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Cinque assi per accelerare lo sviluppo italiano nel settore dei droni. La risoluzione alla Camera

I droni non sono più una tecnologia del futuro, anzi. Oggi i sistemi unmanned devono essere approcciati come infrastrutture operative del presente, con applicazioni che spaziano dalla logistica sanitaria al monitoraggio delle infrastrutture critiche, dalla mobilità urbana alla sorveglianza delle coste. E che quindi devono avere il giusto spazio nel dibattito politico italiano.

Per affrontare i nodi che frenano lo sviluppo del settore, Giulia Pastorella (Azione) ha promosso la stesura di una risoluzione parlamentare presentata mercoledì 3 giugno presso la Camera dei deputati, alla presenza degli stakeholder di settore. Un atto di indirizzo al governo (e alle altre forze politiche) articolato in dodici impegni su cinque assi principali: semplificazione delle autorizzazioni, infrastrutture e sperimentazioni, formazione e certificazione, autonomia strategica della filiera europea, e infine droni subacquei.

A fornire la cornice dei dati è stata Paola Olivares dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata, che ha restituito l’immagine di un settore in crescita ma ancora incompiuto. Il mercato professionale si espande, e gli italiani sono sempre più favorevoli all’uso dei droni (soprattutto per la logistica sanitaria), ma nonostante questo consenso generale  la maggior parte dei progetti censiti resta nel limbo delle sperimentazioni o degli annunci, senza mai diventare operativa. Per quel che riguarda il tessuto produttivo nazionale nel settore, i dati mostrano un ecosistema fatto quasi interamente di micro e piccole imprese, schiacciato dalla concorrenza cinese e frenato da una burocrazia che gli operatori indicano unanimemente come il principale ostacolo. “Siamo in un momento di forte trade-off tra elementi di criticità ed elementi di forza”, ha detto Olivares, sottolineando che “l’ecosistema italiano è molto avanti rispetto agli altri paesi europei: è un’opportunità da non perdere”.

Come approcciarsi al tema, dunque? Il nodo centrale è la semplificazione normativa, senza però rinunciare alla sicurezza. “Non stiamo cercando una scorciatoia, non è un liberi tutti, ma vogliamo rendere le procedure più streamlined laddove si può, perché sono un ostacolo”, rimarca Pastorella, adducendo come esempio la già citata logistica sanitaria con percorsi lineari e ripetitivi tra laboratori e ospedali, come caso in cui un sistema autorizzativo alleggerito sarebbe immediatamente applicabile. Sul piano delle infrastrutture, ha ricordato che l’Italia ospita già la prima zona U-Space europea, in Abruzzo, chiedendo però di estendere le sperimentazioni operative su tutto il territorio e di renderle davvero tali, non solo annunci o progetti sulla carta. “Avere una direzione nazionale forte che dica che questo è qualcosa di prioritario, non di futuristico ma di adesso, è indispensabile”. Sul fronte della filiera, infine, la deputata ha messo in guardia dal rischio di una dipendenza strutturale dall’hardware extraeuropeo: “Non è possibile che diventiamo terra di colonia per droni cinesi quando abbiamo tutte le competenze per sviluppare la nostra filiera, non per nazionalismo, ma per un tema di sicurezza nazionale ed europea”.

Gli altri interventi hanno messo dei punti su quanto detto in precedenza, confermando e approfondendo il quadro. Nicola Nizzoli, presidente di Assorpas, ha puntato il dito sulla lentezza delle autorizzazioni Enac e sulla decimazione dei costruttori nazionali seguita all’entrata in vigore del regolamento europeo Easa: “I droni oggi sono un’infrastruttura operativa presente, non il futuro, e bisogna velocizzare il passaggio dalla sperimentazione all’uso quotidiano”. Mauro Berzovini di Leonardo Elicotteri ha raccontato la sperimentazione con Poste Italiane per il trasporto postale via drone in sostituzione del collegamento marittimo, sottolineando i nodi tecnici ancora aperti, densità energetica delle batterie, costi delle ridondanze imposte dalla normativa, e l’impegno del gruppo nello sviluppo di uno standard internazionale di pilotaggio per i velivoli dell’advanced air mobility. Sul fronte subacqueo, Chiara Petrioli di WSense ha inquadrato il settore nella blue economy globale, sottolineando il ruolo delle reti sottomarine per la sorveglianza delle infrastrutture critiche. Loredana Cortis di Fincantieri ha infine proposto la creazione di un test range nazionale permanente per il dominio subacqueo presso il Centro di Sperimentazione Navale della Marina Militare alla Spezia, candidando il gruppo da lei rappresentato a fare da “orchestratore” nell’integrazione di tecnologie, filiere e competenze del settore.

