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Torino festeggia i 20 anni di Pride: “Oltre 160mila persone in corteo”. Luxuria dal palco: “Ora scioperi contro il ddl Valditara”

Su Torino soffiano “venti di lotte”. Sotto gli eleganti palazzi del centro, un fiume arcobaleno ha attraversato la città tra musica, cori e striscioni. Sono 160mila, secondo gli organizzatori, le persone che sabato 6 giugno hanno preso parte alla ventesima edizione di Torino Pride. Madrine Ambra Angiolini e la figlia Iolanda. Ad parire il corteo, Vladimir Luxuria e il sindaco Pd di Torino Stefano Lo Russo.

Torino ha festeggiato 20 anni di Pride

Partito dal Parco del Valentino, il corteo ha attraversato le principali vie cittadine fino a piazza Vittorio Veneto, trasformando il centro in uno spazio di festa ma anche di rivendicazione politica. “Venti di lotte” è infatti il claim scelto per celebrare il ventennale della manifestazione. Un titolo che richiama non solo il traguardo raggiunto, ma anche l’idea di una comunità che continua a muoversi e a costruire alleanze. Nel documento politico diffuso per l’edizione 2026, il Coordinamento Torino Pride sottolinea come la conquista degli spazi e il sostegno reciproco tra persone e comunità non possano limitarsi a un appuntamento annuale, ma debbano diventare una pratica quotidiana. “La nostra battaglia non è solo nostra: è una lotta intersezionale per una società più giusta e più abitabile” per tutti e tutte, si legge nel testo, che per la prima volta dedica anche una sezione ai diritti digitali e al contrasto dell’hate speech online. Un messaggio che assume un significato particolare alla luce di quanto accaduto pochi giorni prima dell’evento. Il 2 giugno Chiara Tarantello, co-coordinatrice del Torino Pride, ha denunciato di essere stata aggredita verbalmente su un treno mentre partecipava a una videocall dedicata proprio all’organizzazione del Pride. “Un uomo mi ha dato della ridicola, ha detto che il Pride è inutile”, aveva raccontato, riferendo anche i tentativi dell’aggressore di tirarle dei calci. L’episodio ha suscitato solidarietà e indignazione, riportando l’attenzione su quanto il lavoro contro discriminazioni e pregiudizi sia ancora necessario. Tema, questo, emerso più volte anche dagli interventi conclusivi dal palco allestito in piazza Vittorio Veneto, dove il corteo è approdato nel tardo pomeriggio dopo due ore e mezza di marcia.

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Gli interventi dal palco

Jacopo Rosatelli, assessore di Sinistra ecologista al Welfare, Diritti e Pari opportunità del Comune di Torino, ha duramente criticato il via libera del Senato al disegno di legge del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara in materia di consenso informato in ambito scolastico per l’educazione sessuo-affettiva. “Alla prossima aggressione omolesbobitrasfobica risparmiateci le vostre parole retoriche”, ha dichiarato. “Vergognatevi, perché la colpa è anche vostra che avete votato queste leggi che impediscono di cambiare la mentalità, di rompere gli stereotipi e i pregiudizi”. L’assessore ha inoltre richiamato l’attenzione sulla situazione internazionale, lanciando un messaggio di solidarietà verso i membri della comunità LGBTQIA+ che, a diverse latitudini, continuano a essere perseguitati, come accade in Senegal, che di recente ha inasprito le pene per le relazioni omosessuali. Tra gli interventi più applauditi anche quello di Vladimir Luxuria, che tornando sul provvedimento sull’educazione affettiva nelle scuole ha invitato studenti e docenti a farsi sentire durante il prossimo anno scolastico: “Mobilitatevi contro il ddl, fate sciopero”, ha detto, definendo il disegno di legge un attacco non solo ai diritti delle persone LGBTQIA+, ma anche all’autonomia scolastica.

Lo sguardo al futuro con EuroPride

L’edizione numero 20 del Torino Pride arriva in un momento particolarmente significativo per la città piemontese, che guarda già al 2027, quando ospiterà l’EuroPride, la manifestazione itinerante che ogni anno viene affidata a una diversa città europea e che richiama centinaia di migliaia di persone da tutto il continente. Una sfida importante che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrà rappresentare un’occasione per continuare a trasformare la città in uno spazio sempre più inclusivo. “Sarà una rivoluzione”, ha promesso dal palco Alessandro Battaglia, responsabile del progetto EuroPride 2027 e membro del Coordinamento Torino Pride.

