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Quale ruolo cerca l’Italia nell’Oms. Parla l’amb. Vignali

Lo scorso mese, a margine della 79ª Assemblea mondiale della Sanità a Ginevra, l’Italia ha annunciato la propria candidatura all’Executive Board dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il mandato 2027-2030. Una scelta che si inserisce in una fase di profonda trasformazione della governance sanitaria internazionale, segnata da nuove sfide globali, crescenti tensioni geopolitiche e interrogativi sul futuro del multilateralismo. Ne abbiamo parlato con l’ambasciatore Luigi Maria Vignali, rappresentante permanente d’Italia presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, per approfondire il significato della candidatura italiana, il ruolo che il nostro Paese intende svolgere all’interno dell’Oms e le principali priorità che oggi attraversano la salute globale.

Qual è il significato politico e strategico di questa candidatura nel contesto internazionale attuale?

L’Italia è da sempre molto attiva nell’Organizzazione mondiale della sanità: abbiamo già fatto parte del Consiglio esecutivo per sei volte, mentre nostri esperti collaborano regolarmente con l’Oms a livello globale e regionale. Soprattutto, tanti centri italiani mettono costantemente a disposizione dell’Organizzazione competenze, attività di ricerca, formazione, servizi di laboratorio e consulenza tecnica. Siamo insomma un attore di primo piano che agisce per la sicurezza sanitaria globale e che promuove la mobilitazione di risorse finanziarie a sostegno di importanti partenariati e meccanismi multilaterali, tra cui l’Alleanza per i vaccini – Gavi, il Fondo globale per la lotta contro Aifs tubercolosi e malaria, o ancora il Fondo per le Pandemie.

Nel suo intervento ha richiamato la necessità di “colmare lacune, evitare duplicazioni e rafforzare il coordinamento”. Dove individua oggi le principali criticità della governance sanitaria globale e quale ruolo può svolgere l’Oms in questa fase?

Mi riferivo in particolare al processo di riforma della cosiddetta “architettura” della salute globale: la posizione italiana sostiene un processo decisionale più efficiente e vincolato a precise scadenze temporali, anche con l’obiettivo di migliorare la responsabilità dell’Organizzazione – quella che inglese chiamiamo “accountability” – e ridurre il rischio di frammentazione nella programmazione sul terreno. Anche il raccordo con altri enti e donatori deve produrre un salto di qualità, in modo da ottenere risultati chiari e dimostrare il valore aggiunto del sistema sanitario multilaterale.

Negli ultimi anni la salute è diventata sempre più intrecciata con temi di sicurezza, resilienza industriale, approvvigionamenti strategici e competizione geopolitica. Quanto sta cambiando il peso della salute nelle relazioni internazionali e quale ruolo possono svolgere le organizzazioni multilaterali in un’epoca in cui il loro ruolo è talvolta messo in discussione?

Effettivamente la salute si declina ormai anche quale interesse strategico, del resto la pandemia del Covid ha reso evidente come la capacità di prevenire e gestire le crisi sanitarie incida su sicurezza nazionale, tenuta delle economie, continuità delle catene di approvvigionamento e persino sulla stabilità politica.

Oggi vaccini, farmaci essenziali, tecnologie biomediche, dati sanitari e capacità produttive sono diventati asset strategici – come dimostrano i dibattiti sulla sovranità sanitaria, sul cosiddetto “reshoring” delle produzioni critiche e sulla diversificazione delle filiere. La salute è quindi elemento di resilienza nazionale e, al tempo stesso, strumento di influenza internazionale. Ma nessun Paese può affrontare da solo grandi epidemie e resistenza antimicrobica, oppure le conseguenze sanitarie del cambiamento climatico e la sicurezza degli approvvigionamenti.

Occorre quindi mantenere una salda dimensione multilaterale, volta a conciliare le legittime esigenze di autonomia strategica con una solida collaborazione internazionale, perché le grandi minacce sanitarie continuano a essere, inevitabilmente, sfide condivise.

Guardando ai prossimi anni, quali saranno secondo lei le grandi priorità della salute globale sulle quali la comunità internazionale dovrà concentrare maggiormente i propri sforzi?

A livello globale come Italia ci concentriamo attualmente su tre temi principali: l’approccio cosiddetto One health, con focus sulla resistenza antimicrobica; la promozione dell’invecchiamento in salute per intero arco di vita, con enfasi su prevenzione, integrazione sociale e sanitaria nella continuità delle cure; il potenziamento della salute mentale, con particolare attenzione a bambini e adolescenti.

E quale contributo specifico può offrire l’Italia all’interno dell’Executive board dell’Oms? Ci sono priorità o approcci che il nostro Paese intende portare all’attenzione?

