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Maeve ed Estasi americana: così la penna disturbante di CJ Leede racconta il crollo dell’Occidente

C’è un’America che non finisce mai di morire, che continua a ballare sui propri resti con una ferocia che toglie il fiato. È l’America delle luci chimiche, dei centri commerciali eretti come cattedrali del nulla e delle villette a schiera dove il perbenismo nasconde abissi di repressione. In questo panorama di macerie morali e sogni andati a male, la casa editrice Mercurio ha calato un asso che scotta: CJ Leede. Con la complicità di una traduzione impeccabile e vibrante firmata da Gaja Cenciarelli, arrivano sugli scaffali italiani Maeve ed Estasi americana, due romanzi che non chiedono permesso, ma entrano in casa vostra a calci, pronti a fare a pezzi ogni residuo di pudore borghese.

Partiamo da Maeve. A Los Angeles la finzione è l’unica moneta che circoli davvero. Maeve, la protagonista, lavora in un parco divertimenti: è la Regina di Ghiaccio, l’idolo dei bambini. Ma sotto il costume batte il cuore di una predatrice che di notte scivola lungo la Sunset Strip su una Mustang rosa del ’67. Il dispositivo narrativo è chiaro: il contrasto tra l’innocenza del ruolo pubblico e la scia di distruzione privata. Qui Leede gioca con il luogo comune della Città degli Angeli – il neon, i cocktail bar, la vacuità dei Red Carpet – e lo fa con una consapevolezza tale che il cliché smette di essere noioso per diventare un’arma affilata.

Maeve non è una vittima delle circostanze, né una final girl che attende il suo turno per piangere. È una forza della natura, un vertice di distruzione che venera il corpo malato della nonna Tallulah come un feticcio pagano. Il libro è stato giustamente definito un American Psycho contemporaneo al femminile. Ed è qui che arriva la nota dolente, ma necessaria: se la prima parte del romanzo è un’allucinazione magnetica, la seconda perde un po’ di mordente. Leede si appoggia troppo pesantemente alle lezioni di Bret Easton Ellis. La celebre scena della tortura col topo, presa di peso dal capolavoro di Ellis, sa di già visto e rischia di trasformare l’omaggio in scopiazzatura.

Eppure, nonostante queste incertezze da esordiente e un finale meno incisivo di quanto ci si aspetterebbe, Maeve resta un pugno nello stomaco formidabile, un’indagine sporca sul desiderio che non conosce confini.

Ma è con Estasi americana che Leede compie il vero salto nel buio, spostando il baricentro dal glamour marcio di Hollywood al cuore nero del Midwest. Qui l’autrice immagina una variante virale che trasforma gli infetti in macchine carnali, travolti da una psicosi sessuale che dissolve ogni freno inibitore. Al centro della tempesta c’è Sophie Allen, sedici anni, cresciuta in una prigione di fanatismo cattolico e sensi di colpa.

Se Maeve era un noir psicotropo, Estasi americana è un horror sociologico di rara potenza. Il virus non è che l’innesco per far esplodere le contraddizioni di una società che ha trasformato il corpo femminile in un campo di battaglia politico e religioso. Mentre il Paese brucia e gruppi estremisti cavalcano il caos in nome di un Dio crudele, Sophie intraprende un viaggio di formazione che è anche un esorcismo contro la vergogna. Qui il desiderio non è più peccato, ma l’unica via di fuga verso una libertà che somiglia a un incubo, ma che almeno è vera.

Leede ha il merito di non distogliere mai lo sguardo. Racconta la violenza, la lussuria e l’individualismo di un’America tribale con una prosa che non concede sconti. La cura di Gaja Cenciarelli nella resa italiana restituisce perfettamente la sporcizia e la poesia di questi testi, mantenendo intatta quella sensazione di vertigine infuocata che attraversa entrambi i volumi.

Leggere CJ Leede è un’esperienza disturbante. Ti costringe a guardare nell’abisso delle tue pulsioni più spaventose, ricordandoti che la civiltà è solo una sottile pellicola pronta a lacerarsi al primo morso. Non sono letture per tutti: c’è tortura, c’è violenza sessuale, c’è un nichilismo che non offre redenzione facile. Ma se cercate una voce che sappia raccontare il crollo dell’Occidente con la stessa lucidità di un chirurgo che opera senza anestesia, allora questi sono i libri che stavate aspettando.

Un debutto e una conferma che ci consegnano una delle autrici più estreme e necessarie degli ultimi anni. Benvenuti nel bellissimo incubo di CJ Leede. Fatevi del male, ne varrà la pena.

