Reading view

Faccia a faccia tra navi cinesi e di Taiwan: alta tensione nelle isole contese

Nuovo episodio di tensione nel Mar Cinese Meridionale tra Cina e Taiwan. Secondo quanto riferito dalla Guardia Costiera di Taipei, una nave della Guardia Costiera cinese è entrata nelle acque che Taipei considera soggette alla propria giurisdizione attorno alle isole Pratas, conosciute anche come Dongsha. L’incidente si è verificato nelle prime ore della mattina del 5 giugno e ha dato origine a un confronto ravvicinato tra le unità navali delle due parti.

Il faccia a faccia navale tra Pechino e Taipei

Che cosa è successo? Le autorità taiwanesi hanno dichiarato di aver individuato l’imbarcazione cinese, identificata dal numero di scafo 3501, a circa quattro miglia dalla zona marittima sottoposta a restrizioni. Una motovedetta di Taipei è stata immediatamente inviata nell’area per affiancare il mezzo cinese e ordinargli via radio di allontanarsi.

Secondo la ricostruzione fornita dalla Guardia Costiera di Taiwan e riportata da Newsweek, la nave cinese avrebbe ignorato gli avvertimenti ricevuti e aumentato la velocità, passando da cinque a nove nodi prima di effettuare una brusca virata verso l’interno delle acque rivendicate da Taipei. A quel punto si è sviluppato un vero e proprio stallo tra le due unità, con entrambe le parti impegnate a mantenere la propria posizione.

In una nota ufficiale, l’amministrazione taiwanese ha ribadito che soltanto le sue autorità hanno il diritto di far rispettare la legge nelle acque attorno alle Dongsha, sottolineando che la Repubblica di Cina (Taiwan ndr) e la Repubblica Popolare Cinese “non sono subordinate l’una all’altra”.

Scintille nelle isole contese

Le isole Pratas si trovano circa 400 chilometri a sud-ovest di Taiwan e a poco più di 300 chilometri da Hong Kong. Sebbene siano amministrate da Taipei, vengono rivendicate anche da Pechino e rappresentano uno dei punti più delicati della competizione strategica tra le due sponde dello Stretto. Taiwan mantiene sull’arcipelago una piccola guarnigione di marines, mentre la Cina considera l’isola principale parte integrante del proprio territorio nazionale.

Nelle ultime settimane, tra l’altro, navi da ricerca e pescherecci cinesi sono stati più volte segnalati in prossimità delle coste taiwanesi, costringendo la Guardia Costiera locale a operazioni di monitoraggio e allontanamento.

Per il Taipei Times, gli incidenti registrati attorno alle Dongsha sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni, passando da episodi sporadici a oltre trenta casi annuali. Parallelamente, anche le incursioni aeree e navali cinesi nelle zone limitrofe allo Stretto di Taiwan sono diventate quasi quotidiane. Di fronte a questa crescente pressione, il governo taiwanese sta investendo nel rafforzamento delle proprie capacità di sorveglianza marittima.

Non è un caso che il Consiglio per gli Affari Oceanici di Taiwan abbia ottenuto finanziamenti straordinari superiori a 935 milioni di dollari per l’acquisto di quaranta nuove unità della Guardia Costiera e per l’ammodernamento dei sistemi di monitoraggio.

  •  

Aerei, navi e blitz elettronico: la Cina sfida la fregata europea nello Stretto di Taiwan

Altissima tensione nello Stretto di Taiwan. La Cina ha fatto sapere di aver dispiegato unità navali e aeree per seguire e monitorare il transito della fregata olandese De Ruyter, impegnata nel passaggio attraverso il braccio di mare che separa Taiwan dalla Cina continentale. Le autorità del Dragone hanno ribadito la volontà di difendere la propria sovranità e di mantenere alta l’attenzione su ogni attività militare straniera nelle aree che ritengono di interesse nazionale.

Alta tensione nello Stretto di Taiwan

Il Comando del Teatro Orientale dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese ha scritto sui social media che, in meno di due settimane, l'elicottero imbarcato sulla fregata olandese De Ruyter aveva "violato illegalmente lo spazio aereo sopra le isole Xisha (nome cinese delle Isole Paracelso) e successivamente la fregata aveva attraversato lo Stretto di Taiwan".

