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La Svezia stringe le maglie sui migranti: stop ai permessi di soggiorno permanenti

Dopo anni di politiche lasche e di immigrazionismo, la Svezia ha deciso di attuare un poderoso giro di vite contro l’immigrazione, sia regolare che irregolare. Il Paese scandinavo, infatti, ha annunciato che da quest’anno non verranno più emessi permessi di soggiorno a tempo indeterminato e permanenti per le persone bisognose di protezione e per le persone che risiedono in Svezia da lungo tempo, nonché per i loro familiari. Una decisione che arriva al termine di un processo di studi che ha dimostrato come le porte spalancate a tutti abbiano causato nel tempo più danni che benefici al Paese. Il parlamento ha votato positivamente la proposta del governo e l’attuazione è prevista per il prossimo 12 luglio.

La proposta, si legge nel comunicato diramato dal parlamento, “è uno degli elementi degli sforzi per adeguare il quadro normativo svedese sul rilascio della protezione internazionale e sulle procedure di asilo alle garanzie minime stabilite dal diritto dell’Ue. Lo scopo di questo adeguamento è creare condizioni migliori per l’integrazione e ridurre l’esclusione sociale, diminuendo l’immigrazione legata all’asilo”. Hans Eklind, parlamentare dei Cristiani Democratici (centrodestra), nel corso del suo intervento ha ricordato che la Svezia negli ultimi anni ha “l’immigrazione per richiesta d'asilo più bassa dal 1985, il che fa sì che creiamo condizioni molto migliori per ottenere un'integrazione di coloro che sono già venuti qui”.

Oscar Sjöstedt dei Democratici Svedesi (destra) nel suo intervento ha dichiarato che in Svezia “la disoccupazione continua a scendere. È scesa ogni mese da luglio dello scorso anno, per dieci mesi consecutivi. Al tempo stesso, più della metà degli iscritti all'Agenzia per l'Impiego sono nati all'estero, il che fa sì che la disoccupazione si attesti ancora su un livello relativamente alto del 6,5 percento”. Questo, ha aggiunto, “dipende in massima parte dalla politica migratoria irresponsabile portata avanti in passato. Se manteniamo una linea ferma sulla migrazione, saremo in grado di risolvere anche l'integrazione”. L’attuale governo svedese, nonostante i tentativi di ostacolare le novità da parte della sinistra, pare che i risultati in Svezia siano arrivati. La stretta sulle richieste d’asilo permane all’interno del recinto delle indicazioni Ue ma si fa più restrittiva e costringe i richiedenti asilo a sottoporsi a controlli periodici per verificare che sussistano le condizioni che hanno permesso loro di ottenere il permesso temporaneo.

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lI ministro della Difesa britannico lascia e attacca Starmer: “Non protegge la nazione”

Il governo britannico perde pezzi. Nelle ultime ore le dimissioni rassegnate dal ministro della Difesa John Healey, in polemica con il premier britannico Keir Starmer, aprono un nuovo fronte di crisi per Downing Street, già alle prese con le ricadute derivanti dalla sconfitta alle elezioni amministrative del 7 maggio e con le recenti proteste anti-immigrazione in Irlanda del Nord. “Non sei stato in grado, e il Tesoro non ha voluto, di impegnare le risorse di cui la nazione ha bisogno per difendere il Paese in questo momento di crescenti minacce”. Questo il pesante atto d’accusa, contenuto nella lettera in cui John Haley ha annunciato il passo indietro, rivolto al premier laburista. “Abbiamo bisogno di un nuovo modo di governare e ne abbiamo bisogno subito”, ha scritto il ministro dimissionario chiarendo quale sia la posta in gioco.

Anche il ministro delle Forze armate Al Carns e i due assistenti parlamentari di Healey hanno rassegnato le dimissioni. “Healey silura Starmer”, titola oggi, di conseguenza, il Daily Telegraph (quotidiano conservatore) mentre anche il Guardian, punto di riferimento per la sinistra d’Oltremanica, riconosce che le dimissioni choc del ministro della Difesa spingono il premier sull’orlo del precipizio. Lo psicodramma consumatosi giovedì a Londra mina la credibilità di Starmer e rischia di distruggere la sua residua autorità politica, sottolinea sempre il Guardian.