Un percorso ben chiaro già c’è, dunque. Adesso sta al resto del mondo dei decisori politici scegliere come sfruttare quest’opportunità per permettere all’Italia di mantenere una posizione d’avanguardia in un settore che oramai sembra essersi affermato non come una delle chiavi del domani, ma come una delle chiavi delle trasformazioni in corso già oggi.

 

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Il Long March 12B apre una nuova fase nei lanci cinesi per le costellazioni

La Cina ha effettuato il primo lancio del Long March 12B, nuovo vettore sviluppato dalla China Aerospace Science and Technology Corporation. Il razzo è decollato dal centro di Jiuquan e ha portato in orbita un nuovo gruppo di satelliti della costellazione Spacesail, il progetto cinese per una rete internet satellitare in orbita bassa.

Il Long March 12B è oggi il più potente razzo cinese a corpo singolo. Alto circa settantadue metri, utilizza ossigeno liquido e cherosene ed è progettato per trasportare almeno venti tonnellate in orbita bassa. La sua architettura integra dieci motori e sistemi di controllo pensati per aumentare affidabilità e sicurezza del volo.

Il carico lanciato chiarisce il senso operativo della missione. Spacesail punta a costruire una rete globale di comunicazioni satellitari a banda larga, ha già superato centosessanta satelliti lanciati e punta ad arrivare a oltre diecimila satelliti in orbita bassa entro la fine del decennio.

L’orbita bassa diventa infrastruttura

La rilevanza del lancio non riguarda soltanto il successo tecnico. Il nuovo vettore segnala la volontà di Pechino di aumentare la propria capacità di accesso allo spazio. Una costellazione di migliaia di satelliti richiede infatti lanci ripetuti, produzione seriale, controllo orbitale e costi compatibili con un’infrastruttura permanente.

Il Long March 12B risponde a questa esigenza. Porta più massa in orbita, sostiene programmi commerciali e strategici e prepara una possibile evoluzione verso la riutilizzabilità. Il recupero del primo stadio non è stato testato in questo volo, ma viene indicato come una prospettiva di sviluppo. Se il percorso avrà successo, il vettore potrebbe ridurre i costi e aumentare la frequenza dei lanci, due fattori ormai decisivi nella competizione spaziale globale.

La Cina sta quindi lavorando su un passaggio essenziale. Progettare satelliti o missioni avanzate non basta senza una filiera capace di portarli nello Spazio con regolarità. Il debutto del Long March 12B mostra una spinta in quella direzione, anche se il vero banco di prova sarà trasformare il primo successo in una routine affidabile.

La Luna si prepara vicino alla Terra

Il Long March 12B non è il razzo destinato all’allunaggio cinese. La sua funzione immediata resta legata all’orbita bassa e al dispiegamento di costellazioni satellitari. La sua importanza in chiave lunare deriva però dalle competenze che contribuisce a consolidare.

Una presenza stabile sulla Luna richiede molto più di una singola missione. Servono lanci frequenti, sistemi di comunicazione resilienti, capacità logistiche, controllo di piattaforme multiple e infrastrutture spaziali coordinate. Le reti satellitari e i vettori pesanti per l’orbita bassa rientrano in questa base industriale, necessaria per sostenere una strategia lunare di lungo periodo.

Per Pechino, rafforzare l’accesso allo spazio vicino alla Terra significa preparare anche le condizioni per operare più lontano. Il Long March 12B non porta da solo la Cina verso la Luna, ma contribuisce a costruire l’ecosistema tecnico, produttivo e operativo necessario per competere nella fase successiva.

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Ecco quali Paesi avranno accesso a Mythos di Anthropic (c’è l’Italia)

La startup dei fratelli Amodei estenderà l’accesso a Mythos a ben 15 Paesi, quindi a circa 150 organizzazioni in tutto il mondo, compresa l’Italia.