Il colonnello Xu Chenghua, portavoce del comando di teatro operativo, ha dichiarato che le forze armate cinesi "rimarranno in stato di massima allerta in ogni momento per salvaguardare con fermezza la sovranità e la sicurezza della Cina, nonché la pace e la stabilità regionale". Lo stesso Xu ha aggiunto che le forze navali e aeree "hanno gestito la situazione in modo efficace", senza fornire dettagli. Il post includeva due foto della nave da guerra olandese, una delle quali mostrava anche l'elicottero.

Ma che cosa è successo precisamente? Secondo quanto riferito da Reuters, Pechino ha usato aerei militari e navi da guerra per tracciare e controllare la nave occidentale durante l’attraversamento dello Stretto di Taiwan. Dal canto suo, il governo dei Paesi Bassi ha spiegato che la De Ruyter stava operando nella regione per ragioni diplomatiche, di sicurezza ed economiche, sottolineando che la missione si è svolta nel pieno rispetto del diritto internazionale.

Che cosa sta succedendo nel Mar Cinese Meridionale

La vicenda, come detto, è arrivata pochi giorni dopo un altro confronto tra la stessa fregata e le forze armate cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Pechino aveva accusato l’unità olandese di essere entrata illegalmente nell’area delle isole Paracelso e di aver fatto decollare un elicottero in uno spazio aereo rivendicato dalla Cina.

Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e non ha mai escluso il ricorso alla forza per arrivare a una riunificazione con l’isola. Non solo: le autorità cinesi ritengono che lo stretto abbia natura sostanzialmente interna o comunque soggetta alla propria giurisdizione, una posizione contestata da Stati Uniti, Paesi europei e numerosi altri governi, che invece lo considerano una via d’acqua internazionale aperta alla navigazione.

Lo scorso aprile, il ministero della Difesa olandese aveva annunciato che la De Ruyter, una fregata di comando e difesa aerea, avrebbe trascorso cinque mesi nell'Indo-Pacifico per partecipare a operazioni ed esercitazioni internazionali con gli alleati. L'imbarcazione ha un equipaggio di circa 200 persone ed è equipaggiata con un elicottero navale avanzato NH90. Il mese scorso, la nave in questione ha fatto scalo a Manila, dove ha partecipato ad esercitazioni congiunte con la Marina filippina.

A fine maggio, durante il transito nello Stretto di Taiwan dell’imbarcazione olandese, sono scoppiate le tensioni. Secondo quanto riferito dai media cinesi, le forze aeree e navali del Dragone avevano emesso avvertimenti verbali e utilizzato contromisure elettroniche non specificate per allontanare il velivolo alzatosi in volo dalla De Ruyter. È stata la prima volta che l'esercito cinese ha affermato di aver utilizzato questi strumenti contro navi o aerei da guerra stranieri in acque contese.

  •  

Starmer accelera sulla difesa britannica davanti alla minaccia russa

Keir Starmer ha annunciato che la nuova pubblicazione del Defence Investment Plan britannico precederà il vertice Nato del 7 luglio. Lo ha fatto durante una visita a Stark, azienda di tecnologie per la difesa a Swindon, legando il dossier della produzione industriale e militare a quello della nuova postura di sicurezza del Regno Unito.

Il motivo, nelle parole del primo ministro, è la convergenza tra minaccia, capacità militari e base industriale. Secondo quanto riportato dal Guardian, Starmer ha richiamato la valutazione dell’intelligence del Regno Unito e di altri Paesi Nato secondo cui la Russia potrebbe essere in grado di attaccare l’Alleanza “già nel 2030”. Da qui, ha spiegato, l’urgenza di associare l’aumento della spesa per la difesa a programmi concreti, tecnologie disponibili e produzione nazionale.

