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Progetto Itaca Roma, il volontariato per la salute mentale: “Così facciamo prevenzione nelle scuole, parlando di ansia e dei fattori di rischio”

Non di solo pane. Fare i volontari, oggi, può significare anche occuparsi della salute mentale delle persone e lavorare perché lo stigma intorno alla malattia mentale si riduca, attraverso progetti che mettono insieme le persone, malati, famiglie, e persino aziende. È la visione dell’associazione Volontari per la salute mentale, Progetto Itaca Roma. Andrea Garzia, 59 anni, è un ingegnere elettronico ed uno dei volontari. “In realtà sono sempre stato attratto dal volontariato”, racconta, “sono passato infatti per Sant’Egidio, dove ho lavorato con i senza dimora per molto tempo. E forse proprio lì ho cominciato a notare il tema della salute mentale. Da lì sono transitato per Telefono Amico, fino a che ho incontrato, appunto, Itaca Roma e sono rimasto colpito dai loro progetti. Ho fatto un corso di dieci incontri e sono diventato volontario”. L’associazione Progetto Itaca nasce oltre 20 anni fa a Milano, poi nel tempo si è diffusa ed oggi è presente in 18 città. A Roma i progetti sono moltissimi. Andrea li racconta uno dopo l’altro, partendo da quello di cui si occupa di più. “È il progetto ‘Prevenzione nelle scuole’, che ha l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi delle scuole superiori sui temi della salute mentale, spiegando ad esempio la differenza tra una normale emozione e un potenziale disturbo. Come facciamo? Organizziamo degli incontri in cui andiamo nelle scuole con uno psichiatra, che è una figura molto meno conosciuta rispetto allo psicologo, meglio se giovane, che possa entrare subito in contatto con i ragazzi. E si parla di tutto, dall’ansia, ai disturbi ossessivo-compulsivi, al disturbi dell’umore o dell’alimentazione. Si discute di fattori di rischio e dell’importanza di parlare e non isolarsi. Cerchiamo di rendere la presentazione coinvolgente, se possono usare il cellulare utilizziamo anche un’applicazione che consenta di interagire in modo anonimo”.

Un altro progetto importante è la “Club House Itaca”, importata dal mondo anglosassone. Si tratta della possibilità di offrire uno spazio diurno residenziale, dove gli utenti, persone che hanno qualche problema nell’ambito della salute mentale, possono andare in sede a passare la giornata, coordinati e supportati dai volontari che cercano di organizzare la giornata in attività. “Si tratta di un’attività preziosa”, spiega Andrea, “Qui ci sono corsi per imparare a usare il computer, di giardinaggio, cucina, aperti a tutti, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale”. Abbinato alla Club House, di cui è un prolungamento, c’è il progetto che si chiama Job Station, che mette in contatto gli utenti che vengono alla Club House, quelli interessati ad un inserimento nel mondo del lavoro, con le aziende che offrono lavoro. “Per le persone fragili l’idea di iniziare un lavoro ‘di botto’ può essere difficile, allora cerchiamo di rendere questo passaggio soft affiancando al ragazzo o ragazza all’utente un tutor concordato con l’azienda, a cui chiediamo magari la possibilità di fare una prima fase di lavoro in smart working dalla nostra sede: in questo modo la percentuale di successo nel mantenimento del lavoro cresce sensibilmente”, continua Andrea.

Ma i progetti non finiscono qui: ci sono i gruppi di mutuo aiuto (GAMA): persone con problematiche simili si incontrano una volta a settimana in un posto sicuro e riservato, all’interno della sede, con l’aiuto di un facilitatore che sa gestire i gruppi. “È stato dimostrato”, continua il volontario, “che incontrarsi periodicamente e condividere le proprie esperienze ha un valore terapeutico, è molto efficace e a costo quasi zero, che può ad esempio integrare un percorso psicoterapeutico individuale o farne in parte le veci quando questo non è possibile (ad esempio per problemi economici)”. Ma non basta. C’è una linea di ascolto, un numero a cui i volontari danno informazioni su quello che fa il progetto Itaca, ma anche sui servizi pubblici a cui rivolgersi, dal centro di salute mentale al consultorio. E infine, poiché quando una persona si ammala si ammala anche tutta la famiglia, ecco il progetto “Famiglia a Famiglia”. “Ci rivolgiamo al nucleo familiare attraverso gruppi famiglia, in cui c’è sempre un facilitatore, in questo caso esperto rispetto all’avere in casa un parente con problemi di salute mentale e che quindi può aiutare quei familiari che si trovano ad affrontare questo tema per la prima volta. Organizziamo i gruppi in modo da far incontrare i familiari, che si scambiano esperienze, e si sentono meno soli: non è una cosa che abbiamo inventato noi”, conclude Andrea, “quando le famiglie erano allargate le persone si aiutavano, ma oggi quello che un tempo era spontaneo non c’è più e bisogna ricostruirlo”. Itaca Roma fa soprattutto questo: mettere insieme persone e famiglie con fragilità, attivare una condivisione che, immediatamente, cura, sconfiggendo la solitudine. Solitudine che non può che aggravare disturbi, malesseri e patologie, quando non è direttamente la causa.

