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Il diritto all'autodifesa di Tel Aviv spezza il ricatto di Teheran

Fra i molti effetti dei reciproci bombardamenti fra Iran e Israele ce n'è uno solo molto semplice: i cittadini israeliani ieri mattina hanno avuto, almeno per i pochi minuti prima di cominciare a correre su e giù nei rifugi, la rinfrescante sensazione di battersi liberamente per la propria vita. I lacci imposti da Trump sui polsi di governo e Idf sono stati tagliati, o almeno allentati, il Paese ha recuperato il diritto all'autodifesa. E anche quello di giocare fuori dall'astuta trappola iraniana, dal ricatto per cui Trump chiede di non muoversi pena la trattativa, neppure se si tratta di Hezbollah che viola tutti i cessate il fuoco. Il ricatto consiste in una formula molto semplice inventata dall'Iran: il dialogo con gli Stati Uniti è possibile solo se Israele ignora le aggressioni degli Hezbollah.

Le cose stanno in modo semplice: gli Hezbollah, benché in condizioni non floride ma pur sempre ben armati, nutriti, comandati dall'Iran nonostante i cessate il fuoco di marzo e di aprile, seguitano a attaccare coi missili il Nord di Israele, spopolano le città di confine, colpiscono coi droni l'esercito che si è stanziato nel Sud per cercare di privarli delle armi, dato che nessun altro, ne l'Unifil né il governo di Aoun, che vorrebbe, ci riescono. Domenica una scarica di missili particolarmente aggressiva rischia di colpire una scolaresca in gita. Netanyahu torna allora a Beirut, nel quartiere di Dahiyeh, base militare e strategica di Hezbollah e bombarda un edificio. La risposta viene allora dall'Iran: c'è un cambio strategico, invece di chiedere copertura ai suoi proxy si lancia alla loro difesa e bombarda Israele largamente. Nelle ultime ore notturne di ieri però ecco una scelta a sua volta strategica. L'Iran, la cui condizione è assai precaria, subisce un attacco israeliano: nonostante la supposta contrarietà di Trump, Netanyahu dà l'ordine e i caccia attaccano alcuni obiettivi. Lanciamissili, tre fabbriche petrolchimiche.

Qui comincia la sfida concettuale. Trump si sa, vuole continuare a trattare con l'Iran, e chiede sia a Israele che a Iran di piantarla. L'Iran accetta, ma con una clausola che lascia il Libano ostaggio nelle sue mani: Israele non deve attaccare gli Hezbollah, chiamati per suo comodo "Libano", altrimenti "si applicheranno misure molto più pesanti di quelle già intraprese". Ovvero, continuerebbe la guerra con Israele. A Trump questo non piace. Ma appena uscita la dichiarazione iraniana, gli Hezbollah, che erano stati ben acquattati per 30 ore durante tutta l'operazione iraniana e non si muovono senza ordini dei loro interlocutori di Teheran, ricominciano a sparare. Il Nord è di nuovo sotto il fuoco terrorista. Israele dunque è in un dilemma mentre Trump guarda. Ma lo è veramente? Il rapporto con gli americani è troppo intimo perché possano immaginare che l'aggressione degli Hezbollah vada impunita. Centcom e le varie strutture di collegamento sono attive a ogni minuto, e non risultano liti né discussioni. Huckabee ha fatto una dichiarazione di appassionata condanna dell'attacco iraniano, mentre nella dichiarazione dell'ambasciatore israeliano negli Usa era evidente, quando ha spiegato al suo inizio l'operazione israeliana in Iran, lo scopo di mantenere alto il rapporto con gli Usa insieme alla libertà di punire sempre e necessariamente chi aggredisce Israele. Con una pinzetta e molta determinazione, la scelta di Israele è l'unica possibile nella giungla in cui è collocata la villa israeliana. Non esiste la possibilità che Netanyahu lasci pavoneggiare l'Iran nelle penne libanesi. Siamo in Medioriente. È anche logico che la reazione decisa di Israele abbia fornito di nuovo ai Paesi del Golfo e al mondo arabo sunnita una buona ragione per riprendere il tema dell'utile alleanza anti iraniana che rifonderebbe il Medioriente. Questo a Trump può piacere.