Il punto di rottura ruoterebbe attorno al dibattito sulla quota del Pil da destinare alle spese per il settore della difesa. Nel suo j’accuse, Healey non ha lasciato spazio ad interpretazioni. “Avete concordato di spendere il 3,5% del Pil entro il 2035, fino alla prossima revisione della spesa”, ha scritto l’ex responsabile della Difesa sostenendo però che la percentuale debba salire al 3% entro il 2030 e ciò richiede dei piani precisi e non un semplice impegno futuro post-elettorale. Nella sua lettera, l’ex ministro ha rivelato che il governo intende aumentare le spese di appena lo 0,08% del Pil tra il prossimo anno e il 2030, passando dal 2,6% al 2,68%.

Haley si sarebbe convinto a gettare la spugna, una reazione che avrebbe comunque colto di sorpresa Downing Street, dopo aver visionato, lunedì, la versione finale del Piano per gli investimenti per la difesa, non ancora pubblicato, che, a detta del ministro dimissionario, non prevederebbe un adeguato stanziamento di fondi per le forze armate.

Poco dopo l’inizio della nuova crisi a Londra, Starmer ha nominato il nuovo ministro della Difesa, Dan Jarvis, dichiarando che il suo primo dovere è “garantire la sicurezza del popolo britannico”. “Farò sempre tutto il necessario per proteggere la nostra sicurezza nazionale”, ha aggiunto il premier britannico che ha rivendicato come il suo governo stia “realizzando il maggior aumento continuativo della spesa per la difesa dalla Guerra Fredda”.

È ancora il Guardian a riassumere la situazione di crisi in cui sembra precipitato il governo di Sua Maestà. Molti parlamentari laburisti, inclusi vari ministri del governo, ritengono che il tempo a disposizione di Starmer sia agli sgoccioli mentre, oltre a vari appuntamenti internazionali (tra cui, a luglio, il vertice Nato in Turchia), incombe una sfida tutta interna al partito. Andy Burnham, attuale sindaco di Manchester, viene sempre più considerato il grande favorito alla successione a Downing Street. Il “re del nord”, come è ormai noto Burnham, dovrà però, in base alle regole di Londra, farsi prima eleggere in Parlamento. Cosa che potrebbe avvenire già la prossima settimana, in caso di vittoria del sindaco alle elezioni suppletive di Makerfield.

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Accordo Usa-Iran, ecco perché Ginevra potrebbe essere la città della pace

Le guerre finiscono raramente sul campo di battaglia. Più spesso si concludono nei saloni ovattati di un albergo, nelle stanze di una missione diplomatica o attorno a tavoli dove i nemici continuano a diffidare l'uno dell'altro ma comprendono di non avere alternative. Se davvero Stati Uniti e Iran dovessero arrivare alla firma di un'intesa nei prossimi giorni, il fatto che ciò avvenga a Ginevra sarebbe tutt'altro che un dettaglio logistico. Sarebbe invece il simbolo di una precisa scelta politica e diplomatica.

Dopo mesi di escalation, tra il confronto sul programma nucleare iraniano, gli attacchi reciproci, le tensioni nello Stretto di Hormuz e il rischio concreto di un allargamento regionale del conflitto, Washington e Teheran sembrano infatti essere giunte a un punto di equilibrio precario: abbastanza vicine da discutere un accordo, ma ancora troppo lontane per parlare apertamente di pace. Reuters riferisce che le due parti avrebbero raggiunto un'intesa politica di massima su alcuni punti, mentre restano aperte le questioni più sensibili, a partire dalle modalità di sblocco dei fondi iraniani congelati e dalle garanzie sul nucleare. Teheran, dal canto suo, continua a ribadire che non è stata presa alcuna decisione definitiva e che le proprie "linee rosse" non saranno superate.

