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Da Londra a Parigi a Berlino, tre modelli di Strategia di sicurezza nazionale per l’Italia

Con il Dpcm del 22 aprile 2026 l’Italia ha risolto un problema istituzionale che si trascinava da decenni: l’art. 5 definisce la struttura della futura Strategia di sicurezza nazionale (interessi e obiettivi, politiche e strumenti, gestione delle crisi) e fissa il processo di adozione, il ciclo triennale di aggiornamento e la supervisione del Copasir. In poche parole un “contenitore” per la Strategia di Sicurezza Nazionale (SSN) del nostro Paese finalmente c’è; resta tuttavia la domanda più difficile: come riempirlo? L’esperienza dei principali alleati offre modelli utili e qualche avvertimento.

Tra il 2023 e il 2025 Regno Unito, Francia e Germania hanno pubblicato o aggiornato i propri documenti di sicurezza nazionale, rivelando convergenze importanti ma anche differenze profonde legate alla storia, alla cultura strategica e al sistema istituzionale di ciascun Paese. L’Italia, unico tra i paesi europei a non aver mai redatto un documento unitario, ha compiuto un passo significativo con il Dpcm del 22 aprile 2026, che pone le basi procedurali per la prima Strategia di sicurezza nazionale (Ssn) integrata.

Nonostante condividano Nato e valori euro-atlantici, i Gran Bretagna, Francia e Germania interpretano la sicurezza in modi distinti. Il Regno Unito punta su un modello integrato e flessibile. La National Security Strategy del 2025, evoluzione dell’Integrated Review, nasce da un coordinamento collegiale del Cabinet Office e affronta l’era della “radical uncertainty”. Sicurezza interna ed esterna, resilienza economica, innovazione tecnologica e proiezione globale, con forte vocazione marittima, vengono trattate come elementi di un unico sistema. La Francia resta fedele alla sua tradizione di autonomia strategica. La Revue Nationale Stratégique del luglio 2025, fortemente voluta dal Presidente della Repubblica, è il documento più presidenziale: sovranità nazionale, deterrenza nucleare, industria della difesa e capacità di agire in modo indipendente, anche all’interno della Nato, rappresentano i pilastri intoccabili. Parigi prepara esplicitamente il Paese a possibili conflitti ad alta intensità in Europa. La Germania ha vissuto la trasformazione più evidente. La Nationale Sicherheitsstrategie del 2023, prima del genere per Berlino, è figlia della “Zeitenwende” annunciata dal cancelliere Scholz dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Frutto di un processo ampio e consensuale, segna l’addio a molte reticenze del dopoguerra: maggiori investimenti nella Bundeswehr, attenzione alla resilienza energetica e un concetto di “sicurezza integrata” che abbraccia economia, clima e coesione sociale.

Oltre alle differenze nei contenuti, dalle esperienze dei Paesi europei emergono tre modelli distinti di Ssn, ciascuno con punti di forza e limiti, che l’Italia dovrà valutare con attenzione. Il primo è il modello “politico”, esemplificato dal Regno Unito. Si tratta di un documento che esprime chiaramente la visione del governo in carica, lancia segnali forti all’opinione pubblica e agli alleati e consente un coordinamento rapido delle politiche nel breve-medio termine. Il vantaggio è la capacità di plasmare il discorso pubblico e di imprimere una direzione netta; il rischio, però, è che il testo venga percepito come troppo legato alla contingenza politica e risulti meno efficace una volta cambiato l’esecutivo. Il secondo è il modello “bipartisan”, ben rappresentato dalla Germania. Qui la strategia diventa uno strumento per costruire una visione condivisa di lungo periodo, superando le divisioni politiche interne e contribuendo a forgiare una cultura strategica nazionale più matura. Il processo ampio e consultivo garantisce maggiore legittimità e continuità, ma può portare a compromessi al ribasso e a un documento troppo generico, privo di scelte coraggiose. Il terzo potrebbe essere chiamato modello “operativo”, tipico della Francia. In questo caso la strategia è soprattutto un piano d’azione concreto, che definisce obiettivi chiari, modi e mezzi per raggiungerli, e assegna responsabilità precise alle varie amministrazioni. È particolarmente efficace nei sistemi centralizzati e presidenziali, perché riduce il divario tra enunciazione e attuazione, anche se non elimina del tutto il cosiddetto “implementation gap”.

