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“Difendiamo la libertà di stampa, il rischio è l’autocensura”: a Roma il presidio per Nunziati, licenziato dopo una domanda su Israele

“Ho deciso di fare causa alla mia ex azienda, l’Agenzia Nova, non soltanto per tutelare i miei diritti, ma anche per difendere la libertà di stampa e i diritti di tutti i cronisti. Il rischio è l’autocensura”. A rivendicarlo, nel corso di un presidio a Roma in occasione della prima udienza del processo, è il giornalista Gabriele Nunziati, licenziato l’autunno scorso, dopo che aveva chiesto alla portavoce della Commissione europea Paula Pinho se Israele dovesse pagare la ricostruzione della Striscia di Gaza.

Di fronte al Tribunale del Lavoro, è stato così organizzato un sit-in di solidarietà per Nunziati, al quale hanno partecipato Amnesty, Articolo21, Fnsi, Associazione Stampa Romana, UsigRai e la rete #NoBavaglio, secondo cui l’episodio non rappresenta un fatto isolato, ma il simbolo di una criticità più ampia che riguarda tutto il sistema dell’informazione nel nostro Paese. A partire dal precariato. “So bene quanti miei colleghi, specialmente i più giovani, vivano in condizioni difficili questa professione, quanto le paghe siano basse, non esistano più contratti, quanto il precariato ti renda anche schiavo, perché se vieni pagato 10 euro lorde per un pezzo non hai libertà. Questo inficia la qualità dell’informazione. Perché si è meno disposti a prendersi dei rischi, perché poi il pericolo è che ti succeda quanto accaduto a me. Non hai tutele, non hai garanzie e ti possono mandare via alla prima domanda”, ha sottolineato Nunziati nel corso del presidio.

E ancora: “Diversi colleghi mi hanno detto esplicitamente di sapere quanto la questione Israele e Palestina sia un terreno scivoloso e quindi di non voler fare domande, perché magari sanno che al proprio direttore non piacerebbero e con un affitto da pagare non vogliono problemi”. Presente al presidio anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: “Quella di Nunziati era una domanda che pone sotto critica i doppi standard della politica, in questo caso europea, quindi è più che legittima. Aver reagito a quella domanda con un licenziamento è un attacco alla libertà di stampa. Non esistono domande sbagliate”.

Per il presidente di Amnesty “il giornalismo italiano ha seguito in gran parte la narrazione della politica, indulgente e politicamente complice, verso Israele. La parola genocidio è rimasta per lungo tempo un tabù. L’Ue avrebbe dovuto, con i suoi Stati membri, prendere le difese della libertà di stampa, condannare in maniera molto netta gli assassini mirati di centinaia di giornalisti e giornaliste”.

E ancora: “C’è una politica del governo israeliano, che è responsabile da decenni di crimini di diritto internazionale. Il ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir rappresenta la politica del governo Netanyahu, i coloni sono un’arma del governo israeliano, lo Stato israeliano sostiene i coloni, quindi non si può prendere un pezzetto del problema e dire ‘abbiamo risolto’. L’accordo di associazione Unione Europea-Israele è proprio la cartina di tornasole, dato che l’articolo 2 dell’accordo contiene una clausola sui diritti umani. Quando lo vogliono far rispettare questa clausola?”, ha rivendicato Noury.

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La Stampa, inizia il corso targato Sae: il nuovo direttore è Antonio Di Rosa, tra i vice Alessandro De Angelis e Luciano Tancredi

Antonio Di Rosa direttore dal primo di luglio. Al suo fianco, come vice, Luciano Tancredi e Alessandro De Angelis. Prende così forma la nuova La Stampa del corso targato Sae (Sapere audere editori), il gruppo editoriale guidato da Alberto Leonardis, l’imprenditore abruzzese che a partire dal 2020, a capo di una cordata, ha rilevato da Gedi Il Tirreno, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara, a cui poi si sono aggiunti La Nuova Sardegna nel 2022 e La Provincia Pavese nel 2025.

Leonardis, un passato – tra le altre – in Telecom Italia, Microsoft, Oracle e Poste Italiane, azionista de Il Centro ed ex azionista dell’agenzia di stampa Dire, ha coordinato i lavori dell’assemblea dei soci, con la nomina del Consiglio di amministrazione, composto da 11 membri, il cui presidente è Paolo Ceretti e l’amministratore delegato è Massimo Briolini. Dopodiché, le nomine del giornale: Di Rosa prenderà il posto di Andrea Malaguti, mentre Tancredi lascia la direzione de La Nuova Sardegna, affiancato da De Angelis (fondatore ed ex vicedirettore di HuffPost Italia) e già firma del quotidiano torinese. Da quanto si apprende, resteranno in carica alcuni degli attuali vicedirettori: Federico Monga, Gianni Armand-Pilon, Giuseppe Bottero e Massimo Righi.

