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“Prima di Kasia Smutniak la mia vita era disordinata. Tra i 18 e i 20 anni non ero socievole e a disagio. Se mi fossi fatto aiutare sarei una persona migliore”: così Domenico Procacci

Moretti, Sorrentino, Garrone, Albanese, Archibugi, Comencini e tanti altri. Sono solo alcuni dei “mostri” sacri del cinema italiano che hanno lavorato con il fondatore della casa di produzione Fandango, Domenico Procacci, sulla cresta dell’onda da quai 40 anni. Il produttore si è raccontato a Il Corriere della Sera. Eppure l’uomo di oggi è diverso dal ragazzo di ieri.

“Ero un ragazzo che all’epoca non era tanto socievole, anzi era perennemente a disagio. – ha detto Procacci – Ma questa è una cosa che non è passata anche se faccio finta che lo sia. C’era il mio amico Ennio, un po’ più grande di me, amico ancora oggi, che mi recuperava dopo che me ne andavo dalle feste perché mi veniva male a stare lì. Tra i 18 e i 20 anni non ero un caso umano ma insomma… Forse se mi fossi fatto aiutare sarei una persona migliore oggi”.

Nel concreto Procacci fa un esempio: “Mi ricordo quando alla Mostra di Venezia si annunciavano anche i produttori, come gli attori e i registi. Ecco, solo per il fatto di dover fare così (e mima uno che si alza in piedi e piega la testa da un lato e dall’altro in segno di saluto al pubblico; ndr) il cuore mi batteva a mille, avevo la tachicardia. Adesso non mi fa più effetto e forse neanche questo è bello: era meglio quando mi batteva il cuore in quel modo esagerato”.

Oggi la sua esistenza è migliorata e sembrano lontane le ansie: “La mia vita è cambiata molto da 15 anni a oggi. Mio figlio Leone ne ha meno di 12, quindi io ne avevo 54 quando è nato. Il primo figlio biologico quando uno dice basta figli perché ne ha già 2 o 3. Considero però mia figlia anche Sophie, avuta da Kasia con Pietro Taricone, che ha 21 anni. Sì, prima di Kasia la mia vita era disordinata. Con alcune relazioni importanti ma sostanzialmente disordinata”.

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Altro che benessere, siamo nell’epoca del ‘guerressere’

Ferdinando BOERO

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Ho fatto un sogno rivelatore, mi sono svegliato e ho scritto questo neologismo. Una parola volutamente sgraziata, che rende evidente la deformazione del benessere in qualcosa d’altro

Molte parole inglesi sono diventate italiane. Nessuno si preoccupa di sostituire computer, weekend, marketing, smartphone o welfare con equivalenti italiani. Sono parole che, a un certo punto, hanno smesso di apparire straniere. Anche welfare è ormai una parola italiana. Eppure la traduzione esiste: significa benessere, oppure stato sociale. Deriva da well-fare, “andare bene”, prosperare, vivere bene, in condizioni favorevoli. Da qualche tempo si sta affermando un’altra parola inglese: warfare. E si parla apertamente del passaggio dal welfare state al warfare state. Un cambiamento politico, economico e culturale in via di programmazione.

Le parole conducono messaggi e modellano la percezione della realtà. Il New Green Deal europeo proponeva una transizione ecologica fondata su investimenti pubblici, innovazione, protezione ambientale e sociale, trasformazione energetica. Un’idea di futuro legata al welfare. Oggi, invece, il linguaggio dominante è sempre più quello della sicurezza, della deterrenza, della preparazione strategica e del riarmo. Il programma inizialmente chiamato ReArm Europe, però, è stato ribattezzato Readiness 2030. L’obiettivo non cambia: aumento delle spese militari, rafforzamento dell’industria bellica, mobilitazione di centinaia di miliardi di euro per prepararsi a possibili conflitti. Ma il messaggio cambia eccome. “Riarmare l’Europa” suona aggressivo. “Prontezza 2030” sembra prudente, responsabile, quasi rassicurante. È il potere delle parole. “Preparazione” attenua ciò che “riarmo” rende evidente. Le parole inglesi, inoltre, hanno spesso un effetto anestetico: suonano tecniche, neutre. Warfare state suona quasi come una formula da think tank. “Società organizzata attorno alla guerra” suonerebbe molto più inquietante.