Vent’anni dopo la sua prima edizione, il Torino Pride continua così a rivendicare la propria identità. Una manifestazione che non vuole essere soltanto una festa o una celebrazione, ma uno strumento di partecipazione politica. Perché quei “venti di lotte” che hanno attraversato le strade della città non raccontano soltanto la storia della comunità LGBTQIA+, ma quella di tutte le battaglie contro discriminazioni, esclusioni e disuguaglianze.

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Al via la trasparenza salariale: scatta l’obbligo di svelare i livelli retributivi medi per mansione di uomini e donne

Via libera alla trasparenza salariale. È entrato in vigore il decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue 2023/970 in materia di parità retributiva, che prevede il diritto ad essere informati sul livello retributivo medio percepito dai colleghi e dalle colleghe. Questo perché allo stesso lavoro deve corrispondere la stessa retribuzione, per gli uomini e per le donne. Nel rispetto della privacy, quindi, i lavoratori hanno ora diritto di richiedere informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per genere, riferiti alle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o di pari valore.

L’obbligo di comunicazione dei dati relativi ai divari retributivi per ora scatta per i datori di lavoro che occupano almeno cento dipendenti. Nel caso in cui emerga un divario retributivo di almeno il 5% tra uomini e donne non giustificato e il datore di lavoro non ha motivato la differenza e non l’ha corretta entro sei mesi dalla data della comunicazione, allora si avvia una valutazione congiunta con i sindacati ed eventualmente con l’Ispettorato nazionale del lavoro per adottare misure correttive.

“La trasparenza retributiva non sarà il Grande Fratello dei salari, in virtù della necessità di contemperare i nuovi diritti informativi con la tutela della privacy, soprattutto nelle aziende più piccole”, sottolinea la Fondazione studi Consulenti del lavoro, in una circolare in cui evidenzia che con il provvedimento “non viene riconosciuto un diritto alla conoscenza indiscriminata delle condizioni economiche altrui, ma un diritto circoscritto alla disponibilità di dati medi e aggregati” e solo a fini antidiscriminatori , “non per finalità esplorative dei livelli retributivi dei colleghi”.

Per lo stesso principio, per le imprese con meno di 50 dipendenti si prevede che sarà un apposito decreto del ministero del Lavoro – sentito il Garante della Privacy – a stabilire i criteri da adottare per rispettare il diritto dei lavoratori a conoscere i livelli retributivi medi in chiave anti-discriminazione di genere. Un’attenzione particolare dovuta al fatto che, in questi contesti, per le dimensioni e l’organizzazione aziendali, può facilmente accadere che la conoscenza dei dati aggregati possa condurre alla determinazione indiretta della retribuzione dei singoli.

La norma prevede poi, tra il resto, che in caso di selezione di nuovi dipendenti, il datore di lavoro sia obbligato a comunicare in anticipo la retribuzione prevista o la sua fascia, prima ancora che il candidato si sieda per il colloquio. Inoltre il selezionatore non può più chiedere quanto guadagnava in passato il candidato. Una prassi diffusissima, che spesso penalizzava soprattutto le donne, consolidando nel tempo disuguaglianze già esistenti.

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Carenza pediatri, per far partire la riforma Schillaci ne servono 4mila: “Irrealistico”

Se la riforma Schillaci andasse in porto così come prevede al momento la bozza del ministero della Salute, per mantenere il rapporto ottimale di 850 bambini assistiti per ogni pediatra servirebbero 4mila professionisti in più. Difficile immaginare dove possano essere trovati, considerando che già oggi ne mancano circa 500 (l’80% dei quali in Lombardia, Piemonte e Veneto) e che nei prossimi cinque anni oltre 1500 andranno in pensione. Con questi numeri, il sistema già fatica a garantire copertura, accessibilità e continuità delle cure. Eppure il riordino dell’assistenza primaria a cui lavora il governo punta ad ampliare ulteriormente ruolo e platea dei pediatri di libera scelta, aumentando la loro presenza nelle Case della Comunità ed estendendo l’età degli assistiti fino ai 18 anni. Uno sforzo non sostenibile secondo gli stessi pediatri, che hanno criticato il provvedimento e richiesto modifiche. E che viene definito addirittura “irrealistico” dall’ultimo report della Fondazione Gimbe.