Di Rosa, classe 1951, ha una lunga esperienza giornalistica – e di direzione – alle spalle. Lavora al Giornale di Calabria, alla Gazzetta del Popolo (storico quotidiano di Torino, chiuso nel 1983) e alla Stampa. Poi diventa vicedirettore de il Corriere della Sera, nel 1996, quando a dirigere il giornale di via Solferino è Paolo Mieli. Successivamente guida il Secolo XIX, La Gazzetta dello sport, l’agenzia di Stampa LaPresse e infine La Nuova Sardegna. Di Rosa, per Leonardis, è un punto di riferimento, tanto da avergli affidato incarichi di rappresentanza e sviluppo editoriale all’interno del gruppo e, ora, il delicato ruolo di rilanciare la Stampa dopo la gestione della famiglia Elkann.

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“Repubblica” attacca il suo collaboratore Paolo Di Paolo con un corsivo anonimo per l’esclusione di Erri De Luca da Salerno Letteratura. “Da Robinson saltata una pagina sul festival”

Un boxino al centro della pagina, dal titolo Due diverse idee di tolleranza. Nessuna firma, un attacco frontale. Così la Repubblica, il giornale diretto da Mario Orfeo, in maniera del tutto irrituale ha screditato un proprio collaboratore, Paolo Di Paolo, condirettore di Salerno Letteratura. Al centro dell’invettiva il caso Erri De Luca. Di Paolo, nell’edizione del quotidiano di venerdì scorso, è accusato di aver escluso lo scrittore dal festival campano. Anche se, com’è noto, a De Luca è stata tolta la prolusione (dopo le sue dichiarazioni in favore di Israele) in cambio di partecipare al programma con un altro intervento.

Nel corsivo non firmato si accusa Di Paolo di aver cambiato idea, passando dalla difesa di De Luca all’entrata “in scena”, pochi giorni dopo, di un “Di Paolo 2, dotato di minore tolleranza ma, in compenso, di un formidabile apparato digerente”. Ma non è tutto, perché dall’inserto culturale della domenica, Robinson, è saltata una pagina su Salerno Letteratura, concordata col festival stesso. La prima a dare la notizia è stata la scrittrice Loredana Lipperini. Nei giorni scorsi, sui suoi social, si è domandata se su Robinson sarebbero usciti i servizi sul festival. Poi, domenica, a giornale in edicola: “Se avevate qualche dubbio, sappiate che su Robinson non c’è una riga su Salerno Letteratura. Erano, mi si dice, previste due pagine”. Da quanto risulta a ilFattoQuotidiano.it, la pagina era una, composta da due articoli. E a rilanciarla è stato Professione Reporter, che al momento non ha ricevuto alcuna smentita.

Sulla vicenda che ha coinvolto Di Paolo, è intervenuto il Comitato di redazione del giornale fondato da Eugenio Scalfari. “Sull’edizione di ieri del nostro giornale è comparso ancora una volta un corsivo non firmato nel quale vengono espresse opinioni su fatti che riguardano il dibattito pubblico. Nei giorni precedenti e nei mesi scorsi c’erano stati casi analoghi per questioni sportive. Senza entrare nel merito delle opinioni espresse, c’è una questione di metodo che ci preme come rappresentanza sindacale. Esprimiamo perciò un forte disagio di fronte a tale modo di utilizzare il giornale: questi commenti non firmati danneggiano l’immagine di tutta la redazione, visto che addirittura si utilizza il plurale maiestatis, e talvolta sembrano mossi più da questioni personali che altro. Nello specifico, il corsivo non firmato di ieri prendeva di mira Paolo Di Paolo, storico collaboratore delle pagine culturali (e non solo di quelle) di la Repubblica. Il collega scrittore è stato messo alla berlina pesantemente e questo ha suscitato, e sta suscitando ancora oggi, molte dure prese di posizioni contro la Repubblica su tutti i social”.

Così il Cdr fa sapere di essere “amareggiato di fronte a questo tipo di azioni e auspica un chiarimento in merito con la direzione. Sarebbe auspicabile che, per chiarezza verso i lettori e la redazione stessa, e al netto di antiquate usanze – sappiamo bene che gli articoli non firmati sono riconducibili alla direzione – ognuno firmasse ciò che scrive, assumendosene piena responsabilità. Esprimiamo quindi e infine pubblica solidarietà a Paolo Di Paolo”.

Poco più di un anno fa era stata ancora la posizione su Israele e Gaza a creare scompiglio in largo Fochetti. Allora era stata una mozione proprio sul conflitto, voluta dal cdr e approvata dall’assemblea: il cdr si era dimesso denunciando “comportamenti anti-sindacali”.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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L’ideologia che non vediamo: algoritmi e miliardari ci controllano. Quando iniziamo la lotta?

