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Anime, videogiochi e droni: il manifesto (efficace e spiazzante) della narrazione di Trump

Mission accomplished, missione compiuta, è il brevissimo testo che accompagna l’ultimo video pubblicato questa mattina dagli account social della Casa Bianca.

MISSION ACCOMPLISHED.

pic.twitter.com/2drxQlsnRn

— The White House (@WhiteHouse) June 13, 2026

Una clip della durata di 44 secondi netti che condensa in modo perfetto il senso profondo della narrazione trumpiana. Un video che diventa un caso di studio per comprendere quanto un contenuto social all’apparenza senza alcuna notiziabilità specifica può essere estremamente efficace, anzi è un contenuto esemplare nel mostrare come riuscire a catturare il massimo dell’attenzione digitale dei follower con il minimo sforzo.

Molto probabilmente, giusto per dare qualche linea di contesto considerato come detto la stringatezza del testo che lo accompagna, il video è un riferimento a quanto postato poco dopo su Thruth proprio da Donald Trump: “su mio ordine – scrive il presidente americano - , il Comando Meridionale degli Stati Uniti ha sferrato un attacco cinetico rapido e letale per giustiziare con successo Niño Guerrero (alias di Héctor Guerrero Flores NdR) il famigerato leader di Tren De Aragua, una delle organizzazioni terroristiche più sanguinarie del pianeta”, ma con la sua base operativa principale in Venezuela. Il post di Trump mostra anche delle immagini, riprese dal satellite, dove si vede un fabbricato, probabilmente dove si trova proprio Guerrero Flores, disintegrato dal drone. La scelta di utilizzare l’espressione “missione compiuta” ha una sua precisa ragione storica e un peso non marginale nel discorso politico e militare americano, proprio per un precedente che è rimasto vivo nell’immaginario collettivo americano. Infatti, fu utilizzata nel 2003 dall’allora presidente George W. Bush nel maggio del 2003, in un celebre discorso tenuto a bordo della USS Abraham Lincoln, per annunciare la fine delle principali operazioni di combattimento in Iraq. Al di là di questo precedente, peraltro molto

controverso dato che il conflitto dato per concluso continuò per anni, il video di questa mattina merita però un opportuno approfondimento perché è un piccolo capolavoro di comunicazione e di post-produzione, in un risultato che con successo mescola sapientemente tecniche cinematografiche classiche con altre che invece strizzano l’occhio alle dinamiche algoritmiche. C’è un montaggio veloce, supportato con grande energia da Tank una delle tracce più ascoltate di Cowboy Bepop della band giapponese Seatbelts, che poi è stata utilizzata nell’omonima serie anime, una sovrapposizione mai banale di frame video in cui a Trump si sostituiscono clip virali di TikTok, frammenti delle serie anime e manga più celebri da Vegeta, il Principe dei Saiyan, personaggio della serie anime Dragon Ball Z, a Yami Yugi, noto anche come il Faraone Atem, dal popolare franchise manga Yu-Gi-Oh!, ma c’è anche una scena di The Brave Fighter of Sun Fighbird e un mezzo secondo con All Might, dalla serie anime e manga My Hero Academia. Mentre, nella parte finale del video, c’è una fan art, peraltro già presente in altri post passati di Trump, allo stile grafico distintivo di uno dei videogame più famosi al mondo, Grand Theft Auto, la serie GTA ha oltre 460 milioni di download all’attivo, in cui si vedono Trump, Jil vice-presidente JD Vance, il segretario alla guerra Pete Hegseth, quello alla salute, Robert Kennedy jr. e Marco Rubio, segretario di stato. Mission Accomplished ha dilatato, senza tanto clamore ma con molta efficace, i confini della comunicazione istituzionale che vedremo nei prossimi anni.

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Ecco perché il Libano rischia una nuova guerra civile

Alla fine il nodo libanese è venuto al pettine. Il fronte dimenticato del conflitto, avviato il 28 febbraio dagli attacchi israelo-americani contro l’Iran, è tornato di prepotenza d’attualità dopo che domenica scorsa le forze di Tsahal hanno spostato l’obiettivo delle loro operazioni militari dall’area meridionale del Paese dei cedri a Dahiyeh, il quartiere della capitale del Libano considerata la roccaforte di Hezbollah, il gruppo sciita alleato del regime degli ayatollah. La mossa di Tel Aviv ha provocato la reazione iraniana e un crescendo di raid e ritorsioni, sfociate, poco prima di nuovi devastanti raid americani contro la Repubblica Islamica, nell’annuncio di un accordo tra gli storici nemici. Ma che posto trova il Libano nei negoziati e nell’intesa che potrebbe essere firmata già nelle prossime ore a Ginevra?

Per provare a dare una risposta occorre fare un passo indietro. Ad aprile, quando è scattato il fragile cessate il fuoco in vigore sulla carta sino ad oggi, gli israeliani hanno chiarito che non si applicava al Libano. E infatti lo Stato ebraico aveva continuato a lanciare attacchi contro obiettivi situati in territorio libanese. Da Teheran si era però subito fatto sapere che il Libano doveva essere parte integrante dell’accordo. Il limbo che ne era conseguito si era trascinato sino al recente superamento da parte di Israele della “linea rossa” (i già menzionati raid contro Beirut) con le autorità del regime teocratico che avevano colto l’occasione, a suon di missili, per ricordare come ogni soluzione del conflitto passa non solo dal dossier nucleare o dalla risoluzione dell’impasse nello Stretto di Hormuz ma anche dal Libano.