L’Italia, con il suo sistema parlamentare, la tradizione di governi di coalizione e la necessità di costruire consenso ampio, dovrà valutare accuratamente quale elemento privilegiare: la chiarezza di indirizzo del modello “politico”, la legittimità di lungo periodo di quello “bipartisan”, o la concretezza di quello “operativo”. Per definire una posizione chiara sulle questioni che si ritengono decisive per la sicurezza nazionale del Paese sarà inoltre necessario affrontare quattro nodi.

Il primo riguarda il posizionamento verso Russia e Cina. Dopo anni di ambiguità, l’Italia dovrà definire con realismo il proprio approccio nei confronti di Mosca, ormai considerata una minaccia di lungo periodo alla sicurezza europea, e di Pechino, che pone sfide simultanee sul piano economico, tecnologico, infrastrutturale e marittimo. Servirà un equilibrio tra tutela degli interessi nazionali, mantenimento dei legami economici e fedeltà alla collocazione euro-atlantica, evitando sia silenzi imbarazzanti sia allineamenti automatici. Il secondo nodo è quello delle risorse. Il tradizionale target Nato del 2% del Pil per la difesa è ormai superato. Alla luce degli impegni assunti dagli Alleati al Vertice dell’Aia del 2025, l’Italia dovrà confrontarsi con l’obiettivo più ambizioso del 5% del Pil entro il 2035, di cui almeno il 3,5% destinato alla difesa “core” e fino all’1,5% per resilienza, infrastrutture critiche, innovazione e base industriale. Si tratta di una scelta di priorità nazionale che avrà inevitabili riflessi su bilancio, welfare e politica fiscale. Il terzo nodo riguarda la base tecnologico-industriale della difesa. La guerra in Ucraina ha dimostrato che la capacità di produrre munizioni, sistemi d’arma, droni e tecnologie dual-use in tempi rapidi è diventata un fattore strategico decisivo. L’Italia dovrà decidere come rafforzare la propria industria nazionale, favorirne l’integrazione europea e ridurre vulnerabilità nelle catene di fornitura, evitando di dipendere eccessivamente da fornitori esterni in settori critici. Infine, il quarto nodo è la geografia strategica. L’Italia dovrà ridefinire le proprie priorità di proiezione, chiarendo il rapporto tra Mediterraneo allargato (che resta il quadrante prioritario), Africa, Mar Rosso, Indo-Pacifico e spazio euro-atlantico. In un mondo dove rotte marittime, cavi sottomarini, energia e migrazioni formano un’unica catena geopolitica, non sarà più possibile trattare questi ambiti come compartimenti separati.

Quale che sia il modello che si preferirà, e i contenuti che si vorranno privilegiare, è essenziale che il documento di sicurezza nazionale delinei una narrazione politica. La Ssn dovrà infatti spiegare alle istituzioni dello Stato coinvolte e ai cittadini cosa è la sicurezza nazionale, definirne i contorni e illustrare in modo convincente perché difesa, industria, tecnologia, energia, cybersicurezza, spazio e resilienza democratica non sono ambiti distinti, ma parti di un unico concetto, integrato, di sicurezza nazionale. Senza questa cornice condivisa, il documento rischia di rimanere un esercizio burocratico privo di reale incisività.