È ancora una volta l’organizzazione presieduta da Nino Cartabellotta, infatti, a denunciare i cortocircuiti delle misure sanitarie introdotte dall’esecutivo. Nel mirino c’è soprattutto l’estensione dell’assistenza fino al compimento dei 18 anni. Oggi il pediatra è obbligatorio fino all’età di 6 anni. Poi, nella fascia 7-14 anni, i genitori possono scegliere tra pediatra e medico di medicina generale. Superata questa età, infine, il passaggio al medico di famiglia è automatico, salvo proroghe fino ai 16 anni per patologie croniche o disabilità. La riforma ribalterebbe questo schema, rendendo il pediatra il riferimento esclusivo fino alla maggiore età. Per Schillaci si tratta di “una misura strategica”, pensata per garantire “continuità assistenziale lungo tutta l’età evolutiva” e superare un meccanismo che finora rischiava di interrompere i percorsi di cura “in una fase delicata della crescita”.

Ma per Gimbe questo provvedimento non tiene conto delle carenze di organico di cui già soffre la professione. Secondo la Fondazione, appunto, mantenendo il rapporto ottimale di un pediatra ogni 850 assistiti, l’estensione fino ai 18 anni richiederebbe oltre 3500 pediatri aggiuntivi: 811 solo per prendere in carico i circa 690mila minori tra 6 e 13 anni oggi assistiti dai medici di medicina generale e altri 2721 per la fascia 14-17 anni. A questi si sommano i quasi 500 pediatri già mancanti. A queste condizioni, avverte Cartabellotta, “l’ipotesi di estendere l’assistenza pediatrica fino alla maggiore età non è realistica”. E il governo probabilmente lo sa, tanto che la bozza prova a rendere sostenibile l’estensione proprio aumentando il limite massimo di assistiti per i pediatri a 1500, rendendolo analogo a quello dei medici di famiglia. Una mossa che, secondo i critici, rischia di scaricare la riforma sui professionisti già in servizio, aumentando il sovraccarico e indebolendo qualità, prossimità e reale libertà di scelta per le famiglie.

Del resto, anche il dossier tecnico-economico allegato alla bozza riconosce l’impatto della misura: l’innalzamento dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni comporterebbe un maggiore costo annuo stimato in circa 523 milioni di euro e la necessità di inserire 1300 pediatri in più. Una stima molto più contenuta rispetto a quella elaborata da Gimbe, considerando la situazione attuale della professione: al primo gennaio 2025 risultavano attivi 6284 pediatri di libera scelta, con quasi 5,8 milioni di assistiti. La media nazionale è di 917 bambini e ragazzi per pediatra, ma in alcune Regioni il carico è ancora maggiore: in Piemonte si arriva a 1126, nella Provincia autonoma di Bolzano a 1114, in Veneto a 1018. “Con questi livelli di saturazione il principio della libera scelta rimane solo sulla carta”, commenta Cartabellotta.

La carenza attuale stimata da Gimbe è pari a 497 pediatri, ma con forti squilibri territoriali: 186 in Lombardia, 109 in Piemonte, 96 in Veneto. Da sole, queste tre Regioni rappresentano il 78,7% del fabbisogno mancante. Il paradosso è che tutto questo accade mentre le nascite continuano a diminuire. Tra il 2019 e il 2025 i bambini tra 0 e 5 anni, fascia per la quale l’iscrizione al pediatra è obbligatoria, sono calati di circa 420mila unità. Ma nello stesso periodo anche i pediatri di famiglia sono diminuiti del 15%. “La riduzione dei professionisti – avverte Cartabellotta – supera ampiamente gli effetti del calo delle nascite”. Il risultato è che in molte aree trovare un pediatra disponibile sta diventando sempre più difficile.

La bozza, inoltre, prevede anche un maggiore coinvolgimento dei pediatri nella rete dell’assistenza territoriale prevista dal Dm 77: almeno sei ore settimanali, per 48 settimane l’anno, nelle Case della Comunità previste dal Pnrr, con la possibilità per le Regioni di aumentare questa quota in base ai bisogni locali. Sulla carta, l’obiettivo è rafforzare la continuità delle cure e integrare meglio i pediatri nei servizi di prossimità. Ma allo stato attuale, senza organici adeguati, risorse e criteri omogenei di applicazione, il rischio è che la riforma si traduca in un aumento degli obblighi senza produrre un miglioramento effettivo della reale capacità di cura.