Nuovo accordo si diceva. Non sono molti i dettagli del memorandum d’intesa, mediato da Pakistan e Qatar e annunciato nella notte tra giovedì e venerdì, ma, dalle indiscrezioni trapelate, si apprende che il previsto cessate il fuoco di 60 giorni riguarderà, senza ambiguità, anche il Libano. Tel Aviv, che occupa già una parte del Libano meridionale, avrebbe accolto con un certo scetticismo la notizia dell’accordo supportato da Donald Trump. Il timore delle autorità dello Stato ebraico, riferisce Axios, è che l’amministrazione americana possa limitare la loro libertà d’azione contro Hezbollah e pretendere di essere consultata prima di ogni attacco. Un alto funzionario statunitense ha provato a rassicurare l’alleato affermando che se l’organizzazione sciita dovesse lanciare razzi contro Israele e se l’Iran dovesse continuare ad armare i miliziani libanesi, ciò rappresenterebbe una violazione dell’accordo. Da ciò ne discenderebbe che quanto accadrà a Beirut avrà la stessa importanza di quanto accadrà a Teheran.

Sta di fatto che anche ieri i caccia dello Stato ebraico hanno continuato a colpire in Libano (300 i raid israeliani compiuti nell’ultima settimana) mentre Hezbollah ha proseguito ad attaccare l’Idf e a lanciare razzi contro il nord di Israele. Secondo gli esperti, Washington, pur appoggiando l’estensione del cessate il fuoco al Paese dei cedri, lascerebbe comunque a Tel Aviv la possibilità di realizzare gli attacchi che ritiene necessari, in base ad un’ampia interpretazione della legittima difesa. Una prova di ciò la si è già avuta con la tregua tra Israele e il governo libanese mediata dagli Usa e annunciata ad inizio giugno. Un accordo non sottoscritto da Hezbollah, che sfugge al controllo delle autorità centrali al punto da essere definito uno Stato nello Stato.

Proprio il cessate il fuoco firmato da Beirut pone il governo di fronte ad una sfida quasi impossibile: riprendere il controllo del territorio e disarmare e smantellare l’organizzazione filo iraniana. “Sappiamo come inizierebbe un tentativo di disarmare Hezbollah ma non sappiamo come finirebbe”, dichiara al Wall Street Journal Khalil Helou, ex generale dell’esercito del Libano. Difficile insomma che il partito di Dio, che sta attuando nuove tattiche contro Israele, possa seguire gli ordini del governo di Beirut. Un esempio fra tutti. Quando ad inizio marzo le autorità nazionali hanno annunciato al gruppo il divieto delle attività militari, l’organizzazione sciita ha ignorato quanto prescritto e ha cominciato ad attaccare Israele, manifestando così il sostegno al regime dei pasdaran.

E adesso, in un contesto ad alta fluidità, il Paese dei cedri rischia di ripiombare nel caos degli anni più bui della guerra civile che, tra il 1975 e il 1990, devastò una nazione considerata all’epoca la Svizzera del Medio Oriente. Dall’inizio dell’operazione Epic Fury, l’invasione israeliana del Libano meridionale e i raid aerei hanno infatti costretto oltre un milione di persone ad abbandonare le loro case e molti di loro vivono attualmente nelle tende della capitale. I musulmani sfollati di fede sciita vengono emarginati dal resto della popolazione per timore che possano attirare i raid di Tel Aviv nei quartieri e nelle città abitate da cristiani, drusi e musulmani sunniti.

Il governo libanese ha poche carte da giocare per mantenere l’ordine. Esso non può contare su ampie risorse finanziarie e persino le sue forze armate sono deboli e i militari malpagati. Secondo il dipartimento del Tesoro Usa, Hezbollah sarebbe riuscita ad infiltrarsi persino nelle organizzazioni di sicurezza del Libano. Oltretutto, i soldati libanesi non vogliono essere percepiti come complici di Israele e molti non hanno voglia di mettersi contro i propri connazionali, anche se esponenti del partito di Dio. Washington, consapevole delle difficoltà, avrebbe in cantiere l’istituzione di un sistema che permetterebbe ad unità militari libanesi di ricevere addestramento ed equipaggiamento necessari per dare la caccia ad Hezbollah, in modo che tale compito non sia più svolto dall’Idf.

E se il Libano si trova al centro di un’intricata tela di trattative e trame geopolitiche, alla gente del posto non resta che chiedersi “dov’è lo Stato?”. Un interrogativo affidato al Wall Street Journal da Ali al-Dayekh, il quale nel conflitto ha perso la casa e il panificio in cui lavorava, che aggiunge subito una risposta alla sua domanda. Tanto chiara quanto disarmante. “Siamo soli”, dice Ali. La guerra in Libano è forse tutta qui.

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Mosca frena, Kiev avanza: così cambia il conflitto. E Putin minaccia

Qualcosa sta cambiando. Ma sta cambiando in maniera così netta che le conseguenze di questo cambiamento si prestano a un doppio scenario. I fatti. L'Ucraina ha rialzato la testa, colpisce la Russia in profondità e mette in seria difficoltà l'esercito russo. Che a sua volta fatica ad avanzare, anzi, perde terreno, mentre il Paese sta giorno dopo giorno accusando le conseguenze di una crisi economica pesantissima per un conflitto che, nelle previsioni del Cremlino, sarebbe dovuto durare il tempo di un amen. Di qui, le possibili conseguenze: o la Russia accetta di trattare constatando quanto sta accadendo e limitando così i danni, oppure sceglie di alzare la posta dando il via ad attacchi sempre più indiscriminati sui civili ucraini come da tempo sta facendo. E le parole che arrivano da Mosca e da Kiev tengono aperti entrambi gli scenari.

