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Nucleare, la Camera approva la legge delega. Pichetto: “Scelta di concretezza, non ideologica”. Opposizioni di traverso

La Camera approva la legge delega sul nucleare con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Come da cronoprogramma annunciato settimane fa dal ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, il testo passa ora al Senato. Il governo conta nell’approvazione definitiva prima della pausa estiva e sull’emanazione dei decreti delegati entro il 2026. Perché il Governo Meloni portasse l’Italia fino a questo punto, è accaduto di tutto. Fino alla fine, alla vigilia del voto. Mercoledì, infatti, la maggioranza ha deciso di cambiare l’ordine dei lavori della Camera contro il parere delle opposizioni, imponendo la discussione sulla legge delega per il nucleare, invece che quella su una mozione che riguarda il gioco d’azzardo. Poi, l’Aula della Camera ha bocciato con 74 voti favorevoli e 116 contrari le pregiudiziali di costituzionalità di Avs ed M5s sulla legge delega sul nucleare. Anche Azione ha votato contro, insieme alla maggioranza. E così si è arrivati al voto finale della Camera, che non ha svelato nulla di nuovo sul fronte delle posizioni. Tramite la legge le camere conferiranno al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione di energia da ‘fonte nucleare sostenibile’, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi. Il testo definisce i campi d’intervento dei futuri decreti governativi tra cui la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari (SMR, AMR e micro-reattori), la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, la gestione del combustibile esaurito, la sicurezza nucleare e la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti. Per gli esponenti di maggioranza – in questo caso appoggiati da Azione – la legge è il primo passo verso l’indipendenza energetica, per le altre forze politiche questa legge è una forzatura. E ci sono una serie di perplessità sull’iter seguito, sull’utilità e anche sul nodo del nucleare a scopi militari. Su cui il Governo Meloni si lascia la porta aperta. Anche se il ministro ha precisato che il ddl “riguarda solo il nucleare civile”.

Il ministro Pichetto Fratin: “Una scelta di concretezza, non di ideologia”

“Con l’approvazione compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio” ha commentato Pichetto Fratin. E ancora: “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro”. Per il ministro il nucleare “non è una bandiera politica o ecologica: è uno strumento da valutare con serietà, fiducia nella ricerca e responsabilità verso le prossime generazioni”. Insomma, si parla di sostenibilità e sicurezza ma, intanto, il testo stabilisce anche i criteri direttivi che l’esecutivo deve seguire nel redigere i decreti: garantire sì i massimi standard di sicurezza e la protezione della salute, oltre a prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori ospitanti gli impianti, ma anche semplificare i procedimenti autorizzativi. E, ovviamente, assicurare la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica. “Se mi si dice quando pensi di vedere l’energia da fonte nucleare, da fissione, vi dico 2034-2035 perché poi diventerà molto più veloce. Se noi seguiamo quella che che è l’evoluzione della scienza nella ricerca – ha aggiunto il ministro – e quindi della tecnologia, l’accelerazione è notevole ed è sta avvenendo in tutto il mondo”.

Esultano gli esponenti del Governo. E puntano sulle “bollette delle famiglie”

“Sono assolutamente soddisfatto. L’Italia non può fare a meno dell’energia nucleare. È la cosa più urgente e importante per abbassare in prospettiva le bollette per le famiglie e le imprese, però dobbiamo partire con i progetti entro la fine della legislatura” ha detto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, a margine del question time alla Camera. Anche se diversi studi indicano che l’energia da fissione nucleare non abbassa e non abbasserà le bollette. Per il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, la leghista Vannia Gava “l’approvazione rappresenta un passo importante per costruire un sistema energetico più sicuro, sostenibile e competitivo. L’Italia sceglie di guardare avanti con pragmatismo, puntando su tutte le tecnologie disponibili per garantire energia stabile a famiglie e imprese, ridurre la dipendenza dall’estero e accompagnare il percorso di decarbonizzazione”. Soddisfatto anche il ministro degli esteri e vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Antonio Tajani: “Una scelta fondamentale per la nostra economia, per le politiche energetiche nucleare di ultima generazione, ci permetterà di fare un salto di grande qualità e finalmente garantire la nostra libertà da condizionamenti esterni”. Anche la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, non manca di mostrare il suo sostegno alla causa: “Una scelta strategica e di visione per il futuro”. Ha votato a favore anche Azione. E Carlo Calenda lo rivendica: “Era nel nostro programma e Azione ha fatto una grande campagna per il nucleare. È l’unica energia che ci consente di essere indipendenti, di pagare poco e di emettere nulla. Un passo avanti importante per l’Italia”.

