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Danni Gato lança “Maré” com colaboração de Diogo Piçarra

Novo tema de Danni Gato, chama-se “Maré”, conta com a colaboração de Diogo Piçarra e é mais um single de avanço de “Soldier” – álbum que este ano se estreia ao vivo no icónico festival belga de música eletrónica Tomorrowland.

Maré” é título do novo single de Danni Gato, editado ontem (12), que junta o produtor ao cantor e compositor Diogo Piçarra.

Danni Gato apresenta “Maré” numa colaboração com Diogo Piçarra que cruza a identidade afro house do produtor com uma abordagem mais pop e melódica. A colaboração surge de forma natural entre dois artistas com percursos distintos, mas com uma vontade comum de explorar novas linguagens. Liga-os a sua origem. São ambos algarvios.

Depois de temas como “Where Are You”, “Lisboa” ou “Tudo Bem”, “Maré” é mais um single de avanço de “Soldier”, o próximo álbum de Danni Gato, que este ano estreia-se ao vivo no icónico festival belga de música eletrónica Tomorrowland, no dia 17 de julho.

Saliente-se ainda que Danni Gato é hoje um dos nomes mais marcantes da música eletrónica portuguesa. O seu percurso começou em Faro, sempre ligado às raízes cabo-verdianas que moldaram o seu ouvido e a sua forma de criar.

A mistura entre a alma da morna e da coladeira com a energia do afro house tornou-se a base do seu estilo. Esse equilíbrio entre tradição e vanguarda fez com que conquistasse públicos de diferentes países e se afirmasse como um dos artistas em maior crescimento na cena afro house internacional.

​A sua presença em palco levou-o a cidades como Ibiza, Paris, Londres, Amesterdão, Dubai, Boston e Nova Iorque. Partilhou cabine com nomes fortes do afro house como Shimza, Da Capo, Enoo Napa e DJeff, mostrando consistência e capacidade de adaptação em contextos muito distintos.

Em Portugal, tornou-se presença habitual em festivais de referência. Atuou no Brunch Electronik, MEO Sudoeste, O Sol da Caparica, Nova Era Beach Party, Festival F e Rock in Rio, onde reforçou a reputação de DJ capaz de criar momentos de grande intensidade.​

No estúdio, o seu trabalho tem gerado sucessos que circulam entre os maiores DJ internacionais. Xaguada, Gratitude e Hulk tornaram-se temas de destaque em pistas e rádios especializadas. Já Pedrinha, Oskey e Num Tás a Ver valeram-lhe vários galardões de singles de Ouro e Platina, confirmando o impacto do seu catálogo e a sua evolução como produtor.

Na capital, Lisboa, Danni Gato alcançou um marco importante ao esgotar por três vezes o Pavilhão Carlos Lopes, reunindo milhares de fãs e reforçando a ligação que construiu com o público português. Esta capacidade de transformar a sua herança cultural em linguagem universal ajudou-o a definir uma identidade própria dentro do afro house e a levar o género a novos espaços.

​Com uma combinação natural entre autenticidade, energia e visão, Danni Gato continua a marcar o ritmo da música eletrónica lusófona. O seu trabalho reflete uma evolução constante e uma vontade clara de levar a sonoridade que representa a públicos cada vez mais amplos. Cada novo set e cada novo lançamento reforçam o lugar que ocupa no panorama internacional.

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L’anatomia di una diaspora vissuta tra i silenzi di una casa sul mare

Louisa e suo padre stanno percorrendo il frangiflutti, e ogni cauto passo che compiono sui blocchi di granito li allontana sempre più dalla riva. Sua madre non è nemmeno in spiaggia, dove potrebbe stare seduta sorridente sulla sabbia. Sua madre è chiusa nella casetta in affitto quasi affacciata sul mare, molto probabilmente a letto. Per tutta l’estate Louisa ha giocato da sola tra le onde perché sua madre non sta bene e suo padre indossa invariabilmente un completo. 

Stasera però ha acconsentito ad accompagnarla sul frangiflutti, dopo che lei glielo ha chiesto ogni giorno dal loro arrivo. A volte gli spruzzi delle onde arrivano fino ai blocchi, perciò si è arrotolato con cura i risvolti dei calzoni. Ai piedi porta ancora le scarpe rigide e lucidate. In una mano stringe una torcia elettrica non necessaria, nell’altra quella di Louisa in modo altrettanto superfluo. Lei lo tollera per pura gentilezza. «Una cosa a tua madre devo riconoscerla, ed è che ti ha insegnato a nuotare. Saper nuotare è importante per la propria sicurezza. 

