Un episodio tanto spettacolare quanto controverso arriva dalla costa di Nantucket, dove un pescatore esperto ha trascinato a riva uno squalo bianco lungo circa due metri, dopo essersi accorto che l’animale agganciato alla lenza era in evidente difficoltà. Una volta sulla battigia, lo ha immobilizzato per pochi istanti e, dopo averne compreso la situazione, gli ha rimosso l’amo prima di ributtarlo in mare.
Il video, diventato virale e diffuso dal Nantucket Current, mostra il veterano della pesca Elliot Sudal mentre sta praticando surf casting sulla costa sud dell’isola nello stato del Massachusetts. L’uomo, inizialmente convinto di aver agganciato uno dei numerosi squali della zona, si rende conto solo in seguito che si tratta di uno squalo bianco e che l’animale è in difficoltà. È proprio in quel momento che decide di intervenire rapidamente per liberarlo.
Sudal, che pesca da anni in quella zona, ha raccontato a WBZ-TV la sua esperienza: “Ho catturato più di 1000 squali sandbar e centinaia di squali dusky dalla spiaggia, e la maggior parte li ho anche marcati lungo il percorso. Non stavo assolutamente cercando quello squalo bianco, non puoi controllare cosa abbocca all’esca”
Secondo il suo racconto, la decisione di condividere il video nasce dalla convinzione di aver gestito correttamente la situazione: “Credo di aver fatto tutto nel modo giusto in quella situazione. Lo squalo era nella risacca, ho rimosso l’amo e l’ho rimesso in mare in circa 15 secondi. Bisogna capire che la gente ti guarda, rispettare l’animale ed essere prudenti. Ho dovuto liberarlo in modo sicuro e veloce. È una creatura incredibile, mi sento fortunato ad aver potuto interagire con lui”.
Una sola sopravvissuta tra le fiamme. È la storia della piccola tartaruga che ha resistito al devastante incendio divampato nel centro giochi con mini-zoo “Jungle Box”, a Buntingford, dove inizialmente si era temuto che tutti gli animali ospitati nella struttura fossero morti.
Il rogo ha colpito nella notte il complesso situato nella zona industriale Watermill Industrial Estate, e ha costretto all’intervento di dieci mezzi dei vigili del fuoco del servizio Hertfordshire Fire and Rescue Service. Le fiamme hanno rapidamente avvolto il centro, un soft play che ospitava anche un’area con animali, tra cui suricati, gufi, iguane, tartarughe e serpenti.
Secondo quanto riportato dal “New York Post”un primo momento, i soccorritori avevano comunicato il peggio, convinti che nessun animale fosse sopravvissuto. Poi, durante le operazioni di bonifica e indagine sulle cause dell’incendio, è arrivata la scoperta inattesa: una piccola tartaruga ancora viva tra le macerie. La stessa squadra dei vigili del fuoco ha voluto condividere la notizia sui social: “Abbiamo alcune notizie confortanti da condividere dopo il devastante incendio al Jungle Box di Buntingford. Le indagini sulle cause dell’incendio sono ancora in corso. Mentre svolgevamo le indagini sull’incendio, abbiamo incredibilmente scoperto una piccola tartaruga ancora viva tra le macerie, nonostante le precedenti paure che tutti gli animali fossero morti. Un momento piccolo ma potente dopo un incidente molto difficile.”
Il rogo era stato segnalato intorno alle 3 del mattino, e una densa colonna di fumo nero era visibile a chilometri di distanza, e ha spinto le autorità a raccomandare ai residenti di tenere chiuse porte e finestre. Alcune strade della zona, tra cui Aspenden Road e London Road, sono state temporaneamente chiuse per motivi di sicurezza.
President Donald Trump's planned UFC fight on the White House's South Lawn has required a monumental effort from more than seven federal agencies, hundreds of staff working onsite daily and at least $60 million, according to a legal filing that offers a glimpse into the preparations.
Per più di un secolo e mezzo è rimasto un enigma della paleontologia. Oggi, dopo nuove analisi sui fossili, gli scienziati hanno finalmente chiarito l’identità di Praearcturus gigas, un antico artropode vissuto circa 415 milioni di anni fa: si trattava di uno scorpione gigante, tra i più grandi mai esistiti sulla Terra. La conferma arriva da uno studio recente che ha rivisto tutto il materiale fossile disponibile con tecniche moderne di imaging e ricostruzione digitale. I risultati chiudono un dibattito iniziato nell’Ottocento, quando i primi resti furono scoperti in Inghilterra e Galles e la specie venne inizialmente interpretata in modi molto diversi, dal crostaceo all’animale di natura incerta. Solo negli ultimi decenni si era fatta strada l’ipotesi dello scorpione, ma senza una conferma definitiva. Ora l’analisi dettagliata della morfologia ha permesso di attribuirlo con maggiore certezza al gruppo degli Scorpiones.
Le dimensioni dell’animale sono ciò che colpisce di più: secondo le stime, Praearcturus gigas poteva superare il metro di lunghezza, una misura eccezionale per gli standard del Devoniano inferiore, quando la vita terrestre era ancora agli inizi. All’epoca non esistevano foreste come le conosciamo oggi e la terraferma era popolata soprattutto da organismi semplici e di piccole dimensioni. In questo scenario quasi “vuoto”, lo scorpione gigante si sarebbe trovato senza molti concorrenti, una condizione che potrebbe aver favorito la sua crescita fuori scala. Le sue chele, utilizzate per catturare le prede, erano particolarmente sviluppate e potevano raggiungere dimensioni notevoli rispetto al corpo, rendendolo un predatore estremamente efficace per il suo tempo.
Un predatore ai confini tra acqua e terra
Uno degli aspetti più interessanti emersi dallo studio riguarda il suo stile di vita. Alcune caratteristiche anatomiche suggeriscono infatti che il Praearcturus non fosse esclusivamente terrestre. La presenza di strutture compatibili con una vita anfibia porta gli studiosi a ipotizzare un animale capace di muoversi tra ambienti acquatici e terrestri, probabilmente legato a fiumi e zone alluvionali. In un’epoca in cui gli ecosistemi erano ancora in formazione, questa flessibilità avrebbe rappresentato un vantaggio decisivo. Secondo i ricercatori, proprio questa combinazione di adattamenti potrebbe spiegare come sia riuscito a raggiungere dimensioni così elevate in un periodo in cui la terraferma offriva ancora risorse limitate.