Per la maggioranza si tratta di un passo storico

Il deputato e responsabile del dipartimento energia di Forza Italia, Luca Squeri, relatore del ddl sul nucleare parla di “una visione lucida e concreta: quella di costruire un vero mix energetico. È in questa integrazione tra fonti che si gioca la sicurezza energetica nazionale – aggiunge – e in questo quadro oggi manca un elemento strategico come il nucleare”. Per Squeri “l’Italia ha già una forte base rinnovabile” (anche se è lontana dagli obiettivi al 2030, ndr), ma resta ancora esposta a una dipendenza significativa dal gas nella produzione elettrica”. “Nessuna fonte, da sola, è in grado di risolvere rapidamente il fabbisogno energetico nazionale. In questo quadro – aggiunge – il ritorno al nucleare rappresenta una scelta di realismo e di prospettiva industriale”. Il deputato di Fratelli d’Italia Massimo Milani, segretario della commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera dei deputati sottolinea la differenza con il nucleare a cui gli italiani hanno detto no con il referendum: “Mettiamo un primo tassello verso una futura indipendenza energetica. Il testo della legge delega è molto chiaro: il nuovo nucleare non è tecnologicamente comparabile con quello a cui l’Italia rinunciò in passato con i due referendum, perché parliamo di nucleare di nuova generazione”. Soddisfatto anche il deputato della Lega e capogruppo in Commissione Ambiente della Camera, Gianpiero Zinzi. “Abbiamo il dovere di mettere cittadini e imprese al riparo da choc energetici come quelli provocati negli ultimi anni dalle crisi internazionali e dalle tensioni geopolitiche. Quando ne parlavamo tempo fa eravamo considerati pazzi visionari” commenta. Anche il senatore del Carroccio, Manfredi Potenti, ribadisce: “Una notizia storica e un passaggio fondamentale per il futuro energetico dell’Italia. La Lega lo dice da sempre, anche quando altri non ci credevano, perché senza nucleare non può esserci vera autonomia energetica, né bollette più leggere per famiglie e imprese”.

Le opposizioni: “Parlamento marginalizzato. Voto su delega in bianco”

