni colorate come strumenti di guerra ibrida: operazioni orchestrate con la precisione di campagne di marketing cognitivo, finanziate da apparati come USAID e NED e animate da una classe di nomadi intellettuali, corrispondenti esteri e cosmopoliti altamente scolarizzati che si ritrovano al Foreign Correspondents’ Club di Hong Kong con il fanatismo ideologico di chi non mette mai in discussione le premesse del sistema che lo nutre. Un ribellismo performativo ed estetizzante che lascia intatto il conformismo intellettuale di fondo. Ogni protesta ha una regia straniera; ogni dissidente è un utile idiota; ogni ONG una succursale della CIA.

I giovani provenienti dai campus americani che si erano politicizzati negli anni delle mobilitazioni contro la guerra in Vietnam, spesso orientati verso un progressismo liberal e desiderosi di sentirsi mossi da ideali, trovavano difficile immaginare un impiego diretto in un’agenzia percepita come compromessa da decenni di interventismo. Lavorare per ONG impegnate ufficialmente nella difesa dei diritti umani e civili consentiva invece di conservare credibilità all’interno dei propri ambienti culturali e politici. Per la CIA, inoltre, quell’esperienza di attivismo rappresentava un valore aggiunto: rendeva queste figure capaci di muoversi con naturalezza negli ambienti antigovernativi, intrecciando relazioni e costruendo reti. Non sorprende dunque che tra le nuove reclute figurassero numerosi giovani provenienti da collettivi di sinistra, spesso di ispirazione trotzkista. Erano studenti passati per Berkeley, Columbia, Yale, Johns Hopkins, Madison, Harvard o Irvine; giovani addottorati nei dipartimenti di letteratura e cultural studies, imbevuti fino all’eccesso delle teorie provenienti dall’École Normale, dall’École Pratique o da Vincennes. Nel frattempo erano diventati diritto-umanisti attivi nei settori dell’istruzione, dei media e della sfera legale: le persone ideali per spendere il proprio sapere in questo nuovo tipo di battaglie. Possedevano il curriculum perfetto nel momento in cui atenei sovvenzionati da fondazioni private o direttamente da apparati governativi iniziarono a istituire borse di studio e programmi internazionali per finanziare queste figure, in patria e all’estero. Le università si trasformavano così in spazi di reclutamento politico, dove curricula mirati, programmi di scambio e prospettive di carriera internazionale operavano come strumenti di soft power.

Più spesso, questi soggetti trovavano impiego nelle agenzie di stampa oppure in giornali e siti internet creati appositamente. Nasceva così una nuova classe di nomadi globali, cittadini del mondo pronti a spostarsi continuamente, talvolta persino senza incentivi diretti, attratti dalla passione per l’evento, per il casus belli, per la novità permanente. Al Foreign Correspondents’ Club di Hong Kong si concentrava, secondo Ruggeri, una vera tribù di cosmopoliti altamente acculturati, accomunati da un intenso fanatismo ideologico. Il loro stile di vita, ostentatamente anticonvenzionale, appariva più come una compensazione che come una reale rottura degli schemi. Non solo queste persone rifiutavano di mettere in discussione il sistema per cui lavoravano e gli interessi che lo sostenevano, ma credevano profondamente nella sua superiorità morale, e per estensione nella propria.

Avevano tutti letto Gene Sharp e il suo The Politics of Nonviolent Action del 1973. I più brillanti avevano persino seguito la celebre conferenza tenuta da Umberto Eco a New York nel 1967, Towards a Semiological Guerrilla Warfare. È vero: Eco stava teorizzando una pratica di ricezione critica dal basso, una guerriglia della comunicazione volta a restituire autonomia interpretativa a un pubblico passivo. Non stava certo fornendo un manuale operativo per agenti del caos al servizio di potenze straniere. Eco parlava dei Provo olandesi, di azioni simboliche, di manipolazione creativa dei segni pubblici, di uso dei media contro i media, di teatralizzazione politica, di reinterpretazione dello spazio urbano, di piani urbanistici ironici, di mappe frammentate, di percorsi assurdi, di itinerari anti-funzionali. Non immaginava che i suoi studenti si sarebbero trasformati in agit-prop orchestrati dalla CIA e finanziati da Soros.