La revisione dei fossili ha confermato diverse caratteristiche tipiche degli scorpioni moderni, come la struttura delle appendici e alcune particolarità dello scheletro esterno. Elementi che rafforzano l’idea di una parentela diretta con gli scorpioni attuali, pur in una forma molto più primitiva e massiccia. Alcuni esemplari fossili precedentemente attribuiti ad altre specie sono stati inoltre ricondotti allo stesso animale, suggerendo che il Praearcturus gigas fosse più diffuso di quanto si pensasse.
Un tassello chiave per capire la vita sulla Terra primitiva
La scoperta non riguarda solo un singolo animale, ma aiuta a ricostruire un passaggio cruciale dell’evoluzione: la colonizzazione della terraferma. In un contesto ancora privo di foreste e caratterizzato da ecosistemi terrestri in fase iniziale di sviluppo, la presenza di un artropode di queste dimensioni fornisce nuove informazioni sulla struttura delle prime catene alimentari. Il reperto indica che già in questo periodo alcuni organismi potevano occupare livelli trofici elevati, ben prima della comparsa dei grandi vertebrati terrestri come dinosauri e altri rettili.
Mette nel testamento due milioni di euro per costruire canili ma il tribunale afferma che i soldi devono andare ai nipoti (che nel testamento erano stati volontariamente esclusi). Come riporta il Corriere di Milano la vicenda sarebbe avvenuta a Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, dove una donna, sposata ma senza figli, aveva depositato dal notaio fin dal 2000 il proprio testamento. Sul documento ufficiale, riporta il Corriere, le parole vergate dalla donna erano: “In caso di mio decesso, lascio tutto a mio marito, ad eccezione della somma di otto milioni di lire che sarà versata a mio nipote. È mia ferma volontà escludere dal presente testamento qualsiasi altro parente, sia esso vicino o lontano. Dopo il decesso di mio marito, tutto ciò che resta in mio possesso sarà devoluto: alla costruzione di canili, dove ricoverare i cani randagi, abbandonati, malati, alla cura degli stessi”.
Nel 2020 la signora è deceduta e nel frattempo era morto anche il marito, ma la donna non ha voluto ritoccare il testamento valutando che con quelle frasi poi firmate di suo pugno la sua eredità finisse direttamente per aiutare i cani randagi e non ai (pare non propri amati quanto i cani) nipoti. “Il curatore testamentario, però, aveva giudicato nulle le volontà della donna e aveva indicato come legittimi eredi i tre nipoti – spiega il Corriere di Milano. “A quel punto l’Agenzia del Demanio aveva impugnato le decisioni del curatore, perché a suo dire gli stessi nipoti andavano chiaramente esclusi, insieme a tutti i parenti “vicini o lontani” nel testamento della donna”.
Si tratterebbe secondo l’avvocatura del Demanio di una “eredità vacante”, cioè di un patrimonio privo di eredi che passa quindi nelle mani dello Stato automaticamente dopo 10 anni. Solo che nel 2023, dopo tre anni dalla morte i giudici hanno cercato parenti fino al sesto grado trovando, appunto, i nipoti, dalla signora formalmente esclusi. Solo che, come segnala giustamente segnala il Corriere di Milano, “nessuno, né il curatore fallimentare né i magistrati, si è preoccupato di rappresentare gli interessi dei cani randagi, che pure erano stati al centro dei pensieri della signora quando ha scritto il suo testamento”. Alla fine della fiera, secondo diritto, nel testamento della signora bastava segnalare con precisione anche solo un’associazione animalista che si prende cura degli animali e molto probabilmente le cose sarebbero andate in maniera diversa. Probabile, comunque, che vista la cifra l’Agenzia del Demanio ricorrerà in Appello.
Cape Tainaro (also known as Cape Matapan) is the southernmost point of mainland Greece and the Balkan Peninsula, located at the tip of the Mani Peninsula. It’s a place of rugged beauty, characterized by dramatic cliffs, a wild landscape, and the convergence of the Messenian and Laconian Gulfs.
Tainaro has been important for thousands of years, serving as a maritime crossroads and a place of worship. Today, a lighthouse stands at its very tip, and scattered ruins of ancient settlements and temples can still be found there.
The southernmost point of the Balkan Peninsula. Credit: Nicolas Hadjidimitriou, CC BY-SA 4.0 / Wikipedia
The lighthouse that stands guard in Tainaro is considered one of the most imposing in all of Greece. It is a construction of French technicians, built of stone on a plateau on the natural rocks of the cape, with a height of about 52 feet (16 meters). It began operating in 1887 and was renovated in 1930.
In 1984, an automatic lighting machine was installed there, and the lighthouse was abandoned by its last guardians. The building was restored in 2008 and has since been guarded by Navy personnel. Every third Sunday in August, public access is free as part of World Lighthouse Day.
Ancient Greeks believed that a cave at the cape’s edge, often referred to as the “Gates of Hades” or “mouth of Taenarum,” was a direct entrance to the Underworld, the realm of the dead, ruled by the god Hades. This mythical entrance was said to be guarded by Cerberus, the monstrous three-headed hound with a serpent’s tail who prevented the dead from escaping and the living from entering.
One of the most famous myths connected to Tainaro is that of Heracles (Hercules). As his twelfth labor, he descended into the Underworld through this cave to capture and bring Cerberus to Eurystheus. The legendary musician Orpheus also used this passage to descend into Hades in his attempt to bring his beloved wife, Eurydice, back to the world of the living.
By some accounts, the sculpted canal on the east side of Porto Sternes was the path taken by the souls of the dead, ferried by Charon, the grim boatman of the Underworld.
Cape Tainaro was home to a sanctuary dedicated to Poseidon, the god of the sea. Poseidon was worshiped under various epithets, including “Poseidon Tainarios,” as the god who controlled both the seas and earthquakes.
The temple served as a place of inviolable asylum, offering refuge to criminals and even escaped slaves. A story was recounted by Thucydides about the Spartans violating this asylum by killing helots (agrarian slaves) who had taken refuge there, an act believed to have brought divine retribution in the form of an earthquake.
The site also functioned as a “necromanteion,” or Oracle of the Dead, where Ancient Greeks would perform rituals to communicate with the spirits of their deceased ancestors, seeking guidance or prophecy.
A celebrated bronze statue of the poet and singer Arion, seated on a dolphin, was a prominent dedicatory offering at the temple of Poseidon. It honors the myth of Arion, who was rescued by a dolphin after being cast into the sea by pirates and brought safely to Cape Tainaron.
In medieval times, Tainaro became a notorious pirate base—with merchant ships carefully avoiding it—and during World War II, the Battle of Tainaro (March 1941) was fought off the coast between the British and Italian fleets.