Ma il dibattito è tutt’altro che chiuso. Al ministro Pichetto Fratin si rivolge in un post sui social il vicepresidente M5S Stefano Patuanelli: “A parte le grafiche sui social in cui rilancia il nucleare, ci potrebbe dire dove intendete realizzare il deposito nazionale delle scorie radioattive? Grazie”. Molto critica Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei Deputati, intervenendo a Rainews: “Ora ci impongono una legge delega sul nucleare spacciando tecnologie inesistenti sul mercato e soluzioni a 15 – 20 anni mentre ogni giorno i cittadini si chiedono quanto ancora aumenterà un litro di benzina. Hanno sempre la solita ricetta: propaganda e vittimismo, l’unica che hanno imparato a praticare bene”. A parlare dell’iter è stato il capogruppo Pd in commissione Attività produttive alla Camera, Alberto Pandolfo, intervenendo in Aula per annunciare il voto contrario del gruppo al Ddl delega sul nucleare. “Il Parlamento è stato marginalizzato su una delle scelte di politica energetica più rilevanti degli ultimi cinquant’anni. Oggi non votiamo su una scelta di politica energetica, ma su una delega in bianco. C’è una differenza netta tra la ricerca e la propaganda che fa il governo, tra una prospettiva scientifica di lungo periodo e la pretesa di presentare ipotesi di lavoro come soluzioni cantierabili, tra una politica energetica e un’illusione da conferenza stampa”. E non si placa neppure la polemica sulla questione degli scopi militari, nonostante le parole di Pichetto Fratin. “In Parlamento è successo un fatto di una gravità inaudita” denunciano Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, deputati Avs. Al centro, ancora una volta, l’emendamento che avrebbe impegnato il governo, all’articolo 2 della legge delega sul nucleare, a prevedere il divieto di utilizzare il nucleare per scopi militari sia nella ricerca che nell’applicazione. Solo che il Governo ha dato parere negativo determinandone la bocciatura. “Una scelta che indica l’ambiguità di Giorgia Meloni su un aspetto così importante. Si tiene aperta la porta all’uso militare del nucleare in Italia? Il voto di ieri, che ha bocciato il nostro emendamento, dice chiaramente che si è aperto un problema serio nel nostro Paese” sottolineano Bonelli e Fratoianni.

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Processo ex Solvay, la contaminazione da Pfas si risolve con i risarcimenti: quasi scomparse le parti civili. Avs: “Transazione economica al ribasso sulla salute dei cittadini”

In Piemonte, a due anni dal suo avvio, la fase dell’udienza preliminare a carico dei dirigenti ex Solvay (oggi Syensqo), ad Alessandria, è a un bivio e la questione dei risarcimenti resta centrale. Nel corso dell’ultima udienza agli ex manager accusati di disastro colposo legato alla contaminazione da Pfas (Leggi l’approfondimento), i cosiddetti inquinanti eterni, nello stabilimento chimico di Spinetta Marengo, gli avvocati della difesa hanno annunciato l’intenzione di chiedere il patteggiamento. Subordinato alla derubricazione dell’ipotesi di reato, da disastro ambientale colposo a inquinamento ambientale colposo. Ma l’istanza dei legali di Stefano Bigini, direttore dello stabilimento tra il 2008 e il 2018 e del suo successore Andrea Diotto, è già stata respinta dal pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme. Almeno così formulata. Secondo l’accusa i due ex manager avrebbero omesso interventi per il risanamento della contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche, ma anche per il contenimento degli inquinanti. La giudice dell’udienza preliminare, Arianna Ciavattini, ha fissato per il 10 giugno il termine ultimo per formalizzare la richiesta dei legali e chiedere eventuali riti alternativi. Ma in udienza sono stati anche depositati gli assegni circolari contenenti le offerte reali per proporre nuovi risarcimenti economici. E questo è uno dei fronti su cui la tensione è più alta. Perché in quel di Alessandria cittadini e associazioni vogliono che si vada a processo, che istituzioni e realtà coinvolte – le poche rimaste – non accettino soldi. E che si arrivi alla bonifica del territorio.

Il nodo dei risarcimenti: “Decenni di inquinamento non si monetizzano”

L’udienza preliminare, intanto, è slittata al prossimo 25 giugno. Entro quella data le parti civili rimaste esprimeranno il loro parere sulle transazioni e si chiuderà, quindi, la fase preliminare davanti al gup. La tensione è tanta, dentro e fuori il palazzo di giustizia, dove ieri c’è stato il presidio del movimento ‘Ce l’ho nel sangue’. “Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano” è da mesi il grido del movimento. Anche perché la multinazionale belga ha già pagato risarcimenti per un milione di euro. In cambio, se nel 2024 si erano costituite trecento parti civili, oggi ne restano una quindicina. Hanno accettato i risarcimenti i Comuni di Alessandria e Montecastello, le associazioni ambientaliste ProNatura e Medicina Democratica. Restano ancora tra le parti civili il Wwf (l’inchiesta è partita proprio da un esposto presentato dall’associazione a giugno 2020, attraverso l’avvocato Vittorio Spallasso, ndr), Legambiente nazionale e il circolo di Legambiente Ovada, la Camera del lavoro, Cgil Alessandria e diversi cittadini. Negli ultimi due anni, diversi rinvii sono stati causati proprio dalle trattative avviate per i risarcimenti, compreso quello tra l’azienda, il ministero dell’Ambiente e la Regione Piemonte. Ma fuori dal palazzo di giustizia, da mesi i cittadini chiedono che Mase e Regione non accettino, pretendendo invece la bonifica del sito. E da questo punto di vista il ruolo del ministero è cruciale.