Il suo potente modello di IA, capace di individuare rapidamente le vulnerabilità nella sicurezza informatica, era stato finora limitato nell’utilizzo. Solo circa 50 partner, per lo più società statunitensi, erano stati coinvolti nel programma denominato Project Glasswing per testare le potenzialità del modello prima che potesse finire in mani pericolose.

Amazon, Google, Nvidia, Applee Microsoft sono le società coinvolte nella prima fase, durante la quale sono state scoperte più di 10.000 gravi vulnerabilità di sicurezza. Ora Anthropic apre il programma ad altri: Australia, Canada, Nuova Zelanda, Francia, Germania, Svizzera, Paesi Bassi, Spagna, Belgio, Svezia, India, Giappone, Corea del Sud, come detto già, Italia e l’Agenzia di cybersicurezza europea, Enisa.

“Ciò che accomuna tutti i partner – spiega Anthropic sul suo sito – è la consapevolezza che un attacco riuscito al loro codice sorgente potrebbe avere conseguenze catastrofiche. Per la maggior parte dei partner, stimiamo che un attacco di vasta portata potrebbe colpire oltre 100 milioni di persone, con importanti ripercussioni sia sulla sicurezza globale che su quella nazionale”.

I nuovi partecipanti coprono settori che mancavano nel gruppo originario, tra cui reti elettriche, sistemi idrici,ospedali, reti telefoniche e produttori di hardware. Conferma della partecipazione al progetto è già arrivata oggi dal ministero sudcoreano della Scienza e delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione. Infatti, come rivelato dal Financial Times, sarebbero dentro Samsung Electronics, Sk Hynix e Sk Telecom.

“Questa espansione rappresenta il passo successivo verso i nostri obiettivi a lungo termine: rendere l’intelligenza artificiale più sicura per tutti i software e aiutare il settore ad adattarsi a come l’IA potrebbe modificare molti dei presupposti fondamentali della sicurezza informatica”, afferma Anthropic.

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La nuova strada del soft power nordcoreano? Il calcio femminile

L’immagine delle giovani calciatrici nordcoreane che sono scoppiata a piangere quando Kim Jong-un le ha ricevute al rientro nel loro Paese ha fatto il giro del mondo. Mentre erano sul campo in Corea del Sud, a malapena hanno dimostrato alcuna emozione. Le ragazze sono state le prime sportive nordcoreane ad aver visitato il territorio della Corea del Sud negli ultimi otto anni. Ma è bastato ritrovarsi vicine al leader del regime nordcoreano per lasciarsi andare alle lacrime. O almeno è quello che ha voluto trasmettere la propaganda dello Stato nordcoreano, che adesso usa lo sport come strategia di soft power e canale di comunicazione internazionale.

Kim Jong-un ha ricevuto a Naegohyang la selezione under 17 femminile, che ha vinto due titoli asiatici (AFC Women’s Champions League e il AFC U-17 Women’s Asian Cup), posizionando il Paese nel primo posto delle competizioni regionali. Mentre il mondo è in subbuglio tra guerre e crisi, la notizia sportiva è stata l’apertura del giornale statale Rodong Sinmun del Comitato centrale del Partito del Lavoro di Corea.

La lettura sportiva è che la Corea del Nord, nonostante tutte le mancanze, riesce a formare a livello professionale le donne del calcio. Un successo particolarmente importante in un continente dove ogni Paese ha un livello di competitività diverso.

Ma la vittoria della femminile under-17 di calcio ha un peso soprattutto politico. La Corea del Nord continua ad essere isolata dal resto del mondo, ma il calcio femminile è uno dei pochi spazi dove il regime può ancora dimostrare un successo internazionale.

Il quotidiano spagnolo El Mundo ricorda come per decenni, la dittatura di Pyongyang usò missili, sfilate militari e la minaccia del programma nucleare come strumento di forza. Negli ultimi anni, invece, ha preferito un’altra forma di influenza, quella del calcio. Continuano le sanzioni internazionali, e le porte della diplomazia estera restano chiuse, ma le squadre femminili nordcoreane possono muoversi e accumulano trionfi. Infatti, il calcio femminile è l’unico territorio in cui le due Coree interagiscono ancora.