Getting to Tainaro
The only way to get to Tainaro is by hiking along a path that many consider to be the most interesting of the “inner” Mani. It is accessible to all with no significant altitude differences and has a total length of about 1.4 miles. Starting from the village of Kokkinogia, it’ll probably take around fifty minutes to get to the lighthouse.
You will find the village of Kokkinogia at the end of the Areopolis-Tainaro road. The marked dirt path begins at the church of Agioi Asomatoi and passes by the beach of Aria, where you can see a Roman mosaic. The surrounding landscape is typical of Mani: thorn bushes, thyme, low vegetation, flint stones, and no shade—so be sure to wear a hat, apply sunscreen, and bring plenty of water. The views along the way to Tainaro will make it all worthwhile.
Due rinoceronti indiani si sono affrontati in pieno centro abitato davanti a residenti e turisti increduli. È successo a Sauraha, nei pressi del Parco Nazionale di Chitwan, in Nepal, una delle aree più importanti dell’Asia per la conservazione della fauna selvatica. La scena, ripresa da diversi presenti con lo smartphone, mostra i due animali mentre si fronteggiano a distanza ravvicinata, caricandosi e spingendosi con forza in mezzo alla strada.
In pochi minuti i video hanno iniziato a circolare sui social e sono diventati virali per l’eccezionalità dell’episodio e per la vicinanza con cui si è svolto lo scontro.
Saurahanon è nuova a incontri ravvicinati con la fauna selvatica. La cittadina, molto frequentata dai turisti che partecipano ai safari nel Chitwan, si trova infatti in un’area di transizione tra spazi urbani e habitat naturale. Non è raro che rinoceronti, cervi o altri animali attraversino le strade o si avvicinino alle abitazioni.
In questo caso, però, la situazione ha assunto un’intensità diversa: due maschi adulti di rinoceronte indiano si sono affrontati in quella che sembra una disputa territoriale. Il rinoceronte indiano è uno dei più grandi mammiferi terrestri viventi, può superare le due tonnellate di peso ed è riconoscibile per la pelle spessa e piegata e per il singolo corno. Quando due maschi si scontrano, lo fanno con grande forza, spingendosi e incornandosi fino a stabilire una gerarchia o il controllo del territorio.
Viveva rinchiuso in un armadio ed era ricoperto da oltre cinque chili e mezzo di pelo infeltrito. È la storia di Mr. Pickles, un Cocker Spaniel salvato nelle scorse settimane nella contea di Chatham, in Georgia, dopo una segnalazione che ha permesso ai soccorritori di intervenire in una situazione di grave trascuratezza. Secondo quanto riportato da La Stampa, quando gli operatori sono arrivati sul posto si sono trovati davanti un cane in condizioni estremamente precarie. Il pelo, cresciuto senza controllo per un periodo di tempo non precisato, aveva formato una massa compatta che ricopriva quasi interamente il suo corpo e che gli difficili persino i movimenti. Del muso era possibile distinguere appena qualche dettaglio.
Trasferito immediatamente in una struttura di accoglienza, Mr. Pickles è stato sottoposto a una lunga operazione di toelettatura. Per liberarlo da quella sorta di corazza sono state necessarie circa cinque ore di lavoro. Con il passare del tempo, però, la rimozione del pelo ha portato alla luce particolari sempre più sorprendenti. Tra i nodi sono state trovate anche alcune carte di caramelle, probabilmente rimaste impigliate durante il periodo di reclusione. La scoperta più significativa è arrivata però attorno al collo del cane, dove i volontari hanno individuato un vecchio collare elisabettiano completamente nascosto dalla massa di pelo infeltrito. Un elemento che testimonia quanto a lungo l’animale possa essere rimasto senza cure adeguate.
Al termine dell’intervento sono stati rimossi oltre 5,5 chilogrammi di pelo. Solo allora è stato possibile vedere chiaramente il volto di Mr. Pickles e valutare meglio le sue condizioni generali. Dopo il salvataggio, il Cocker Spaniel è stato accolto da Maria Lucas, fondatrice dell’associazione Longleaf Animal Rescue, che ha seguito da vicino il suo percorso di recupero.
Nei primi giorni il cane si mostrava estremamente diffidente. Per questo motivo Maria ha scelto di non forzare alcuna interazione, limitandosi a garantirgli cibo, cure mediche e una presenza costante. L’obiettivo era permettergli di ambientarsi e comprendere di trovarsi finalmente in un luogo sicuro.
Recupero e progressi
Con il passare delle settimane sono arrivati i primi segnali di cambiamento. Da iniziale osservatore timoroso, Mr. Pickles ha iniziato lentamente a cercare il contatto umano. Il momento che ha segnato una svolta è arrivato quando si è avvicinato spontaneamente alla sua salvatrice e le ha leccato la guancia. Da allora i progressi sono proseguiti gradualmente. Ogni carezza accettata, ogni momento di tranquillità e ogni manifestazione di fiducia rappresentano un passo avanti nel suo percorso di riabilitazione.
Oggi Mr. Pickles continua il recupero circondato da persone che rispettano i suoi tempi e le sue esigenze. La trasformazione più evidente non riguarda soltanto l’aspetto fisico, ma soprattutto il comportamento: dopo anni di isolamento e trascuratezza, il cane sta imparando nuovamente a fidarsi degli esseri umani.
Seduto in silenzio, con lo sguardo fisso davanti a sé e una posa che ricorda quella di chi è immerso nei propri pensieri. È così che un gorilla è riuscito a conquistare migliaia di utenti sui social, diventando in poche ore protagonista di meme, commenti e condivisioni. Il protagonista della vicenda si chiama Kiyomasa, un gorilla di pianura occidentale ospitato nello zoo e giardino botanico di Higashiyama, nella città giapponese di Nagoya. In un video diventato virale, l’animale appare seduto da solo mentre tiene un braccio incrociato sul petto e una mano vicino alla bocca, assumendo una postura che molti hanno interpretato come quella di qualcuno intento a riflettere profondamente.
Secondo le ricostruzioni circolate online, il filmato sarebbe stato registrato poco dopo un momento di tensione con la sua compagna. Un dettaglio che ha contribuito a rendere il video ancora più virale. In poche ore Kiyomasa è stato “memato” dagli utenti di tutto il mondo: la sua espressione assorta e lo sguardo fisso nel vuoto sono diventati il punto di partenza per battute, fotomontaggi e commenti ironici. C’è chi lo ha associato a chi ripensa a una discussione appena avuta, chi alle preoccupazioni della vita quotidiana e chi, più semplicemente, ha scherzato dicendo di sentirsi esattamente come lui dopo una lunga giornata. Da qui il soprannome di “gorilla filosofo”, che ha rapidamente accompagnato la diffusione del video sui social.