Vladimir Putin è tornato a parlare come spesso accade sostenendo tesi ambigue e in apparente contraddizione. Prima l'ammissione, anche se velata, delle inaspettate difficoltà: «La Russia non sta avanzando con la rapidità che vorremmo, ma ogni giorno avanza gradualmente». Poi, l'apparente, anche se parziale, apertura. «Siamo d'accordo a negoziare, ma solo tenendo conto dei nostri interessi nazionali. E non solo quelli di oggi, ma anche quelli a lungo termine, storici». Ancora dopo, l'affermazione di forza. «Nessuno è mai stato in grado di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, né mai ci riuscirà. La Russia si trova quasi da sola contro l'intero cosiddetto Occidente collettivo». Infine la solita, puntuale e immancabile minaccia. «La Russia intensificherà gli attacchi contro le infrastrutture ucraine, per scoraggiare le forze di Kiev. Considerato ciò che stanno facendo, dobbiamo, e questo è il nostro prossimo compito, rispondere in modo appropriato. E lo stiamo facendo. E intensificheremo i nostri attacchi contro le infrastrutture nemiche per scoraggiarli dall'attaccare le nostre strutture civili», quasi come se gli attacchi di Kiev non fossero risposte a quelli di Mosca ma arrivassero dal nulla.

Di contro Kiev, che lunedì assisterà alla partenza dell'iter per l'ingresso nell'Unione Europea, continua nella sua strategia di difesa fatta di attacchi in profondità, sfruttando le palesi difficoltà russe e l'implemento degli arsenali grazie a tecnologie e sperimentazioni. Ieri un attacco ha colpito il Tatarstan, nella Russia centrale, a circa 1.600 km dal confine ucraino costringendo le autorità locali ad annullare la festa nazionale russa prevista. Verso Mosca poi sono stati lanciati altri 14 droni che sono stati abbattuti ma gli oltre 200 lanciati hanno colpito diverse basi e aziende sparse per la Russia. Di contro, Kiev annuncia che nelle prossime ore potrebbero arrivare massicci attacchi russi anche utilizzando il super missile Oreshnik. Per la difesa dei cieli ma anche «per far bruciare di più la Russia», l'Ucraina sarebbe pronta a chiedere ai suoi alleati altri 20 miliardi di dollari per consolidare l'attuale vantaggio sul campo. Se ne parlerà nelle prossime riunioni mentre, sul campo, resta in piedi il doppio scenario. Tra una possibile pace e una possibile, ulteriore, escalation, la linea è davvero sottile.

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Starmer ora traballa sui fondi per le armi. Lasciano due ministri

I finanziamenti per la Difesa mettono di nuovo in difficoltà il governo Starmer. La riduzione dei fondi ha provocato le dimissioni a catena del ministro alla Difesa John Healey e di quello alle Forze Armate Al Carns, compromettendo nuovamente la fiducia nell'esecutivo britannico. In una lettera di dimissioni estremamente pesante Healey ha infatti accusato il premier e il ministro del Tesoro, Rachel Reeves, di mettere a rischio la sicurezza del Paese, dichiarando che la quantità degli investimenti in questo settore, attesi già da tempo, sono molto inferiori a quelli richiesti. «Il primo ministro non è stato in grado e il Tesoro non ha voluto trovare le risorse di cui la Nazione ha bisogno per difendersi in questi tempi pervasi da una minaccia sempre più alta - ha scritto Healey - non sono in grado di accettare un accordo dipartimentale che non fornisce le risorse necessarie e quindi non ho altra scelta che rassegnare le mie dimissioni».

La decisione di Healey, che arriva una settimana prima del summit della Nato ad Ankara, ha colto di sorpresa Downing Street, sebbene la disputa sulle spese per le forze armate duri già da tempo. I ministri avevano richiesto 18 miliardi da spendere in quattro anni, mentre il governo gliene ha concessi soltanto 13 e mezzo. Starmer ha replicato affermando che la Difesa verrà finanziata adeguatamente spiegando che per farlo aveva già richiesto di riallocare parte degli stanziamenti previsti nei budget di altri settori. «Avere delle finanze pubbliche solide ci mantiene al sicuro - ha replicato il Premier - e un debito irresponsabile ci metterebbe soltanto più a rischio». A sostegno delle argomentazioni dell'ex ministro arrivano però anche le dichiarazioni del collega Carns, dimessosi qualche ora dopo insieme ad altri due consiglieri. «Il piano per la Difesa non è soltanto insufficiente, ma anche obsoleto - ha spiegato Carns, che non ha nascosto l'intenzione di correre per la leadership del Labour in futuro - il governo intende spendere i suoi soldi in sistemi ormai datati. Ho l'impressione che questo programma si ponga l'obiettivo di combattere l'ultima guerra invece che la prossima. Servono decisioni coraggiose e bisogna disfarsi di alcune vecchie tecnologie per rimpiazzarle con altre più innovative come quelle che stiamo vedendo in Ucraina». Dopo aver rimpiazzato Healey con Dan Jarvis,

ieri Starmer ha concesso un'intervista alla Bbc in cui ha spiegato i motivi della sua decisione. «Viviamo in mondo molto instabile e questo richiede soluzioni estreme - ha affermato - la difesa e la sicurezza sono la mia priorità numero uno e per questo ho deciso di incrementare i fondi e tagliare quelli destinati agli aiuti internazionali».