Eppure, secondo Ruggeri, le cose avrebbero preso esattamente questa piega. La sua ricostruzione paga certamente il prezzo di una contraddizione performativa – la stessa contro cui Eco aveva messo in guardia già nel 1967 – ma poco importa: il libro procede assumendo come plausibile una realtà in cui si può usare Gramsci per spiegare le campagne pubblicitarie di McDonald’s oppure sostenere che il postmodernismo francese – la cosiddetta French Theory – abbia suscitato l’interesse della CIA perché la decostruzione della distinzione tra fatti e finzione si adattava perfettamente agli interessi di un paese che esporta illusioni. Il salto logico tra Derrida e Langley rimane, eloquentemente, implicito.

Personaggi come Lyotard, Baudrillard, Barthes, Foucault, Deleuze e Derrida diventano così i nuovi chierici di manipoli di giovani della middle class americana desiderosi di spendersi nel ramo diritto-umanista: lo stesso ambiente che, nella visione evocata dal libro, alimenterebbe la spectre mondialista, abbeverata ai flussi di denaro provenienti dalla speculazione finanziaria e dai giochi valutari.

Hong Kong a fuoco è un libro che vale la pena leggere, anche solo come documento di un genere preciso – la contro-geopolitica di consumo – che finisce per condividere con gli oggetti della propria critica le medesime strutture retoriche: la certezza assoluta, lo schema totale, il nemico identificato con precisione millimetrica. E tuttavia il testo solleva interrogativi legittimi su meccanismi reali. L’Umbrella Movement viene interpretato come una rivoluzione colorata fallita: il governo di Pechino, scegliendo di tollerare le proteste invece di reprimerle violentemente, avrebbe semplicemente disinnescato la bomba che gli organizzatori speravano di vedere esplodere. La delusione dei professionisti dell’indignazione selettiva – ONG, opinionisti stranieri, fondazioni travestite da soggetti indipendenti – di fronte all’assenza di un bagno di sangue da esibire in prima pagina è descritta con una crudezza narrativa che ha il pregio della chiarezza. Ruggeri ha studiato semiologia a Bologna, avrà seguito le lezioni di Eco e mangiato alla stessa tavola con eccellenti professori francofili: lo Scanto al Foreign Correspondents’ Club deve essere stato forte.

Da cittadini a consumatori: Adriano Segatori e le verità nascoste nel libro di Angela Fais

 

di Adriano Segatori

Il titolo del libro di Angela Fais, saggia studiosa e preziosa amica, lo avrei usato in uno di quei cicli di incontri che facevamo anni fa definiti come “percorsi di consapevolezza”. Erano settimanali appuntamenti durante i quali le persone esprimevano le proprie percezioni, definivano le personali interpretazioni, motivavano i soggettivi giudizi su eventi e su figure di particolare valenza simbolica – il padre, la madre, l’acqua, la montagna, il buio, la luce ed altri spunti dai quali trarre un qualche elemento di interiorità.

In questo titolo, essenzialmente due elementi sarebbero e sono di significativa importanza dal punto di vista psicologico e simbolico: le pietre, quale materia di stabilità e di compattezza; il popolo, come elemento dinamico di storia e di destino.

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Con questo incipit, Angela Fais analizza, con precisione e approfondita conoscenza, il cambiamento che ha subito Palermo nel corso di diversi decenni. La cosa in sé potrebbe intendersi come un’analisi circostanziata e peculiare di un luogo specificamente circoscritto, se non emergessero all’interno della sua meticolosa osservazione e rigorosa ricerca dei meritevoli suggerimenti per ampliare il discorso, secondo le nostre due competenze condivise: la psiche e la filosofia.

Scrive l’Autrice come “il neoliberismo agisce proprio su un doppio fronte, materiale e immateriale”. Cominciamo da qui.

Era il 12 maggio del 1972 quando il grande psicoanalista francese Jacques Lacan, all’Università Statale di Milano, tenne un discorso magistrale dal titolo “Il discorso del capitalista” nel quale denunciava il capitalismo, quale fenomeno ideologico e culturale che andava ben oltre le considerazioni di carattere economico, che si credevano di sua limitata interferenza, ma che infiltrava in maniera subdola e pervasiva la stessa psiche individuale e collettiva, intervenendo pesantemente alla distruzione di ogni legame e riducendo l’uomo ad un essere desoggettivato, dipendente dal consumo, senza radici, senza vincoli, senza desideri.