Con il Dpcm si è aperto un cantiere importante. L’Italia arriva tardi rispetto ai partner, ma ha l’opportunità di imparare dalle loro esperienze. Al di là dei contenuti che si sceglieranno di privilegiare, e del modello che si sceglierà di adottare, essenziale sarà far sì che la Ssn possa effettivamente funzionare come una “cornice condivisa” entro cui le politiche della sicurezza nazionale possano convergere e integrarsi.

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Il forum anti-Monaco di Mosca e la rete d’influenza russa tra Chiesa, intelligence e diplomazia

Il Cremlino prova a costruire una piattaforma alternativa ai circuiti occidentali della sicurezza dimostrando che l’isolamento diplomatico dovuto all’invasione in Ucraina, almeno fuori dal perimetro euro-atlantico, non esiste davvero. Questa è la funzione del nuovo International Security Forum, raccontano Irina Borogan e Andrei Soldatov sul Center for European Policy Analysis, che mostra come Mosca continui a usare apparati statali, intelligence, canali religiosi e vecchie reti sovietiche per accreditarsi presso il cosiddetto “Sud globale”.

Il forum, presentato come l’alternativa russa alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco,  nasce dall’allargamento di incontri che il Consiglio di sicurezza russo organizza da anni, ma con un evento più grande e più visibile.

L’intento, secondo l’analisi del Cepa, sarebbe individuabile nelle parole di Sergej Shoigu, oggi segretario del Consiglio di sicurezza, che riprendono il lessico ormai abituale del Cremlino sulla fine dell’ordine unipolare. Al suo fianco, il direttore dell’Svr Sergej Naryshkin ha scelto un registro ancora più esplicito, tornando su uno dei bersagli preferiti della propaganda russa: il Regno Unito, indicato come fattore storico di divisione e diffidenza in Europa. Nulla di nuovo nella sostanza, tranne che nella cornice in cui questo discorso è stato messo in scena.

Secondo la ricostruzione di Borogan e Soldatov, a Mosca sono arrivati circa 4.500 invitati, tra cui anche rappresentanti di servizi di intelligence e apparati di sicurezza, da 120 Paesi. Molti di questi provenivano dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia e dal Medio Oriente. Numeri sui quali il Cremlino costruisce la formula della “maggioranza globale”, espressione utile a sostenere che i Paesi non occidentali, o comunque una parte consistente di essi, condividano una postura alternativa rispetto a Washington e alle capitali europee.

Certo, partecipare a un forum non significa necessariamente aderire alla linea russa. Ma, come sottolineato dal Cepa, per Mosca conta anche solo la fotografia, per mostrare delegazioni straniere sedute in sala, interlocutori istituzionali, funzionari di sicurezza, diplomatici. È comunque una forma di legittimazione a basso costo politico per molti partecipanti e ad alto rendimento propagandistico per il Cremlino.

Il lavoro necessario per ottenere quel risultato, ricostruito dal Cepa, mostra come la Russia abbia attivato canali diversi: il Consiglio di sicurezza, l’intelligence, le ambasciate, ma anche reti religiose e relazioni costruite in epoca sovietica. Con tracce che portano fino in Medio Oriente, in Egitto e Libano.

I legami col Medioriente

Se l’Egitto è stato per decenni un Paese chiave per leggere e influenzare gli equilibri del mondo arabo, il Libano ha avuto funzione di terreno di contatto, osservazione e reclutamento, anche nei confronti di americani legati alla comunità d’intelligence. Non stupisce dunque che ufficiali del Kgb specializzati nelle operazioni contro gli Stati Uniti abbiano avuto una fase libanese nella loro carriera. Gli autori ricordano Rem Krassilnikov, Viktor Cherkashin, Victor Budanov. E ricordano anche Kim Philby, l’ex ufficiale britannico al servizio dei sovietici, evacuato da Beirut nel 1963.