Scrivendo del passaggio da welfare a warfare, nel mio libro Le piume di Darwin, sentivo la necessità di rendere evidente il significato di quella transizione, e una notte ho sognato la parola. In sogno elaboriamo quel che pensiamo durante la veglia. Ho un taccuino accanto al letto e quando ho fatto il sogno rivelatore mi sono svegliato e ho scritto il neologismo: guerressere.

Una parola volutamente sgraziata, quasi fastidiosa, perché deve rompere la neutralizzazione linguistica. Deve rendere evidente la deformazione del benessere in qualcosa d’altro. Basta cambiare poche lettere: da well a war. Dal benessere al guerressere. Dal bene di benessere alla guerra di guerressere. Si può essere favorevoli al warfare senza comprenderne davvero il significato. Ma chi direbbe apertamente di essere favorevole alla guerra? Chi direbbe: voglio che la mia società si organizzi preventivamente attorno al conflitto permanente? Eppure è questo che sta accadendo. I politici lo hanno capito quando hanno cambiato Rearm in Readiness.

Gli Stati Uniti non sono mai stati un welfare state di tipo europeo. Non esiste una sanità pubblica universale. L’istruzione universitaria ha costi proibitivi per gran parte della popolazione. I senzatetto sono una componente strutturale delle città americane. In compenso gli Stati Uniti investono enormi risorse nella difesa, nell’apparato militare e nell’industria della sicurezza. Sono, in questo senso, un warfare state. Dopo aver conosciuto sulla propria pelle le devastazioni della guerra, l’ Unione Europea aveva costruito sistemi sanitari pubblici, istruzione accessibile, protezione sociale, diritti del lavoro. Il benessere collettivo era l’infrastruttura della stabilità politica. Ora vogliamo diventare altro.

E il cambiamento avviene anche attraverso il linguaggio. Le parole non descrivono soltanto la realtà: contribuiscono a costruirla. Se dici Readiness 2030 stai già rendendo più accettabile ciò che ReArm Europe rendeva troppo evidente. Se dici warfare invece di guerra, attenui il significato del termine. E quindi ecco una parola nuova, persino sgradevole, per capire meglio cosa stiamo programmando. Guerressere. Non è accattivante, come petaloso, nasce per essere disturbante.

La società progressivamente si organizza mentalmente, economicamente e culturalmente attorno all’idea permanente del conflitto. Una società che sposta risorse dalla salute, dall’istruzione, dalla ricerca, dagli ecosistemi, verso la sicurezza e la preparazione militare. Come se gli arsenali potessero proteggerci dal collasso climatico, dalla degradazione degli ecosistemi, dalla perdita delle condizioni biofisiche che rendono possibile il benessere stesso. Il Green Deal riconosceva che non può esistere welfare senza gli ecosistemi che lo rendono possibile.

Nel welfare il cittadino è qualcuno da proteggere. Nel guerressere è qualcuno da mobilitare; è inquietante che il passaggio dal welfare, dal benessere, al guerressere sia presentato come inevitabile, quasi naturale. Non lo è. È una scelta politica, economica e culturale gigantesca. E le parole che scegliamo servono anche a decidere se vogliamo davvero accorgercene. Nel Green Deal il nemico da battere erano sistemi produttivi che minano le nostre prospettive di benessere, e l’Unione Europea si metteva all’avanguardia in questa decisione di responsabilità, spronando tutta l’umanità a contribuire. Col passaggio al guerressere i nemici sono gli “altri” e la soluzione è armarci fino ai denti. Siamo sicuri che sia questo quello che vogliamo?