Il Defence Investment Plan dovrà tradurre in scelte finanziate la Strategic Defence Review pubblicata nel 2025, che aveva già fissato l’obiettivo di spostare la difesa britannica verso una maggiore prontezza operativa, una postura “Nato first” e un uso più esteso di droni, intelligenza artificiale, sistemi autonomi e capacità digitali. Il piano di investimento era atteso inizialmente lo scorso autunno, ma è stato rinviato più volte e ora sembra iniziare a muoversi su due piani. Il primo è militare: Londra vuole aumentare la spesa per la difesa, dopo aver indicato l’obiettivo del 2,6% del Pil e l’ambizione di arrivare al 3% nella prossima legislatura, compatibilmente con le condizioni economiche e fiscali. Il secondo è industriale: il premier ha insistito sul fatto che l’investimento non dovrà produrre soltanto capacità operative, ma anche occupazione qualificata e ben retribuita nel Regno Unito. In soluzione di continuità con l’idea, già contenuta nella Strategic Defence Review, di trasformare la difesa in un motore di crescita, oltre che in uno strumento di deterrenza.

Le dichiarazioni del premier durante la visita a Stark richiedono poi ulteriori spunti di riflessione. L’azienda opera nel settore delle tecnologie per la difesa, più precisamente (anche) nella produzione di droni, ambito che l’Europa e la Nato, governo britannico compreso, considerano sempre più rilevante, in particolar modo alla luce delle lezioni emerse dalla guerra in Ucraina. Il conflitto ha infatti dimostrato quanto velocemente evolvano le esigenze militari e quanto sia decisiva la capacità di sviluppare, produrre e schierare in tempi rapidi sistemi efficaci, flessibili e sostenibili nei costi. Fattori che sottolineano quanto il futuro piano di investimenti dovrà tradurre gli indirizzi generali della revisione in scelte concrete, indicando risorse, programmi e capacità operative da finanziare e sviluppare nel prossimo decennio.

Il governo laburista dovrà ora conciliare le richieste degli alleati, la crescente percezione della minaccia russa, le esigenze delle Forze armate e i limiti imposti dai conti pubblici. Il tutto in vista del vertice Nato di luglio, vero e proprio spartiacque per l’intera componente europea dell’Alleanza, chiamata a dimostrare di poter assumere una quota maggiore delle responsabilità legate alla propria sicurezza. È su questa urgenza che si fonda il messaggio di Starmer, che descrive la Russia come il principale riferimento strategico rispetto al quale valutare la capacità di deterrenza dell’Occidente.

  •  

Roma punta su Washington per ridisegnare la sicurezza europea

Guido Crosetto si prepara a volare a Washington per incontrare il segretario alla Guerra americano, Pete Hegseth, in un momento in cui il dibattito sulla sicurezza europea è tornato al centro delle relazioni transatlantiche, anticipando in forma bilaterale parte dei contenuti che potrebbero caratterizzare il tavolo del confronto al Nato Summit di Ankara in luglio. L’appuntamento di Crosetto è fissato per il 15 giugno, e arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni con cui il ministro della Difesa ha proposto la costruzione di una nuova rete di sicurezza europea, più ampia dell’Unione europea e capace di includere partner come Regno Unito, Norvegia, Turchia e Ucraina.

Le due iniziative si collocano sullo stesso terreno politico: il tentativo di definire quale debba essere il ruolo dell’Europa in una fase in cui gli Stati Uniti chiedono agli alleati di assumere maggiori responsabilità per la propria difesa. Nell’intervista, che anticipa la missione, sul New York Times, Crosetto descrive la sua proposta come una risposta ai cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel quadro strategico europeo. La guerra in Ucraina, l’evoluzione delle minacce alla sicurezza e la crescente pressione americana sugli alleati europei hanno alimentato una riflessione sul modo in cui il continente organizza la propria difesa.

Il ministro sostiene che una politica di sicurezza credibile non possa essere limitata ai soli membri dell’Unione europea. Da qui l’idea di una struttura capace di coinvolgere Paesi che condividono interessi e responsabilità nella sicurezza del continente pur rimanendo al di fuori delle istituzioni comunitarie.

La proposta assume particolare rilievo perché arriva mentre in diverse capitali europee si discute del rapporto tra il rafforzamento della difesa continentale e il futuro della Nato. Nelle parole di Crosetto, tuttavia, il tema non viene posto in termini di alternativa.

Il ministro respinge esplicitamente l’idea che il progetto possa sostituire l’Alleanza atlantica. Al contrario, sostiene che l’obiettivo sia quello di rafforzare il pilastro europeo della sicurezza occidentale. La distinzione è significativa perché intercetta uno dei principali interrogativi emersi dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca: come aumentare le capacità europee senza indebolire il legame transatlantico.