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“Live for All”, nasce l’associazione che si batte per eventi dal vivo inclusivi: “Ora una legge di iniziativa popolare”

Live for All, il primo progetto italiano per rendere gli spettacoli in tempo reale finalmente inclusivi e accessibili anche per le persone con disabilità, diventa una associazione. Il comitato promotore il 10 giugno a Milano ha lanciato la nuova sfida con una conferenza stampa in collaborazione con BASE Milano. Tra i presenti, alcuni promotori dell’iniziativa inclusiva come la consigliera regionale lombarda Italia viva Lisa Noja, oltre ad avvocati, architetti, professionisti della comunicazione, progettisti culturali e attivisti per i diritti delle persone con disabilità come Marina Cuollo, Giorgia Meneghesso, Simone Riflesso, Erica Ercole e Sonia Veres. “Diventiamo una realtà strutturata per incidere con maggiore forza nel dibattito pubblico e far capire quanto sia fondamentale e non più procrastinabile il diritto a veder garantiti l’accessibilità agli eventi dal vivo per le persone con disabilità”, dicono gli ideatori di Live for All. Il messaggio univoco è porre “fine a qualsiasi discriminazione a danno delle persone con disabilità che, come tutti gli altri, vogliono poter partecipare alla vita culturale nel momento dello svago senza impedimenti e ostacoli, tutti elementi che provocano ulteriore solitudine e segregazione”.

Contattata da ilfattoquotidiano.it Noja spiega che “in Parlamento c’è un progetto di legge insufficiente rispetto alle esigenze e ai bisogni delle persone con disabilità per quanto riguarda gli eventi dal vivo accessibili. Abbiamo proposto degli emendamenti in Commissione Cultura alla Camera ma sono stati bocciati”. “Di fronte a questo silenzio”, continua, “vogliamo depositare una proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre una normativa quadro sull’accessibilità degli eventi dal vivo e per dire che questo è un tema che interessa ai cittadini, il Parlamento deve occuparsene subito e chiederemo anche interventi a livello comunale e regionale per la promozione di criteri specifici di accessibilità nei bandi e negli investimenti pubblici destinati a eventi, spazi culturali e impianti sportivi”.

Il 3 luglio scorso il Comitato per i concerti accessibili e l’Associazione Al.Di.Qua.Artists (Alternative Disability Quality Artists) avevano presentato il “Manifesto per eventi dal vivo accessibili” in Senato contenente dieci proposte concrete per la partecipazione delle donne e degli uomini con disabilità agli eventi dal vivo. L’iniziativa era partita sulla base di diverse criticità che le persone con disabilità stesse avevano riscontrato in occasione di eventi non fruibili per tutti. Il Comitato formato oltre che da Noja, Tomirotti e Cuollo anche da Riccardo Di Lella e Serena Tummino, aveva anche lanciato una petizione su change.org che attualmente ha superato le 34mila firme.