L’analisi del think tank europeo ricostruisce poi la rete di influenza sovietica nell’area mediorientale durante la guerra fredda. Una rete fatta (anche) di corrispondenti delle agenzie di stampa, compresa la Tass, spesso presenti sul territorio per anni e utili anche come copertura o punto di contatto. Era fortemente presente anche la Chiesa ortodossa russa, strumento meno appariscente ma non meno importante nella politica d’influenza di Mosca.

Il Libano, dal punto di vista ecclesiastico, non rientrava nella giurisdizione di Mosca, ma in quella del Patriarcato di Antiochia. Questo non impedì all’Unione Sovietica di investire su quel canale. Dopo la restaurazione del Patriarcato russo voluta da Stalin nel 1943, la Chiesa tornò a essere anche uno strumento della proiezione esterna sovietica. Nel 1945 furono organizzate visite tra il Patriarca russo, Siria e Libano, e il Patriarca di Antiochia a Mosca. E l’anno successivo venne aperta una parrocchia della Chiesa ortodossa russa in Libano. Solamente dopo arrivò una rappresentanza del Patriarca di Mosca presso il Patriarcato di Antiochia, in Siria.

Secondo Borogan e Soldatov, le reti costruite negli anni sarebbero state riattivate e adattate al nuovo contesto. Nel 2024, quando la comunità russa in Libano ha ricevuto una nuova chiesa donata dal metropolita antiocheno, alla cerimonia erano presenti l’ambasciatore russo e il responsabile del compound ortodosso russo nel Paese. Quest’ultimo, scrivono gli autori, è anche il capo dell’ufficio libanese della Tass e lavora tra Siria e Libano dall’inizio degli anni Ottanta.

E la preparazione del forum sembra essersi mossa dentro lo stesso schema. A marzo, il vice segretario del Consiglio di sicurezza Alexander Venediktov avrebbe incontrato i capi di diverse missioni diplomatiche mediorientali e nordafricane, tra cui gli ambasciatori di Egitto e Libano, per discutere proprio dell’International Security Forum.  Poche settimane prima anche Naryshkin era stato al Cairo. Secondo il Cepa, è plausibile che il capo dell’Svr abbia usato anche quel viaggio (anche) per promuovere l’iniziativa.

Per quanto concerne Beirut, alla fine dello scorso anno, il nuovo ambasciatore del Libano a Mosca, prima ancora di assumere formalmente l’incarico a gennaio, avrebbe incontrato il metropolita Antony di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Il comunicato ufficiale parlava dei rapporti tra la Chiesa antiochena e quella russa. Ma la collocazione temporale, osservano Borogan e Soldatov, suggerisce che la dimensione religiosa resti parte della cassetta degli attrezzi diplomatica del Cremlino.

Ora, non è detto che il forum di Mosca diventi davvero una piattaforma contraria a quella di Monaco. Per ora resta, soprattutto, una piattaforma costruita dal potere russo per promuovere il proprio discorso e rappresentare la Russia come ancora centrale, ascoltata, riconosciuta. Indicando al contempo finalità e metodologie di Mosca, che lavorando per accumulo utilizza gli apparati di sicurezza, le relazioni diplomatiche, le memorie sovietiche, le comunità religiose, le agenzie di stampa e i contatti personali rimasti attivi per decenni. Ogni canale può servire a portare un interlocutore in sala, a ottenere una foto e a costruire una narrativa di normalità.

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Addio a Sir Alex Younger, una vita a servizio dell’intelligence britannica

La morte di Sir Alex Younger, a 62 anni, chiude una delle carriere più significative dell’intelligence britannica recente. La notizia, arrivata da Londra dopo una malattia, è stata accompagnata da tributi istituzionali sobri, in linea con il profilo di un uomo che aveva trascorso gran parte della vita professionale lontano dai riflettori. Keir Starmer lo ha ricordato come un servitore dello Stato; Yvette Cooper ne ha sottolineato la dedizione alla sicurezza nazionale; Blaise Metreweli, oggi alla guida dell’MI6, ha parlato di un contributo che ha superato i confini britannici, toccando la sicurezza degli alleati e delle democrazie occidentali.