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I jet di Israele colpiscono Beirut. E l'Iran furioso lancia i missili

La nuvola di fumo non è stata grande, ma sta creando una possibile nebbia mondiale: a Dahiyeh, la base principale delle attività degli Hezbollah, ieri i caccia israeliani hanno colpito un edificio probabilmente parte delle strutture del comando dell'organizzazione. Si parla di due morti e 11 feriti, ancora niente è chiaro fuorché la rabbia iraniana, il terzo, indispensabile protagonista nella vicenda israelo-libanese. Mentre faticosi incontri di pace fra l'ambasciatore israeliano e l'ambasciatrice libanese negli Usa cercano una strada e il presidente Aoun seguita a rivendicare la sovranità dall'Iran, Teheran tiene i fili degli Hezbollah. Nella mattina di domenica, dopo una nottata agitata in cui di nuovo Hezbollah aveva bombardato Israele con razzi e droni, i missili sono stati indirizzati su due cittadine dell'Alta Galilea e sul Kibbutz Neot Mordechai in cui gruppi di bambini si avventuravano in una rischiosa gita scolastica, dopo tanti giorni di cautela e di rifugi. Hanno fatto in tempo a rifugiarsi, ma tutta Israele ha visto filmati i loro pianti e l'inutile tentativo delle maestre di calmarli.

Israele non ne può più, tutto il Nord è occupato dalla violenza del proxy dell'Iran, che però sta trattando con Trump. Il presidente americano nei giorni scorsi ha chiesto a Netanyahu in modo perentorio di lasciar stare Beirut. Ma la disperazione delle famiglie, mentre i soldati seguitano a cadere nel mezzo del cessate il fuoco (solo ieri due ventenni, più di 12 uccisi dalla tregua) non è più contenibile con promesse: Netanyahu, che alla riunione di gabinetto di prima mattina aveva annunciato che Israele non avrebbe sopportato oltre gli attacchi continui, ha dato l'ordine. Nella mattina un altro fronte aveva mostrato la sua faccia, quella del terrorismo interno, nel cuore di Israele, vicino ad Herzlya, pressso Tel Aviv, dove un arabo israeliano armato di un'arma "Carlo" ha attaccato i passanti in una stazione di benzina e poi ha dato loro la caccia durante l'inseguimento: un morto e quattro feriti. Lui, Omar Mandar Yassin, è stato eliminato.

Le conseguenze dell'attacco a Beirut possono diventare mondiali. L'Iran maneggia i suoi proxy come burattini. Dato che aveva imposto come prezzo della prosecuzione della trattativa con Trump che Israele non attaccasse gli Hezbollah, adesso si presenta come il grande vendicatore. Prima Ebraihim Rezai, portavoce del Comitato per la Sicurezza "darà una risposta ferma e dura all'attacco del regime sionista. Stanotte guardate il cielo dei territori occupati". E già in serata sono scattate le sirene d'allarme in tutto il Paese: due i missili balistici intercettati dall'Iron Dome. Mentre il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, pubblicava su X un'immagine che ritrae le bandiere di Iran e Libano unite. Segno dellasolidarietà di Teheran a Beirut contro gli attacchi israeliani.

Trump non sembra scandalizzato per l'intervento israeliano, ha solo chiesto "obiettivi precisi", ma è consapevole che Netanyahu ha stabilito da ieri una regola precisa: se Hezbollah attacca, Israele va a Dahiyeh. Vediamo se l'Iran si accontenterà di una risposta relativa per non destare l'ira degli Usa, ma ribadire il suo odio e la sua gestione degli Hezbollah, o decidere che di tornare in guerra anche con Trump.

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"Corpi d'élite in Azerbaijan". Israele e la rete militare segreta

L' Azerbaijan è un Paese speciale: musulmano, sciita, è però un Paese laico, deciso a modernizzarsi, nazionalista, il cui presidente Ilham Aliyeh ha un ottimo rapporto con gli Stati Uniti e con Israele, mentre con l'Iran regna la reciproca diffidenza. La stampa internazionale ha reso noto ciò che era intuibile: i 700 chilometri di confine fra l'Azerbaijan e l'Iran sarebbero presidiati da alcuni siti clandestini del Mossad, parte di una rete diffusa nel Medioriente, da cui Israele potrebbe lanciare operazioni. Può servire nella guerra attuale, potrebbe avere aiutato nell'eliminazione di Rahman Moqadam il capo dell'arruolamento estero dei pasdaran.