“Oggi”, denuncia a ilfattoquotidiano.it Noja, “ci sono diversi bandi che stanziano complessivamente milioni di euro per la ristrutturazione degli impianti, dei palazzetti dello sport, delle strutture, ma purtroppo l’accessibilità non è sempre presentata come prerequisito vincolante per partecipare ai progetti dei bandi pubblici”. “Come nascente associazione vogliamo fare da advocacy e porci come interlocutori a livello nazionale con gli enti e i decisori politici. L’organizzazione che andremo a costituire”, continua, “sarà aperta al contributo di tutti coloro che vorranno proseguire con noi, con ancora più forza, la battaglia contro le barriere fisiche, sensoriali, cognitive e culturali che limitano l’esperienza dei live, sia per il pubblico in platea che per i professionisti e gli artisti con disabilità sul palco”. Chiedono la possibilità di “effettuare prenotazioni uguali a tutti gli altri, con un click” senza farraginosi meccanismi di selezione, “numeri significativi di posti dedicati alle persone con disabilità” come ad esempio a donne e uomini che per spostarsi utilizzano una carrozzina, “posti adeguati per una corretta fruibilità e una giusta visibilità”, nel rispetto delle esigenze di sicurezza con personale adeguatamente formato, “basta segregazioni” con aree separate e discriminatorie e “nuovi parametri di progettazione” degli impianti e infrastrutture secondo i principi della progettazione universale. La creazione di un’associazione arriva “dalla necessità di dare al nostro movimento una forma più organizzata e incisiva” spiegano gli ideatori. Sottolineano, tra le varie cose, che seguendo i dettami della “Costituzione italiana e la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, abbiamo tutti la responsabilità di eliminare fattivamente le barriere che impediscono alle persone con disabilità la partecipazione effettiva alla vita culturale”. “Live for All”, concludono, “si batte per un sistema-spettacolo dal vivo che non lasci indietro nessuno e che possa essere realmente inclusivo per tutti. Continuiamo la nostra battaglia sui diritti e per le pari opportunità”.

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“Da Sala e Salvini politiche simili. A Milano alloggi vuoti mentre le famiglie aspettano una casa”: il 13 giugno la mobilitazione per il diritto all’abitare

“Dal sindaco di Milano Beppe Sala e dal ministro Matteo Salvini vediamo politiche simili. L’idea è sempre la stessa, far cassa sull’edilizia popolare abbandonando a sé stessi i soggetti con maggior disagio”. L’allarme arriva dai movimenti per la casa di Milano che questa mattina hanno presentato la giornata di mobilitazione che si svolgerà il 13 giugno nelle case popolari della città e si concluderà con un corteo da piazza Tricolore a piazza della Scala. “Questa giornata avviene in un momento di gravissima emergenza abitativa. Abbiamo più di 1500 sfratti convalidati nel 2025, 400 domande di emergenza abitativa accettate ma senza alloggi, 17mila famiglie in attesa di casa popolare e quasi 10mila alloggi sfitti” spiega Bruno Cattoli, dell’Unione Inquilini Milano che insieme ad altre 50 realtà del coordinamento 3 luglio ha organizzato la conferenza stampa di lancio del corteo in un luogo simbolo dell’emergenza abitativa. Un caseggiato popolare con un centinaio di alloggi sfitti in zona Prealpi. La proprietà è del Comune che lo ha inserito in un piano di vendita: “Ma per il momento è tutto fermo, viene lasciato nel degrado con la maggior parte degli alloggi sono sfitti – spiega Mattia Gatti, segretario del Sicet Milano – dunque case che potrebbero andare a chi bisogno rimangono vuote senza manutenzione e aumenta il degrado. Noi chiediamo che le case non siano vendute ma che sia dato in assegnazione a chi da anni sta aspettando una casa”.

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Povertà e assenza di reti alimentano i maltrattamenti infantili: Emilia-Romagna la Regione più attenta, criticità al Sud

Una delle principali cause che alimenta il maltrattamento infantile oggi è la povertà relazionale, cioè la più generale mancanza di adulti di riferimento, legami significativi, comunità e spazi sicuri, che espone bambini e bambine a isolamento, disagio e, appunto, possibili abusi. Ad aumentare i rischi, ci sono l’instabilità economica, la disoccupazione e persino l’inflazione, che mettendo a rischio la salute mentale degli adulti incidono sulla sicurezza dei minorenni. È quanto emerge dalla settima edizione dell’“Indice regionale sul maltrattamento e la cura dell’infanzia in Italia” della Fondazione Cesvi (organizzazione umanitaria laica e indipendente) e presentata oggi a Roma alla presenza, tra gli altri, della presidente e del direttore generale di Cesvi, Ilaria Dallatana e Stefano Piziali e della ministra Eugenia Roccella. L’Indice, che si basa su 65 indicatori, non misura il numero dei casi di maltrattamento, ma la capacità delle regioni di contrastarlo con politiche pubbliche e servizi territoriali. Cura, salute, sicurezza, conoscenza, lavoro e accesso ai servizi sono le sei capacità analizzate.