Articolo originale ilfattoquotidiano.it

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Acque limpide e montagne verdi: la costruzione della Bella Cina attraverso parchi, biodiversità e civiltà ecologica

Dai grandi parchi nazionali alla protezione delle specie rare, la Cina ha trasformato la tutela ambientale in pilastro della modernizzazione socialista, integrando sviluppo, biodiversità, transizione verde e il principio secondo cui “acque limpide e montagne verdi” sono ricchezza.

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La Cina degli ultimi anni ha fatto della tutela ambientale non un settore separato della politica pubblica, ma una componente essenziale del proprio modello di sviluppo. Il motto secondo cui “acque limpide e montagne verdi sono una ricchezza inestimabile” non è rimasto una formula retorica, ma è diventato il fondamento di una strategia nazionale che lega protezione degli ecosistemi, lotta all’inquinamento, salvaguardia della biodiversità, transizione energetica, sicurezza ecologica e miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. In questa visione, la “Bella Cina” non è soltanto un obiettivo paesaggistico o turistico, ma una forma di modernizzazione in cui il rapporto tra uomo e natura viene riorganizzato secondo criteri di equilibrio, sostenibilità e responsabilità intergenerazionale. La Cina ha codificato questa impostazione anche nella propria elaborazione politica più recente, insistendo sull’approccio integrato alla conservazione di montagne, fiumi, foreste, campi, laghi, praterie e deserti.

Il dato forse più evidente riguarda la costruzione di un sistema di parchi nazionali, inesistenti fino a pochi anni fa. Nel 2021 la Cina ha istituito il primo gruppo di cinque parchi nazionali, per una superficie protetta complessiva di circa 230.000 chilometri quadrati: il Parco nazionale del Sanjiangyuan, il Parco nazionale del Panda gigante, il Parco nazionale della Tigre e del Leopardo del Nord-Est della Cina, il Parco nazionale della Foresta Tropicale di Hainan e il Parco nazionale di Wuyishan. Questi parchi ospitano quasi il 30 per cento delle principali specie selvatiche terrestri protette del Paese, rappresentando i nuclei più vitali degli ecosistemi naturali cinesi.

Il Parco nazionale del Sanjiangyuan, nella provincia del Qinghai, copre circa 190.700 chilometri quadrati e tutela le sorgenti del Fiume Azzurro, del Fiume Giallo e del Lancang-Mekong, configurandosi come una delle grandi riserve idriche dell’Asia. Qui il concetto di protezione ambientale assume un valore strategico: difendere gli ecosistemi dell’altopiano significa proteggere la sicurezza idrica di vaste regioni a valle. Il parco è anche habitat di specie come l’antilope tibetana e il leopardo delle nevi. In particolare, secondo i dati ufficiali cinesi, la popolazione di antilopi tibetane nel Sanjiangyuan è recentemente risalita a oltre 70.000 esemplari, rispetto a meno di 20.000 negli anni Novanta, segno che le politiche di tutela, se accompagnate da controllo del territorio e ripristino degli habitat, possono produrre risultati misurabili.

Il Parco nazionale del Panda gigante, esteso per circa 22.000 chilometri quadrati tra Gansu, Sichuan e Shaanxi, rappresenta invece uno dei simboli più conosciuti della conservazione cinese. La sua importanza non riguarda soltanto il panda, ma l’intero ecosistema forestale montano in cui questa specie vive: in particolare, l’estensione del parco permette di salvaguardare l’habitat di oltre il 70 per cento dei panda selvatici. Tuttavia, dobbiamo ribadire che la Cina non protegge l’animale come icona isolata, ma cerca di collegare habitat frammentati, ricostruire corridoi ecologici, ridurre la pressione antropica e garantire la sopravvivenza di intere comunità biologiche. In questo senso, il panda gigante diventa il volto più visibile di una politica più vasta che riguarda foreste, bacini idrici, comunità locali, turismo ecologico e ricerca scientifica.