Il premier ha inoltre spiegato che il governo sta investendo nell'acquisto di jet e di missili di lungo raggio della nuova generazione per garantire la sicurezza del Paese, aggiungendo che ogni dipartimento sta contribuendo per aumentare il budget destinato alla Difesa. «È essenziale che lo facciano - ha spiegato - perché non ho intenzione di tagliare i servizi pubblici». Quest'ultima disputa offre il fianco all'ennesima polemica sulla credibilità del Premier e sul suo incerto futuro. Riguardo ad un'eventuale prossima corsa alla leadership la sua posizione è chiara. «Non penso che dovremmo precipitare il Paese nel caos. Nelle scorse settimane gli altri hanno preso le loro decisioni. Io mi sono concentrato sul lavoro per cui sono stato eletto. Non è vanità, è spirito di servizio».

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L'antidoto al pensiero unico

Signori, accomodatevi. Ma lasciate fuori il politicamente corretto: la realtà bussa con la grazia di un bulldozer. Il paradosso è servito. Mentre le cancellerie si fanno il segno della croce e i tecnocrati in cachemire gridano al fascismo, Donald Trump resta l'unico, vero democratico in campo. Nell'Occidente dei filtri Instagram, l'uomo dal riporto impossibile parla la lingua della democrazia vera: quella che puzza di grasso per motori, di bollette e di voti che pesano più dei tweet.

Guardatevi intorno. Da una parte le oligarchie del pensiero unico, i signori del silicio che vedono un'officina solo nei documentari. Dall'altra, lui. Trump non è un'anomalia: è la reazione chimica a un sistema che ha scambiato i cittadini per utenti. È l'anarca che usa il sistema per scardinarlo. Mentre i progressisti discutono di pronomi nelle Ztl, lui va dove batte il dente del popolo. Ce ne servirebbero due: uno per il deep state americano, l'altro per un'Europa che muore di noia e regolamenti. Perché il vero malato non è Washington, ma questo museo chiamato Ue. Un non luogo dove l'ideologia green sostituisce il pane e la burocrazia il coraggio. Siamo noi il problema: guardiamo il dito (Trump) e ignoriamo la luna (il declino) che ci crolla in testa. La minaccia non è l'uomo che urla nei comizi, ma il silenzio dei corridoi del potere dove decidono la nostra fine con un sorriso cortese. Se il populismo è la medicina contro l'oligarchia del nulla, allora ne serve una dose doppia. Possibilmente imparando dagli Usa.

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Confusione, bugie e un grave danno per l'Occidente

Difficile indovinare se siamo a un passo dalla firma con l'Iran. Comunque un accordo sembra poco auspicabile, poco conveniente, irto di bugie. Furioso come ormai lo vediamo sovente, Trump ha detto che quello che l'Iran ha spifferato sul draft raggiunto per la firma è invenzione di gentaglia che sparge fake news. Ma come, non era noto a Trump l'obbligo della taqiyya, la bugia che l'Islam esige per battere il nemico (versetto 3:28 e 16:106)?

Dunque sul draft sappiamo tre cose certe, oltre alla confusione di Hormuz: soldi, arma atomica, Hezbollah, niente di concordato. Trump si muove molto in fretta perché ha bisogno di arrivare senza affanno eccessivo, dopo il Mondiale, il compleanno, il 250°, alle terrificanti elezioni di midterm. L'Iran già smentisce ogni accordo se prima non ha prove tangibili, ovvero denaro. Trump sembra dunque un equilibrista su un filo sottile. L'Iran intanto vuole i soldi e 60 giorni per riportare una parte dei 24 miliardi delle sanzioni per riempire gli scaffali vuoti dei supermarket, ricostruire i missili balistici e forse risistemare in casa l'uranio arricchito. E riempire le tasche dei proxy.

Israele non ha nessuna convenienza in questo accordo, e degli obblighi: gli è impossibile evitare di difendere la gente disperata a Nord per gli attacchi continui di Hezbollah, che avrebbe ucciso un soldato anche ieri. Netanyahu con l'Iran ha una posizione forte che non sta usando ma di cui è ben consapevole: ha condotto una guerra di 12 giorni, una guerra di 17 ore da cui è stato fermato da Trump. Cinque volte, senza un graffio, gli F35 sono volati per 1500 km dove mai si sognavano di colpire. Ma il nemico che lo vuole morto è ancora là, Trump lo ha salvato, e ora assicura lo smantellamento dell'atomica. Ma come?

Trump che lo promette, ha sostenuto Israele sulla lunga strada dal 7 ottobre, quella in cui se aspetti un altro minuto sei morto, e se vuoi sparare spara, non parlare. Per Israele è questo è il nodo da affrontare. L'Iran è il primo aggressore, e ce ne sono altri che devono tarpare ora, subito, le loro ambizioni. Trump pensa di poter gestire la situazione con la convenienza e la deterrenza, ma l'Iran è il re della trattativa, il padrone dello shuk. Trump dice che la pace si farà e che l'Iran sarà privato dell'arma atomica: l'Iran non ci pensa nemmeno. Bibi dice a Trump: "Siamo d'accordo", ma una differenza li divide: Netanyahu è un uomo del Mediorente, sa che in questo quartiere offrire la pace per convivere non funziona: la minaccia atomica iraniana deve cessare, e con essa quella quotidiana dei suoi armigeri di Hezbollah. Anche gli Usa, anche l'Europa ne avrebbero un guadagno strategico sconfinato, il fronte mondiale autoritario che sostiene l'Iran ne avrebbe un duro colpo, e gioirebbero finalmente il popolo iraniano e quello libanese, schiavi.