La crescita degli abusi emotivi

Il messaggio è netto: la povertà non è solo la mancanza di risorse materiali, ma anche la carenza o il deterioramento di relazioni significative e di adulti e comunità capaci di proteggere. Solitudine, assenza di ascolto, fragilità dei legami familiari, mancanza di amici e scarsa presenza di adulti che intercettino il disagio. “Il maltrattamento dell’infanzia non è un fenomeno confinato alle mura domestiche, ma una sfida collettiva che affonda le radici nelle condizioni relazionali e sociali in cui bambini e famiglie vivono”, afferma Stefano Piziali. Se la famiglia è il primo spazio di protezione emotiva, può essere però intaccata da criticità, come conflitti di coppia, tensioni economiche e carichi di lavoro. Fondamentali le relazioni tra pari, anch’esse però potenzialmente segnate da esperienze dolorose come bullismo, razzismo e omofobia.

Secondo l’OMS, gli abusi si distinguono in fisico, sessuale, emotivo e trascuratezza. L’abuso emotivo è la forma più frequente (36,3%), seguito da quello fisico (22,6%) e sessuale (12,7%). Quest’ultimo colpisce più le bambine (18% contro il, 7,6% dei maschi). I reati contro minorenni in Italia hanno raggiunto 7.204 casi nel 2024 (+35% nell’ultimo decennio). Nel 2023 i servizi sociali in Italia seguivano oltre 113.000 minorenni vittime di maltrattamento (+58% rispetto al 2018). “Ma la violenza sui minorenni”, spiegano dal Cesvi, “è ancora fortemente sottostimata, a causa della paura, della vergogna e anche della normalizzazione culturale delle pratiche violente”. Le conseguenze sono gravissime, sia nel breve che nel lungo periodo: oltre a lesioni e infezioni, anche ansia, depressione, aggressività, disturbi del sonno, disturbo post traumatico da stress, compromissioni di sviluppo cognitivo e relazioni sociali, autolesionismo, abbandono scolastico, tentativi di suicidio.

Nord-sud, le differenze che pesano

L’Indice regionale analizza fattori di rischi e servizi delle singole regioni, mettendo in evidenza grandi disparità territoriali. La regione con la migliore capacità complessiva di fronteggiare il tema del maltrattamento all’infanzia è l’Emilia-Romagna, seguita da Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Le regioni che presentano maggiori criticità sono, invece, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Le regioni che presentano una situazione negativa sono quelle in cui i fattori di rischio si combinano a servizi sotto la media. E non a caso i servizi a sostegno della genitorialità (pratici e psicologici), in ripresa dopo la pandemia, raggiungono in Italia 144.627 utenti, 495 ogni 100.000 abitanti: ma sono molto più diffusi al nord (741) rispetto al centro e al sud (322,1 e 271 sempre ogni 100.000 abitanti).

In generale, gli utenti dei servizi sociali professionali (bambini e adulti) registrano un aumento dopo la pandemia (da 725.440 del 2018 a 775.220 nel 2022 (+6,9%). L’assistenza domiciliare per famiglie e minorenni cresce ma resta inferiore al 2018: 32.281 utenti (-8,3%). Aumenta anche il numero di utenti dei servizi sociali per dipendenze (da 21.408 a 27.261) e il tasso di dimissioni ospedaliere per disturbi psichici tra minorenni (da 5,5 a 8,1 dimissioni nel 2023 ogni 10.000 abitanti). Scende il numero assoluto dei pediatri, da 7.499 a 6.962.