La visita a Washington offre un banco di prova concreto di questo approccio. Sul tavolo dei colloqui con Hegseth ci saranno la spesa militare, il ruolo delle basi americane presenti in Italia, il futuro della Nato e alcune delle principali crisi regionali – il blocco di Hormuz in primis, perché la guerra americana contro l’Iran, scaricata nel chokepoint del Golfo, ha prodotto enormi complessità nel mercato energetico. Sono tutti temi che riflettono le priorità dell’amministrazione americana, ma che coincidono anche con il dibattito in corso tra gli alleati europei.

Il confronto si sviluppa però su un terreno articolato, dove la cooperazione strategica si incastra con i rispetti interessi nazionali. L’amministrazione americana continua a chiedere agli alleati europei un maggiore impegno finanziario nel settore della difesa e il tema sarà inevitabilmente presente nei colloqui di Washington. Il segretario di Stato, Marco Rubio, lo scorso mese in Italia e successivamente al vertice Nato, era stato molto chiaro nel ribadire la necessità che l’Europa aumenti le risorse dedicate alla difesa

Nelle ultime settimane il dibattito si è concentrato anche sul programma europeo Safe (Security Action for Europe), lo strumento con cui l’Unione europea intende sostenere gli investimenti nel settore della difesa attraverso prestiti comuni, e sulle modalità con cui il governo italiano punta a reperire nuove risorse per la spesa militare – anche pensando a capitoli di spesa complessi, come per esempio quello energetico. Parallelamente, Roma guarda con attenzione al dibattito in corso negli Stati Uniti sulla presenza militare americana nel continente e punta a preservare il ruolo delle basi presenti sul territorio italiano.

Il dossier marca una fase di ridefinizione delle responsabilità all’interno dell’alleanza, nella quale europei e americani stanno cercando un nuovo equilibrio tra contributi, capacità e presenza militare. L’incontro Crosetto-Hegseth diventa un utile introduzione per quello che sarà il tema dei temi nel summit Nato di luglio, dove sarà il presidente Trump a chiedere agli alleati un balzo nell’assunzione di responsabilità e un amento della condivisione degli impegni. E spetterà agli alleati l’onore di trovare una quadra tra queste dinamiche irreversibili del pensiero strategico statunitense e le necessità interne, tra gestione delle spese, mantenimento del rapporto col corpo elettorale, protezione dell’interesse nazionale.

  •  

Attacchi oltre l’orizzonte e piattaforme fantasma: la nuova corsa agli abissi di Russia e Cina

La guerra sottomarina sta vivendo una nuova fase di centralità negli equilibri militari internazionali. Dall’Artico all’Indo-Pacifico, le principali potenze navali stanno investendo in piattaforme sempre più sofisticate, capaci di combinare furtività, autonomia operativa e capacità di attacco a lungo raggio. In questo scenario s’inseriscono due sviluppi che stanno attirando l’attenzione delle comunità strategiche occidentali: il successo di un lancio condotto dal nuovo sottomarino nucleare russo Arkhangelsk nel Mare di Barents e l’apparizione di una misteriosa unità cinese caratterizzata da un design radicalmente innovativo. Due episodi distinti che riflettono l’ importanza della dimensione subacquea nella competizione tra grandi potenze.

Cosa sappiamo

Il recente lancio di un missile antinave P-800 Oniks da parte del sottomarino nucleare Arkhangelsk rappresenta una dimostrazione concreta delle capacità raggiunte dalla componente subacquea della Flotta del Nord russa. L’unità, appartenente al Progetto 885M Yasen-M, ha eseguito il tiro in immersione nel Mare di Barents contro un bersaglio navale posto a oltre 200 chilometri di distanza, completando con successo l’intera sequenza d’ingaggio.

L’aspetto più significativo dell’attività non riguarda tanto la distanza percorsa dal vettore, quanto la capacità di effettuare un attacco oltre l’orizzonte mantenendo l’armamento in assetto occultato. In uno scenario operativo reale, questo tipo di missione presuppone l’integrazione di una complessa catena di acquisizione e trasmissione dati, nella quale sensori navali, piattaforme aeree, assetti spaziali e reti di comando e controllo cooperano per fornire una soluzione di tiro aggiornata.