Molti analisti sostengono che in Corea del Nord esiste la “politica sportiva di Stato”. Che è iniziata negli anni ’80 con una serie di investimenti significativi nel calcio femminile. “In un Paese dove le risorse sono limitate e dove competere con grandi potenze sportive è difficile, il calcio femminile è diventata una scommessa strategica”, sostiene El Mundo. E come funziona l’arruolamento? Si identificano ragazze molto giovani con talento, che entrano a fare parte di scuole specializzate e l’allenamento si lega a strutture dell’esercito.

Il risultato è che una delle dittature più chiuse del mondo ha uno dei sistemi più efficaci di selezione del calcio femminile internazionale. Questo serve molto al regime come propaganda per rafforzare il discorso sulla superiorità del socialismo nordcoreano e per vendere l’immagine di una popolazione felice, che gode e festeggia le vittorie dei suoi ragazzi e ragazze nello sport come parte dell’orgoglio nazionale.

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Perché ignorare i progressi industriali dei chip cinesi è pericoloso per la Ue. L’opinione di Monti

I media occidentali stanno rilanciando con un certo strepito il recente annuncio di Nvidia sulla prossima disponibilità di RTX Spark, un superchip nativo installato su personal computer e portatili di nuova generazione per far funzionare “in locale” – cioè senza necessariamente dipendere da servizi esterni – modelli AI e in particolare i LLM, quelli che interagiscono con e tramite il linguaggio.

L’annuncio di Nvidia è orientato ad espandere la propria presenza, già fortissima nel settore dei processori ad alte prestazioni destinate a Big Tech, anche nel mercato della produzione di hardware “da scaffale”. Questo è il modo in cui l’azienda di Huang riuscirebbe ad espandere ulteriormente il controllo su parti sostanziali della filiera dell’AI, attraendo anche chi opera nella parte operativa dell’ecosistema e non solo chi lo costruisce.

Huawei risponde con una via alternativa alla forza bruta

È, invece, passato sotto silenzio l’annuncio praticamente contemporaneo di Huawei che il 25 maggio a Shanghai, nel Ieee International Symposium on Circuits and Systems, ha presentato la Tau Scaling Law, un nuovo approccio per migliorare la densità dei transistor e la prestazione complessiva dei sistemi elettronici che promette di ridurre sensibilmente il divario con le tecnologie Usa.

Le restrizioni americane e l’effetto inatteso del decoupling

Come è noto, l’amministrazione Usa utilizza i divieti e i limiti di esportazione di determinati prodotti e tecnologie per contenere i progressi della Cina nel settore dell’intelligenza artificiale.

Dal canto suo, la Cina ha fatto di necessità virtù e ha iniziato a sviluppare in proprio l’intera filiera dell’AI, dai chip, ai processori, ai modelli AI trasformando (o cercando di trasformare) in forza, la debolezza consistente nel non avere a disposizione le tecnologie più moderne. In particolare, ha indirizzato la propria strategia verso due direttrici: l’ottimizzazione dello hardware (da qui la Tau Scaling Law), l’ottimizzazione prestazionale ed energetica dei modelli e degli ambienti di sviluppo. Il tutto, con l’obiettivo di aumentare al massimo l’integrazione dei singoli componenti.

In altri termini, mentre gli Usa perseguono lo sviluppo tramite l’incremento di potenza di calcolo, di consumo energetico, di numerosità di parametri utilizzati dai modelli, la Cina progetta le proprie infrastrutture riducendo risorse o, meglio, facendo in modo di impiegarne il minimo indispensabile e sfruttando al massimo l’integrazione fra hardware e software.

La Cina non insegue, ma corre in un’altra gara

Al netto dei risultati delle rispettive strategie di marketing – sarà il mercato a decidere se RTX Spark sarà un successo, come sarà l’implementazione effettiva a dimostrare se la Tau Scaling Law funziona effettivamente – gli approcci dei due giganti tecnologici suggeriscono qualche riflessione sullo stato attuale della geopolitica dell’AI.

Usa e Cina stanno giocando due partite: una per il controllo tecnologico della catena produttiva dell’AI e l’altra per il primato strategico e geopolitico.

