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El Niño sta già arrivando, tra caldo ed eventi estremi. Il segretario dell’Onu: “Gli impatti saranno ancora più forti”

L’Organizzazione meteorologica mondiale invita a prepararsi per El Niño, fenomeno climatico naturale che ciclicamente provoca un riscaldamento anomalo delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico. Di solito si verifica ogni due/sette anni e dura dai nove ai dodici mesi. Inizia a svilupparsi tra marzo e giugno e raggiunge la sua intensità massima tra novembre e febbraio. Già normalmente, quindi, il fenomeno incide in modo significativo su temperature e precipitazioni in tutto il mondo. Gli esperti aspettano il prossimo evento e ne parlano da tempo. Molti ritengono che potrebbe essere il più intenso di questo secolo, tanto da indicarlo come un Super El Niño. Certamente, come già accaduto, innalzerà le temperature di tutto il mondo e intensificherà gli eventi estremi. Probabilmente, però, i suoi effetti saranno già evidenti prima di quanto non ci si aspettasse. Già da questa estate. Secondo un bollettino pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale, esiste l’80% di probabilità che si formi prima di settembre, quindi durante l’estate, e il 90% che continui fino al mese di novembre. Resta una certa incertezza sull’intensità e su quale sarà il picco di El Niño, ma la maggior parte delle previsioni dei modelli meteorologici suggerisce che si arriverà almeno a un’intensità moderata, non escludendo affatto un’intensità elevata. Di fatto, temperature superiori alla media sono previste quasi ovunque da giugno ad agosto.

L’allarme lanciato da Guterres

Dai modelli all’allarme lanciato da Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, l’uomo che da anni pronuncia discorsi sulla necessità di prepararsi agli effetti dei cambiamenti climatici. “I dati scientifici sono inequivocabili: c’è il 90% di possibilità che El Niño arrivi alle nostre porte nei prossimi mesi. Il mondo deve trattarlo come l’urgente avvertimento climatico che è. Le condizioni di El Niño – ha detto Guterres – getteranno benzina sul fuoco di un mondo in via di riscaldamento. Gli impatti saranno ancora più forti e si faranno sentire ancora più lontano. Attraverseranno i confini a una velocità devastante”. Per il segretario generale delle Nazioni Unite, come ha ribadito ormai innumerevoli volte “l’unica risposta efficace è un’azione climatica all’altezza della crisi. Si tratta di porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili, accelerare la transizione verso le energie rinnovabili, proteggere i più vulnerabili e istituire sistemi di allarme rapido per tutti. D’altronde i bollettini su Niño e Niña dell’Omm sono la fonte di informazioni più affidabile al mondo in questo campo per i governi, le organizzazioni umanitarie e i settori sensibili al clima come l’agricoltura, la salute, l’energia e la gestione delle risorse idriche. E sono il risultato di una collaborazione tra l’Omm con l’Istituto internazionale di ricerca sul clima e la società.

I segnali dell’arrivo di El Niño

Secondo le osservazioni effettuate attraverso diverse piattaforme, da fine aprile a metà maggio, la temperatura della superficie del mare si avvicinava alle soglie El Niño nel centro-est del Pacifico equatoriale, che rappresenta la zona di monitoraggio di riferimento. Queste anomalie crescenti sono alimentate da temperature elevate, superiori di oltre 6 °C rispetto alla media, sotto la superficie di tutto il Pacifico tropicale. Costituiscono un importante serbatoio di calore che contribuisce al riscaldamento osservato in superficie. L’Omm non utilizza l’espressione super El Niño, perché non fa parte delle classificazioni operative standardizzate.

