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Per spiegare la catastrofe di Gaza esiste anche una dimensione più profonda. Che non esime nessuno

di Gabriele Accascina

Di fronte alla tragedia umana che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania e alle conseguenze del conflitto sull’intera regione, molti osservatori cercano spiegazioni nelle categorie tradizionali della sicurezza nazionale, della geopolitica e della lotta al terrorismo. Sono certamente fattori reali e importanti. Eppure credo che, almeno in parte, esista anche una dimensione più profonda. Quella che segue è soltanto un’ipotesi che considero degna di riflessione.

La memoria della Shoah occupa un posto centrale nell’identità collettiva israeliana. Per molti cittadini non si tratta di un evento lontano studiato sui libri di storia, ma di una vicenda familiare. Nonni, genitori e parenti hanno conosciuto persecuzioni, deportazioni e sterminio. È difficile immaginare che un trauma di tale portata non abbia lasciato conseguenze profonde nel modo di percepire il mondo, le minacce esterne e il rapporto con gli altri popoli.

La mia impressione è che, soprattutto negli ambienti più nazionalisti e radicali, questa memoria possa talvolta trasformarsi in una convinzione implicita: l’idea che ciò che il popolo ebraico ha subito sia stato talmente eccezionale da collocare Israele in una condizione storica speciale, non completamente assimilabile a quella di qualsiasi altro Stato. Non parlo di vendetta nel senso immediato del termine. Piuttosto di una rivendicazione storica interiorizzata, di un bisogno permanente di affermare forza e controllo dopo secoli di vulnerabilità.

In questa prospettiva, alcune azioni che dall’esterno appaiono sproporzionate potrebbero essere percepite dai loro sostenitori come una riaffermazione di sicurezza e potenza resa necessaria dalla storia stessa.

Esiste però un paradosso che meriterebbe di essere considerato. Le grandi tragedie della storia dovrebbero insegnare all’umanità a riconoscere per tempo le sofferenze altrui e a impedirne il ripetersi. Se invece restiamo indifferenti, rischiamo di contribuire alla nascita di una nuova ferita storica destinata a segnare generazioni future. Ottant’anni fa il mondo ha lasciato al popolo ebraico una memoria di dolore che ancora oggi influenza identità, politica e visione del mondo. Nessuno può sapere come verranno giudicati gli eventi attuali, ma è legittimo domandarsi quale memoria collettiva stiamo consegnando oggi al popolo palestinese e ai suoi discendenti e con quali conseguenze.

La presenza nel governo israeliano di figure ultranazionaliste e apertamente radicali rende questa interpretazione almeno plausibile. Quando si arriva a limitare o negare perfino l’accesso agli aiuti umanitari destinati ai civili, il problema sembra andare oltre la sola sicurezza. Entra in gioco una visione ideologica nella quale qualsiasi pressione esterna viene vissuta come un’ingerenza inaccettabile.
Cercare le possibili radici psicologiche e storiche di un comportamento non equivale a giustificarlo. Al contrario, è il primo passo per affrontarlo con lucidità.

Se questa ipotesi contiene anche solo una parte di verità, allora il resto del mondo non può limitarsi all’indignazione periodica. La comunità internazionale, e in particolare i Paesi europei, dovrebbero passare dalle dichiarazioni ai fatti. Il riconoscimento di uno Stato palestinese pienamente sovrano dovrebbe tornare a essere un obiettivo concreto e non una formula ripetuta senza conseguenze pratiche. L’accesso agli aiuti umanitari deve essere garantito e le violazioni del diritto internazionale devono avere conseguenze politiche reali.

Se oggi non si costruisce una soluzione giusta e duratura, la ferita palestinese, aperta ormai da generazioni, continuerà a trasmettersi ai discendenti di chi la sta vivendo oggi. Ottant’anni dopo la Shoah, vediamo quanto a lungo il dolore collettivo possa influenzare l’identità e la memoria di un popolo. Dovremmo chiederci quale eredità stiamo lasciando ai palestinesi dei prossimi ottant’anni. La storia è scritta non solo da chi compie le ingiustizie, ma anche da chi le osserva e non agisce.

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Studente di Gaza lascia la Striscia per andare a studiare a Tor Vergata: arrestato da Idf. “È di Hamas”

Martedì stava per lasciare Gaza insieme con un gruppo di altri 17 giovani diretti a Roma, perché era riuscito ad entrare nella lista degli studenti palestinesi ammessi a percorsi di studio universitari in Italia. Ma al Valico di Kerem Shalom, Mahmoud Al Najjar è stato arrestato dall’Idf con l’accusa di essere un operativo della brigata nord di Hamas e di aver preso parte al massacro del 7 ottobre 2023. A rivelarlo su X la nuova portavoce dell’esercito israeliano, Ariella Mazor, in risposta ad un post del sito di notizie della Striscia Drop Site.

Secondo il racconto del giornalista Muthanna al-Najjar al media di Gaza, “Mahmoud, originario di Jabaliya, è stato arrestato martedì dopo aver finalmente ottenuto il permesso di lasciare la Striscia e recarsi all’Università di Tor Vergata a Roma, dopo mesi di sforzi per ottenere un permesso di uscita”. Drop Site riferisce pure che “Mahmoud ha pubblicato tre articoli di ricerca accademica” e che dopo l’arresto “è stato portato in un luogo sconosciuto e la sua famiglia non ha ricevuto alcuna informazione”. Inoltre, nel racconto del giornalista Muthanna, il presunto studente “é l’unico sopravvissuto della sua famiglia”, che sarebbe stata uccisa in un raid israeliano.