Dall’analisi emerge che l’Arkhangelsk è entrato in servizio alla fine del 2024 ed è considerato una delle piattaforme più avanzate oggi disponibili per la Marina russa. La classe Yasen-M è stata sviluppata per ridurre sensibilmente la segnatura acustica rispetto alle generazioni precedenti, incrementando al contempo la flessibilità operativa. Oltre alle tradizionali missioni antisommergibile e anti-superficie, questi battelli sono progettati per condurre attacchi di precisione a lunga distanza, operazioni di raccolta informativa e missioni di deterrenza in aree strategicamente sensibili.

Il missile P-800 Oniks, conosciuto in ambito NATO come SS-N-26 Strobile, costituisce uno degli strumenti principali della dottrina russa di negazione d’area marittima. Grazie alla velocità supersonica e al profilo terminale a bassa quota, il sistema riduce drasticamente la finestra temporale disponibile alle difese navali avversarie per individuare, tracciare e neutralizzare la minaccia.

Il Mare di Barents e la difesa del bastione strategico russo

La scelta del Mare di Barents come area di esercitazione non è casuale. Questo settore rappresenta il fulcro della strategia navale russa nell’Artico e ospita alcune delle infrastrutture militari più importanti del Paese, comprese le basi dei sottomarini strategici schierati nella Penisola di Kola.

Da decenni Mosca sviluppa il concetto di “bastion defense”, una dottrina finalizzata a proteggere le aree di pattugliamento dei sottomarini lanciamissili balistici attraverso un sistema multilivello composto da forze navali, difese costiere, copertura aerea, guerra elettronica e sensori distribuiti. In questo dispositivo, i battelli Yasen-M svolgono un ruolo essenziale, agendo sia come elemento offensivo sia come componente avanzata della difesa marittima.

Per la NATO il problema strategico non si limita alla minaccia rappresentata dai missili. La vera sfida consiste nell’individuare e tracciare queste piattaforme prima che possano generare una soluzione di tiro. Ciò richiede un costante impiego di assetti ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), pattugliatori marittimi, reti sonar, velivoli antisommergibile e gruppi navali dedicati alla lotta subacquea.

L’allargamento dell’Alleanza Atlantica a Finlandia e Svezia ha ulteriormente accresciuto l’importanza del teatro artico e nordatlantico, rendendo il controllo delle linee di comunicazione marittime e degli accessi al Mare di Norvegia una priorità crescente per entrambe le parti.

Il nuovo sottomarino cinese apre interrogativi sulle future capacità della PLAN

Mentre la Russia continua a perfezionare le proprie capacità, la Cina procede lungo una direttrice differente, puntando sull’innovazione progettuale e sull’espansione quantitativa della propria flotta subacquea. Recenti immagini satellitari provenienti dai cantieri Jiangnan di Shanghai hanno infatti rivelato una nuova unità di grandi dimensioni che non corrisponde ad alcuna classe finora nota.

L’armamento presenta una configurazione esterna particolarmente avanzata, caratterizzata da una prua estremamente affusolata, impennaggi poppieri a X e da una struttura superiore ridotta al minimo. L’assenza della tradizionale torretta rappresenta l’elemento più insolito e potrebbe indicare la ricerca di una minore resistenza idrodinamica e di una riduzione della traccia acustica e radar.

Le dimensioni stimate, circa 120 metri di lunghezza per 10-11 metri di larghezza, suggeriscono una piattaforma destinata a operazioni oceaniche di lunga durata. Gli analisti stanno cercando di stabilire se l’unità sia effettivamente il nuovo Type 095, il sottomarino nucleare d’attacco atteso da anni, oppure il primo esemplare di una classe completamente inedita.

Anche il sistema di propulsione resta oggetto di speculazioni. Le caratteristiche sembrano compatibili con un reattore nucleare convenzionale, ma alcuni osservatori ritengono possibile l’impiego di soluzioni ibride derivate dai programmi cinesi di propulsione indipendente dall’aria di nuova generazione. Qualunque sia la risposta, il progetto conferma l’accelerazione impressa da Pechino alla modernizzazione della People’s Liberation Army Navy.