Cristina Guarda (AVS): “Segnale allarmante”

Anche la politica prende posizione. Con il silenzio (quasi di tutti) o con le accuse di Sinistra italiana e Alleanza Verdi e Sinistra. “La salute dei cittadini e il futuro del territorio di Spinetta Marengo non possono essere l’oggetto di una transazione economica al ribasso” ha commentato l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, Cristina Guarda, intervenendo in merito all’udienza preliminare. “Il crollo delle parti civili rimaste in aula è un segnale allarmante. Ma ciò che desta profonda preoccupazione è il silenzio delle istituzioni” aggiunge. Secondo l’eurodeputata “è inaccettabile che il ministero dell’Ambiente e la Regione Piemonte stiano conducendo trattative riservate per un accordo economico”, proprio mentre “la Giunta regionale si trincera dietro i ‘non so’ e non rispetta le scadenze promesse alla cittadinanza”. Sul tema era intervenuta anche Alice Ravinale, consigliera e capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra in Consiglio Regionale, presentando un’interrogazione alla giunta regionale. Guarda si rivolge anche all’assessore regionale alla Sanità, Federico Riboldi. “Convoca task force e promette monitoraggi che poi, nei fatti, faticano a tradursi in risposte tempestive sul territorio. I cittadini aspettano ancora il completamento del biomonitoraggio a partire dal raggio dei tre chilometri dallo stabilimento. Inoltre – aggiunge l’eurodeputata – sebbene sia stata finalmente trovata la soluzione per l’uso del macchinario di Torino per le analisi del sangue, manca ancora la definizione della tariffa. Non si può chiedere alla popolazione di andare fino a Milano per un esame che spetta alla sanità piemontese garantire in loco”.

La questione della bonifica

La verità è che questa vicenda giudiziaria non può che ruotare intorno alle necessità di un territorio ferito. Quindi non solo un processo, ma anche monitoraggi, la bonifica e le garanzie su ciò che accadrà in futuro. “Pretendiamo assoluta trasparenza sulle bonifiche della falda acquifera, il blocco immediato della produzione di composti Pfas (compreso il cC6O4) entro l’anno – di cui ci sarebbe conferma – e un confronto pubblico trasparente sull’iter del rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale” sottolinea Cristina Guarda. L’iter del rinnovo dell’Aia (scaduta dal 2022) è fermo da gennaio 2025, mentre – aggiunge – “è scandalosamente bloccato quello per la bonifica esterna, a causa di una Provincia che non si sta muovendo e che non ha ancora completato il piano di caratterizzazione”. La difesa degli ex manager ha comunicato che per la bonifica dell’acqua di falda sarebbero necessari 36 milioni. La speranza di cittadini e associazioni è legata alle sorti del Veneto, dove il Consiglio di Stato ha di recente confermato che, per l’inquinamento da Pfas del territorio compreso tra le province di Vicenza, Verona e Padova, a pagare la bonifica (si stima un costo di 85 milioni, che potrebbero presto aumentare, ndr) dovranno essere le multinazionali gruppo Ici, Mitsubishi corporation e Eni Rewind. Si attende, invece, la pronuncia sul ricorso di Manifattura Lane Marzotto & figli. La Provincia ha individuato la società tra i responsabili e, finora, il Tar Veneto ha dato ragione alla Provincia.

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