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Primo sciopero della cultura in Italia contro la struttura del sistema: poca conoscenza e scarsa trasparenza

Nelle ultime due settimane, il settore culturale italiano s’è caratterizzato per una complessiva sonnolenza, forse provocata anche dalla calura estiva… A fronte di una crisi diffusa e pervasiva, sembra prevalere rassegnazione. Anzi, mestizia.

Nella giornata di venerdì 12 giugno… un sussulto: è stato proclamato dalla Cgil un inedito “sciopero della cultura”, iniziativa mai promossa in passato in Italia. Ha dichiarato Maurizio Landini, leader della Confederazione: “i lavoratori rivendicano il riconoscimento della dignità economica e professionale, negata paradossalmente proprio nel nostro Paese. E condannano i tagli alla spesa culturale, la precarietà strutturale, i salari bassi e le tutele insufficienti”. Fp Cgil e NIdiL (Nuove Identità di Lavoro) Cgil chiedono “contratti di filiera giusti, la reinternalizzazione dei servizi, la stabilizzazione dei lavoratori, tutele adeguate per i lavoratori discontinui, il contrasto all’abuso del lavoro autonomo e maggiori investimenti nel settore culturale”.

È la prima volta nella storia del Paese in cui scioperano tutti insieme: personale dei musei, biblioteche, archivi, teatri, ma anche lavoratori e lavoratrici autonome dell’editoria, dello spettacolo e della produzione artistica e culturale. Si sono tenuti per l’intera giornata presidi in diverse città italiane: agli Uffizi un intero piano ha chiuso, così come hanno chiuso una decina di padiglioni della Biennale di Venezia, biblioteche e musei civici o universitari, musei statali, archivi di Stato e tante mostre private…

Non è possibile stimare l’adesione complessiva all’iniziativa, anche perché l’“universo” del “lavoro culturale” non è mai stato oggetto in Italia di adeguato studio ed approfondita analisi (non vi è nemmeno una risposta scientificamente validata su quanti siano realmente i lavoratori del sistema culturale): si tratta peraltro di realtà policentriche e multidimensionali, che oscillano tra la “stabilità” delle istituzioni museali alle infinite forme di precarietà, basti pensare agli attori teatrali.

“Nonostante le precettazioni, il comportamento di tante istituzioni che hanno scelto di non informare sullo sciopero, la parcellizzazione del lavoro, oggi stiamo scioperando a migliaia. Non c’è tutela e non c’è valorizzazione del patrimonio culturale senza salari adeguati per chi ci lavora. Gli amministratori, dagli enti locali al Governo, devono ascoltarci. Si alzino i salari, non i biglietti”, hanno dichiarato le attiviste del movimento “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali” dalle piazze…

Il deficit di conoscenza riguarda non soltanto la dimensione lavorativa, ma la struttura stessa del sistema culturale italiano, il suo assetto economico-organizzativo: eclatante, ai limiti dell’incredibile, la dinamica del settore cinematografico e audiovisivo… In gestazione a Montecitorio una nuova legge per il settore (incardinata presso la VII Commissione, presieduta da Federico Mollicone di Fratelli d’Italia), ma a metà 2026 non è ancora stata pubblicata – come ho già denunciato anche su questo blog – la relazione annuale che il Ministero della Cultura deve trasmettere al Parlamento, ovvero la “valutazione di impatto” per l’anno… 2024 (nota bene: duemilaventiquattro)!

Questa relazione doveva essere trasmessa a Camera e Senato entro settembre 2025, e a distanza di nove mesi da questo termine (previsto dalla stessa Legge n. 220 del 2016, la cosiddetta “Legge Franceschini”) è ancora misteriosamente custodita nella cassaforte della Direzione Cinema e Audiovisivo, guidata dall’estate del 2025 da Giorgio Carlo Brugnoni, che è anche Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, anomalia più unica che rara nella P.A. italiana (una combinazione di incarichi tra ruolo “amministrativo” e ruolo “politico”), denunciata il 3 giugno scorso dalla Cisl e Flp e Unsa. Conterrà forse dati pericolosi o finanche esplosivi?!