Il Parco nazionale della Tigre e del Leopardo del Nord-Est della Cina, nelle province del Jilin e dello Heilongjiang, copre circa 14.100 chilometri quadrati e protegge due specie emblematiche: la tigre siberiana e il leopardo dell’Amur. In un’area di frontiera ecologica, segnata da foreste temperate, presenza umana, agricoltura e confini internazionali, la tutela di grandi predatori richiede una governance particolarmente complessa. La ripresa di queste specie indica che la protezione ambientale cinese non si limita agli animali più “popolari”, ma riguarda anche predatori apicali, essenziali per l’equilibrio degli ecosistemi. Salvaguardare una tigre o un leopardo significa tutelare tutta la catena ecologica che rende possibile la loro sopravvivenza.

Il Parco nazionale di Wuyishan, tra Fujian e Jiangxi, è più piccolo per superficie, circa 1.280 chilometri quadrati, ma ha un valore ecologico enorme. Si tratta infatti di una delle foreste subtropicali più complete e vaste, che include un patrimonio di piante vascolari, vertebrati selvatici, licheni, orchidee e insetti, confermando che la biodiversità non si misura soltanto attraverso grandi mammiferi carismatici, ma anche attraverso la ricchezza meno visibile di specie vegetali, insetti, anfibi, uccelli e microrganismi. Wuyishan mostra dunque un’altra dimensione della “Bella Cina”: la conservazione di ecosistemi complessi, nei quali il valore scientifico si intreccia con il valore paesaggistico e culturale.

Il Parco nazionale della Foresta Tropicale di Hainan, con circa 4.269 chilometri quadrati, protegge la più concentrata e meglio conservata foresta pluviale tropicale della Cina. Qui vive il gibbone di Hainan, una delle specie di primati più rare al mondo. Le fonti ufficiali cinesi segnalano che la sua popolazione è risalita da appena 13 esemplari nel 2003 a 37 nel 2022, un risultato importante se si considera l’estrema fragilità demografica della specie. Non va poi dimenticato il ruolo di altre specie, come il cervo sambar di Hainan, confermando come, anche in questo caso, la tutela del parco non sia una misura simbolica, ma un progetto di ricostruzione ecologica di lungo periodo.

La costruzione dei parchi nazionali si accompagna a una riorganizzazione istituzionale. Nel 2025, il ministero delle Risorse Naturali ha annunciato il completamento della registrazione dei diritti di proprietà per i primi cinque parchi nazionali, un passaggio importante perché chiarisce proprietà, competenze, supervisione e responsabilità nella gestione delle risorse naturali. Questo dettaglio è rilevante perché la tutela ambientale non dipende solo dalla buona volontà, ma da regole chiare, responsabilità definite e meccanismi amministrativi capaci di impedire sovrapposizioni, abusi o vuoti di gestione. La Cina sta cercando di costruire il più grande sistema di parchi nazionali al mondo, e per farlo deve trasformare la protezione della natura in un sistema di governance.

Un altro aspetto essenziale è la severità delle misure adottate. Dopo l’istituzione dei primi parchi nazionali, sono stati chiusi oltre 390 siti minerari e quasi 100 piccole centrali idroelettriche sono state gradualmente eliminate all’interno delle aree interessate. Ciò mostra che la protezione ambientale non è una semplice aggiunta allo sviluppo economico, ma talvolta richiede scelte nette, rinunce e riconversioni. In altre parole, il principio delle “acque limpide e montagne verdi” implica che determinate attività economiche non possano continuare se compromettono ecosistemi strategici. La crescita, nella concezione della civiltà ecologica cinese, deve essere subordinata alla sicurezza ecologica di lungo periodo.

Ma le politiche ambientali cinesi non si limitano alla biodiversità. Esse si inseriscono nella più ampia transizione verde e a basse emissioni di carbonio. Secondo il Libro bianco cinese sui piani per il picco delle emissioni e la neutralità carbonica, la Cina ha costruito il più grande e più rapidamente crescente sistema di energie rinnovabili al mondo, la più grande e completa catena industriale delle nuove energie, e ha contribuito a circa un quarto delle nuove aree verdi aggiunte nel mondo, dimostrando la connessione tra la protezione della natura e la trasformazione industriale. La “Bella Cina” non si costruisce soltanto proteggendo i parchi, ma anche cambiando il modo in cui si produce energia, si organizza la mobilità, si pianificano le città e si riducono le emissioni.