I rapporti azeri con Israele sono attivi dalla caduta dell'Urss nel 1991, Israele fra i primi Paesi riconobbe il nuovo Stato, e fra i due si è sviluppato uno scambio prezioso, petrolio e energia dall'Azerbaijan e tecnologia, intelligence, armi da parte israeliana. Gideon Saar ha incontrato Aliyeh a Baku il 26 gennaio. Durante le guerre del Nagorno Karabak, gran parte della capacità militari azere erano israeliane. Il Paese è stato fra i primi acquirenti di Iron Dome; e mentre nel periodo di Biden il rapporto con gli Usa ha sofferto a causa dell'avvicinamento americano all'Armenia, con Trump si è ricostruito un asse parte di una nuova mappa geopolitica, un arco antiegemonia iraniana per l'alleanza con l'Occidente: gli Emirati dal 2020 sono il pilastro della vicenda, con la firma dei Patti di Abramo; Il Bahrain condivide la preoccupazione sull'Iran, la monarchia sunnita tiene a bada la maggioranza sciita; il Marocco ormai è un amico solido dell'Occidente contro la jihad; e poi i partner classici Egitto e Giordania, fra mille vicende alterne, tuttavia restano ancorati alla pace. L'Arabia Saudita alla fine dovrà approdare a un'alleanza occidentale. È concreta l'idea di Trump che molti Paesi islamici siano propensi ad appoggiarsi a Israele contro l'Iran e i suoi feroci proxy. L'Iran prevedeva l'accerchiamento di Israele, e invece la situazione, sempre problematica, è però molto modificata. Nel quadro anche l'alleanza con Somaliland, all'imboccatura sud del Mar Rosso, una delle principali rotte commerciali mondiali, proprio sulla faccia degli Houthi. Per Israele, dunque, oltre al rapporto con gli Usa ci sono cooperazioni strategiche che vanno al di là della difesa: la maggiore, quella con l'India di Narendra Modi che disegna l'Imec, India Middle East Europe Economic Corridor, annunciato nel 2023, che finalmente supera in prospettiva la Belt and Road cinese. Questa prospettiva, e non certo l'estromissione d'Israele coi i boicottaggi, disegna una vera pace.

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Se sono gli ebrei di sinistra a criminalizzare Israele

Non è un problema da poco quando sono gli ebrei stessi a partecipare alla criminalizzazione dello Stato d'Israele, accuse che includono genocidio e colonialismo. La sincera esclamazione dell'ambasciatore Yehiel Leiter a proposito di JStreet ("un cancro nella comunità ebraica") è stata commentata come un gesto di nervosismo. In realtà è una presa di posizione che individua un danno letale nel corpo stesso del popolo ebraico, un attentato alla sua unità in un momento difficilissimo. Leiter parla di JStreet, Anna Foa, Gad Lerner, Pappe, Bernie Sanders da cui Israele viene visto come un Paese razzista e guerrafondaio, fascista e colonialista. Israele avrebbe deviato dal sionismo e anche dall'ebraismo. Quello vero è il loro.

In parallelo alla denuncia Leiter ha anche presentato un pamphlet sulle menzogne che dal 7 ottobre criminalizzano di Israele: costruite con malizia, sparse con una grande macchina del fango. L'alibi ebraico in Usa e in Europa ha fornito libri, film, manifestazioni, firme a migliaia che le rafforzano perché "lo dicono gli ebrei stessi". Ripropongono che loro non odiano Israele, ma Netanyahu è guerrafondaio e fascista. Forse se il governo fosse di sinistra, lo stato sarebbe non solo più democratico ma molto più ebraico. Non conta se Israele non conosce repressione antidemocratica, né tantomeno se è il nemico a aggredire come nel caso degli Hezbollah: la guerra è effetto della perfidia di Netanyahu. I cosiddetti "valori" ebraici divengono un'indicazione per la resa, l'aggressione jihadista resta sconosciuta. Di fatto la sinistra ebraica propone una delegittimazione di Israele ebraica, dimentica che ha sempre cercato una soluzione politica offrendo parte del territorio dal 1948, promuove l'idea woke basata sul concetto di vittime e oppressori, di diritti umani violati: i valori sono tutti occupati, l'autodifesa ne è espulsa.

Israele deve ascoltare in silenzio la condanna del governo e dell'esercito mentre Anna Foa prepara Il suicidio di Israele, bestseller. JStreet suggerisce al Congresso il taglio dei fondi e delle armi, Netanyahu e Trump sono mostrificati e l'Iran diventa un interlocutore antimperialista. Tikkun Olam, la cura del mondo, diventa per JStreet o la Foa retaggio privato di un ebraismo che cerca una condivisione coi palestinesi, due stati per due popoli, sgombero dei Territori. La fame di consenso, di tv, ha disegnato schieramenti sempre più larghi di accusatori: il prezzo è abbracciare accuse sempre più pesanti. Fino al 2024 JStrett rifiutava l'accusa di genocidio, ora l'ha praticamente fatta sua. L'alma mater di questo atteggiamento è nel giornale Haaretz, sullo sfondo del New York Times. In definitiva, gli ebrei contro Israele gettano una bomba nell'orgoglio ebraico, santificano il matrimonio fra progressismo e giudaismo che nacque sulla base storica della guerra al nazifascismo per poi essere subito violata dal comunismo antisemita, già per Marx gli ebrei erano il male capitalista.