Crediamo che l’Italia possa sostenere l’Oms nella capacità di fornire agli Stati membri opzioni politiche sempre più coerenti con il suo mandato, da tradurre in schemi operativi nazionali in base a rispettive esigenze, priorità, capacità e contesti.

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Intesa-Mps, vi spiego la mossa che può cambiare il risiko. Parla Messori

I mercati sono in ebollizione e d’altronde non potrebbe essere altrimenti vista la posta in gioco. Da quando, domenica scorsa, Intesa Sanpaolo e Banco Bpm si sono messe in marcia sul Monte dei Paschi, la grande finanza italiana ha cominciato a entrare in una nuova era. Fatta di incastri e nuovi pesi. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. E ne è convinto anche il mercato, come dimostra l’euforia di Piazza Affari di questi giorni, proprio grazie allo sprint dei titoli delle banche coinvolte (Intesa, Bper, Banco e Unicredit) in quel risiko che potrebbe portare alla nascita di uno dei più grandi poli bancari d’Europa, dietro solo a Bnp Paribas e a Santander.

Il gioiello della corona, comunque, rimangono le Generali, con il loro forziere da 800 miliardi di risparmio oltre all’enorme stock di titoli di Stato. Chi prende Mps, prende Mediobanca e dunque il 13% del Leone. Non può stupire, dunque, che a Palazzo Chigi si segua il dossier con grande attenzione, specialmente sul versante Intesa, la cui operazione congegnata dal ceo Carlo Messina ha un sapore decisamente più italiano rispetto a quella di Bpm, il cui socio principale è la francese Crèdit Agricole. Un punto, questo, su cui però Marcello Messori, economista, saggista, docente allo European university institute e grande esperto di cose bancarie, si sente di fare alcuni chiarimenti.

Il doppio passo verso Mps da parte di Intesa e Banco Bpm ha improvvisamente riacceso il risiko bancario italiano, ripartito ufficialmente qualche mese fa con la scalata del Monte dei Paschi a Mediobanca. Come legge questa nuova stagione di consolidamento bancario? E vede più opportunità o rischi per il sistema del credito?

Uno dei fattori necessari per ridurre i ritardi innovativi dell’economia europea e per salvaguardarne il modello sociale è la costruzione di un mercato finanziario che non sia frammentato in tanti segmenti nazionali o locali e che metta a disposizione efficaci strumenti di allocazione della ricchezza per il sostegno di investimenti innovativi. La costruzione di questo mercato finanziario europeo non può prescindere da un’evoluzione delle banche che, ancora oggi, hanno un ruolo determinante pur non essendo gli intermediari più idonei a finanziare attività innovative. Il consolidamento bancario europeo è, quindi, un passo ineludibile anche se non sufficiente per il futuro della Ue. Le divergenti iniziative, lanciate da Intesa e da Bpm rispetto a Mps, sono ancora racchiuse in un orizzonte nazionale ma potrebbero facilitare o attivare aggregazioni transfrontaliere. In particolare, se avesse successo, l’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas, ndr) lanciata da Intesa potrebbe sfociare nella creazione di uno dei più importanti gruppi bancari europei. Per giunta, un gruppo bancario italiano, Unicredit, è già impegnato in un’operazione transfrontaliera di consolidamento (acquisizione di Commerzbank, ndr). La mia risposta è, quindi, che vedo più opportunità che rischi in efficaci processi di consolidamento.

C’è chi ha fatto notare come l’operazione messa a terra da Intesa e Bper sia decisamente più made in Italy rispetto a quella di Bpm, rea di essere partecipata in forze da un azionista francese, il Crédit Agricole. Di qui la sensazione che il blocco Intesa-Bper possa proteggere in qualche modo le Generali e il loro patrimonio di debito pubblico e risparmio, meglio di altri. A lei come suona questa lettura?

Non apprezzo tale lettura che, se trovasse un qualche riscontro nella realtà, sarebbe in contrasto con quanto ho appena affermato circa il necessario consolidamento del settore bancario europeo. Resta il dato oggettivo che l’Opas di Intesa, corredata dall’accordo con Unipol di cedere a Bper, banca controllata, di fatto, proprio da Unipol, più della metà degli sportelli di Mps eventualmente acquisiti così da aggirare vincoli antitrust, è un’operazione più strutturata del progetto di fusione abbozzato da Bpm.

Che cosa intende per operazione meglio strutturata?