Il successo è nel DNA
Kiyomasa, 13 anni, non è inoltre un gorilla qualsiasi. È infatti figlio di Shabani, uno dei gorilla più celebri del Giappone, diventato negli anni una vera e propria attrazione per i visitatori dello zoo grazie alla sua notorietà sui social e all’affetto conquistato tra gli appassionati di fauna selvatica. Che stesse davvero riflettendo o semplicemente riposando, poco importa agli utenti della rete. Per molti, quel breve filmato è bastato per trasformare Kiyomasa nel nuovo fenomeno virale del momento.
Famous Gorilla Kiyomasa Goes Full Philosopher Mode
After a spat with his mate, he sat down for some deep contemplation — caught on camera in Japan.
Una presenza insolita ha attirato l’attenzione di residenti e turisti sul litorale di Agropoli, nel Cilento. Un cinghiale è stato infatti avvistato sulla spiaggia di San Marco, dove dopo aver raggiunto la battigia ha deciso di entrare in acqua, probabilmente alla ricerca di un po’ di refrigerio nelle ore più calde della giornata.
La scena, com’è ovvio, non è passata inosservata. Numerosi bagnanti hanno assistito all’episodio, e hanno ripreso l’animale con smartphone e videocamere. In pochi minuti immagini e filmati hanno iniziato a circolare sui social, suscitando curiosità e commenti tra gli utenti. Il cinghiale è rimasto in acqua per alcuni minuti, nuotando a breve distanza dalla riva sotto lo sguardo sorpreso dei presenti. Successivamente è tornato sulla spiaggia e si è allontanato senza causare problemi o situazioni di pericolo.
Non è la prima volta che un cinghiale viene avvistato in contesti insoliti nel Cilento. Negli ultimi anni la presenza di questi animali è stata segnalata sempre più spesso nei pressi di abitazioni, strade e località turistiche, soprattutto durante i mesi estivi. La ricerca di acqua e cibo, unita alle alte temperature, può infatti spingere gli esemplari a spostarsi verso aree frequentate dall’uomo.
@giornalista.cilen ???? Ospite inatteso tra i bagnanti: un cinghiale si rinfresca nel mare di Agropoli Tra i tanti turisti che stanno affollando le spiagge del lungomare San Marco ad Agropoli, oggi a catturare l’attenzione è stato un visitatore davvero insolito. Un cinghiale è stato avvistato mentre si rinfrescava nelle acque a pochi metri dalla riva, sotto gli occhi increduli di bagnanti e passanti. La scena ha subito attirato curiosità e smartphone, con numerosi video e fotografie condivisi sui social. Non è la prima volta che gli animali selvatici si spingono fino alle aree urbane e costiere del Cilento, ma vedere un cinghiale fare il bagno in mare resta uno spettacolo decisamente raro e sorprendente. ???? E voi lo avete visto? Condividete foto e video nei commenti. #Agropoli#Cinghiale#SanMarco#Cilento#Estate2026♬ sonido original – Juanma Juanma
Nelle acque del mar Ionio, al largo delle coste leccesi, vive un piccolo organismo marino filtratore finora ignoto alla scienza, che da oggi porta il nome di uno dei volti più noti della televisione italiana. Si chiama Myxicola albertoangelai ed è la nuova specie scoperta da un team internazionale guidato dai ricercatori dell’Università del Salento, il cui nome è stato formalizzato in un recente studio tassonomico pubblicato sulla rivista scientifica Zoological Journal of the Linnean Society. L’intitolazione rappresenta un tributo diretto al lavoro del conduttore di Ulisse, capace di segnare il percorso accademico degli stessi autori della scoperta.
Le motivazioni della dedica: l’impatto sulle nuove generazioni di scienziati
La scelta di assegnare il nome di Alberto Angela a una nuova specie animale nasce dal riconoscimento del suo ruolo nella diffusione del sapere scientifico, sulle orme del padre Piero. A spiegarlo sono i ricercatori del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali di UniSalento, tra cui Matteo Putignano, Andrea Toso e Joachim Langeneck, i quali individuano nei programmi televisivi del divulgatore la scintilla che li ha avvicinati alla biologia marina. “Questa specie è stata denominata così come omaggio ad Angela e al suo lavoro, votato alla promozione della conoscenza presso il grande pubblico. I suoi programmi hanno lasciato un’impronta duratura nelle nostre vite e hanno contribuito alle nostre scelte di carriera”, dichiarano congiuntamente gli autori dello studio.
Una posizione ribadita anche in una nota ufficiale dell’Ateneo salentino, che inquadra la decisione come “un riconoscimento al suo straordinario contributo alla diffusione della cultura scientifica e alla sua capacità di avvicinare il grande pubblico alle meraviglie della natura, della storia e della ricerca”.
L’identikit della specie scoperta a Nardò
Dal punto di vista prettamente biologico, la Myxicola albertoangelai è un anellide polichete che rientra nella famiglia dei Sabellidae. Si tratta di un gruppo di organismi marini comunemente definiti nei paesi anglosassoni “eyelash worms” (vermi con le ciglia). La loro caratteristica anatomica principale è un apparato branchiale a forma di ventaglio, che l’animale utilizza per filtrare dall’acqua le particelle alimentari necessarie al proprio sostentamento. L’esemplare che ha permesso l’identificazione, definito “esemplare tipo”, è stato rinvenuto nei fondali di Santa Caterina di Nardò, nel mar Ionio settentrionale. La sua scoperta si inserisce in un quadro di ricerca più ampio: l’anellide leccese è infatti una delle quattro nuove entità biologiche classificate dai ricercatori durante un lavoro di profonda revisione dell’intero genere Myxicola.
Questo risultato è stato ottenuto applicando i principi della tassonomia integrativa, un approccio metodologico moderno che incrocia l’analisi morfologica visiva tradizionale con il sequenziamento e le indagini genetiche. Il ritrovamento della Myxicola albertoangelai conferma un dato scientifico rilevante: persino il Mar Mediterraneo, pur essendo uno dei bacini idrici più perlustrati e studiati al mondo, ospita ancora specie sconosciute o precedentemente confuse e raggruppate in modo errato sotto nomenclature generiche.