Chi era Sir Alex Younger

Younger era stato il sedicesimo “C”, il nome in codice con cui viene indicato il capo del Secret Intelligence Service, l’agenzia nota al pubblico come MI6. Aveva guidato il servizio dal 2014 al 2020, diventando il direttore più longevo dell’intelligence estera britannica nell’arco di mezzo secolo. Il suo mandato ha coinciso con una fase di transizione profonda, dal terrorismo jihadista dopo l’ascesa dello Stato islamico, alla guerra in Siria e Iraq, la pressione russa sull’Europa, l’attacco con Novichok a Salisbury, la crescita del dossier Cina e il progressivo intreccio tra intelligence umana, dati, cyber e tecnologia.

Prima dell’intelligence, c’era stata la carriera militare. Younger aveva studiato a St Andrews e poi servito come ufficiale di fanteria nell’esercito britannico. Da qui, l’ingresso nell’MI6 nel 1991. Le sue prime esperienze operative lo portarono in Europa e in Medio Oriente, poi in Afghanistan, dove fu il senior officer del servizio durante una delle stagioni più delicate per la sicurezza occidentale dopo l’11 settembre. In seguito assunse la direzione del controterrorismo nel 2009, negli anni che precedettero le Olimpiadi di Londra del 2012.

La sua figura pubblica è rimasta insolita per gli standard dell’MI6. Younger apparteneva infatti a una generazione di capi dell’intelligence costretti a muoversi in un equilibrio nuovo, che consentisse di mantenere il segreto operativo e, al contempo, di spiegare almeno in parte alla società perché i servizi segreti continuassero a essere necessari in democrazie sempre più esposte a minacce ibride. Nel discorso pronunciato a St Andrews nel 2018, uno dei suoi interventi pubblici più importanti, parlò di “fourth generation espionage”, uno spionaggio di quarta generazione capace di fondere capacità umane, innovazione tecnologica, nuove partnership e profili più diversi dentro il servizio.

La sua visione

In quel discorso c’era molto della sua impostazione. Younger sosteneva che anche nell’era dell’intelligenza artificiale l’intelligence umana sarebbe rimasta essenziale, anzi più importante in un mondo più complesso, consapevole che la tecnologia aumenta la massa di dati ma non eliminerà mai il bisogno di capire intenzioni, motivazioni, reti personali, paure e ambizioni degli avversari.

Il caso Salisbury segnò uno dei momenti centrali del suo mandato. Nel 2018 l’ex ufficiale del Gru russo Sergei Skripal e sua figlia Yulia furono avvelenati nel Regno Unito con un agente nervino. Younger presentò la risposta britannica come un esempio di come usare alleanze, diritto e intelligence per attribuire responsabilità e imporre costi politici. Come? Londra coordinò con Paesi Nato e partner una vasta espulsione di ufficiali dell’intelligence russa, che Younger stesso descrisse come una riduzione significativa della capacità operativa di Mosca.

Il suo linguaggio sulla Russia era schietto, parlava di avversari impegnati in una condizione di “perpetual confrontation”, una competizione permanente sotto la soglia della guerra dichiarata, fatta di cyberattacchi, disinformazione, uso mascherato della forza militare e negazione plausibile. Era una diagnosi che oggi suona quasi ordinaria, ma che nel 2018 serviva a tradurre per il pubblico una trasformazione già evidente agli apparati di sicurezza occidentali.

Oltre alla Russia, l’MI6 di Younger dovette affrontare l’evoluzione della minaccia jihadista esterna, delle reti transnazionali, della sicurezza europea post-Brexit e del crescente rapporto con le agenzie sorelle, MI5 e Gchq. Nel suo discorso del 2018 a St Andrews rivendicò il lavoro svolto con gli alleati europei contro piani d’attacco legati a Daesh e insistette sul valore delle relazioni di intelligence con l’Europa, gli Stati Uniti e la rete Five Eyes.