Va ricordato che nelle precedenti edizioni della “valutazione” non è mai stato segnalato il crash ovvero il collasso contabile da centinaia di milioni di euro del “tax credit”… Un esempio sintomatico del (mal) governo del sistema, ovvero – nel caso in ispecie – di una pubblica amministrazione estremamente lenta, che ritarda i processi gestionali, mettendo in ginocchio migliaia di produttori, organizzatori culturali ed artisti, ed ostacola paradossalmente la stessa “politica”, allorquando non mette a disposizione un minimo di strumentazione tecnica per comprendere come correggere la rotta, in un settore che attraversa una delle fasi più critiche della sua storia…

Si naviga a vista, si governa nasometricamente. Non che ai tempi del centro-sinistra le cose andassero granché meglio, ma certamente il centro-destra non ha promosso quella “tecnocrazia” (e “meritocrazia”) che pure era stata sventolata come vessillo del cambiamento possibile, in primis dalla Premier Giorgia Meloni durante la campagna elettorale.

Nel mentre il cinema italiano boccheggia, la produzione arranca, al Festival di Cannes veniamo ignorati… si organizzano simpatiche iniziative come la seconda edizione dell’“Italian Global Series Festival 2026”, che si terrà dal 3 all’11 luglio 2026 a Rimini e Riccione, un festival ideato e organizzato dall’Apa ovvero l’Associazione Produttori Audiovisivi, presieduta da Chiara Sbarigia, che è stata anche Presidente di Cinecittà spa fino a giugno 2025. Festival realizzato in collaborazione con Cinecittà – giustappunto – assieme a Regione Emilia-Romagna, Siae, Enel, Gruppo Fs, ecc.

Quanto costa questa kermesse?! Quali risultati reali produce?! Non è dato sapere. Trasparenza zero, ancora una volta, anche nell’utilizzazione del pubblico danaro: secondo quanto risulta il Ministero della Cultura le assegna 2 milioni di euro, con una sorta di affidamento diretto all’Apa, attraverso i misteriosi “progetti speciali” di Cinecittà. Si tratta di un evento “fortemente voluto” (si legge nei comunicati stampa) dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che casualmente ha in Emilia-Romagna il collegio elettorale che le ha assegnato il seggio senatoriale.

Questa ennesima kermesse è realmente utile per la promozione del settore?! Nessuno si è posto la domanda, e quindi nessuno può dare una risposta. Un ennesimo caso di “politica culturale” approssimativa e di allocazione delle risorse pubbliche priva di valutazioni di impatto (vedi supra…).

Lo Stato italiano non dispone ancora degli strumenti conoscitivi necessari per governare razionalmente le politiche culturali.

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È morto Claudio Spadaro, l’agente dei servizi segreti Pigreco nella serie tv “Romanzo criminale”. Era tornato a Taranto per affrontare il tumore

Mondo del cinema in lutto. È morto a 72 anni Claudio Spadaro, che dal 2008 al 2010 ha impersonato l’agente dei servizi segreti Pigreco nella serie tv “Romanzo criminale”.

L’attore si è spento a Taranto, dove era nato il 17 giugno 1953. I funerali sono stati celebrati oggi, 12 giugno, nella Chiesa del Santissimo Crocifisso della città ionica. Spadaro era tornato a casa nei mesi scorsi per affrontare il tumore che ne aveva progressivamente compromesso le condizioni di salute.

Dopo gli esordi sul grande schermo alla fine degli anni Settanta, Spadaro ha sbarcato il lunario con il film come “Corse a perdicuore” di Mario Garriba e “Sogni d’oro” di Nanni Moretti.

Nel corso degli anni ha collaborato con autori del calibro di Marco Bellocchio, Mario Monicelli, Ricky Tognazzi, Marco Tullio Giordana, Peter Greenaway e Franco Zeffirelli. Poi il ruolo di Benito Mussolini nel film “Un tè con Mussolini” di Franco Zeffirelli, accanto a Maggie Smith e Cher.

Successo anche con le produzioni televisive come “La Piovra”, “Distretto di Polizia”, “Don Matteo”, “Paolo Borsellino” e “Le indagini di Lolita Lobosco“.