L’ultimo report: cosa accadrà in 5 anni

Ma le previsioni su questo fenomeno arrivano dopo che, nei giorni scorsi, è stato pubblicato il nuovo report dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale sulle temperature medie globali annuali per il periodo 2026-2030. Secondo gli esperti saranno comprese tra 1,3 e 1,9 gradi al di sopra della media rispetto al periodo 1850-1900. C’è, inoltre, l’86% di probabilità che uno di questi 5 anni superi il 2024 come quello più caldo mai registrato. Il sorvegliato speciale è il 2027, che potrebbe rivelarsi particolarmente rovente proprio a causa dell’arrivo di El Niño. Il rapporto, prodotto dal Met Office del Regno Unito in qualità di centro di riferimento della Wmo, offre una sintesi delle previsioni fornite da 13 istituti di tutto il mondo. Tra questi, quattro Centri di Produzione Globale, cioè istituti meteorologici designati dalla Wmo per generare previsioni climatiche e meteorologiche su scala globale: il Centro di supercalcolo di Barcellona, il Centro canadese per la modellazione e l’analisi climatica, il Servizio meteorologico tedesco e il Met Office stesso. Il nuovo rapporto conferma le previsioni fornite da quello del 2025, che già indicava come il riscaldamento globale medio avrebbe superato i livelli preindustriali di oltre 1,5 gradi nei 5 anni seguenti. Gli ultimi dati indicano che c’è il 91% di probabilità, nei prossimi 5 anni, che la temperatura media globale superi temporaneamente di 1,5 gradi i livelli medi del periodo 1850-1900. Questo livello è stato superato anche nel 2024, quando la temperatura ha sorpassato quella soglia di 1,55 gradi. L’Artico continuerà a risentire in maniera particolarmente intensa del riscaldamento globale: nei prossimi 5 inverni dell’emisfero settentrionale, si prevede che le temperature artiche saranno di 2,8 gradi più alte di quelle medie, un valore 3,5 volte superiore rispetto a quello globale. Inoltre, il ghiaccio marino subirà un’ulteriore riduzione in particolare nel Mare di Barents tra Norvegia e Russia, nel Mare di Bering tra Alaska e Siberia, e in quello di Okhotsk tra Siberia e Giappone.

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Estrazione illegale di oro in Amazzonia: le miniere abusive hanno distrutto 100mila ettari di foreste protette in tre anni

Il contesto globale di crescente instabilità geopolitica ed economica alimenta la domanda internazionale di oro, facendo aumentare la pressione sulla foresta pluviale tropicale più grande del pianeta. In Amazzonia l’estrazione illegale continua ad avanzare: in tre anni le miniere abusive hanno distrutto 100mila ettari di foreste protette. Un fenomeno reso possibile da gravi falle normative e dall’assenza di un sistema di tracciabilità efficace. Tra il 2023 e il 2025, oltre 5mila ettari di foresta sono stati distrutti dall’estrazione di oro solo all’interno di terre indigene. È quanto emerge dal report di Greenpeace Brasile “Gold Laundering in the Amazon: Anatomy of a Fraud”, che documenta come il sistema dei permessi di Lavra Garimpeira, introdotto dal governo brasiliano per consentire l’attività mineraria artigianale, venga in realtà sfruttato per riciclare oro estratto illegalmente da terre indigene e aree protette, dove questa attività è vietata dalla legge. Complice il mercato internazionale, come mostra un’indagine della Polizia Federale brasiliana che, nel 2025, ha rivelato un giro miliardario di estrazione ed esportazione illegale di oro proveniente dall’Amazzonia. Pubblicata da Repórter Brasil e diffusa in esclusiva per l’Italia da Il Fatto Quotidiano, l’inchiesta ha ricostruito il percorso di parte di questo oro illegale fino al mercato internazionale, inclusa l’Italia.

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Field Expedition in the Kayapó Indigenous LandExpedição de campo na Terra Indígena Indígena Kayapó

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Flyover Exposes over 500 Illegal Mining Barges in the Madeira River, BrazilGreenpeace flagra mais de 500 balsas de garimpo em sobrevoo no Rio Madeira

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Overflight to Monitor Illegal Mining in Indigenous Lands in the AmazonSobrevoo de monitoramento de garimpo ilegal em Terras Indígenas na Amazônia

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Illegal Mining in Munduruku Indigenous Land in BrazilMineração ilegal na Terra Indígena Munduruku (Outubro, 2021)

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Illegal Mining in the Sete de Setembro Indigenous Land, BrazilGarimpo Ilegal na Terra Indígena Sete de Setembro