È emergenza nella città giapponese di Utsunomiya, a circa 100 chilometri a nord di Tokyo, dove la presenza di orsi nei pressi e all’interno del centro abitato ha portato alla chiusura di 94 scuole elementari e medie. Le autorità locali hanno adottato misure straordinarie dopo una serie di avvistamenti che hanno generato forte preoccupazione tra i residenti. La decisione di sospendere le lezioni è arrivata dopo che diversi esemplari, presumibilmente orsi neri asiatici, sono stati segnalati nelle aree urbane. In un episodio recente, un animale è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre attraversava una strada del centro nelle prime ore del mattino, passando vicino a due giovani visibilmente spaventati.
Misure di sicurezza
Le autorità cittadine hanno invitato la popolazione a mantenere la massima prudenza, raccomandando di tenere porte e finestre chiuse, evitare spostamenti non necessari e rifugiarsi nell’edificio più vicino in caso di avvistamento. Sono stati inoltre attivati veicoli dotati di altoparlanti per diffondere avvisi nelle zone interessate.
Parallelamente, decine di cacciatori, insieme a polizia e funzionari locali, sono stati mobilitati per le operazioni di ricerca e contenimento. Non è ancora chiaro se gli avvistamenti riguardino uno o più esemplari, ma la loro presenza ravvicinata ai quartieri abitati ha spinto le autorità ad agire con urgenza. Le amministrazioni locali stanno valutando anche soluzioni tecnologiche, come sistemi di sorveglianza avanzati e analisi basate sull’intelligenza artificiale, per monitorare gli spostamenti degli animali e prevenire nuovi episodi.
Un fenomeno in crescita
Secondo quanto riportato da Il Messaggero, il fenomeno non è isolato. Negli ultimi mesi il Giappone ha registrato un aumento significativo degli avvistamenti di orsi, con circa 50.000 segnalazioni in tutto il Paese nell’ultimo anno, un dato considerato record e concentrato soprattutto nelle regioni nord-orientali. In alcuni casi recenti, gli animali si sono spinti fino a zone altamente frequentate: nei dintorni dell’area metropolitana di Tokyo un escursionista è rimasto ferito, mentre in altre occasioni gli orsi sono stati avvistati in città satelliti e persino all’interno di edifici industriali.
Secondo le stime, sull’isola principale di Honshu vivrebbero tra i 12.000 e i 42.000 orsi neri asiatici, mentre sull’isola di Hokkaido è presente una popolazione di orsi bruni più grandi, che può raggiungere esemplari di notevole stazza. Gli esperti hanno sottolineato come l’aumento degli avvistamenti possa essere legato a cambiamenti ambientali e alla crescente interazione tra fauna selvatica e aree urbane.
Per oltre mezzo secolo è stato solo un brutto ricordo, un capitolo chiuso nei manuali di veterinaria americani. Oggi, però, l’incubo è tornato a materializzarsi: il New Worldscrewworm (il verme della vite del Nuovo Mondo) ha varcato nuovamente i confini statunitensi. E questa volta, la minaccia non riguarda soltanto i grandi allevamenti bovini. Tra i casi confermati, che hanno fatto scattare un’emergenza nazionale, c’è anche un cane. Un campanello d’allarme che dimostra come le barriere tra animali da reddito e animali domestici siano fragili, e di come malattie ritenute debellate possano riemergere all’improvviso. Ma cos’è esattamente questo parassita? Perché è così pericoloso e come si sta muovendo la scienza per fermarlo?
Il predatore che si nutre di carne viva
Il nome comune, “verme”, è in realtà ingannevole. Non parliamo di un batterio o di un nematode, ma della larva di una mosca: la Cochliomyia hominivorax. Ciò che rende questo insetto biologicamente terrificante è il suo ciclo riproduttivo. A differenza delle comuni larve di mosca che si sviluppano nei tessuti morti o in decomposizione, le femmine di questa specie depongono centinaia di uova esclusivamente nella carne viva degli animali a sangue caldo. Basta una ferita minuscola: il morso di una zecca, un graffio, un taglio accidentale. Quando le uova si schiudono, le larve iniziano letteralmente a scavare nei tessuti dell’ospite, nutrendosi della sua carne. Più larve possono infestare la stessa ferita contemporaneamente, provocando un rapido allargamento delle lesioni, infezioni secondarie gravissime, dolore atroce e, se non si interviene in tempo, la morte. Come spiegato dall’American Veterinary Medical Association (AVMA), i segnali clinici inequivocabili sono ferite che non guariscono ma si espandono, emanando un forte cattivo odore, secrezioni anomale e, nei casi avanzati, la presenza visibile di larve in movimento.
I nuovi focolai e il caso del cane in New Mexico
Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) ha confermato cinque nuovi focolai autoctoni in pochi giorni, localizzati tra il Texas e il NewMexico. I soggetti colpiti sono stati tre vitelli, una capra e un cane residente nella contea di Lea (New Mexico). Quest’ultimo caso è quello che desta maggiore preoccupazione. Inizialmente attribuito al Texas, si è poi scoperto che l’animale viveva in New Mexico, anche se un suo recente viaggio in Messico (dove il parassita è endemico) confonde le tracce del contagio. “Riteniamo si tratti di un caso isolato“, spiegano le autorità dell’USDA, precisando però di aver “disposto controlli sugli altri animali presenti nell’abitazione e un’intensificazione della sorveglianza nell’area”. Il rischio, infatti, non è limitato all’industria zootecnica. Il parassita può colpire cavalli, pecore, fauna selvatica, gatti e, in casi rari ma documentati, persino gli esseri umani. Negli ultimi due anni, l’epidemia che ha colpito il Centro America e il Messico ha registrato oltre 171.700 infestazioni animali e più di 2.000 casi umani.
La controffensiva: pioggia di mosche sterili dal cielo
L’USDA sta trattando la situazione come un’emergenza di massima priorità, rispolverando la stessa, geniale, tecnica di controllo biologico che permise l’eradicazione del parassita nel 1966: il rilascio di mosche sterili. La strategia è un capolavoro di entomologia applicata. Milioni di mosche maschio vengono allevate in laboratori specializzati e sterilizzate tramite radiazioni. Una volta rilasciate nell’ambiente, queste mosche si accoppiano con le femmine selvatiche. Poiché le femmine di questa specie si accoppiano una sola volta nella vita, l’unione con un maschio sterile produce uova infeconde, portando al progressivo collasso della popolazione. La macchina bellica dell’USDA è già partita: due milioni di mosche sterili vengono disperse per via aerea due volte a settimana sulle zone colpite del Texas, mentre altri quattro milioni a settimana vengono rilasciati tramite postazioni a terra.