Dopo l’uscita dall’incarico, nel 2020, Younger era rimasto una voce ascoltata sui temi di sicurezza internazionale. Interveniva su Russia, Cina, tecnologia, alleanze occidentali, Ucraina e crisi dell’ordine liberale. Il suo approccio pacato, schietto, senza troppi giri di parole e profondamente competente rifletteva quello che è stato il suo servizio alla nazione: aver guidato l’MI6 fuori dall’immagine novecentesca dello spionaggio, senza però liquidarne il nucleo umano.

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La Cina usa LinkedIn per reclutare fonti. L’allarme dei Five Eyes

Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda hanno diffuso un avviso congiunto, definito senza precedenti, per denunciare l’uso sempre più sistematico dei social professionali e dei siti di recruitment da parte dei servizi militari cinesi. Il documento, pubblicato da Fbi, MI5, Asio, Csis e Nzsis, indica LinkedIn e altre piattaforme di lavoro online come ambienti utilizzati per avvicinare persone con accesso a informazioni classificate, privilegiate o comunque utili alla ricostruzione del quadro politico, militare ed economico dei Paesi alleati.

Secondo le intelligence dei Five Eyes, gli operatori, o soggetti collegati ai servizi, si presenterebbero come recruiter, consulenti, società di risorse umane, think tank o aziende private apparentemente collocate fuori dalla Cina. Pubblicano annunci per analisti di politica estera, difesa, sicurezza o commercio internazionale. Poi selezionano i profili più interessanti, soprattutto in base al curriculum, all’esperienza governativa, alla presenza di autorizzazioni di sicurezza o alla possibilità di accedere, anche indirettamente, a reti sensibili.

Il target principale resta il personale governativo e militare dei Paesi Five Eyes. In particolare, secondo il bollettino, chi lavora nei settori della difesa, degli affari esteri, dell’intelligence e della sicurezza. Ma l’attenzione non si ferma ai funzionari con clearance. Nel perimetro rientrano anche militari di stanza nell’Indo-Pacifico, ricercatori, giornalisti, freelance, dipendenti di think tank e profili con relazioni nei settori della politica, della difesa e dell’economia strategica.

Il reclutamento avviene per gradi. Dopo il primo contatto online, spesso segue un colloquio virtuale. In quella fase, scrivono i servizi, il falso selezionatore può sondare il livello di accesso del candidato, i suoi contatti nel governo, il ruolo ricoperto, la base di appartenenza o l’unità militare. Il passaggio successivo è la richiesta di un report di prova, per esempio sui rapporti bilaterali della Cina, sull’Indo-Pacifico, su questioni di difesa o commercio internazionale. All’inizio l’incarico può apparire ordinario. Poi, secondo l’allerta, arrivano richieste più specifiche, con la conversazione spostata su piattaforme cifrate e compensi crescenti in cambio di informazioni non pubbliche.

Il bollettino dei Five Eyes cita anche l’uso di piattaforme di pagamento tradizionali e, in alcuni casi, di criptovalute. Il punto, spiegano le agenzie, riguarda anche le informazioni non classificate che, se raccolte in modo sistematico e combinate con altri elementi, possono contribuire a costruire un quadro operativo su strategie militari, installazioni, capacità, processi decisionali e vulnerabilità politiche.

Secondo il documento, alcune persone che hanno accettato questi incarichi sono già state identificate dalle agenzie Five Eyes. Le conseguenze indicate vanno dalla revoca delle autorizzazioni di sicurezza alla perdita del lavoro, fino a procedimenti penali. L’avviso assume così anche una funzione deterrente: chiarendo che la collaborazione con soggetti collegati a servizi stranieri, anche quando nasce come consulenza privata, può trasformarsi in un caso di controspionaggio.

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