Rafforzare le ‘antenne sociali’

Sulla base dei dati, Cesvi invita, per contrastare povertà relazionale e maltrattamenti, a rafforzare gli spazi educativi e di aggregazione, sostenere le famiglie, valorizzare il ruolo della scuola e promuovere reti territoriali integrate tra servizi, terzo settore e comunità locali, mettendo il minorenne al centro di una vera ‘comunità di cura’. Anche il quartiere può essere decisivo: centri diurni, biblioteche, campetti sportivi possono diventare fattori protettivi. “Occorre rafforzare quelle che definiamo ‘antenne sociali’, cioè pediatri, insegnanti e operatori sociali che intercettino la vulnerabilità prima che si trasformi in maltrattamento e per questo serve anche più formazione degli operatori”, afferma sempre Piziali. Proprio in quest’ottica, Cesvi ha sviluppato un programma di “Case del Sorriso” in contesti territoriali fragili come i quartieri periferici di Napoli, Bari, Siracusa ma anche Milano, offrendo sostegno psicologico, supporto alla genitorialità, sport, proposte educative. Per rafforzare socialità, protezione e senso di appartenenza.

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Molestie sul lavoro, la lezione della Cassazione: se un fatto non si può provare, non è detto che sia falso

di Renato Albanese *

Una recente pronuncia della Corte di Cassazione, sentenza n. 4339/2026, richiama un principio di grande rilievo per la gestione delle segnalazioni di molestie nei luoghi di lavoro: la mancata prova di un fatto non equivale alla dimostrazione della sua falsità.

Il caso riguardava una lavoratrice che aveva denunciato molestie sessuali sul lavoro. Il procedimento nei confronti della persona accusata era stato archiviato e, nei successivi giudizi di merito, l’assenza di riscontri e alcune incongruenze nel racconto erano state considerate sufficienti per condannare la denunciante per calunnia. La Cassazione ha però annullato tale decisione, chiarendo che l’archiviazione di un procedimento o l’insufficienza delle prove non consentono automaticamente di affermare che l’accusa fosse falsa o che chi ha denunciato fosse consapevole della sua falsità.

La distinzione è fondamentale non solo sul piano penale, ma anche per le organizzazioni chiamate a gestire segnalazioni interne. Esistono infatti tre piani diversi: un fatto può non essere provato; può non essere accertato; oppure può essere dimostrato che sia stato inventato. Confondere questi livelli porta a errori di valutazione e a decisioni organizzative inappropriate.

Nei contesti lavorativi, le segnalazioni di molestie arrivano spesso in modo frammentario, tardivo o prive di testimoni diretti. Possono emergere in ambienti già caratterizzati da tensioni relazionali, conflitti o squilibri di potere. Tuttavia, nessuno di questi elementi costituisce, di per sé, la prova della falsità della denuncia.

Sono frequenti alcune scorciatoie interpretative: “non ci sono testimoni, quindi il fatto non è avvenuto”; “il racconto è cambiato, quindi è inventato”; “esisteva un conflitto, quindi si tratta di una vendetta”; “il procedimento è stato archiviato, quindi l’accusa era falsa”. Si tratta di conclusioni apparentemente rassicuranti perché semplificano la complessità, ma che non consentono di comprendere realmente quanto accaduto.

Una corretta gestione richiede invece un’attività di ricostruzione accurata. Occorre analizzare la sequenza degli eventi, verificare quando e come la segnalazione è stata formulata, distinguere tra contraddizioni sostanziali e semplici precisazioni successive, valutare la stabilità del nucleo centrale del racconto e considerare il contesto in cui i fatti si sono sviluppati.
Particolare attenzione va dedicata al contesto organizzativo. Un rapporto lavorativo conflittuale può certamente suggerire cautela, ma non rappresenta automaticamente la prova di una strumentalizzazione. Talvolta il conflitto è la conseguenza della condotta denunciata; altre volte costituisce semplicemente l’ambiente nel quale essa si è verificata. Per questo il contesto non deve essere utilizzato come etichetta interpretativa, ma come elemento da esaminare criticamente.

Analoga prudenza deve essere adottata nella valutazione dei riscontri. È necessario distinguere tra prove inesistenti, prove non ricercate, prove non più disponibili e prove che confermano solo aspetti periferici della vicenda. Anche l’assenza di testimoni va letta alla luce della natura della condotta denunciata, che spesso si realizza in situazioni appartate o caratterizzate da asimmetrie di potere.

La sentenza affronta inoltre un tema particolarmente delicato: il giudizio sul comportamento della persona che denuncia. Domande come “perché non ha parlato subito?”, “perché non ha reagito?”, “perché non si è dimessa?” o “perché nessuno se n’è accorto?” vengono spesso utilizzate per mettere in dubbio la credibilità della vittima. Tuttavia, tali interrogativi rischiano di fondarsi su un modello astratto di “vittima ideale” che non trova riscontro nella realtà.