Frontiere chiuse e il ruolo dei proprietari
L’emergenza ha avuto immediate ripercussioni internazionali. Il Messico ha sospeso le importazioni di numerose specie provenienti dagli USA, inclusi i cani da compagnia, mentre il Canada ha introdotto rigide restrizioni sui movimenti di bestiame dal Texas. In questo scenario, l’American Veterinary Medical Association (AVMA) ha lanciato un appello diretto ai proprietari di animali, ricordando che la tempestività è l’unica arma di difesa. I veterinari invitano a ispezionare quotidianamente i propri cani, soprattutto se vivono all’aperto o in zone a rischio. Bisogna prestare attenzione a ogni minimo segno di disagio, a ferite che non si rimarginano, a secrezioni maleodoranti o a comportamenti anomali dettati dal dolore.
Lavare la pipì dei cani dai marciapiedi versando il contenuto di una bottiglietta d’acqua non ha alcun fondamento scientifico e non garantisce la reale pulizia delle strade. A smontare la validità di una delle ordinanze municipali più diffuse sul territorio italiano è l’infettivologo Matteo Bassetti. L’esperto ha chiarito che l’obbligo imposto ai padroni degli animali domestici dalle amministrazioni locali è inutile dal punto di vista sanitario, poiché l’acqua da sola è del tutto priva di capacità disinfettanti.
L’acqua non elimina i batteri: la bocciatura medica
Attraverso i propri canali social, Bassetti ha risposto ai dubbi posti dai cittadini sull’effettiva utilità igienica delle normative cittadine: “In molti comuni italiani vi sono ordinanze che obbligano i proprietari dei cani a portare con sé una bottiglietta d’acqua per lavare la pipì che i nostri amici a quattro zampe fanno su strade e marciapiedi”, ha precisato l’infettivologo inquadrando la questione. L’analisi dal punto di vista clinico e sanitario restituisce però un verdetto netto sull’efficacia di questa abitudine: “Risciacquare la pipì del cane con la semplice acqua ha un basso valore igienico e disinfettante, poiché l’acqua non elimina germi o batteri”.
Le soluzioni reali: l’uso dell’aceto e le leggi “all’italiana”
L’infettivologo ha quindi indicato le alternative chimicamente valide per igienizzare correttamente le superfici urbane, evidenziando tuttavia un paradosso normativo che blocca l’uso dei prodotti più efficaci. “Per una vera azione igienica bisognerebbe usare acqua e aceto bianco (in diluizione 1:1) che disinfetta naturalmente, rimuovendo gli odori forti e igienizzando la superficie”, ha spiegato Bassetti. L’altra opzione indicata dall’esperto prevede l’impiego di “detersivi enzimatici”. L’uso di questi prodotti chimici, pur garantendo l’eliminazione dei batteri, si scontra tuttavia con le disposizioni urbane: Bassetti precisa infatti che “però sono vietati per l’utilizzo in strada“. Di fronte all’incompatibilità tra i metodi di pulizia scientificamente validi e le attuali regole in vigore, la conclusione del medico boccia l’intero impianto normativo locale: “Insomma una delle tante leggi all’italiana, fatta con molta approssimazione scientifico-sanitaria”.
Dovevano partecipare alle esposizioni canine del World Dog Show, l’importante manifestazione internazionale in corso presso il quartiere fieristico di Bologna fino a domenica, ma sono stati invece lasciati per ore rinchiusi in due furgoni, senza acqua né cibo. La notizia è stata riportata dall’edizione bolognese del quotidiano Il Resto del Carlino.
Un epilogo drammatico quello che ha coinvolto sei cani, vittime di quello che si configura come un grave caso di maltrattamento animale. Alla scoperta della situazione, uno degli animali era già privo di vita all’interno dei mezzi. Gli altri, in condizioni critiche, sono stati immediatamente trasportati presso una clinica veterinaria di Ozzano dell’Emilia, dove però altri due esemplari non hanno retto e sono deceduti nelle ore successive.
Le autorità competenti hanno provveduto a denunciare due espositori — un cittadino italiano e uno straniero, entrambi proprietari dei cani — con l’accusa di maltrattamento di animali.
A chiamare i militari sono stati gli stessi organizzatori della fiera: i furgoni, secondo quanto ricostruito, sono arrivati al mattino intorno alle 6.30 e sono stati parcheggiati nel cortile del distretto fieristico. I proprietari si sono allontanati lasciando nei container i cani. Dopo ore hanno riaperto le porte. I tre animali morti erano dei Drahtthaar, cani da ferma tedeschi.
Stefano Vaccari, deputato Dem della commissione Agricoltura e segretario di Presidenza della Camera ha commentato: “La morte di tre cani lasciati all’interno di furgoni parcheggiati sotto il sole durante il World Dog Show di Bologna, organizzato dall’Enci, è un fatto sconvolgente e gravissimo, incompatibile con i principi di tutela animale che dovrebbero essere alla base di ogni manifestazione cinofila. Occorre accertare immediatamente tutte le responsabilità, individuali e organizzative, verificando eventuali omissioni nei controlli, carenze nei protocolli di sicurezza e nella vigilanza. Per questo presenterò un’interrogazione parlamentare al ministro Francesco Lollobrigida affinché riferisca urgentemente sull’accaduto, sulle iniziative che intende assumere e sul sistema di vigilanza esercitato nei confronti dell’Enci anche a tutela della maggioranza dei cinofili ed allevatori che si comportano in modo corretto”.
E ancora: “Chiederò inoltre al ministro per quale motivo continui a mantenere un atteggiamento di sostanziale inerzia nei confronti dell’Enci nonostante le vicende che negli ultimi mesi hanno coinvolto l’ente e che risultano all’attenzione delle procure. La morte di tre cani non può essere archiviata come una fatalità ma servono verità, responsabilità e misure immediate perché tragedie simili non si ripetano mai più”.
Si chiamava Chutou ed era un Border Collie di otto anni diventato una piccola celebrità online. Con oltre 1,5 milioni di follower su Douyin, la versione cinese di TikTok, non era soltanto un animale domestico, ma un vero e proprio “compagno di viaggio digitale” seguito da una vasta community. Accanto al suo proprietario, conosciuto sui social come Guo, aveva attraversato la Cina raccontando una vita nomade fatta di paesaggi estremi, tende montate ovunque e lunghe giornate in viaggio. Negli ultimi giorni, però, la sua storia ha preso una piega drammatica che ha lasciato sotto shock il pubblico. Mentre Guo si trovava all’estero per un viaggio in solitaria, il cane era rimasto nella casa di famiglia, affidato al padre. È lì che, secondo quanto ricostruito, l’11 maggio Chutou sarebbe stato portato via da due persone riprese dalle telecamere di sicurezza. Le immagini mostrano i sospetti allontanarsi in bicicletta elettrica con il cane.