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L'ottimismo contagia i mercati, frena l'energia

Un accordo sembra davvero vicino questa volta. I venti di pace tra Stati Uniti e Iran sono tornati a portare ottimismo sui mercati di tutto il mondo con Trump che ha lasciato intendere che nei prossimi giorni a Ginevra si potrebbe firmare la pace. A partire dal Giappone che ha archiviato la seduta guadagnando il 2,8%, prima ancora che vedesse i prezzi del petrolio scendere. Ieri infatti il Brent si è mantenuto ben al di sotto dei 90 dollari a barile, scendendo fino a 87 dollari, retrocedendo di quasi il 4%. Anche il Wti si è mosso nella stessa direzione, fermandosi a 84,4 dollari al barile (-3,7%). Guardando invece ai prezzi dell'energia, ad Amsterdam il prezzo del gas al Ttf ha chiuso a 46,6 euro al megawatt/ora (-6,2%).

Tornando a guardare ai listini, a Milano il Ftse Mib è rimasto, per il secondo giorno consecutivo, intorno ai 51.500 punti, in crescita dell'1,9%. A spingere la Borsa italiana, però, non è solo la fiducia nella pace, ma anche il risiko bancario che continua a catalizzare l'attenzione degli investitori a Piazza Affari. In deciso rialzo anche Parigi (+1,8%) e Francoforte (+1,7%), poco più indietro Londra (+1,6%) e Amsterdam (+0,92%). Positiva anche Wall Street, dove, alle 19.30 italiane, la crescita era intorno allo 0,36%, spinto anche dal debutto sul Nasdaq di SpaceX.

Insomma, nonostante l'ottimismo gli operatori continuano comunque a mantenere una certa prudenza. Nelle ultime settimane i mercati hanno reagito con forti oscillazioni a ogni indiscrezione proveniente dal Medioriente e la firma di un accordo resta, almeno per ora, soltanto un'ipotesi.

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Donald duro: "Europa irrilevante". E prepara il disimpegno nella Nato

All'indomani della possibile svolta nella guerra con l'Iran, Donald Trump non perde l'occasione per bacchettare nuovamente gli alleati europei, che si sono tenuti alla larga da un conflitto che ha fatto ballare i mercati energetici globali, alimentato l'inflazione e costretto la Banca centrale europea ad aumentare i tassi di interesse. "Gli alleati europei non sono stati d'aiuto adesso, ma possono essere molto d'aiuto in futuro" dopo l'intesa con Teheran, ha detto il presidente Usa al Corriere della Sera. Per poi aggiungere, riguardo ai possibili sviluppi diplomatici con l'Unione europea dopo l'accordo. "Non ne ho idea, dipende da loro". Messaggio replicato con qualche asprezza in più anche in un breve colloquio telefonico con La7: "Non avevamo bisogno del sostegno degli europei. Era irrilevante! Abbiamo vinto la guerra". Parole che certamente peseranno sul clima dei colloqui che si svolgeranno da lunedì a Evian, nel G7 ospitato da Emmanuel Macron, proprio uno dei più accesi critici del conflitto scatenato da Usa e Israele in Medioriente.

Del resto, quel che gli Stati Uniti pensano in questo momento degli europei lo aveva chiarito qualche giorno fa, sempre in Francia, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, in occasione delle cerimonie per l'82º anniversario dello Sbarco in Normandia. Il capo del Pentagono aveva parlato di "un'invasione" delle spiagge europee da parte degli immigrati e, paragonando l'alleanza di allora contro il nazifascismo a quella attuale, il capo del Pentagono aveva puntato il dito contro le "inutili riunioni e comunicati" prodotti in occasione delle attuali crisi internazionali. A ben guardare, nulla di nuovo. Era già stato tutto messo per iscritto lo scorso dicembre nel documento di Strategia per la Sicurezza Nazionale, nel quale gli Stati Uniti affermavano che l'Europa si trova di fronte alla "cupa prospettiva di una cancellazione della propria civiltà", mentre assiste inerme a ondate migratorie incontrollate e comprime la propria economia con un eccesso di regole e burocrazia. In questo contesto, non può essere considerata una sorpresa nemmeno l'intenzione americana di ridurre in maniera significativa il numero di aerei e navi da guerra messi a disposizione per le operazioni Nato in Europa, nell'ambito del processo di ridimensionamento dell'impegno militare Usa nel Vecchio Continente.

È il New York Times, dopo le anticipazioni di Die Welt, a riferire il contenuto di un documento, già recapitato agli alleati europei, che mette nero su bianco la portata del disimpegno americano. I caccia Usa F-16 e F-15E passerebbero da circa 150 a 100. Gli aerei da ricognizione marittima da 26 a 15, mentre verrebbero ritirati tutti gli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo precedentemente a disposizione dell'Europa. Inoltre, è prevista la riassegnazione di un sottomarino lanciamissili e di una portaerei, insieme a diverse navi da guerra e decine di aerei impiegati nelle missioni della portaerei. Infine, verrebbe riassegnato ad altri teatri strategici uno dei due gruppi di bombardieri precedentemente destinato alla difesa dell'Europa.

Il Pentagono non ha ancora reso pubblica la tempistica di questo disimpegno, ma i funzionari americani hanno indicato ai loro colleghi europei che entrerà in vigore molto presto. Le conseguenze del ritiro Usa, in assenza di capacità europee che possano compensare nell'immediato, si tradurrebbe in una ridotta capacità della Nato di monitorare il traffico sottomarino russo o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo.