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Il mondo di ‘Gerry’ sospeso tra realtà e finzione: un cortometraggio senza pietismi

“Un film debole resta un film debole, anche se è fatto con le migliori intenzioni”. Nel cinema sociale la buona intenzione ha spesso la meglio sulla qualità, e se poi la storia tocca la disabilità, il resto – regia, sceneggiatura, rigore artigianale – passa troppo spesso in secondo piano, come se il tema fosse un’esimente per i difetti tecnici. La Poti Pictures, nata ad Arezzo dentro la cooperativa “Il Cenacolo”, lavora esattamente al contrario. Il loro principio è netto: chi lavora con attori con disabilità non ha il diritto di abbassare l’asticella, ha il dovere di alzarla. Senza retorica, ma con un’idea precisa di mestiere. Scrivere un cortometraggio di venti minuti che coinvolga otto personaggi e affronti il tema senza scivolare nel pietismo non è un’eccezione, è la regola. Da questa tensione nasce Gerry, diretto da Salvatore Lizzio e Daniele Bonarini, con la partecipazione di Vittoria Bianchini, in concorso al Taormina Film Festival nella sezione “Sguardi di Sicilia”.

Presentato da Terry George (Premio Oscar per The Shore), il punto di partenza del lavoro è la vita di Angelo Giardili, studente della Poti Pictures Academy. Tuttavia Gerry non è Angelo: non lo imita, non lo traduce e non lo imprigiona in una biografia mascherata. “Crediamo – spiegano i registi – che tra realtà e finzione esista un confine molto sottile: attraversarlo con rispetto significa dare alla verità una nuova forma”. Angelo è un ragazzo con una passione “travolgente” per la stop-motion e i Lego da cui Lizzio e Bonarini hanno tratto un racconto che parla di perdita, lutto e assenza, senza mai alzare la voce e soprattutto senza ricorrere alla solita scorciatoia del “potere speciale” come risarcimento della vita. L’immaginazione qui non è una fuga infantile, ma il modo in cui il protagonista decide di stare dentro il proprio dolore, e lo fa provando a non crollare.

“Molte storie contemporanee – proseguono i registi – raccontano personaggi che diventano straordinari acquisendo poteri o capacità eccezionali. Gerry, invece, intraprende un viaggio che nasce da una ferita profonda e molto umana: la perdita della zia, una figura alla quale era profondamente legato. Per noi l’immaginazione non è uno strumento per sentirsi invincibili, ma uno spazio in cui elaborare la realtà e metabolizzare il dolore. Il mondo che Gerry costruisce non serve a cancellare il lutto o a fuggire dalla sofferenza, ma a trovare un modo per attraversarla. L’avventura diventa così una forma di elaborazione emotiva, un percorso che gli permette di convivere con l’assenza e di trasformarla in qualcosa che possa continuare a far parte della sua vita. Gerry non diventa più forte perché sconfigge un cattivo o acquisisce un superpotere: cresce perché accetta la propria fragilità e trova il coraggio di guardare in faccia la realtà. Quando abbiamo mostrato il film ad Angelo per la prima volta, ha compiuto il gesto che fa quando è emozionato o felice sfarfalla, cioè muove le braccia come se fossero un battito d’ali”.

Dietro l’opera c’è una macchina produttiva solida. Nove mesi di formazione alla Poti Pictures Academy, un percorso che non somiglia affatto a un laboratorio ricreativo o improvvisato. Un ruolo fondamentale è quello di Sara Borri, definita dagli autori “psicologa di set”: il suo intervento non comincia davanti alla macchina da presa, ma mesi prima, studiando i punti di forza e i blocchi di ogni partecipante. Il cinema, in questo contesto, non è una protezione paternalistica, ma un lavoro di messinscena millimetrica. “La rabbia non deve essere per forza un urlo. Può essere uno sguardo, una pausa, la postura di un corpo”, spiegano i registi.

Negli anni il progetto ha raccolto riconoscimenti che vanno oltre il perimetro della solidarietà: oltre 120 premi, selezioni ai Nastri d’Argento, passaggi nei circuiti BAFTA e percorsi accademici all’Università del Texas. La presenza di Terry George a Taormina, poi, non ha il tono della passerella, ma quello di un riconoscimento al valore artistico dell’opera. La sua reazione è sintetica: “Gerry is beautiful… it conveys a profound message… congratulations”. Gerry non è un’opera costruita per dimostrare una tesi o rassicurare lo spettatore. Evita il pietismo e non usa la fragilità come dispositivo narrativo o scorciatoia emotiva e nella sua misura controllata lascia affiorare momenti di grazia e una commozione mai dichiarata, affidata alle immagini più che alle intenzioni.

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