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“Dire grazie a Lea”: raccolta firme per chiedere di assegnare il contributo della legge Bacchelli a Melandri

A Lea Melandri, scrittrice, intellettuale e femminista, è dedicata la raccolta firme “Dire grazie a Lea” per chiedere che le venga assegnato il contributo economico vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli a favore di persone che si sono distinte per meriti eccezionali nei campi della cultura, delle arti, della ricerca scientifica e dell’innovazione ma si trovano in condizioni di particolare ristrettezza.

“Lea Melandri ha dedicato la sua vita al movimento femminista, alla giustizia sociale, alla liberazione di donne e di uomini. Lo ha fatto con il suo attivismo, con il suo pensiero, con la sua scrittura. I suoi testi teorici, spesso tradotti all’estero, sono oggi considerati manifesti del femminismo italiano e riferimenti imprescindibili nello studio dell’oppressione di genere. Oggi anziana e indigente, rischia di non avere i mezzi per curarsi. Il vitalizio sarebbe il dovuto riconoscimento materiale da parte della Repubblica nei confronti di una vita spesa per cause giuste e per un’opera che oggi è patrimonio della cultura italiana”, si legge nell’appello del Comitato promotore. Lanciato a metà maggio, l’appello è stato già sottoscritto da circa 150 associazioni e 5mila persone sul sito.

Nata in una famiglia mezzadrile della Romagna più povera degli anni Quaranta del secolo scorso, Lea Melandri ha percorso il suo lungo cammino lontano o al margine dei luoghi dove il prestigio si concretizza in denaro o potere fin da quando, nel 1967, in fuga da un matrimonio forzato che verrà annullato molti anni dopo, approda a Milano dove incontra il movimento non autoritario degli insegnanti nell’inizio del lungo Sessantotto e, di lì a poco, il movimento femminista. Le sue origini e la sua vicenda biografica da sempre nutrono il suo pensiero teorico e la sua pratica politica nella convinzione, maturata proprio grazie al femminismo, che un cambiamento nei rapporti di potere possa essere ottenuto solo indagando i nessi tra la vita intima e quella sociale e restituendo un significato politico a quello che è sempre stato posto al di fuori della storia, come le relazioni tra donne e uomini, la sessualità, gli affetti familiari, la maternità e l’essere figli e figlie.

Io vengo dalla povertà e non ho mai avuto niente. Tutto quello che ho fatto nella vita è stato dedicarmi al femminismo. Questo Lea me l’ha detta più di una volta – racconta Riccardo Burgazzi, fondatore di Prospero editore, al ilfattoquotidiano.it, che coordina la campagna. – “Ed è proprio per il femminismo, e naturalmente per i libri, che l’ho conosciuta. Poi a gennaio, parlando di lei con Giuseppe Mazza e riportandogli questo stesso incipit, lui ha commentato ‘andrebbe ringraziata per questo: probabilmente avrebbe diritto alla Bacchelli’. Ecco, questa è l’origine della campagna “Dire grazie a Lea”, che oggi accompagna la candidatura che a inizio maggio è stata presentata ufficialmente alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Speriamo di riuscirci, tutte insieme. Sarebbe un bel modo di dire grazie: non solo a una persona, ma a una storia e a un’idea migliorativa della società”, commenta Burgazzi. Tra le scrittrici e scrittori che hanno beneficiato del vitalizio vi sono Alda Merini, Aldo Braibanti, Gavino Ledda, Dario Bellezza, Daniele Del Giudice e Valentino Zeichen.

L’attività pubblicistica di Lea Melandri prosegue ininterrotta dal 1977, anno in cui esce “L’infamia originaria. Facciamola finita con il cuore e la politica”, tradotto poi all’estero e considerato oggi un manifesto del pensiero femminista italiano degli anni Settanta. Nel libro confluiscono gli articoli pubblicati su “L’erba voglio” (1971–1977), rivista ideata e diretta da lei insieme con lo psicanalista Elvio Fachinelli, che si offre come spazio di analisi teorica sulle molteplici declinazioni del pensiero e delle pratiche antiautoritarie (l’edizione per Manifestolibri del 2018 ha la prefazione di Angela Azzaro).