Se Mahmoud è riuscito davvero ad entrare nella lista di studenti in partenza per l’Italia, la presentazione deve essere stata preparata con molta efficacia. E a tradirlo al Valico di Kerem Shalom potrebbe essere stata la tecnologia israeliana che consente anche il riconoscimento facciale: pur essendo sfuggito per quasi tre anni alle ricerche dell’Idf, potrebbe essere stato tradito proprio dai tanti video che Hamas postò online dai kibbutz del sud di Israele durante il massacro. Ora le facce di quei 7mila che assaltarono Israele sono nella lista dell’unità speciale che dà la caccia ai miliziani del 7 ottobre. Intanto è arrivato a Roma il gruppo di studenti tra cui si sarebbe infiltrato Mahmoud e che hanno potuto lasciare Gaza nell’ambito dell’iniziativa promossa da Roma a sostegno degli studenti palestinesi. Dallo scorso autunno sono già arrivati in Italia da Gaza 229 universitari.

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Altro che sanzioni a Netanyahu, l’Europa continua a comprare armi da Israele: nel 2025 esportazioni record per 19,2 miliardi di dollari, +30% sul 2024

A parole l’hanno condannato per i 72 mila morti mietuti a Gaza, hanno criticato l’escalation militare contro l’Iran e ora protestano per l’avanzata di terra in Libano. Eppure i governi continuano a comprare armamenti da Israele. Nel 2025 lo Stato ebraico ha esportato sistemi d’arma per una cifra che ha superato per la prima volta i 19 miliardi di dollari (19,2 per l’esattezza), un aumento di quasi il 30% rispetto ai 14,8 miliardi del 2024, una quota “più che raddoppiata in cinque anni e quadruplicata nel decennio”, ha affermato il ministero della Difesa di Tel Aviv. Un risultato ancor più impressionante se si pensa che circa 10 miliardi di dollari sono arrivati da accordi “G2G”, ovvero Government-to-Government, ovvero tramite contratti stipulati direttamente tra il governo Netanyahu e gli Stati acquirenti.

L’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022 e la minaccia degli Stati Uniti di abbandonarla al suo destino hanno gettato l’Europa in una frenetica una corsa agli armamenti. Nonostante alcuni Stati abbiano annullato contratti con le sue aziende a causa delle stragi di civili compiute nella Striscia, per Tel Aviv il Vecchio continente resta il principale mercato, ha reso noto la Sibat, l’agenzia governativa che in Israele fa da ponte tra le autorità statali, l’esercito e le aziende del settore strategico. I paesi dell’Ue hanno acquistato il 36% delle sue esportazioni totali nel 2025, pari a 6,9 miliardi di dollari. Un risultato in calo rispetto ai 7,9 miliardi del 2024 (il 54% delle esportazioni di quell’anno), quando la sola Germania si garantì il sistema di difesa missilistica a lungo raggio Arrow 3 per 4,6 miliardi, ma in crescita rispetto al 35% del 2023, anno delle stragi di Hamas in seguito alle quali il governo Netanyahu ha messo in atto la distruzione sistematica dell’enclave palestinese. La Difesa israeliana non ha fornito la lista dei singoli Paesi , ma in base ai contratti firmati negli ultimi anni tra i principali clienti figurano Finlandia, Grecia, Polonia e Romania, tutte impegnate nel rafforzamento delle difese aeree.

La regione Asia-Pacifico è al secondo posto con il 32% delle esportazioni, in forte aumento rispetto al 23% del 2024, davanti ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa – tra cui gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco – che hanno normalizzato le relazioni con Israele nel 2020 grazie agli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, principale alleato di Netanyahu, e sono saliti al 15% rispetto al 12% dell’anno precedente. Il Nord America, che le armi se le produce da solo, ha rappresentato invece appena il 13% delle esportazioni di Tel Aviv, l’America Latina il 2% e l’Africa subsahariana il 2%, cifre peraltro rimaste stabili negli ultimi anni.

A trainare l’export sono soprattutto i sistemi missilistici, i razzi e la difesa aerea, che da soli rappresentano il 29% delle vendite. Seguono i sistemi di sorveglianza e il puntamento dei bersagli (22%), mentre radar e guerra elettronica e il comparto aeronautico pesano entrambi per l’11%. Una quota significativa riguarda poi i sistemi di comando, controllo e comunicazione (7%) e le postazioni di lancio e i sistemi d’arma terrestri (6%). Più contenuto, ma comunque rilevante, il contributo di droni e UAV (4%), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%), sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%) e piattaforme navali (2%). Le munizioni rappresentano invece appena l’1% del totale, a conferma di come il punto di forza dell’industria militare del Paese sia soprattutto nei sistemi ad alta tecnologia.

Nonostante il raffreddamento che hanno comportato nei rapporti con alcuni Stati occidentali, le guerre di Israele fanno bene alla sua economia. Lo stesso governo di Tel Aviv collega esplicitamente quello che definisce il “record di tutti i tempi” nelle esportazioni ai risultati ottenuti dall’esercito nei conflitti “a Gaza, in Libano, in Iran e in Yemen”. “Esiste un filo conduttore chiaro e inequivocabile che lega i successi sul campo di battaglia delle Israel Defense Forces su tutti i fronti, le straordinarie capacità dell’industria della difesa israeliana e il successo delle esportazioni di materiale bellico israeliano in tutto il mondo”, ha esultato il ministro della Difesa Israel Katz. Un successo che, secondo lo stesso governo Netanyahu, si traduce anche sul piano politico. “Il forte aumento delle esportazioni”, mettono in chiaro gli uffici di Katz nel comunicato ufficiale, sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera“.

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