Proprio grazie – o a causa – di questa decostruzione dell’umano, “risuona inquietante il moto thatcheriano: ‘La società non esiste, ci sono solo gli individui’”. Ma la Thatcher non era una psicologa, e neppure una appassionata di filosofia, per cui confuto il suo motto con cognizione di causa, e mi rivolgo invece ad una interpretazione più soddisfacente al criterio analitico di Angela Fais.

È proprio alla ‘più società’ che si indirizza il sabotaggio capitalista. La società, unione collettiva basata sul contratto tra soci – ‘gesellschaftsvertrag’, contratto societario – è il terreno di coltura del capitale, che per attecchire e incrementarsi necessita di fare piazza pulita di ogni dovere, ogni legame, ogni alleanza tra gli uomini legati in comunità – “gemeinschaftsgefühl”, sentimento comunitario, spirito di solidarietà.

Una volta colpito l’uomo, e il senso stesso di umanità, è stato ed è molto più facile colpire il ‘luogo’ dell’appartenenza stessa. Pensiamo, per inciso e rapida diffusione, allo sviluppo abnorme dei centri commerciali, dove all’interno sono stati sistemati degli slarghi, dei centri di ristoro, degli spazi per i bambini, dei punti di riposo, così sostituendo in maniera artificiale – esattamente come la luce e l’aria che si respira – la piazza, le trattorie, i parchi giochi, le panchine che hanno sempre costituito i punti di riferimento per gli incontri, gli scambi e le relazioni autentiche e naturali.

“La proletarizzazione del ceto medio ha gettato nella precarietà”, osserva giustamente Angela Fais riferendosi specificamente alla dimenticanza delle periferie e al cittadino “declassato a mero consumatore, utilizzatore della città”. Ma, a mio avviso, l’operazione liberalcapitalista ha raggiunto un obiettivo ancora peggiore: la ‘proletarizzazione delle voglie’, distribuendo a basso costo tutti i possibili surrogati ai desideri. Mi spiego meglio. Il desiderio ha in sé lo spirito del progetto, il senso di una vocazione magari inespressa e difficile da identificare, la chiamata di un destino al quale rispondere. La voglia, invece, ha l’immediatezza di soddisfacimento e, di conseguenza, la rapidità della delusione e della frustrazione. Con questo artefatto psicologico, l’operazione indicata ha prodotto una vera e propria sedazione della massa e rassegnazione ad ogni evento, ad ogni eventualità non desiderata, quindi la presentificazione di una vita sempre fluida e inconsistente.

La “vera e propria trasformazione antropologica che vede il cittadino, titolare di diritti fondamentali e inalienabili, declassato a mero consumatore, utilizzatore della città” è stata la causa e l’effetto simultaneamente del “divorzio tra ‘urbs’ e ‘civitas’, tra le pietre e il popolo”.

Con i piani regolatori delegati a personaggi discutibili per interessi personali e per scadenti capacità tecniche, è venuta meno l’idea simbolica di città, fatta di storia, di memoria, di vita comunitaria, e quando va bene sostituita da estemporanei turisti, quando invece va male da presenze allogene e inquietanti realtà.

Il popolo, poi, ridotto drasticamente a popolazione, a conteggio di entità reciprocamente avulse, fluide, sradicate, a conferma, come annota Roger Scruton, che “Le società moderne sono società di estranei”.

Questo saggio di Angela Fais offre degli spunti di analisi e di discussione difficili da contenere in un semplice articolo, ma è per un mio interesse personale che intendo chiudere questo scritto. Quando parla di città e delle necessità di mantenere, di tutelare, e di valorizzare le opere e i manufatti, per la mentalità capitalista di cui si è parlato, quindi con il trionfo della quantità, del materialismo, della praticità, dell’utilitarismo, della comodità e della fruibilità funzionale – fattori preminenti e prioritari del discorso indicato – queste istanze non hanno alcun valore.

Dall’“opera d’arte di un grande autore, [come] anche la stradina anonima” perdono di ogni significanza, così come ogni forma di artigianato viene considerato sempre meno, elementi inutili dal punto di vista commerciale.