Chi subisce molestie sul lavoro può essere frenato dalla paura di ritorsioni, dalla dipendenza economica, dal timore di non essere creduto, dalla vergogna o dalla necessità di preservare la propria posizione professionale. Per questo una reazione tardiva, incompleta o non conforme alle aspettative sociali non costituisce, di per sé, un indice di falsità. Per le organizzazioni, il messaggio è chiaro: non è richiesto scegliere immediatamente chi abbia ragione, né sostituirsi all’autorità giudiziaria. È invece necessario gestire il rischio organizzativo, raccogliere gli elementi disponibili, adottare misure proporzionate di tutela, monitorare l’evoluzione del contesto e garantire che la segnalazione venga presa in carico con serietà e imparzialità.

La vera sfida consiste nel distinguere tra fatto non provato e fatto falso, tra conflitto e strumentalità, tra contraddizione sostanziale e semplice precisazione. Una gestione efficace delle molestie sul lavoro non parte dalla conclusione, ma dalla ricostruzione dei fatti.

La lezione della Cassazione è quindi netta: “archiviato” non significa necessariamente “falso”; “non provato” non significa “inventato”. Nei casi di molestie sul lavoro, il rischio non è solo arrivare tardi. È anche arrivare troppo presto a una conclusione. Il rigore nella valutazione serve proprio a evitare che l’incertezza venga trasformata, troppo rapidamente, in una conclusione errata.

*Mi occupo di analisi e valutazione del rischio di violenza e molestie sul lavoro, gestione dei casi e prevenzione organizzativa, con un approccio di ingegneria preventiva

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Donare gli organi: il modello Singapore che l’Italia non vuole

di Laura Ruzzante

A Singapore hanno trovato una soluzione semplice a un problema che in Occidente riusciamo a complicare con la stessa efficienza con cui trasformiamo una buca in una commissione parlamentare. La regola è questa: sei automaticamente donatore di organi, salvo esplicita rinuncia. Nessuno ti obbliga, puoi dire di no. Però, se scegli di non mettere a disposizione i tuoi organi dopo la morte, perdi priorità qualora un giorno fossi tu ad aver bisogno di un trapianto. In sostanza: se non vuoi partecipare alla lotteria, non puoi pretendere di avere il biglietto vincente.

Una logica talmente elementare da apparire rivoluzionaria.

Da noi il dibattito assume subito toni metafisici. C’è chi teme complotti sanitari, chi immagina chirurghi in agguato dietro l’angolo con la chiave inglese e chi considera il proprio fegato una reliquia da preservare per l’eternità. Come se nell’aldilà esistesse un controllo bagagli e San Pietro potesse dirti: “Mi spiace, lei entra solo con entrambi i reni”. Eppure la questione è piuttosto semplice. Quando muori, i tuoi organi hanno tre possibili destini: essere cremati, essere sepolti o continuare a funzionare dentro qualcun altro. Le prime due opzioni soddisfano il senso estetico dei parenti. La terza salva delle vite.

In Italia, negli ultimi anni, si è scelto almeno di affrontare il tema al momento del rilascio della carta d’identità elettronica. L’impiegato ti guarda, ti porge il modulo e ti chiede se vuoi essere donatore. Quando capitò a me, la riflessione durò meno di una pausa pubblicitaria.

“Da morta non mi servono e non li mettono nei canopi come i faraoni.”

Fine del dibattito.

Naturalmente ognuno deve essere libero di scegliere. La libertà consiste proprio nel poter dire sì o no. Ma la libertà non significa pretendere che le conseguenze delle proprie scelte vengano cancellate. Il principio di Singapore è quasi brutale nella sua chiarezza: se vuoi ricevere, devi essere disposto a dare. Non è cattiveria, è reciprocità. È il contratto sociale ridotto all’osso, letteralmente.

Perché il vero paradosso non è donare i propri organi dopo la morte. Il vero paradosso è voler conservare il diritto di ricevere quelli degli altri mentre si tiene ben chiusa la propria cassaforte biologica. Insomma: il morto generoso salva vite. Il morto egoista occupa spazio al cimitero.

E francamente, tra le due eredità, la prima sembra decisamente più elegante.

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