La Cina è lo sfidante ed è oggettivamente in difficoltà se accetta di giocare in campo avverso, con tempi e regole che non ha definito e che dunque deve subire. Da qui la scelta di spostare la contesa in un terreno sotto il proprio esclusivo controllo. Questo è il significato non solo tecnologico ma anche geopolitico della scelta di Pechino.

Il limite americano: data centre, energia e gigantismo industriale

Ovviamente, il tema della frugal AI o comunque dell’efficienza operativa non è ignoto all’approccio statunitense. Tuttavia, è condizionato dalle scelte industriali, economiche e finanziarie che spingono al gigantismo tecnologico per via di quella che potrebbe essere la bolla dei data centre e delle relative infrastrutture.

L’AI statunitense richiede enormi quantità di energia, potenza di calcolo e spazi fisici; la loro crescita non può procedere all’infinito, ma – ed è questo il problema – nemmeno può arrestarsi. Troppo ingenti sono gli investimenti compiuti dal mercato finanziario e troppi sono gli interessi economici in gioco. Inoltre, i tempi lunghi per la realizzazione di queste infrastrutture sono difficilmente compatibili con la necessità di mantenere il vantaggio strategico sulla Cina.

Per quanto lo scenario sia oggettivamente incerto, sarebbe semplicistico affermare che, sul lungo periodo, gli Usa perderanno la corsa all’AI. Quello che invece emerge chiaramente è che le scelte, per così dire, filosofiche compiute all’avvio della competizione hanno condizionato irrimediabilmente gli sviluppi successivi.

Avere puntato sul gigantismo nella convinzione che non ci sarebbero stati concorrenti o che sarebbe stato possibile tenerli a bada è stata una scelta poco avveduta, che ora sta costringendo gli Usa a dover fare i conti con scommesse strategiche rivelatesi non del tutto vincenti.

La lezione per l’Europa: meno regolazione, più industria, più autonomia

Questa situazione stringe la Ue fra Scilla e Cariddi.

Il posizionamento geopolitico atlantista esclude che l’Unione possa creare un asse con Pechino accedendo alle sue tecnologie AI (alcune delle quali anche open source e open weight), anche solo nell’ambito di una strategia di riduzione della dipendenza/influenza tecnologica americana.

Nello stesso tempo, gli Usa non sembrano così disponibili a cedere l’uso delle proprie infrastrutture a partner europei. Per quanto enormi, infatti, le risorse tecnologiche statunitensi sono tutte già assorbite da Big Tech e, d’altra parte, anche se ci fosse un eccesso di capacità, difficilmente gli Usa la cederebbero all’Europa, peraltro con il rischio di far nascere un terzo polo dell’AI.

Tutto questo fornisce indicazioni molto chiare su quale direzione dovrebbe assumere l’Unione Europea per acquisire un ruolo nel mercato dell’AI. Potrebbe, infatti, farne tesoro, ma solo se decidesse di concentrarsi realmente sulla nascita di un terzo polo, invece di perdersi nei labirinti regolamentari che ha costruito e dai quali non riesce più ad uscire, nemmeno se lo volesse.

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La stretta soft di Trump. Ecco l’ordine esecutivo sui modelli IA

Era atteso, soprattutto dopo gli ultimi modelli rilasciati dalle aziende. E alla fine è arrivato. Donald Trump mette la sua firma sull’ordine esecutivo che regola l’intelligenza artificiale. Anzi la restringe. “Promuovere l’innovazione e la sicurezza dell’IA”: questo il titolo e l’obiettivo del documento. La pubblicazione è stata ancor più complessa del previsto. Ma il rilascio è uno snodo importante per il progresso tecnologico made in Usa.

Con l’ordine esecutivo la Casa Bianca intende anticipare eventuali rischi derivanti dagli strumenti di IA. Alle aziende viene dunque richiesto di collaborare con le agenzie federali per mettere al sicuro le infrastrutture critiche. Il governo potrà visionare quei modelli chiamati “di frontiera” 30 giorni prima che vengano rilasciati sul mercato. Gli strumenti dovranno rispondere a degli standard, pena la loro non conformità. Per mitigare e risolvere eventuali minacce, viene creato un “centro di coordinamento per la sicurezza informatica”. Come si legge nel testo del decreto presidenziale, “le capacità avanzate dell’intelligenza artificiale rendono la nostra nazione più forte, ma introducono anche nuove considerazioni in materia di sicurezza nazionale che richiedono un’azione coordinata tra i vari dipartimenti e agenzie”.