Quando ti dava lezioni, però, pensavo che fosse troppo pericoloso. Sono stato molto ingiusto.» «Odio nuotare.» Entrambi sanno che è vero il contrario. Forse suo padre riconosce in quel commento, almeno in parte, una dichiarazione di lealtà nei suoi confronti, ma soprattutto lo vede per quel che è: l’affermazione di una bambina di dieci anni istintivamente polemica. Al largo, molto oltre il punto in cui il frangiflutti incontra una sottile striscia di sabbia, il tramonto ha perduto tutto il suo calore e si è ridotto a un pallore all’orizzonte. Presto dovranno tornare. «Io non ho mai imparato a nuotare» rivela suo padre. «Non ti credo» lo schernisce lei. Tutti sanno nuotare. Anche se è vero che lui fa una questione ogni volta che lei vuole entrare in acqua o anche solo avvicinarsi. 

«È vero. Sono cresciuto in povertà. Non avevamo piscine.» «La piscina è disgustosa. Odio andarci.» «Un giorno sarai grata a tua madre. Ma io voglio che lo dimostri adesso.» Queste sono le ultime parole che le rivolge. (Oppure sono le ultime parole che ricorda? Le disse qualcos’altro? Non c’è nessuno a cui chiederlo.) Distesa a letto, Louisa fissava il buio. Il soffitto si rivelava in una striscia sottile di luce, prima netta come una lama e poi sempre più sfocata, che lo attraversava a partire dalla soglia. La porta era appena socchiusa, perché Louisa aveva paura del buio. Non era sempre stato così. Ogni sera sua madre usciva dalla stanza con lentezza esasperante, sbattendo maldestramente con le ruote della carrozzella contro lo stipite, al punto che Louisa provava l’impulso di gridarle dietro. Quando era finalmente in corridoio, esitava con una mano sulla maniglia della porta semiaperta. «Chiudila del tutto, per favore» le diceva Louisa in un tono asciutto da adulta. La prima volta che lo aveva detto, era stato perché non avrebbe sopportato un altro secondo di vedere sua madre che sbirciava dalla fessura. Da allora lo ripeteva ogni sera con lo stesso tono, perché si era accorta che pur non essendo una brutta cosa da dire era appagante nella sua cattiveria. Sua madre tradiva un’altra breve esitazione, che a Louisa non dava fastidio poiché mostrava che ci era rimasta male. 

A quanto pare le sarebbe piaciuto che Louisa le chiedesse di leggerle qualcosa, o di darle il bacio della buonanotte come se avesse ancora cinque anni. Era un desiderio inespresso ma palese. Un simile, manifesto bisogno di affetto gliela rendeva ancora più repellente. Poi la porta si chiudeva con un sonoro scatto della serratura, quel genere di pesante porta americana di cui Louisa si era quasi dimenticata nell’anno che aveva vissuto altrove. Una porta fatta per essere chiusa. Louisa restava coricata al buio, seguendo con la mente spietata il percorso della sedia a rotelle di sua madre in corridoio e immaginando botole nascoste che si aprivano a inghiottirla. 

Nel frattempo il buio le strisciava sul petto come un serpente, distribuendo ordinatamente il proprio peso sulle spire che si accumulavano sopra di lei all’infinito e che avrebbero potuto seppellirla e schiacciarla se lei non fosse saltata giù dal letto appena in tempo e, con estrema perizia, non avesse riaperto la porta. Louisa era bravissima a ruotare la maniglia. Non era maldestra come sua madre o distratta come sua zia. La serratura non emetteva alcun suono e la luce tornava, sgominando il buio. E Louisa tornava a letto, lo sguardo fisso sulla striscia. 

Quella sera dal corridoio arrivavano anche delle voci. Non distingueva le parole, ma sapeva che parlavano di lei. Quella mattina, invece di presentarsi puntuale in classe, Louisa era stata accompagnata dalla zia in un palazzo del centro per essere visitata da uno psicologo infantile. Nessuno aveva usato quelle parole, “psicologo infantile”. Lo avevano chiamato un colloquio sul suo livello scolastico, e quanto meno all’inizio lei ci aveva creduto. Louisa era a metà della quarta elementare quando lei e i suoi genitori avevano lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Giappone, e durante l’anno in Giappone aveva finito la quarta americana, svolgendo tutte le verifiche e gli esercizi e leggendo tutti i testi che aveva portato con sé, e anche quella giapponese: aveva fatto la quarta elementare due volte, in due paesi diversi, ma adesso doveva ripeterla di nuovo, manco fosse stata bocciata. 

Il luogo dell’appuntamento era un palazzo di mattoni a cui si accedeva salendo una mezza rampa di scale, e mentre lo facevano sua zia aveva detto: «È per questo che tua mamma non è potuta venire, per colpa di queste scale. Ho chiamato per chiedere se c’erano scale per accedere, e mi hanno risposto di sì. La tua povera mamma». «Non ha niente» aveva borbottato Louisa. «Cosa, tesoro?» Non aveva aggiunto altro. «Non ti ho sentita, tesoro.» Adesso Louisa poteva fingere di essere lei a non aver sentito. Funzionava. Nessuno ascoltava mai con attenzione; anche le persone che più di tutte sostenevano di ascoltare, in realtà non ascoltavano.

Flashlight, Cover

Tratto da “Flashlight. Una torcia nella notte”, di Susan Choi, Mondadori, 2026, 24€, 540 pagine

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