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Tommy Robinson meets Elon Musk’s father in Moscow
Activist, whose real name is Stephen Yaxley-Lennon, shared video of his meeting with Errol Musk
Tommy Robinson has travelled to Russia, where he has met Elon Musk’s father, Errol, in a Moscow hotel.
Robinson – who has been issuing calls for his supporters to take to the streets across the UK over a bloody knife attack in Belfast – shared video of his meeting with Musk, whose son has been a vocal supporter of Robinson, on Monday.
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© Photograph: Finnbarr Webster/Getty Images

© Photograph: Finnbarr Webster/Getty Images

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“Vem Mundial, a Taça é Nossa”: foi criada por adeptos e já há quem a queira ouvir nos estádios
Unions rebuff Farage and say Reform ‘cosplaying’ as workers’ champions
TUC, GMB and Unison leaders reject invitation to affiliate to Reform amid rising support for party among their members
Major trade unions and the TUC have rebuffed Nigel Farage’s call for unions to affiliate to Reform UK, saying the party is “cosplaying” as workers’ champions and has opposed new employment rights.
Farage issued a call on Tuesday for unions to attend Reform’s conference and to affiliate to the party, and he suggested one union may be on the brink of doing so.
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© Photograph: Sean Smith/The Guardian

© Photograph: Sean Smith/The Guardian

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L'ultima scommessa degli ayatollah: i raid per spaccare l'asse Donald-Bibi
Lo scambio, nelle ultime 24 ore, di raid missilistici e incursioni aeree tra Iran e Israele ci regala tre verità. Assai amare. La prima è che gli Stati Uniti nonostante la pretesa di Donald Trump di «dettare legge» a Israele e al resto mondo non esercitano più il ruolo di potenza globale. La seconda è che il premier israeliano Benjamin Netanyahu continua ad usare la guerra come strumento di propaganda elettorale. Il terzo è che all'Iran è ormai concesso di utilizzare la leva del Libano per influenzare un eventuale accordo con gli Usa sul nucleare e su Hormuz. Ma non solo. All'Iran viene permesso anche l'uso dei missili per minare, per la prima volta in 78 anni, l'alleanza israeliano americana.
Ma partiamo da Israele. A una settimana dalla furibonda telefonata in cui Donald Trump definiva Netanyahu un «fottuto pazzo» la Casa Bianca non sembra capace di controllare le mosse dell'alleato con cui ha dichiarato guerra all'Iran. Secondo fonti statunitensi e israeliane citate dall'informatissima agenzia Axios domenica sera il presidente Usa avrebbe chiesto al premier israeliano di non reagire agli attacchi missilistici iraniani e di concedere più tempo alla diplomazia. Una richiesta ignorata da un premier israeliano andato avanti per la propria strada senza nemmeno avvertire la Washington. Del resto nelle ore precedenti Netanyahu aveva autorizzato alcuni raid aerei sui sobborghi meridionali di Beirut violando così il monito americano scaturito durante la cosiddetta «telefonata maledetta». Raid utilizzati dalla Repubblica Islamica per giustificare, come promesso in precedenza, la rappresaglia missilistica contro lo Stato Ebraico. Ma l'ormai ingestibile alleato israeliano non sembra destinato a tornare sotto controllo. Non almeno fino alle elezioni del prossimo autunno quando le mosse di Netanyahu sul fronte libanese ed iraniano ne determineranno la sopravvivenza politica.
In questo scenario il ritorno a casa degli israeliani fuggiti dalle regioni del nord bersagliate dai missili di Hezbollah è al primo punto del programma di Netanyahu. Mentre al secondo c'è l'impegno a continuare a colpire l'Iran, considerato dalla maggioranza degli israeliani il «padrino» del Partito di Dio e il «nemico esistenziale» dello Stato ebraico. In questa logica diventa, però, irrinunciabile impedire a Trump di chiudere un accordo con Teheran in cui il cessate il fuoco sul fronte libanese rappresenti la condizione per la riapertura di Hormuz. Anche perchè questo, oltre a garantire la sopravvivenza di Hezbollah, finirebbe con il trasformarlo in vero attore del negoziato. Ovviamente i primi a intuire la devastante portata delle crepe apertasi nel rapporto israeliano americano sono gli iraniani. E in primo luogo quei «pasdaran» trasformati dalla guerra negli indiscussi demiurghi delle scelte politiche e militari del paese. Consapevoli che un Israele privo del supporto americano non avrebbe mai la capacità di abbatterli non esitano - come avvenuto domenica sera - a rischiare un diluvio di bombe pur di trasformare Netanyahu e Trump in avversari.
Un risultato quasi raggiunto visto l'acrimonia con cui Trump spiega al Financial Times che Netanyahu «non avrà altra scelta se non accettare un accordo con l'Iran perché sono io a dettare legge su tutto. Netanyahu non detta legge». Affermazioni poco in sintonia con l'immagine di un'America e di un Presidente che - nonostante l'indiscussa potenza militare ed economica non riescono ad imporre la propria volontà né ad amici, né a nemici. Una nazione e un presidente costretti obtorto collo ad anteporre le ragioni di politica ed economia interna - in questo caso il prezzo della benzina, l'inflazione, le elezioni di Midterm e, non ultimi, i mondiali di calcio al via giovedì - alla gestione di quell'ordine globale vero simbolo, un tempo, della potenza americana.
Is Keir Starmer trying to build a legacy or just getting on with the job?
As the Makerfield byelection and a potential leadership challenge loom, there is a sense the PM is looking to create impacts that last
As the weeks ticked down to her departure from Downing Street in 2019, Theresa May had a plan. Not only did she want to put a net zero target into law, but she wanted the UK to be the first major economy to do so. And that meant beating the French.
“It required the machinery of government to move more quickly than the French parliament,” a No 10 official from the time recalls. And it worked: the UK target came into force in June 2019, six weeks before May handed over to Boris Johnson, and five months before the French. She had her legacy.
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© Photograph: Stefan Rousseau/AFP/Getty Images

© Photograph: Stefan Rousseau/AFP/Getty Images

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Badenoch to vow to scrap public sector equality duty in effort to fend off Reform
In speech on Tuesday, Tory leader will claim obligation to consider equality being used to advance ‘divisive agendas’
Kemi Badenoch will vow to scrap the duty on public bodies to consider how they can promote equality as she seeks to head off the challenge from Reform UK by presenting her party as responsible but also in tune with populist anger.
Badenoch, who was Conservative minister for equalities between 2020 and 2022, will commit to scrapping the public sector equality duty (PSED), a legal requirement obliging those bodies to think how they can improve society and promote equality in their day-to-day business.
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© Photograph: Paul Reid/PA

© Photograph: Paul Reid/PA

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