Tutto è però basato sulla disponibilità e sulla volontà delle aziende, per cui non ci sono obblighi ma raccomandazioni. Questo è un aspetto cruciale dell’intera vicenda. Che un ordine esecutivo di questa portata fosse nell’aria era chiaro. Ancor di più dopo il (non) rilascio di Mythos, il modello più potente di Anthropic, tale da poter creare inconsapevolmente dei problemi enormi per la sicurezza nazionale. Si pensava dunque che l’amministrazione repubblicana potesse stringere le maglie, andando contro il proprio approccio laissez-faire adottato fino a oggi. Invece è stato un cambiamento più graduale. Quando Trump ha ricevuto una prima versione sul suo tavolo, l’ha rifiutata perché troppo stringente. La paura era di soffocare il progresso tecnologico americano. Ritardando così di qualche settimana la firma.

L’ordine esecutivo riflette dunque “l’approccio di Trump, che consiste nel collaborare con l’industria per bilanciare innovazione e sicurezza, consolidando il continuo predominio globale degli Stati Uniti nell’intelligenza artificiale e nella sicurezza informatica”, afferma la portavoce della Casa Bianca, Liz Huston. A pressare il presidente è anche l’ala Maga, che gli chiedeva un passo del genere.

A remare contro sono stati soprattutto David Sacks, ex czar dell’intelligenza artificiale, oggi uomo-ponte tra Washington e la Silicon Valley, e Ryan Baasch, vicedirettore del Consiglio economico nazionale. Entrambi hanno spinto per rendere volontarie le nuove misure, togliendo così il vincolo dell’adesione obbligatoria. Anche Scott Bessent, segretario al Tesoro, e Susie Wiles, capo dello staff della Casa Bianca, spingevano per la volontarietà delle aziende. Sacks era preoccupato che troppe regole avrebbero alla fine favorito la Cina e, secondo Axios, è riuscito a ottenere la riduzione a 30 giorni per la pre-implementazione. Anche il capo del Pentagono Pete Hegseth vede Pechino come un pericolo. Ma al contrario di Sacks avrebbe preferito maggiori limiti per i modelli più problematici, perché altrimenti i cinesi potrebbero metterci le mani e avvantaggiarsene.

Per Chris Lehane, Chief Global Affairs di OpenAI, l’ordine esecutivo “rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza nazionale, le infrastrutture critiche e le comunità in tutto il paese. Man mano che i sistemi di IA diventano più capaci, garantire che vengano sviluppati e distribuiti in sicurezza richiederà una stretta collaborazione tra governo e industria. La cybersecurity – aggiunge – può sembrare astratta, ma i bersagli sono spesso profondamente locali e centrali nella vita quotidiana delle persone: ospedali, scuole, servizi pubblici, istituzioni finanziarie, governi locali e i sistemi su cui le comunità fanno affidamento. Ecco perché è così importante che gli strumenti di IA difensiva più capaci finiscano prima nelle mani di difensori di fiducia”.

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Dentro gli Ipm, oltre i luoghi comuni. Cosa racconta la ricerca #Introspezioni

Non sono il potere o la furbizia a guidare i ragazzi negli istituti penali minorili. Al contrario, al centro ci sono famiglia, libertà, lealtà. La ricerca “#Introspezioni” — promossa dal ministero della Giustizia insieme a fondazione Lottomatica e fondazione Francesca Rava–Nph Italia Ets, curata dagli istituti di ricerca Swg e Cuntura — restituisce un’immagine inattesa dei giovani detenuti, lontana da stereotipi e semplificazioni.

I dati della ricerca: un ponte tra dentro e fuori

La rilevazione si è svolta in 43 giorni, tra il 9 dicembre 2025 e il 20 gennaio 2026, coinvolgendo 373 ragazzi in 18 istituti su 18, pari al 67% della popolazione detenuta, con una partecipazione trasversale anche per età e nazionalità. Questo livello di coinvolgimento rende la ricerca particolarmente significativa per comprendere dinamiche e aspettative interne al sistema penale minorile.