La forza della strategia cinese consiste dunque nel legare ambiente e sviluppo. Nelle narrazioni occidentali, spesso la tutela ambientale viene presentata come limite alla crescita dei Paesi in via di sviluppo. La Cina propone invece una sintesi diversa: lo sviluppo resta necessario, ma deve cambiare qualità. Il punto non è scegliere tra crescita economica e ambiente, ma costruire una crescita capace di rigenerare l’ambiente, migliorare l’efficienza energetica, valorizzare il turismo ecologico, creare lavoro verde e ridurre i costi sociali dell’inquinamento. Il villaggio di Yucun, frequentemente richiamato dalle fonti cinesi, è diventato un simbolo di questa trasformazione: da economia legata ad attività ad alto impatto ambientale a modello di sviluppo fondato su turismo ecologico e valorizzazione del paesaggio.

La dimensione sociale è altrettanto importante. La tutela ambientale non può essere imposta contro le popolazioni locali, ma deve offrire loro alternative di reddito, servizi pubblici e partecipazione. Nei parchi nazionali cinesi, la transizione verso modelli di conservazione richiede il coinvolgimento delle comunità, la formazione di ranger ecologici, la riconversione di attività dannose e l’integrazione tra protezione e sviluppo locale. Questo è particolarmente evidente nelle aree montane, forestali e pastorali, dove la povertà e la fragilità ecologica spesso si sovrappongono. Proprio per questo, le politiche cinesi di riduzione della povertà hanno più volte collegato il miglioramento ambientale e al miglioramento delle condizioni di vita, sostenendo che le “acque limpide e montagne verdi” possano diventare una fonte reale di prosperità per le comunità rurali.

La “Bella Cina” è dunque anche una risposta alla crisi ecologica globale. Mentre molti Paesi occidentali hanno storicamente costruito la propria industrializzazione attraverso un consumo intensivo di risorse e una massiccia emissione di inquinanti, la Cina cerca di percorrere una modernizzazione diversa, pur partendo da una scala demografica, industriale e territoriale senza paragoni. Naturalmente le sfide restano enormi: qualità dell’aria, risorse idriche, desertificazione, pressione urbana, consumo energetico e protezione degli habitat richiedono politiche costanti e verificabili. Ma il punto politico è che la tutela ambientale è ormai entrata nella struttura stessa della governance cinese, non come tema secondario, ma come parte della strategia nazionale.

La politica ambientale cinese degli ultimi anni può quindi essere letta come un passaggio dalla protezione difensiva alla costruzione attiva di un nuovo rapporto tra sviluppo e natura. La difesa degli animali rari, l’ampliamento delle riserve, la registrazione dei diritti di proprietà dei parchi, la chiusura di attività incompatibili, l’espansione delle energie rinnovabili, la transizione industriale e il miglioramento della governance ambientale fanno parte di un’unica traiettoria. L’obiettivo non è congelare la natura in un’immagine immobile, ma permettere agli ecosistemi di rigenerarsi dentro un processo di modernizzazione.

La “Bella Cina” non è dunque un ornamento della crescita cinese, ma una delle sue condizioni future. Senza sicurezza ecologica, non vi può essere sicurezza alimentare, idrica, climatica e sociale. Senza biodiversità, non vi può essere equilibrio degli ecosistemi. Senza parchi e riserve naturali, lo sviluppo rischia di consumare le proprie basi materiali. Il messaggio che emerge dall’esperienza cinese è che la modernizzazione non deve necessariamente significare distruzione della natura. Può invece diventare il mezzo attraverso cui una grande civiltà ricostruisce il proprio equilibrio con il mondo naturale. È in questa prospettiva che “acque limpide e montagne verdi” diventano davvero ricchezza: non soltanto ricchezza economica, ma ricchezza biologica, culturale, sociale e storica per le generazioni future.

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