L’elenco complessivo delle opere di Lea Melandri è disponibile insieme alla sua biografia sul sito della campagna. Per conosce la sua attività è possibile anche riferirsi al sito ww.archiviodilea.it, dove sono raccolte, tra l’altro, registrazioni audiovisive di suoi interventi pubblici.

Vari riconoscimenti simbolici all’impegno di una vita sono arrivati nel corso degli ultimi decenni. Nel 2009 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Carloforte (Sulcis), dove nel 1975 ha organizzato la prima vacanza femminista in Italia e che da allora frequenta per le vacanze estive. Nel novembre 2012, il Comune di Milano, su proposta di Anita Sonego, le ha attribuito l’Ambrogino d’oro. Nel 2025 ha ricevuto il Premio Niccolini come «figura di intellettuale che attraversa i campi del sapere e dell’impegno, ineludibile punto di riferimento del pensiero femminista e della sua alterità». Il 10 giugno di quest’anno, la Lefebvre Giuffrè Edizioni premierà Lea Melandri per la comunicazione sociale sul tema del contrasto alla violenza di genere.

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“Così il capitalismo definisce la disabilità, perpetua disuguaglianze e barriere”: le tesi radicali di Marta Russell

Il capitalismo influisce profondamente sulle persone con disabilità, creando strutture sociali ed economiche che marginalizzano e definiscono la loro esistenza in termini di produttività e utilità. È questa la tesi elaborata da Marta Russell (1951-2013), scrittrice e attivista statunitense con disabilità. I suoi studi sono stati raccolti nell’opera intitolata “Capitalismo e disabilità. Le tesi radicali di Marta Russell”, curata da Keith Rosenthal, uscita postuma per Haymarket Books nel 2019. Per la prima volta il libro è stato tradotto in italiano e pubblicato ad aprile per Ombre Corte. Secondo Russell “il capitalismo ha un impatto significativo su definizione e gestione della disabilità” e la relazione tra capitalismo e disabilità è “complessa e multidimensionale”. Le strutture capitaliste non solo definiscono la disabilità, ma contribuiscono anche a “perpetuare disuguaglianze e barriere”. È fondamentale, a suo dire, riconoscere e affrontare queste dinamiche per promuovere una società più inclusiva e giusta.

“Il testo è innovativo perché scardina i luoghi comuni del pietismo e assistenzialismo con cui la narrazione mainstream racconta la disabilità: Russell rifiuta tanto il modello medico-individuale quanto un approccio fondato solo sui diritti civili, e mostra come la disabilità non sia un destino biologico né una mera condizione medica, ma una categoria politica sviluppata dal capitale. È una svolta che sposta il problema dal corpo “deficitario” del singolo alle strutture materiali che producono esclusione”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it è Ester Micalizzi, la traduttrice del testo, sociologa e una sibling (sorella di una persona con disabilità). “Arrivo a questo libro da entrambe queste prospettive: quella dello sguardo critico sulle strutture sociali e quella, molto più intima, di chi la disabilità la attraversa ogni giorno in famiglia. Russell parla a entrambe queste parti di me e per questo tradurla è stato insieme un atto di studio e politico”.

L’autrice descrive il concetto di disabilità come “costrutto sociale che emerge dalle dinamiche di potere e dalle crescenti disuguaglianze economiche”. Il capitale ha bisogno di tracciare una linea tra “corpi produttivi” e “improduttivi”, tra chi genera profitto e chi viene considerato un “peso” o uno “scarto”. Per analizzare la posizione mutevole delle persone disabili nella produzione capitalistica, Russell utilizza in primis il concetto marxista dell’esercito industriale di riserva. “Da qui il passaggio cruciale dal parlare di persone disabili a persone disabilitate, rese tali dai rapporti sociali ed economici. Il celebre money model di Russell”, sottolinea la sociologa, “mostra inoltre come i corpi non sfruttabili come forza-lavoro vengano comunque resi profittevoli, trasformati in merce attraverso l’industria assistenziale, sanitaria e istituzionale”. Russell costruisce gran parte della sua critica attorno all’Americans with Disabilities Act del 1990, come legge storica eppure incapace di mantenere le promesse. “Una strategia di diritti civili di stampo liberale, che evita lo scontro con i rapporti strutturali del capitalismo, non può funzionare. Le leggi antidiscriminazione”, spiega la traduttrice, “operano in un’epoca di downsizing aziendale, salari in contrazione e ci si chiede se i soli diritti civili possano creare l’eguaglianza economica di cui le persone disabili hanno bisogno”. La risposta di Russell è no”, aggiunge, “senza intaccare la logica produttiva che misura il valore umano sulla capacità di lavorare, le leggi restano gusci formali, mentre il neoliberismo erode allo stesso tempo welfare e protezione sociale”.