Il primo elemento che emerge riguarda i valori. La famiglia è indicata dal 92% degli intervistati, seguita da libertà (66%), lealtà (47%) e amore (46%). Un ordine che smentisce molte narrazioni consolidate: concetti come potere, ambizione o furbizia restano molto indietro.

Il quadro che se ne ricava è quello di giovani che cercano radici e orizzonti: la libertà passa dalla relazione e dai legami, più che dall’affermazione individuale.

Autorappresentazione e relazioni: fiducia cercasi

L’immagine che i ragazzi restituiscono di sé è articolata. Calma, generosità e sicurezza sono tra le caratteristiche più citate, accompagnate però da diffidenza e bisogno di protezione. Una socialità prudente, che ha bisogno di potersi fidare.

Anche sul piano relazionale emergono dati interessanti. Ciò che conta di più non è il comando o l’autorità, ma una serie di comportamenti che definiscono un’etica concreta delle relazioni: dire la verità anche quando è difficile, mantenere le proprie promesse, chiedere scusa quando si sbaglia e non tradire i compagni.

Si tratta di un vero e proprio “patto morale” che struttura le relazioni: responsabilità individuale e credibilità personale diventano elementi centrali.

Moralità e confini sfumati

Sul piano etico emerge una moralità in parte situazionale, in cui il confine tra giusto e sbagliato tende a sfumare. In alcuni casi comportamenti come proteggere un amico che ha sbagliato o vendicarsi possono essere considerati giustificabili.

È il segnale di una forte centralità della lealtà e dell’onore, ma anche della necessità di percorsi educativi capaci di ricostruire criteri più stabili.

Appartenenza, motivazione e futuro

Non emerge un atteggiamento vittimistico. Al contrario, i ragazzi mostrano un forte bisogno di appartenenza e condivisione: sentirsi parte di qualcosa e condividere i momenti significativi viene percepito come essenziale.

La motivazione passa dalla concretezza: impegnarsi ha senso se collegato al proprio futuro e se produce risultati visibili. Non a caso, la spinta principale è fare qualcosa di importante per il proprio domani.

Ancora più rilevante è il dato sul futuro: il 92% ha un progetto una volta uscito dall’istituto e la grande maggioranza si dice determinata a realizzarlo. I percorsi immaginati ruotano attorno a lavoro, autonomia, stabilità familiare e riscatto sociale.

La presentazione alla Camera

I risultati della ricerca sono stati presentati il 21 maggio 2026 nella Nuova aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, in un appuntamento che ha visto la partecipazione del ministro della giustizia Carlo Nordio, del sottosegretario Andrea Ostellari, del capo del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità Antonio Sangermano, del presidente di fondazione Lottomatica Riccardo Capecchi e della presidente di fondazione Francesca Rava Mariavittoria Rava. Hanno preso parte all’incontro anche Adrio Maria De Carolis, presidente di Swg, Domenico Petrolo, direttore di Cuntura, e Alessandro Scalcon, senior researcher SWG, con la moderazione del giornalista David Parenzo.

Un passaggio istituzionale che ha portato al centro del dibattito pubblico una narrazione diversa dei giovani negli Ipm, mettendo in evidenza non solo l’errore, ma anche valori, relazioni e aspirazioni che li avvicinano ai loro coetanei.

Il ruolo di fondazione Lottomatica

Per fondazione Lottomatica, sostenere #Introspezioni significa riconoscere che ascoltare chi si trova ai margini è un atto di responsabilità civile prima ancora che sociale.

Il progetto si inserisce nell’impegno della fondazione a favore delle fasce più vulnerabili della società, con un approccio che privilegia la conoscenza come base per un intervento efficace. Dare voce a ragazze e ragazzi detenuti negli IPM italiani — attraverso uno strumento rigoroso e rispettoso della loro dignità — produce dati utili non solo alla ricerca, ma anche alla costruzione di politiche e programmi di reinserimento più aderenti ai bisogni reali. L’evento alla Camera dei deputati ha portato i risultati di questa ricerca al cuore del dibattito istituzionale, confermando il valore di un modello di collaborazione tra fondazioni, istituzioni e mondo scientifico. Come ha sottolineato il presidente Riccardo Capecchi, “Ascoltare la loro voce — ‘ask the boy’ — e comprendere i loro bisogni è un elemento imprescindibile per strutturare un percorso che sia autenticamente riabilitativo”.

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