Scrive Javier Ruiz Portella, eccellente critico della contemporaneità, che “Quel che si è spento tra noi non è il ‘senso estetico’: e la capacità di lasciarci trasportare dall’oscura luce del sacro”. Non è più il solco a tracciare i confini, né le indicazioni simboliche per strutturare il luogo scelto, ma la praticità della semplice esistenza. Del resto, se il capitale si fonda sul denaro, e “il denaro è sterco del demonio”, è scontato che il sacro venga rinnegato, con esso la pietra e il popolo, così come può considerarsi scontata una risposta allo stesso Portella quando si chiede in maniera retorica “Perché il nostro mondo è l’unico capace di piazzare insieme cadaveri e merda nello stesso luogo in cui gli altri mondi mettevano un ‘David’ di Michelangelo o una ‘Nike di Samotracia’”?

Un fatto, però, è di fiduciosa rilevanza: quello di incontrare persone come Angela Fais, animatrice di un pensiero e di un “Appello a moltiplicare di fatto i focolai locali, trasformando la città in un campo di resistenze capace di interrompere i replicarsi del totalitarismo omologante del virus neoliberale”. Approfitto e mi accodo, con la speranza di combinare magari qualcosa di utile insieme.

Nascono i Quaderni de l'AntiDiplomatico

 

I Quaderni de l’AntiDiplomatico nascono da un’idea semplice e radicale: sottrarre la storia alla sua riscrittura da parte dei vincitori. Non semplici raccolte di articoli, ma istantanee ragionate del presente nel momento stesso in cui accade, quando i fatti sono ancora vivi e la manipolazione non ha ancora sedimentato la propria versione ufficiale.

Dopo il numero zero, L’Impero Americano colpisce ancora , dedicato all’aggressione al Venezuela e alle nuove forme dell’interventismo imperiale, la collana prosegue con Il declino dell’Impero Americano , che allarga lo sguardo alle contraddizioni sistemiche dell’egemonia occidentale, tra crisi del dollaro, multipolarismo emergente e logoramento del dominio statunitense. Con il terzo volume, Gaza muore mentre il mondo tace , i Quaderni affrontano una delle grandi tragedie del nostro tempo, rompendo il silenzio mediatico e restituendo voce a chi la propaganda cancella.

Tre numeri, un unico filo rosso: leggere il presente controcorrente, attraverso contributi di giornalisti, studiosi e analisti internazionali – da Jeffrey Sachs a Chris Hedges, da Pino Arlacchi a Pepe Escobar e molti altri – per offrire non una narrazione chiusa, ma strumenti critici per orientarsi nel caos, perché “puoi pure non interessarti alla politica internazionale, ma la politica internazionale prima o poi si interesserà di te”.

In un’epoca in cui tutto scorre e scompare nel flusso digitale, I Quaderni fissano memoria, costruiscono archivio, difendono verità scomode. Sono testimonianza e battaglia culturale. Perché comprendere il proprio tempo è il primo passo per non subirlo.

I Quaderni de l’AntiDiplomatico sono in vendita sul nostro bookstore (LAD Edizioni I Quaderni) e, in formato e-book sulle consuete piattaforme digitali.

    

 

Hong Kong a fuoco: l'Anatomia delle Rivoluzioni Colorate | Laura Ruggeri

 

di Luca Busca 

 

 

Nel suo saggio "Hong Kong a Fuoco. Anatomia di una rivoluzione colorata" (LAD EDIZIONI, 2026), la ricercatrice Laura Ruggeri offre una disamina lucida e in presa diretta delle cosiddette "rivoluzioni colorate", decostruendo il mito della mobilitazione spontanea. 

Avvalendosi di un'esperienza quasi trentennale sul campo, l'autrice svela i complessi meccanismi di ingegneria politica e guerra ibrida che si celano dietro le proteste di piazza. Il volume ricostruisce con meticolosità la fitta rete transnazionale di ONG occidentali, agenzie di intelligence e piattaforme mediatiche che operano in sinergia per orchestrare la destabilizzazione mirata di governi non allineati. Attraverso il caso studio emblematico di Hong Kong, Ruggeri illustra in che modo la manipolazione algoritmica, il marketing politico e la creazione di false narrazioni servano a orientare l'opinione pubblica internazionale, imponendo una rigida censura contro chiunque osi svelare i fatti. Oltre a colmare un profondo vuoto nella storiografia italiana sul tema, l'opera si impone come una lettura imprescindibile per chi desideri decifrare le reali e spietate dinamiche geopolitiche contemporanee, restituendo al contempo la dimensione umana di una città sottoposta a un assedio cognitivo senza precedenti.

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