Tra i vari temi affrontati c’è la questione disabilità e prigioni, dove la scrittrice evidenzia “una suprema ingiustizia”. Per Micalizzi “Russell dedica pagine fondamentali al nesso tra disabilità e sistema carcerario. La sua critica risulta familiare a chi si occupa di posizioni abolizioniste sul complesso carcerario-industriale: prigioni e istituzioni totali (manicomi, strutture segreganti, Rsa) sono storicamente luoghi in cui vengono ammassati corpi considerati improduttivi, e oggi le persone con disabilità, soprattutto psichiche-cognitive, sono drammaticamente sovra rappresentate nella popolazione detenuta. La suprema ingiustizia”, continua, “sta nel fatto che lo stesso sistema che disabilita le persone attraverso povertà, mancanza di cure e segregazione, poi le criminalizza e le rinchiude, trasformando l’incarcerazione in un’ulteriore forma di profitto sui corpi resi ‘scarto’”.

Altro tema analizzato è il rapporto disabilità ed economia di guerra. “Russell”, spiega Micalizzi, protestò contro entrambe le guerre in Iraq e legge l’imperialismo e la guerra come fattori di ulteriore oppressione e immiserimento delle persone disabili a livello globale. Il nesso è duplice: da un lato la guerra produce disabilità, mutilando civili e combattenti nei paesi aggrediti e in quelli che aggrediscono; dall’altro l’economia di guerra sottrae risorse pubbliche al welfare e ai servizi, scaricando i costi sulle persone più vulnerabili”.

“Tradurre Russell”, raccont ancora la sociologa, “è stato impegnativo, soprattutto per la paura costante di non riuscire a restituire in italiano la radicalità e la precisione analitica del suo pensiero: ogni scelta lessicale pesa, perché Russell non scrive di disabilità con il linguaggio addolcito che siamo abituati a sentire, ma con il rigore tagliente dell’analisi materialista, mescolando teoria marxista, dati economici, giornalismo d’inchiesta e una rabbia lucida che attraversa ogni pagina. Ho provato un misto di responsabilità e urgenza, consapevole che portare Russell in italiano significa offrire al nostro dibattito uno strumento critico che finora mancava. È stato un lavoro”, conclude, “che mi ha insegnato quanto la traduzione, di fronte a un testo politico, sia essa stessa un atto politico”.

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Genova, nel carcere di Marassi il teatro “necessario” dei detenuti. E recita anche il giudice Morando: “La funzione della pena è la rieducazione”

“Questo attore, da cinque giorni, è un uomo libero”. Carlo Imparato lo annuncia dal palco del Teatro dell’Arca, dentro il carcere di Marassi, a Genova, alla fine di una replica della “Voce di Antigone”. L’uomo che ha appena finito di recitare con la compagnia di persone detenute ha finito di scontare la sua pena. Il pubblico applaude. Fuori da quel teatro, anche in Liguria, il carcere resta sovraffollato, attraversato da violenze, lavoro scarso e misure alternative spesso bloccate dalla mancanza di una casa.

La sala teatrale è all’interno delle mura. Dieci anni fa Teatro Necessario ha trasformato una discarica interna alla casa circondariale in questo teatro, aperto alle persone detenute a cui viene concesso l’apposito permesso, e al pubblico esterno. Sandro Baldacci, ideatore del progetto, lo chiamava un ponte tra carcere e città.

Mirella Cannata, insegnante che con Carlo Imparato guida oggi l’associazione Teatro Necessario, racconta che tutto era nato come un laboratorio di pochi mesi. “Ci siamo resi conto subito che il teatro era una necessità“, ricorda. Necessario perché offre alle persone detenute “l’opportunità di scoprire potenzialità e capacità che neanche loro sanno di avere”. In vent’anni sono state coinvolte oltre 500 persone detenute come attori e tecnici, mentre circa 90.000 spettatori sono entrati all’Arca.