Dopo giorni di tentativi, Guo riesce a rintracciare un uomo che ritiene coinvolto nel furto e gli propone una somma di denaro per riavere il cane. L’uomo, però, sostiene di averlo trovato e di averlo seguito spontaneamente, una versione che non convince il proprietario, anche perché Chutou indossava collare e dispositivo GPS. Poco dopo arriva la notizia più dura da accettare: il cane sarebbe stato venduto a un ristorante per una cifra irrisoria e successivamente ucciso e consumato.
La battaglia legale di Guo
Il proprietario si è rivolto anche al personale del ristorante nella speranza di recuperare almeno qualche traccia del cane, ma avrebbe scoperto che non era rimasto nulla: anche il pelo sarebbe stato gettato via. A questo punto Guo ha deciso di procedere per vie legali, denunciando il caso alle autorità.
La situazione è complessa anche dal punto di vista giuridico: in Cina il furto è punibile solo oltre una certa soglia di valore economico, e stabilire quello di un animale domestico, soprattutto uno famoso sui social, non è semplice. Inoltre, il riconoscimento del danno emotivo non è sempre previsto in modo diretto.
La vicenda ha riacceso il dibattito sulla tutela degli animali da compagnia nel Paese. Pur essendo stati fatti alcuni passi avanti negli ultimi anni, come l’esclusione dei cani dal catalogo del bestiame in diverse aree urbane e alcuni divieti locali sul consumo di carne di cane e gatto, non esiste ancora una normativa nazionale univoca che protegga pienamente gli animali domestici. Sui social, intanto, migliaia di utenti hanno espresso rabbia e tristezza, ricordando i video di Chutou e la sua vita accanto al proprietario.
È scattata una vera e propria caccia a un diavolo della Tasmania fuggito da un parco faunistico della Gold Coast, in Australia. L’animale, una femmina di nome Mary, è riuscito a scappare il 2 giugno da un’area di quarantena del Paradise Country, nello stato del Queensland, facendo perdere le proprie tracce poco dopo la fuga. Le ultime immagini disponibili arrivano dalle telecamere di sorveglianza del parco, che l’hanno ripresa mentre si muoveva da sola in una zona esterna della struttura nelle ore notturne, intorno alle 4 del mattino, prima di scomparire nel nulla.
Da quel momento sono scattate le ricerche da parte dei guardiaparco e delle squadre specializzate nella fauna selvatica, supportate anche da droni con visione termica. Nonostante gli sforzi, l’esemplare risulta ancora disperso e la sua localizzazione non è stata individuata. Mary non viveva in libertà, ma si trovava in quarantena all’interno della struttura zoologica insieme a un altro esemplare, in una fase di osservazione. La sua fuga ha immediatamente attirato l’attenzione dei media locali e delle autorità ambientali, che hanno diffuso avvisi alla popolazione della zona.
Secondo quanto riportato dal “The Guardian” a coordinare le informazioni alla cittadinanza è la direttrice della struttura, Lauren Mousley, che ha descritto l’animale come poco abituato al contatto e potenzialmente schivo. L’appello è chiaro: evitare qualsiasi tentativo di avvicinamento. “Non avvicinatevi all’animale. I diavoli della Tasmania possono reagire in modo aggressivo se provocati o se qualcuno tenta di catturarli”, ha spiegato. Secondo quanto riferito, Mary sarebbe un esemplare timido, che tende a nascondersi in presenza di movimento o disturbo. Proprio questo comportamento rende più complicate le operazioni di recupero, che si stanno concentrando nelle aree boschive e periferiche attorno alla struttura.
Oltre al rischio per la sicurezza pubblica, gli esperti sottolineano anche un possibile impatto sull’ecosistema locale. Il diavolo della Tasmania è infatti un piccolo marsupiale carnivoro, capace di cacciare attivamente e di nutrirsi di diverse specie di fauna selvatica, tra cui piccoli mammiferi e uccelli. Per questo motivo la sua presenza fuori controllo viene monitorata con attenzione, mentre proseguono le ricerche in un’area che si estende ben oltre il perimetro del parco.
“Gli animali gridano dal dolore. Intere famiglie vengono massacrate e alcuni animali vengono visti nuotare nel sangue dei loro familiari per ore“. È attraverso le dichiarazioni di Elisa Allen, vicepresidente dei programmi di PETA affidate al quotidiano “The Independent”, che le organizzazioni per la tutela marina descrivono la tradizionale mattanza consumatasi il 27 maggio al largo delle Isole Faroe. In una singola giornata, le acque dell’arcipelago si sono tinte di rosso per l’uccisione di 706 tra balene pilota e delfini dai fianchi bianchi dell’Atlantico, spinti verso le baie poco profonde e abbattuti. Una caccia tradizionale, il “grindadrap“, che la direttrice della campagna locale di Sea Shepherd, Valentina Crast, ha inquadrato in “scene caotiche di estrema crudeltà”, denunciando un prolungamento dell’agonia dei mammiferi direttamente sugli arenili.
I numeri degli abbattimenti
Le autorità locali difendono le operazioni considerandole una tradizione secolare e un metodo di sussistenza alimentare privo di finalità commerciali, in cui carne e grasso vengono distribuiti tra i residenti. Tuttavia, il conteggio effettuato dagli osservatori di Sea Shepherd restituisce le dimensioni di una macellazione massiva: in poche ore sono stati uccisi 402 balene pilota e quattro tursiopi nella capitale Tórshavn, 168 delfini dai fianchi bianchi a Skalabotnur e altri 132 a Hvalvik. Durante le operazioni, due membri dell’equipaggio di Sea Shepherd presenti in veste di osservatori sono stati arrestati dalla polizia. Il fermo è scattato a seguito delle denunce dei cacciatori locali, che li hanno accusati di interferenza, una circostanza che l’organizzazione ambientalista ha formalmente smentito.
Di fronte alle carcasse sventrate e ammassate sulle spiagge dell’Atlantico, le organizzazioni hanno chiesto l’intervento dei governi europei. Elisa Allen ha sollecitato un bando immediato e permanente rivolgendosi direttamente al primo ministro faroese: “Ogni anno, con orrore del resto del mondo, centinaia di balene e delfini vengono massacrati in modi barbari con ami di metallo, che vengono conficcati negli sfiatatoi dei mammiferi spiaggiati prima che vengano tagliate loro le spine dorsali”. Allen ha ribadito a “The Independent” la necessità di fermare la pratica ricordando che “le balene e i delfini sono altamente intelligenti e provano dolore e paura tanto quanto gli esseri umani”.