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Trump: "Finita la guerra all'Iran" . Firma decisiva domani in Svizzera

Quattro aerei C-17 sono già decollati verso il Vecchio Continente con il materiale per la cerimonia, e il vicepresidente JD Vance è pronto a partire per Ginevra. Donald Trump, dopo aver annunciato su Truth l'accordo con Teheran e la cancellazione dei raid, anticipa che "abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo. Firmeremo molto presto, forse nel fine settimana in Europa". Il Pakistan, Paese mediatore, conferma: "È stato raggiunto un testo definitivo". Secondo il sito Axios, la possibile chiusura di un memorandum di intesa tra Washington e Teheran potrebbe avvenire "nei prossimi giorni" a Ginevra, e un diplomatico di uno dei Paesi mediatori spiega che il testo del documento include accordi come "la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz senza pedaggi" e "un alleggerimento delle sanzioni" nei confronti della Repubblica Islamica. Inoltre, si stabilisce "un prolungamento per 60 giorni del cessate il fuoco" tra i due Paesi in conflitto, valido "anche in Libano", ma su quest'ultimo aspetto cruciale, al momento, non sono indicati ulteriori dettagli. In aggiunta, la bozza "comprende un quadro che affronta la questione delle scorte di uranio arricchito iraniano", pur se "qualsiasi azione riguardante il programma nucleare iraniano dovrebbe dipendere da un secondo accordo più dettagliato". Lo stesso diplomatico aggiunge che le parti si sono trovate d'accordo sul testo del memorandum, riconoscendo però che "potrebbe essere ancora necessaria un'approvazione finale". Mentre un alto funzionario statunitense rivela come Trump avrebbe "accettato che una delle possibili soluzioni" sulla questione nucleare sia il "declassamento dell'uranio altamente arricchito iraniano all'interno del Paese sotto la supervisione di ispettori delle Nazioni Unite".

Pare che l'intesa sia stata approvata "ad alti livelli" della leadership di Teheran, ma al momento "probabilmente non ancora dalla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei". In realtà sulle condizioni c'è parecchia incertezza: l'agenzia di statale iraniana Irna dichiara che il Paese non rinuncerà al controllo dello Stretto di Hormuz, e manterrà ferma la propria posizione sul diritto all'arricchimento nucleare. Trump, che sulla crisi ha cambiato bruscamente tono più volte, dice che le condizioni che la Repubblica islamica ha fatto trapelare ai "media fake news non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato, inclusa la loro debole e patetica affermazione sull'esistenza di un accordo, non ha alcun riscontro nella realtà. Sono persone estremamente sleali con cui trattare, con loro, la buona fede è un concetto inesistente". Quindi, esorta l'Iran a "darsi una regolata, e in fretta". L'intesa è "praticamente fatta", assicura comunque il tycoon durante un comizio virtuale: "Abbiamo messo fine alla guerra. Hanno accettato di non dotarsi mai di armi nucleari, una condizione su cui abbiamo insistito. Era proprio questo l'obiettivo, era il 95% della questione". Vance precisa che "gli iraniani non riceveranno soldi e fondi solo per la firma dell'accordo. L'accordo è strutturato in modo da dare priorità alle preoccupazioni degli Stati Uniti e degli alleati e se l'Iran rispetterà i suoi obblighi, allora avrà benefici economici". Il vicepresidente garantisce che Trump farà ottenere agli Usa un "buon risultato in un modo o nell'altro". Un alto funzionario svela cinque punti della "versione" di Washington: "Ecco cosa hanno accettato: il materiale nucleare sarà distrutto e rimosso, il programma nucleare sarà smantellato, i loro fondi non saranno sbloccati finché non avranno adempiuto ai termini, Hormuz rimarrà aperto e non ci sarà nessun finanziamento a gruppi terroristici da parte dell'Iran".

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La strategia di Trump: né trionfo né ritirata

L'approccio di Donald Trump nei confronti dell'Iran rivela una complessa architettura strategica nella quale la retorica della non proliferazione sembra progressivamente lasciare spazio a esigenze politiche, economiche e di immagine ben più immediate. Dietro la giustificazione ufficiale dell'intervento emerge una questione più concreta: la necessità di evitare che il presidente sia percepito come un leader debole sulla scena internazionale.

Tuttavia, la strategia di massima pressione implementata sull'Iran si scontra con una realtà che nemmeno l'enorme superiorità militare americana è in grado di garantire: la rapida capitolazione di un regime consolidato come quello iraniano.

Ed è qui che emerge il vero dilemma strategico di Trump. Se il suo obiettivo è la resa dell'Iran, o anche solo lo smantellamento delle sue capacità strategiche, gli strumenti finora impiegati appaiono insufficienti. Per raggiungere un risultato del genere sarebbe necessario accettare un conflitto molto più lungo e imprevedibile. Ma questa è una strada che il presidente non può percorrere senza smentire le promesse politiche che gli hanno aperto per due volte le porte della Casa Bianca. Al tempo stesso, una ritirata senza risultati sarebbe difficilmente presentabile persino per il suo più fedele elettorato. Trump si trova quindi stretto tra due opzioni che non può permettersi: l'escalation e la rinuncia. In questo quadro il negoziato non appare come una delle possibili soluzioni, ma come l'unica vera via d'uscita.

L'obiettivo diventa allora ottenere un accordo sufficientemente credibile da poter essere presentato come una vittoria politica. Da questo punto di vista Trump ha probabilmente più fretta di tutti gli altri protagonisti. Ha interesse a chiudere il confronto prima dei prossimi appuntamenti internazionali, presentandosi non come il presidente che ha aperto una nuova guerra in Medio Oriente, ma come il leader che è riuscito a fermarla.