La sinistra ebraica attuale dimentica che Ben Gurion e poi Rabin avevano soprattutto a cuore la salvaguarda della nazione. Ho conosciuto Shimon Peres: il tema della sicurezza era parte di lui, un socialista che realizzò la bomba atomica, indispensabile deterrenza alla follia del nemico. L'educazione degli anni '60 e '70 ci consegna un concetto degradato dei diritti umani, che disconosce la civiltà giudaico-cristiana madre della democrazia in nome di un umanitarismo che mette alla pari le civiltà autoritarie come quella di Hamas con quella di Israele e anzi le idolatra perché più deboli. Dunque, gli ebrei che combattono dalla trincea assediata di Israele non sarebbero più veramente ebrei, i veri ebrei sono quelli di sinistra portabandiera di un giudaismo migliore. La cosa che più duole è che l'ignorante denigrazione del popolo ebraico stesso intimidisce gli ebrei stessi con opinioni sradicate da ogni realtà. Solo Sinwar, forse, poteva immaginare Israele come lo vede la Foa: per lei, ebrea, Israele è peggio del fascismo, perché quei "pazzi scatenati pensano di essere mossi da Dio come burattini" per affermare la loro supremazia. Ormai Israele è razzista. I suoi campioni sono i "coloni" di cui disegna un ritratto fantasioso. Ma certo, la vera ebrea è lei. Leiter ha alzato il velo su un pericolo.

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Il rischio di cadere nella trappola dell'Iran

Non si può fare a meno di notare il gran buon umore intorno a quel "fucking crazy" che, secondo parte delle cronache, Trump ha dedicato a Netanyahu. Che spettacolo. I due cattivi, bruciati in effige nella mente, nel cuore, nelle manifestazioni di piazza e sui media danno spettacolo: il grosso prende a parolacce il sodale minore, e gli dice quello che vogliono sentir dire i protagonisti del prime time: "Ti odiano tutti. Te lo avevo detto io". Adesso i fatti. Trump ha obbligato Netanyahu al cessate il fuoco cui l'Iran sottopone la disponibilità a un colloquio, ritenendo credibili le richieste degli Ayatollah. Hezbollah dal 2 marzo, inizio della guerra pilotata dall'Iran, ha sparato 5.500 missili sull'esercito israeliano e 2.200 sulla popolazione civile, senza distinzione rispetto al cessate il fuoco del 16 aprile. Scuole, affari, scuole chiuse, agricoltura in rovina, 26 soldati e due civili uccisi, 14 dalla tregua. Dunque Netanyahu aveva deciso domenica di attaccare la centrale del terrore a Dahyeh, dentro Beirut. Ma ha accettato di rinunciarci, perché Trump lo ha accusato di rovinargli i piani con l'Iran, che pone la condizione del cessate il fuoco con Hezbollah. Ma i suoi cari seguitano a sparare, e Trump non riuscirà a ottenere dall'Iran nemmeno una tregua significativa. L'Iran seguiterà a ordinare agli Hezbollah di sparare su Kiriat Shmone, Manara, Chanita, Shlomi (cittadine e villaggi agricoli, tutti bombardati ieri dopo la nuova tregua). Questo perché l'Iran non ha nessun interesse filosofico o strategico alla pace: ha fatto invece del cessate il fuoco una pedina del suo gioco di guerra, ovvero del ricatto cui sottopone Trump, che pressato dal compleanno, i Mondiali di calcio, il MidTerm, il 250esimo, cerca attivamente una tregua. Ma un grande gioco si compie su questo palcoscenico già dal 7 di ottobre, una propaganda astuta e nuova che ha rovesciato la politica internazionale: l'Iran da ignobile rais jihadista di una popolazione sottomessa e torturata e maggiore organizzatore del terrorismo internazionale, gioca adesso la carta della popolarità anti-Trump, cerca il ruolo di potenza internazionale, positiva, forte, coerente. Distruggere Israele resta il suo scopo palese. Funziona. E usa gli Hezbollah per ricattare l'Occidente col concetto di una pace impossibile, per titillare Israele cosicché entri in conflitto con gli Usa. Concretamente Israele non se ne andrà a casa perché deve per forza difendere i suoi cittadini, cercherà di seguitare a distruggere fino e oltre il Litani le gallerie, le armi, l'organizzazione degli Hezbollah, ma non sparerà se non sarà attaccato. Ma gli Hezbollah attaccheranno, perché l'Iran così gli ordina, e la sua strategia sul bordo di uno scoppio globale terrificante per tutti, così da ottenere ciò che vuole. Il regime riorganizza i missili; e della consegna dell'uranio arricchito, punto chiave di Trump oltre a Hormuz, ieri non si è sentito parlare. Il sottinteso è la minaccia di una guerra che l'Iran fa balenare e che nessun accordo col regime degli Ayatollah scongiurerà mai.

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