L’iniziativa di Intesa risponde a obiettivi di rafforzamento non tanto delle attività bancarie più tradizionali, quanto dell’offerta di servizi finanziari ad alto valore aggiunto e utili per la mobilizzazione della ricchezza finanziaria verso attività produttive. In questo senso, la chiave è l’acquisizione di Mediobanca. Per giunta, anche le sinergie fra Intesa e Generali sono, potenzialmente, maggiori di quelle che deriverebbero dalla creazione di un terzo polo fra Mps e Bpm. Sottolineo, però, che la partita su Generali potrebbe essere solo agli inizi. Non dimentichiamoci, infatti, che i principali azionisti attuali di Generali sono, oltre a Mediobanca, il gruppo Defin (la holding) della famiglia Del Vecchio, Unicredit e il gruppo Caltagirone. E non è ancora chiaro quali siano le strategie di ciascuno di tali azionisti rispetto all’evoluzione del grande gruppo assicurativo.

Da tempo immemore Mario Draghi va predicando in Europa che le aggregazioni bancarie sono ormai una necessità e non più un’opzione: senza grandi campioni del credito si rischia di essere vulnerabili a livello sistemico. Alla luce di tutto questo, come vede il futuro delle banche di medie o piccole dimensioni?

L’inevitabile creazione di gruppi bancari transnazionali, in grado di competere in mercati finanziari europei, è compatibile sia con un aumento della concorrenza sia con la presenza di piccolo-medie banche e di altri intermediari. Riguardo al primo aspetto, va sottolineato che, specie nei comparti bancario e finanziario, la struttura di mercato non dipende dalla numerosità degli attori. È più concorrenziale un mercato unificato con poche banche offerenti, che non abbiano incentivi a colludere tra loro, rispetto a un mercato frammentato con moltissimi offerenti, ognuno dei quali opera in nicchie protette. L’effetto dell’auspicabile consolidamento bancario europeo sarà, perciò, di espellere dal mercato le piccole banche locali inefficienti, che prosperano lucrando posizioni di rendita, ma di lasciare ampio spazio ad altre due tipologie di piccole e medie banche. In primo luogo, vi è spazio per piccole e medie banche specializzate nell’offerta di servizi finanziari con basse economie di scala; in secondo luogo, vi è spazio per quelle capaci di offrire finanziamenti e servizi ‘tagliati’ sulle esigenze delle svariate piccole e piccolo-medie imprese efficienti che caratterizzano il settore manifatturiero europeo.

Nelle sue ultime Considerazioni finali, il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha rilanciato la necessità di un debito comune a livello europeo. Non è la prima volta che si inneggia a strumenti finanziari che diano finalmente corpo a un mercato unico ancora zoppo. Eppure, la strada sembra sempre essere in salita, nonostante ci sia una certa consapevolezza a livello europeo che senza debito comune sarà sempre più difficile finanziare gli investimenti di cui il continente necessità. Come lo spiega?

Da tempo miro a provare che la costruzione di una capacità fiscale centrale (Cfc) permanente, in grado di finanziare un insieme di beni pubblici europei (Bpe) e di sostenere investimenti innovativi privati nel quadro di una politica industriale europea in sintonia con il funzionamento dei mercati, porterebbe a benefici netti per tutti gli stati membri della Ue. Vorrei insistere sul concetto economico di beneficio netto. Pur scontando che i diversi paesi della Ue hanno obiettivi e caratteri diversi e hanno un diverso peso decisionale, si è mostrato (in un articolo scritto con Marco Buti) che vi sono combinazioni fra i vari tipi di Bpe sulla base delle quali i ricavi netti sono maggiori dei costi per ognuno dei paesi considerati. Eppure, come lei ha sottolineato nella sua domanda, la strada verso la costruzione di una Cfc e la produzione di Bpe è sempre più in salita.

Perché?

La creazione di una Cfc deve poggiare su drastici ampliamenti del bilancio europeo o del debito comune e sull’abbandono delle protezioni nazionali nei mercati finanziari. Queste scelte sono difficili da assumere per ragioni che esulano dal calcolo economico e investono le ideologie politiche. Per costruire una Cfc, definire una politica industriale europea e produrre gli appropriati Bpe, risulta inevitabile cedere sovranità nazionale a favore di una sovranità europea. Un numero elevato di governi nazionali ritiene che il costo politico di tale trasferimento di sovranità sia eccessivo specie in orizzonti di breve termine dominati dalla conservazione del potere. Ciò non implica che si debba accantonare la speranza di costruire spazi per un maggiore debito europeo. I sondaggi indicano che, di fronte al moltiplicarsi delle minacce internazionali, i cittadini europei vogliono più Europa perché colgono l’inadeguatezza dei governi nazionali. Questi stessi cittadini non percepiscono, però, che la protezione universale europea è incompatibile con l’arroccamento su quelle piccole protezioni particolari offerte da chi difende la sovranità nazionale.

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