Le modifiche normative e la carenza di strumenti
Le contestazioni degli attivisti non si limitano alla tradizione in sé, ma sollevano problemi legali e procedurali. L’organizzazione ambientalista OceanCare ha evidenziato come gli abbattimenti del 27 maggio si siano verificati a poche ore di distanza da un voto all’unanimità del parlamento faroese su una specificamodifica normativa. Questa delibera stabilisce che i regolamenti locali sulla caccia prevalgono sulle leggi relative al benessere animale, proteggendo i cacciatori da eventuali procedimenti giudiziari per violazioni di tale natura. Le associazioni denunciano inoltre che, durante le tre battute di caccia, si è registrata una carenza di lance spinali. Si tratta degli unici strumenti specializzati e autorizzati per recidere rapidamente il midollo spinale e limitare i tempi di macellazione. L’assenza di queste attrezzature ha costretto alcuni partecipanti all’uso di lunghi coltelli non regolamentari, incrementando i tempi di abbattimento e le sofferenze inferte agli animali.
Per anni è stata allevata per correre. Nel circuito delle corse dei levrieri, migliaia di cani vengono selezionati fin da cuccioli con un unico obiettivo: diventare i più veloci. Quando la loro “carriera” finisce, molti si ritrovano senza una destinazione certa. È da questo mondo che arriva la storia di Poppy, una levriera australiana che, dopo decine di gare e diverse cucciolate, ha trovato una seconda possibilità grazie all’adozione. Ma il passaggio dalla pista al divano non è stato immediato. Quando la levriera è stata adottata dalla sua nuova famiglia in Australia, le prime settimane sono state difficili. Di notte si svegliava, si aggirava per casa e piangeva. Un comportamento che ha subito fatto capire ai suoi adottanti quanto il passato fosse ancora presente.
“Per le prime due settimane si svegliava durante la notte e girava per casa piangendo. Ci spezzava il cuore pensare a quanto dovesse sentirsi triste e confusa”, ha raccontato la proprietaria Emma. La famiglia ha quindi provato a offrirle un piccolo punto di riferimento: un morbido coniglietto di peluche rosa. Quello che sembrava un semplice giocattolo si è trasformato in qualcosa di molto più importante. Poppy ha iniziato a portarlo con sé durante il riposo, stringendolo sotto la zampa e trattandolo con una delicatezza riservata a nessun altro oggetto.
Con gli altri giochi si comportava come qualsiasi cane curioso e vivace. Con quel coniglietto, invece, il rapporto era diverso. Non lo scuoteva, non lo mordicchiava, non lo lanciava in aria. Lo custodiva. Con il passare del tempo, però, qualcosa ha iniziato a cambiare. “Dopo un paio di mesi, ha iniziato a mostrare segni di sentirsi al sicuro e rilassata. Il coniglietto rosa ha iniziato a diventare meno importante”, ha spiegato Emma. A distanza di diciotto mesi dall’adozione, Poppy è ormai un cane completamente diverso. Le paure che la accompagnavano nelle prime settimane hanno lasciato il posto a una quotidianità fatta di affetto, gioco e tranquillità: “È sicura di sé, giocherellona, felice, un po’ impertinente e super affettuosa e amorevole. Il coniglietto rosa è sempre vicino al suo letto e a volte la sorprendo con la testa appoggiata accanto a lui”, racconta ancora la proprietaria.
Una seconda possibilità
Dietro questa rinascita c’è però una storia che riaccende i riflettori sul destino di molti levrieri impiegati nelle competizioni. Prima dell’adozione, Poppy aveva partecipato a 53 gare ed era stata utilizzata anche per la riproduzione, dando alla luce tre cucciolate. Secondo le associazioni che si occupano di tutela animale, ogni anno migliaia di levrieri vengono allevati con la speranza di ottenere il campione perfetto. Non tutti, però, trovano una sistemazione una volta terminata la carriera sportiva.
Emma si è avvicinata a questa razza quasi per caso, dopo aver conosciuto il cane di un vicino: “Mi sono resa conto molto rapidamente di quanto fossero gentili e dolci. Poi ho scoperto quanti venivano scartati dopo la loro carriera nelle corse e che semplicemente non c’erano abbastanza case per tutti loro. È stato questo il motivo che mi ha spinto ad adottare un levriero”. Una scelta che ha cambiato due vite: quella della cagnolina e quella della famiglia che l’ha accolta.
“Ci sono quelli che hanno portato illegalmente in Italia un cane con la rabbia e quelli che invitano a non vaccinare gli animali: sono due categorie di pazzi”. RobertoBurioni interviene così sul caso del cucciolo proveniente dal Marocco e risultato positivo alla rabbia, una vicenda che negli ultimi giorni ha riacceso il dibattito sui vaccini anche nel mondo degli animali domestici. Come riporta il Corriere della Sera, il virologo ha affidato il suo sfogo ai social dopo che, accanto alle notizie sull’animale arrivato in Veneto e poi morto, sono comparsi online numerosi messaggi contrari alla vaccinazione antirabbica di cani e gatti.
“La situazione, già molto pericolosa a causa di questi pazzi che hanno riportato illegalmente in Italia un cane e con esso la rabbia che da molti anni nel nostro Paese non c’è più, viene aggravata da una seconda categoria di pazzi che non vogliono vaccinare i loro animali domestici“, ha scritto Burioni. Il riferimento è ai gruppi che in queste ore stanno contestando le campagne vaccinali rivolte agli animali, sostenendo che sarebbero inutili o addirittura dannose. Una posizione respinta dal mondo scientifico e anche dall’Associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi), che ha definito la vaccinazione antirabbica “l’azione più efficace e sicura per proteggere cani, gatti e persone”.
I veterinari hanno inoltre ricordato che l’Italia è tornata ufficialmente indenne dalla rabbia oltre dieci anni fa grazie a una lunga attività di prevenzione e controllo sanitario. Per questo invitano a prestare particolare attenzione all’importazione di animali provenienti da Paesi dove la malattia è ancora diffusa e a rispettare tutte le procedure previste. “L’indennità sanitaria è una dura conquista“, sottolinea l’associazione, che raccomanda di informarsi sempre sullo stato sanitario dei Paesi da cui provengono gli animali e di non sottovalutare una malattia che, una volta manifestatasi, è quasi sempre mortale.