A maggio la compagnia ha portato in scena “La voce di Antigone”, dentro il progetto nazionale “Per Aspera ad Astra”, avviato nel 2018 e oggi attivo in 15 carceri italiane. Il laboratorio lavora sui mestieri del teatro ed è un campo di prova che richiede precisione, fiducia, tempi e regole da rispettare.

Al percorso concluso a maggio ha preso parte anche Giorgio Morando, giudice per le indagini preliminari del tribunale di Genova, poi salito sul palco come attore della compagnia. “Le nostre realtà sono spesso contrapposte – dice a ilfattoquotidiano.it. – Io faccio il giudice, spesso vengo percepito da loro come una figura distante. Invece voglio essere vicino in quella che è la funzione costituzionale della pena, cioè la rieducazione. L’ho sempre studiata nei libri, poi l’ho vista concretamente in questo progetto e quest’anno l’ho voluta vivere insieme alla compagnia”.

Dentro il teatro del carcere, Antigone riporta il conflitto tra legge dello Stato, coscienza e dignità. Eva Cambiale, attrice e co-regista insieme a Carlo Orlando, racconta il lavoro dietro le quinte: nove ore alla settimana, da ottobre a maggio, con persone che non avevano mai fatto teatro. “È difficile che in carcere si crei un gruppo, un gruppo unito, in cui ci sia parità e assenza di giudizio”, dice. Nelle sezioni spesso prevalgono diffidenze e solitudini; per qualche ora alla settimana, quelle regole cedono terreno a un’altra disciplina: si prova, si sbaglia e si ripete. Si impara a stare nello spazio senza occuparlo tutto e ad ascoltare la battuta dell’altro.

“Sappiamo benissimo che lavoriamo con dieci detenuti su oltre 600“, riconosce Cambiale. Ma per chi partecipa, il teatro è “una boccata di ossigeno”, ancora più preziosa proprio in considerazione del contesto molto complesso, “in cui c’è molta sofferenza”.

La relazione annuale 2025 del garante regionale Doriano Saracino dà la misura di quel contesto. Al 31 dicembre 2025 negli istituti liguri c’erano 1.398 persone detenute per 1.111 posti: sovraffollamento al 126 per cento. A Marassi i presenti erano 689 su 535 posti, ben oltre la capienza.

Il garante apre la relazione con un fatto avvenuto proprio a Marassi. Il 4 giugno 2025 circa 200 persone detenute protestarono dopo le violenze subite da un ragazzo di 18 anni. Sui fatti indaga la magistratura: sulle violenze, su eventuali omissioni nella custodia e sulla protesta, per la quale è stato contestato per la prima volta in Italia il nuovo reato di rivolta in istituto penitenziario. Saracino scrive che, per quanto subito dal giovane, “il termine tortura non pare davvero esagerato”.

Le criticità ricorrenti riguardano salute, continuità delle cure, condizioni igienicosanitarie e spazi di vita. Nella relazione si parla di referti non consegnati, visite e interventi senza tempi certi, prestazioni che saltano per problemi di scorte, celle con muffe e umidità, vetri mancanti, pannelli in plexiglas che riducono aria e luce, infestazioni nelle zone di raccolta dei rifiuti. Anche il lavoro resta insufficiente: secondo il garante, le carceri liguri sono al terzultimo posto in Italia per opportunità di lavoro alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Per chi potrebbe scontare fuori l’ultima parte della pena, l’accesso alle misure alternative diventa più difficile senza una casa idonea o un luogo di accoglienza, rendendo la pena in carcere più lunga per i più poveri.

Morando spiega che progetti come il laboratorio dell’associazione Teatro Necessario servono a far vedere anche all’esterno il carcere non come “un luogo di perdizione”, ma come un posto dove le persone possono mostrarsi al pubblico e dire “noi non siamo spazzatura“.

A fine spettacolo prende la parola un uomo della compagnia. “Ogni volta che sono su questo palcoscenico, veramente mi sento libero con voi”, dice. Dopo gli applausi, il pubblico esce da una parte mentre gli attori, sotto lo sguardo degli operatori di polizia penitenziaria, rientrano nelle sezioni dal retro del palco.

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