L’Ideologia è morta? No. È solo invisibile e ci sta formattando il cervello, ci viviamo talmente dentro da non riconoscerla così da farla nostra senza resistenze.

Viviamo in un mondo di libertà apparente in cui non siamo veri padroni di noi stessi.

Ogni mattina ci svegliamo con la sensazione di essere i registi assoluti della nostra esistenza. Con un tocco sullo schermo decidiamo cosa acquistare, quale informazione consumare, quale opinione sposare. Eppure, questa libertà è una vernice sottile stesa su un meccanismo che non abbiamo scelto.

Questa non è un era “post-ideologica”. Siamo invece immersi in un modello invisibile ma pervasivo, una struttura di potere dove i titani delle big tech (guarda caso miliardari in combutta con altri miliardari) — da Musk a Zuckerberg — si siedono ai tavoli della politica globale non come semplici imprenditori, ma come proprietari di mondi con un potere in più, quello di essere architetti del comportamento umano. Nuove divinità con potere esecutivo, legislativo, come i vecchi imperatori. Più hanno potere più acquisiscono nuovo potere.

E così si costruiscono le più grandi disuguaglianze della storia. I dati Oxfam gridano una verità che preferiamo ignorare. Nessun imperatore del passato possedeva una ricchezza e un potere decisionale paragonabili a quelli di un Elon Musk. Siamo passati dalla democrazia al potere di pochi feudoglobali digitali, dove le decisioni vitali non passano più per le piazze, ma per i server di borse mondiali e piattaforme private.

I social media non sono semplici contenitori di pubblicità; agiscono come redattori artificiali della nostra personalità. Le piattaforme vendono alle multinazionali “pacchetti di utenti” pronti all’uso, individui mappati fin nei minimi impulsi. Il campo di battaglia è il nostro cervello.

L’algoritmo stimola costantemente la corteccia limbica, la sede degli istinti primordiali e della gratificazione istantanea, bypassando la corteccia prefrontale, deputata alla riflessione e alla valutazione delle conseguenze. È un attacco biologico mirato: la scienza ci dice che la corteccia prefrontale non termina il suo sviluppo prima dei 21 anni. Eppure, permettiamo che ragazzini di 12 anni vengano addestrati da algoritmi progettati per massimizzare l’impulsività, rendendoli consumatori perfetti prima ancora che cittadini consapevoli.

E qui arriviamo al primo bivio. Per decenni abbiamo vissuto il tabù dell’Ideologia. È comprensibile dopo i crimini del nazismo, del fascismo e dei regimi comunisti. È comprensibile che non vogliamo abbracciare ideologie che ci allontanano dalla realtà e ci fanno vivere in una illusione. È comprensibile che non vogliamo ideologie che ci privino di libertà.

Tuttavia la nostra mente, per come è strutturata, ha bisogno di uno schema per funzionare. Se non scegliamo noi il nostro modello di riferimento, finiamo per conformarci a quello dominante, trasformandoci in ingranaggi di un sistema basato esclusivamente sul consumo. Il vero pericolo contemporaneo è l’ideologia subita: abbiamo interiorizzato la logica del profitto e della convenienza economica come unico metro di misura della realtà senza nemmeno accorgercene. Siamo tutti seguaci inconsapevoli dell’ideologia neoliberista, capitalistica e ciò ci conduce su crinali ancora più pericolosi, dove violenza, sopraffazione e autoritarismo prendono piede.

Questa visione riduce l’esistenza a una serie di transazioni economiche, egoistiche e materialistiche ignorando che l’essere umano non è una macchina logica, ma un groviglio di emozioni e relazioni che non trovano spazio in un bilancio aziendale.

E così addio a libertà e democrazia. Se un presidente del Consiglio è sotto minaccia quotidiana dai poteri dei miliardari americani e se neanche un intero continente come l’Europa ha la forza di imporre semplici regolamenti, cosa può fare un singolo cittadino che è diventato variabile di un codice proprietario? Non mi dite che il suo voto cambia qualcosa se non abbiamo leader politici che hanno voglia di affrontare questi poteri forti.

Siamo immersi in grandi media globali che non sono classificati come tali per diversi motivi: il nostro nemico è globale e le nostre democrazie sono di carattere nazionale, il loro potere e la loro ricchezza viene utilizzato per bloccare ogni norma di contrasto a livello nazionale e continentale, il loro carattere innovativo confonde i decisori politici. Eppure è evidente che siano media con direttori editoriali artificiali, ingegneri e CEO delle Big tech, con algoritmi e IA che stabiliscono regole (linea editoriale) scelta dai loro capi. Quale partito politico sta agendo per contrastare questi mostri? Per costruire norme AntiTrust, legge sui conflitti di interesse, pluralismo da rispettare per questo settore?

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