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Rapirò Gianfranco Zola: il libro di Marco Cattaneo su Fabrizio Maiello riesce in un’impresa rara

È un peccato che Jean-Luc Godard e Jean-Paul Belmondo non siano più vivi, perché avrebbero potuto raccontare perfettamente la storia di Fabrizio Maiello. O forse è meglio così. Perché nella loro versione il finale sarebbe stato amaro, autodistruttivo, condannato alla fierezza tragica di certi personaggi francesi. Questa storia invece appartiene a un altro approdo narrativo: non al fatalismo romantico da Nouvelle Vague, ma alla redenzione tormentata di un personaggio di Dostoevskij.

Rapirò Gianfranco Zola di Marco Cattaneo (De Agostini) è un libro che riesce in un’impresa rara: prendere una vicenda da cronaca nera e trasformarla in un rocambolesco Bildungsroman, senza mai scadere nel moralismo o nel compiacimento strappalacrime. Cattaneo, che molti conoscono per la sua capacità di governare con disinvoltura il caos narrativo da lui stesso creato nelle dirette e nelle improvvisazioni di Elastici (la trasmissione più libera e folle, da lui condotta, del bellissimo format Cronache di Spogliatoio), declina qui la stessa sapiente mercurialità per raccontare una storia piena di svolte improvvise, beffe karmiche tragiche e agnizioni commoventi.

Il ritmo resta sempre controllato, anche quando il materiale rischierebbe continuamente di scivolare nella retorica (forse la vicinanza in studio con Fabrizio Biasin e la sua memorabile rubrica su “I poveri soldati” è servita da potente antidoto).

In questo frangente, la materia da trattare è preziosa quanto fragile. Fabrizio Maiello era un talento purissimo. A Monza, da bimbo, lo chiamavano “il Brasiliano”, per l’imprevedibilità nei dribbling e la leggerezza con cui gli riuscivano le giocate più difficili col pallone ai piedi. L’aura della promessa, gli allenamenti a cui sacrificare le distrazioni adolescenziali, il padre che con inquietante profezia gli addita a monito il carcere accanto allo stadio, prefigurando le sliding doors di un’esistenza romanzesca.

Poi arriva il ginocchio distrutto. Fine della carriera. E inizio dell’avventura criminale. Cominciano le rapine, la droga, il carcere. Ma il libro evita accuratamente la scorciatoia sociologica. Non cerca alibi, né costruisce santini. Mostra semplicemente un uomo che precipita e che, a un certo punto, smette di distinguere fra rabbia e destino. La svolta avviene il 31 ottobre 1994. Maiello organizza il sequestro di Gianfranco Zola. Un miliardo di lire di riscatto. Autogrill, appostamento, fuga: sembra la scena di un noir anni ‘70, di quelli amati da Tarantino.

Poi succede qualcosa che manda in cortocircuito tutto il piano, la macchina narrativa, il destino stesso.
Zola si avvicina, sorride e dice: “Ciao ragazzi”. Maiello, con la pistola nascosta dietro alla schiena, davanti alla disarmante umanità del suo idolo sportivo decide di non rapirlo. Spiazzato e commosso, gli chiede un autografo sulla carta d’identità. Gesto dalla potenza simbolica rivelatoria: la firma del campione che Maiello sarebbe potuto essere sul simulacro formale della sua identità smarrita.

L’autentica redenzione arriverà dopo, nell’OPG di Reggio Emilia, quando Maiello usa il proprio carisma da “Maradona delle carceri” (da anni era divenuto una “star” per i suoi palleggi da record senza far cadere mai la palla) per difendere un detenuto disabile continuamente bullizzato e umiliato dagli altri internati. È quello il passaggio decisivo della sua vita: non il crimine mancato, ma la scelta di sacrificare se stesso per proteggere qualcuno di ancora più fragile, che deciderà di accudire come un fratello bisognoso di cure quotidiane. Una storia talmente incredibile da essere assolutamente vera (non solo il contrario).

Forse, non è un caso che abbia incontrato questa storia grazie a quella che Jung avrebbe definito “sincronicità”. Ero a Milano per lavoro, dovevo incontrarmi con Giuseppe Pastore e Ilaria Mencarelli (ritorno a segnalare ai cinefili il loro interessante podcast Noodles), mi invitano alla presentazione del libro, temo di non poter fare in tempo ma… scopro che l’evento si sarebbe tenuto nello stesso edificio in cui già mi trovavo: con uno straniante effetto alla Inception, sono stato catapultato dentro la redazione di Cronache di Spogliatoio, incontrando dal vivo Siani, Pastore, Cattaneo, ovvero le voci che tutti i giorni mi parlano nelle cuffie, da fedele ascoltatore di Cronache, come già raccontai su queste colonne.

E poi ho incontrato Fabrizio Maiello. Stringergli la mano e guardarlo negli occhi è stata un’emozione che porterò dentro di me per molto tempo.

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