La neutralità svizzera come garanzia reciproca

Ginevra rappresenta da decenni uno dei pochi luoghi in cui nemici irriducibili possono sedersi allo stesso tavolo senza che ciò venga percepito come una sconfitta diplomatica. La Svizzera, infatti, svolge il ruolo di potenza protettrice degli interessi statunitensi in Iran dal 1980, anno successivo alla crisi degli ostaggi e alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran.

In questi quarant'anni il cosiddetto "canale svizzero" ha consentito il mantenimento di comunicazioni minime ma costanti tra due Paesi che ufficialmente non hanno rapporti diplomatici. Dalle questioni consolari agli scambi di messaggi riservati durante le crisi regionali, Berna ha rappresentato il filo sottile che ha impedito l'interruzione totale del dialogo.

Scegliere Ginevra significa quindi offrire a entrambe le parti una cornice rassicurante. Per l'Iran, negoziare in territorio neutrale evita l'impressione di cedere alle pressioni americane. Per gli Stati Uniti, la Svizzera costituisce un interlocutore affidabile e consolidato. In un momento in cui la fiducia reciproca è praticamente inesistente, anche il luogo del negoziato diventa parte integrante della trattativa.

Dall'accordo del 2015 ai nuovi negoziati: il ritorno della diplomazia ginevrina

Non sarebbe la prima volta che il destino del dossier iraniano passa dalle rive del Lago Lemano. Ginevra è stata più volte teatro di colloqui cruciali sul nucleare, diventando uno dei centri nevralgici della diplomazia internazionale insieme a Vienna e Muscat.

Anche nel 2026 la città svizzera è tornata al centro delle trattative. I colloqui indiretti mediati dall'Oman abbiano registrato progressi proprio durante i round ginevrini, con il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi che ha parlato di una spinta positiva verso la finalizzazione di un accordo. Pur senza annunciare una svolta definitiva, i mediatori hanno sottolineato l'esistenza di "principi guida" condivisi dalle delegazioni.

Il ruolo dell'Oman resta decisivo. Muscat gode infatti della fiducia di entrambe le capitali ed è stata spesso la sede dei contatti preliminari. Tuttavia, trasferire l'eventuale firma a Ginevra consentirebbe di internazionalizzare il risultato e conferirgli una maggiore legittimazione politica, coinvolgendo indirettamente anche gli attori europei.

La scelta della città svizzera avrebbe inoltre un valore simbolico ulteriore: dimostrare che, nonostante anni di "massima pressione", sanzioni e minacce militari, la diplomazia multilaterale conserva ancora uno spazio d'azione.

L'intesa possibile tra interessi divergenti

Le motivazioni che spingono Stati Uniti e Iran verso un compromesso sono diverse ma convergenti. Washington ha bisogno di contenere una crisi che rischia di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente e di provocare nuovi shock energetici globali.

Per Teheran, invece, la necessità più urgente è quella di ottenere un alleggerimento della pressione finanziaria. Secondo Reuters, i negoziati starebbero affrontando nel dettaglio proprio il tema dei miliardi di dollari di proventi petroliferi iraniani congelati all'estero. L'Iran chiederebbe un accesso immediato a una parte consistente di queste risorse, mentre gli Stati Uniti punterebbero a uno sblocco graduale e vincolato a specifiche destinazioni, soprattutto di carattere umanitario.

Resta poi il nodo del programma nucleare. Washington continua a chiedere garanzie che impediscano a Teheran di sviluppare un'arma atomica; l'Iran rivendica invece il diritto all'arricchimento dell'uranio per fini civili e rifiuta imposizioni che possano apparire come una rinuncia alla propria sovranità tecnologica.

Per questo motivo l'eventuale firma di Ginevra difficilmente rappresenterebbe il punto finale della crisi. Più realisticamente costituirebbe una tregua diplomatica, un memorandum destinato a congelare le tensioni e ad aprire una fase negoziale più ampia. Ed è proprio questa natura intermedia a rendere Ginevra il luogo ideale. La città delle convenzioni internazionali, della Croce Rossa e delle grandi conferenze multilaterali offre la scenografia perfetta per un'intesa che nessuno vuole definire una resa e che tutti preferiscono presentare come un passo pragmatico per evitare il peggio.

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