Questa esigenza si riflette in una diplomazia che sembra vivere alla giornata e che guarda con attenzione anche alle reazioni dei mercati finanziari. L'annuncio di un'intesa imminente contribuisce a trasmettere un messaggio di stabilizzazione e a rafforzare la percezione che la crisi stia entrando nella sua fase conclusiva. Se poi la realtà dei negoziati si rivela più complessa, il costo politico appare relativamente contenuto rispetto al beneficio di alimentare l'aspettativa di una soluzione.

Nelle ultime ventiquattro ore questo gioco di specchi ha raggiunto il suo culmine con l'alternarsi di aperture diplomatiche e segnali di rallentamento delle operazioni militari, mentre Teheran prende tempo e alcuni alleati regionali degli Stati Uniti guardano con crescente preoccupazione a un possibile compromesso.

Il testo negoziale riflette perfettamente questa logica. L'Iran potrebbe ottenere un alleggerimento della pressione economica e la fine del blocco navale; Trump, in cambio, la fotografia politica che cerca fin dall'inizio della crisi. Non si tratterebbe di un accordo fondato sulla fiducia reciproca, ma sulla convenienza del momento. E il suo destino dipenderà da chi, nelle prossime ore, riuscirà a imporre la propria idea di vittoria.

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Hormuz, nucleare e beni congelati. La tenuta dell'intesa si gioca sui dettagli

Pronti all'intesa o alla guerra? Il dubbio aleggia da 48 ore. Giovedì Donald Trump era pronto a scatenare l'inferno e a prendersi non solo Hormuz, ma anche il terminal di Kharg e tutto il petrolio iraniano. Nelle ore successive giurava, invece, di esser pronto a spedire in Svizzera il vice JD Vance per firmare un'intesa definitiva con gli iraniani. Ma ieri il giro dell'oca era di nuovo alla casella iniziale. Mezza giornata di indiscrezioni sui contenuti dell'accordo filtrate da media americani e iraniani rivelavano un pateracchio indecifrabile in cui poco o nulla coincideva. A partire dalla presunta firma di domani in Svizzera. "Qualsiasi speculazione su una firma in Svizzera o su un incontro faccia a faccia non è altro che un malinteso e un'illusione americana", scriveva l'agenzia Fars News, vicina ai pasdaran. Alla fine però un tweet del ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi rimetteva tutto in ordine dando per certo un Memorandum "vicino alla conclusione". Un'assicurazione accettata da Trump che rilanciava il tweet definendolo "molto positivo".

Ma se un'intesa è stata raggiunta bisogna capire quale sia stato il miracolo. Anche perché le contraddizioni emerse continuano ad apparire insanabili. Prendiamo la questione nucleare, ovvero una delle ragioni per cui Donald Trump sostiene di esser sceso in guerra. Secondo fonti della Casa Bianca l'Iran era pronto a smantellare il programma nucleare e procedere alla distruzione di tutto l'uranio arricchito rimasto sul suo territorio. Nelle stesse ore l'Irna, l'agenzia di stampa ufficiale iraniana, spiegava che non si era raggiunta alcuna intesa sul nucleare. Un programma che nella versione iraniana non era destinato né ad essere smantellato, né tanto meno congelato per 20 anni, ma semplicemente modificato in base a modalità discusse nei 60 giorni successivi alla firma del memorandum. Ma le contraddizioni non si limitavano al nucleare. La riapertura di Hormuz restava altrettanto controversa. Per la Casa Bianca, Teheran era pronta a concedere l'immediata riapertura dello Stretto rinunciando a riscuotere pedaggi. Gli iraniani, pur non menzionando i pedaggi, ribadivano non solo la volontà di mantenere il controllo dello Stretto, ma anche di governarne i transiti in barba al diritto marittimo internazionale. "Contrariamente ad alcune bizzarre affermazioni, l'Iran non si impegna in alcun modo a cedere la gestione dello Stretto di Hormuz o a ripristinare le condizioni precedenti l'aggressione militare. L'unico punto menzionato - scriveva l'Irna - è la normalizzazione del transito. La futura amministrazione dello Stretto si baserà su un'iniziativa e una proposta iraniana. E Teheran risolverà direttamente la questione nei colloqui con l'Oman". Come dire lo Stretto è nostro e lo gestiamo noi con i nostri vicini. Ma incongruenze ancor più pesanti riguardavano il destino delle sanzioni e la restituzione degli assetti finanziari di Teheran congelati da Washington. L'agenzia iraniana Mehr dava per certa l'imminente fine delle sanzioni e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati entro 60 giorni. Le fonti dell'Amministrazione Trump sottolineavano invece che l'intesa è "basata sulle prestazioni" e dunque l'Iran non riceverà un soldo "finché non rispetterà la sua parte dell'accordo". Incongruenze e contraddizioni su cui sembra assai difficile costruire una tregua di lunga durata.

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Il nodo del Libano. Barricate di Bibi: "Non ci ritiriamo"

"Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza". Il ministro della Difesa di Gerusalemme, Israel Kats, raggela la crescente fiducia per un accordo con l'Iran che il ministro degli Esteri di Teheran Seyed Araghchi definisce "mai così vicino" e conferma che per Benjamin Netanyahu e il suo governo un eventuale cessate il fuoco non si estenderebbe agli altri fronti di guerra in Medio Oriente. In particolare al campo da gioco del Libano meridionale, riapertosi dopo che Hezbollah, la milizia sciita e islamista finanziata dall'Iran, è entrata a gamba tesa il 2 marzo scorso, due giorni dopo l'attacco israelo-americano all'Iran suo alleato e sostenitore, provocando una controffensiva israeliana che ha causato finora migliaia di morti in Libano.