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Overflight to Monitor Illegal Mining in Indigenous Lands in the AmazonSobrevoo de monitoramento de garimpo ilegal em Terras Indígenas na Amazônia

Come l’oro illegale entra nelle catene globali

Dal 1985 al 2022, l’estrazione illegale di oro è aumentata del 1.100%, con attività concentrate per il 91% in Amazzonia. “L’assenza di controlli efficaci da parte dell’Agenzia nazionale mineraria brasiliana e l’esenzione dall’obbligo di una preventiva analisi geologica – denuncia il dossier – hanno creato un ‘punto cieco’ che impedisce di valutare correttamente l’impatto dell’attività estrattiva e facilita il riciclaggio dell’oro illegale”. Attraverso hub di commercio, raffinazione e consumo, l’oro illegale entra così nelle catene globali di approvvigionamento e può raggiungere mercati come Italia, Svizzera, Francia, Germania, Canada e Emirati Arabi. In questi Paesi, una volta immesso nel sistema, diventa estremamente difficile da tracciare. Solo nel 2024, dal Brasile sono state esportate oltre 61mila tonnellate d’oro per un valore superiore a 3,9 miliardi di dollari statunitensi verso mercati di tutto il mondo.

La sentenza della Corte Suprema e i limiti del sistema

In questo contesto, mentre una legge del 2013 stabiliva una ‘presunzione di legalità’ basata sulla semplice autodichiarazione del venditore, a marzo 2025, la Corte Suprema brasiliana (Supremo Tribunal Federal) ha dichiarato incostituzionale questo principio della presunzione di buona fede nell’acquisto dell’oro. Una sentenza storica che punta proprio a bloccare il riciclaggio dell’oro di provenienza illecita proveniente dall’Amazzonia. “La decisione rappresenta un passo importante, ma non sarà sufficiente senza un sistema di tracciabilità realmente efficace lungo tutta la filiera” spiega Martina Borghi della campagna Foreste di Greenpeace Italia. “Finché il Brasile non introdurrà controlli rigorosi – aggiunge – basati su dati geologici affidabili e verifiche indipendenti, l’oro estratto illegalmente continuerà a entrare nel mercato globale alimentando deforestazione, violazioni dei diritti umani e distruzione dei territori indigeni. Anche l’Unione Europea e i Paesi importatori devono fare la propria parte, introducendo regole più severe sulla tracciabilità dell’oro e impedendo l’ingresso nel mercato europeo di metallo legato alla distruzione dell’Amazzonia”.

Le miniere fantasma, un fenomeno fuori controllo

L’indagine rivela inoltre la persistenza di ‘miniere fantasma’: permessi minerari attivi solo sulla carta, privi di attività coerente con i dati satellitari o con le verifiche sul campo, che funzionano come copertura legale per introdurre oro proveniente da altre aree, inclusi territori indigeni e zone protette. E i dati sono allarmanti: complessivamente, il 94% dei processi minerari analizzati da Greenpeace tra il 2018 e il 2026 è stato classificato come ‘miniera fantasma’ oppure operazione industriale incompatibile con il regime previsto per l’estrazione artigianale.

Gli impatti sociali e le terre indigene

L’estrazione illegale di oro ha anche gravi impatti sociali, che colpiscono in modo particolare le popolazioni indigene, con un aumento di violenze, sfruttamento economico e deterioramento delle condizioni di vita, soprattutto per le donne. Anche la contaminazione da mercurio rappresenta una minaccia: uno studio della Fundação Oswaldo Cruz nelle terre indigene del Popolo Munduruku ha rilevato che il 98,5% delle donne in gravidanza sottoposte ad analisi presentava livelli di mercurio superiori alla soglia di sicurezza, evidenziando un grave rischio per la salute riproduttiva e le generazioni future. Per contrastare efficacemente l’estrazione illegale di oro in Amazzonia, Greenpeace ritiene fondamentale rafforzare le misure normative e amministrative contro il riciclaggio, promuovendo al tempo stesso un processo di riconversione economica della regione e sostenendo attività compatibili con la foresta, che siano rispettose dei diritti umani e capaci di contrastare la povertà.

Fotocredits: Greenpeace Brasile

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