L’emersione quasi simultanea di nuove piattaforme presso i cantieri di Shanghai e Huludao rafforza inoltre la percezione di una capacità industriale ormai in grado di sostenere programmi multipli in parallelo. Una dinamica che continua ad ampliare il divario produttivo rispetto a gran parte delle marine occidentali e che potrebbe modificare significativamente il bilancio delle forze subacquee nell’Indo-Pacifico nel corso del prossimo decennio.

  •  

Droni, missili e robot: così prende forma l'arsenale anti Cina di Taiwan

Taiwan sta rafforzando il proprio arsenale militare seguendo una strategia fondata su tre pilastri. Il primo riguarda un potenziamento dei missili antinave, con l'obiettivo dichiarato di averne a disposizione oltre 1.800 entro l'inizio del 2029. Il secondo chiama in causa i droni. Taipei ha infatti intenzione di acquistare circa 200.000 Uav e 1.320 imbarcazioni di superficie senza pilota tra il 2026 e il 2032, insieme a sistemi collaborativi basati sull'intelligenza artificiale e ad altre tecnologie correlate. L'ultimo pilastro ruota invece attorno all'implementazione di speciali cani robot da impiegare nelle operazioni di pattugliamento nelle isole contese situate nel Mar Cinese Meridionale.

La strategia militare di Taiwan

Secondo quanto riportato da Reuters, Taiwan aumenterà drasticamente il numero dei suoi potenti missili antinave nel tentativo di contenere la crescente minaccia di blocco (o invasione) da parte della Cina. Parliamo del resto di armi che possono essere lanciate da aerei, navi e postazioni terrestri rientranti nella strategia asimmetrica taiwanese volta a compensare l'enorme vantaggio della Cina in termini di potenza di fuoco con un gran numero di armi economiche ma letali.

Citando il caso dell'Ucraina, che proprio così è riuscita a resistere all'offensiva della Russia, Taipei punta a costruire una forza resiliente, progettata per sopravvivere a un bombardamento aereo e missilistico cinese iniziale, e in grado di colpire una fantomatica flotta navale nemica che dovesse bloccare l'isola. Sono inoltre in programma ulteriori missili di precisione con una gittata sufficiente ad attaccare navi cinesi nello Stretto di Taiwan o nei porti di imbarco sulla costa cinese.

La punta di diamante dell'arsenale antinave di Taiwan è costituita dai missili Harpoon forniti dagli Stati Uniti e dai missili Hsiung Feng di produzione nazionale. Un ingente quantitativo di queste armi permetterebbe all'isola di creare una "zona di fuoco" nello Stretto di Taiwan, un'area in cui una potenza di fuoco concentrata infliggerebbe gravi perdite all'invasore. Il ministero della Difesa di Taiwan ha sottolineato in un comunicato che i missili antinave "possono creare una potente capacità di attacco marittimo e ridurre l'efficacia bellica del nemico. I dettagli relativi al loro dispiegamento riguardano la sicurezza militare e non vengono divulgati".

Droni e robot oltre ai missili antinave

Nel frattempo, il principale istituto di sviluppo di armamenti dell'esercito taiwanese, il National Chung Shan Institute of Science and Technology, ha presentato tre diverse versioni di un cane robot. Si tratta di un dispositivo che un giorno potrebbe essere utilizzato per pattugliare le isole di Taiwan nel Mar Cinese Meridionale. L'attuale inventario di droni da combattimento di Taiwan, invece, si attesta a meno di 10.000 unità: il governo guidato da William Lai vorrebbe espanderlo ulteriormente da qui ai prossimi mesi.

Taiwan sta infine anche cercando di trasformare il proprio sistema di difesa aerea in una rete integrata, intelligente e multilivello. Cosa significa? Che satelliti, radar terrestri, aerei senza pilota e sistemi navali dovrebbero arrivare ad alimentare un'unica rete di comando e controllo. Una rete, supportata dall'intelligenza artificiale, che avrebbe il compito di analizzare enormi quantità di dati, distinguere le minacce reali dai falsi allarmi e assegnare automaticamente il miglior sistema di intercettazione disponibile. Una specie di grande "ombrello intelligente", dunque, in grado di reagire in modo rapido e coordinato contro missili balistici, cruise, droni, razzi e caccia.

  •  
❌