"L'Idf - prosegue Katz - continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre". Certo, ammette Katz, "Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l'Iran nell'ottica degli interessi americani, compreso l'interesse comune con Israele, ovvero impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari". Netanyahu è in continuo contatto con Trump per impedire lo sblocco dei beni iraniani congelati, per la rimozione dell'uranio arricchito iraniano, per lo smantellamento del programma nucleare di Teheran, per porre limiti al programma missilistico e per determinare la fine del sostegno iraniano ai gruppi alleati nella regione. Ma Israele non si fida, e "deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari, e il premier Benjamin Netanyahu e io abbiamo ordinato all'esercito di prepararsi di conseguenza", conclude Katz.

Sul campo in realtà niente fa pensare a una tregua in Libano. Gli attacchi dell'Idf non si fermano, così come non si fermano le ritorsioni di Hezbollah. Ieri sono state colpite le località di Al-Maslakh, nel distretto di Nabatieh, e di al-Bayyad vicino a Deir Aames, e l'Idf ha emesso un ordine di evacuazione in tre località nel distretto di Sidone, Sarafand, Tefahta e Mazraat Sinay. L'aeronatica avrebbe anche colpito e distrutto cinque lanciatori di razzi di Hezbollah utilizzati per sparare contro le truppe nel Libano meridionale. Da parte sua Hezbollah ha rivendicato l'uccisione di un soldato israeliano dopo aver attaccato delle truppe in un edificio nella città di Chamaa, nel distretto di Tiro, utilizzando un drone Ababil. Sotto attacco della milizia filo-iraniana anche un veicolo militare israeliano nella vicina città di Tayr Harfa.

Eppure Hezbollah è fiducioso: è convinto che Teheran insisterà affinché il Libano sia incluso in un accordo con gli Stati Uniti. "Se l'accordo andrà in porto, abbiamo piena fiducia nella Repubblica islamica... Siamo fiduciosi che insisterà su qualsiasi accordo, compresa la questione del Libano", ha dichiarato Hassan Fadlallah, esponente di spicco di Hezbollah. La scorsa settimana, Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema iraniana, aveva affermato che Hezbollah ha "fatto grandi sacrifici" nella guerra e che il Libano "sarà parte integrante di qualsiasi accordo e di qualsiasi cessate il fuoco". Hezbollah non partecipa ai colloqui e ha chiesto al governo libanese di ritirarsi dal processo.

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Araghchi ci crede: "Accordo vicino". Ma manca ancora l'ok di Khamenei

Smentite, annunci bellicosi, dettagli diffusi per alimentare la propaganda di una vittoria del regime nelle trattative. Dall'Iran arrivano voci confuse sull'intesa annunciata da Donald Trump e che attende ancora il pronunciamento decisivo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei. L'approdo di un testo concordato nelle mani del leader della Repubblica islamica potrebbe non essere immediato, visto che Khamenei è ancora nascosto e ferito e i messaggi Whatsapp impiegano anche 48 ore per essere recapitati a causa del funzionamento a fasi alterne di Internet, come hanno riferito alcuni diplomatici all'agenzia Bloomberg.

A metà del pomeriggio italiano di ieri è stato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, uno dei principali negoziatori, a chiedere ai media di evitare di "formulare speculazioni" sui contenuti dell'intesa, spiegando che "il Memorandum di Islamabad non è mai stato così vicino alla conclusione" e che "tutti i dettagli saranno resi pubblici a tempo debito". Il messaggio è stato rilanciato sui social da Trump, segnale importante. Più tardi anche il portavoce degli Esteri, Esmail Baghaei, ha confermato: "Siamo nelle fasi finali dia revisione interna del testo".

Eppure per tutta la giornata, dagli organi di regime, dalle agenzie di informazione e dai leader religiosi iraniani si sono susseguite dichiarazioni capaci di spegnere ogni entusiasmo. L'agenzia di stampa Fars, vicina alle Guardie della Rivoluzione, spiegava che "il processo di valutazione e decisione dell'Iran a proposito di un accordo non è ancora stato completato", e smentiva le notizie di un annuncio entro domani e della scelta di Ginevra come sede per la firma di un'intesa con gli Stati Uniti, parlando di "errata interpretazione delle proposte e dei desideri statunitensi". Poche ore prima una serie di dettagli sul testo del possibile memorandum venivano diffusi, dai 14 punti, poi smentiti da Trump, ad altri particolari. L'agenzia Tasnim, anch'essa affiliata ai pasdaran, si preoccupava di far passare il regime di Teheran come vincitore, spiegando che "le pressioni statunitensi non sono riuscite a far cambiare idea al Paese". L'agenzia Irna, che fa capo al ministero della Cultura, aggiungeva che la bozza "non prevede che cediamo il controllo dello Stretto di Hormuz". L'agenzia Mehr precisava che nel testo sarebbe incluso lo sblocco di 24 miliardi dei fondi iraniani congelati.

I toni più bellicosi sono arrivati dai leader della preghiera del venerdì. Nella città di Ahvaz, l'imam Mohammad Mousavifard ha affermato che qualsiasi ritirata sul "fronte statunitense e israeliano" è "proibita e inaccettabile". A Karaj, l'imam Mohammad Hamedani aggiungeva che "i negoziati condotti sotto minaccia equivalgono ad accettare la paura e a ritirarsi di fronte al nemico, e non porterebbero alcun beneficio". Il parlamentare Mahmoud Nabavian definiva la bozza una "pura sconfitta": "Parlare di vittoria con questo testo vago e dannoso è completamente sbagliato". Posizioni divergenti, che rispecchiano le divisioni fra le varie anime del regime. In attesa di capire quale sarà la linea definitiva di Teheran.

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