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Ti ricordi… Hugo Sanchez, il bomber del Real Madrid che nel frattempo faceva anche il dentista

E capriola fu. Per la prima volta in un Mondiale. Davanti al pubblico dell’Azteca. Capriola sì, ma stavolta niente rovesciate, niente giocate di classe: un gol di rapina, di testa a due passi dalla linea di porta. Ma per il “Pentapichichi” Hugo Sanchez conta il gol e null’altro, e quel gol quarant’anni fa valeva la vittoria all’esordio nel Mondiale 1986 contro il Belgio. Nato nello storico quartiere di Colonia San Rafael in una famiglia numerosa Hugo cresce tra gli insegnamenti di papà Hector, impiegato e calciatore dilettante e con la rigida alimentazione da atleta imposta da mamma Maria Luisa.

I fratelli maggiori, Hector Junior e Horacio, aprono la strada nel pallone, la sorella Erlinda, ginnasta olimpica gli insegna “la leggerezza”: coordinazione e gesti per sorprendere i difensori avversari. La sua famosa rovesciata parte anche da qui. Fa sul serio Hugo, fin da quando sfida i ragazzi più grandi al “campetto dei matti”: si chiama così il terreno di gioco del Jardin del Arte a Colonia San Rafael, perché da lì escono pittori e scultori, spesso tutti inzaccherati di pittura e colori. Sono artisti, ma per la gente che li vede, negli anni 60 in particolare, sono matti: Hugo attinge anche da loro. Salti e acrobazie gli valgono un provino per i Pumas: l’emozione è grande e gli gioca un brutto tiro, al primo giorno con il club si mette i pantaloncini al contrario, con la tasca sul davanti, l’allenatore glielo fa notare ma Hugo gli offre un saggio di quella malizia che poi dimostrerà in area: “Certo, così i difensori non capiscono se sto andando avanti o indietro”, risponde.

Arriva fino in prima squadra, ma non si sa mai, e per questo accanto al pallone ci mette pure la scuola prima, l’università poi: mica sceglie qualcosa di poco conto? No, Odontoiatria. E tra valanghe di gol in Messico e la chiamata nella nazionale arriva la chiamata dall’Europa: nel 1981 passa all’Atletico Madrid. In realtà era tutto fatto con l’Arsenal, ma il centravanti voleva sì andare in Europa, ma dove capisse anche la lingua, e dunque sceglie i colchoneros. Al netto della comprensione dell’idioma però l’avvio è da incubo: lo status è quello di stella mondiale, i gol però sono pochi e il pubblico prende a fischiarlo, la stampa a dire che è un bluff e qualcuno a metterci sopra pure il carico razzista “Mariachi, vete a tu paìs” gli grida qualcuno.

Finisce spesso in panchina e a un passo dalla rescissione del contratto, finché arriva il gol decisivo all’Hercules e da lì la storia cambia. Cambia soprattutto quando sulla panchina dell’Atletico arriva Luis Aragonès. Don Luis capisce che quel messicano fiero non va imbrigliato: va liberato. Lo ripulisce dai barocchismi sudamericani, lo trasforma in un killer da un solo tocco e lo porta a conquistare il suo primo titolo di Pichichi. Ma Madrid, per un’anima insaziabile come quella di Hugo, è una città troppo grande per essere dominata a metà. Nell’estate del 1985 si consuma il “tradimento del secolo”, o almeno quello che si riteneva tale fino ad allora. Il passaggio diretto dall’Atlético al Real Madrid è un affare di Stato politicamente impossibile; per aggirare il blocco e l’ira dei tifosi colchoneros, si rende necessario un travestimento burocratico. Hugo vola in Messico, si tessera per poche ore con i Pumas e da lì viene ceduto ai Blancos.

Quando si dice la malizia. Al Santiago Bernabéu, Sánchez non trova una squadra, trova una corte reale. È il Real della Quinta del Buitre, la leggendaria generazione di talenti cresciuti in casa – Butragueño, Michel, Sanchís, Martín Vázquez, Pardeza – a cui mancava solo una cosa: un carnefice spietato, un terminale offensivo che tramutasse l’arte in oro colato. Hugo diventa quel terminale. Con la maglia merengue cuce sulla pelle una leggenda fatta di cinque titoli consecutivi della Liga e altri quattro trofei di capocannoniere. Diventa il Pentapichichi.

È qui, all’apice della fama madrilena, che il dottor Sánchez torna a indossare il camice bianco, quasi a voler mantenere un legame saldo con la realtà terrena e con quella tesi sulle patologie della cavità orale discussa alla UNAM. Niente cliniche di lusso o speculazioni: Hugo si diverte a fare il dentista lowcost per gli amici intimi, i membri dello staff e qualche compagno di squadra coraggioso. Nel garage di casa o negli studi di colleghi compiacenti, opera gratis, chiedendo in cambio solo il rimborso dei materiali da otturazione. Un paradosso sublime: l’uomo che la domenica terrorizzava i portieri della Liga divelta-tasselli, in settimana curava i sorrisi con la precisione di un cesellatore.

Eppure, la perfezione di quegli anni spagnoli – culminata nella stagione 1989-90 con 38 gol segnati tutti, rigorosamente, di prima intenzione, un monumento al minimalismo balistico – contrasta drammaticamente con il chiaroscuro del suo rapporto con la patria. Quel Mondiale del 1986, iniziato con la capriola contro il Belgio davanti all’Azteca ribollente, doveva essere la sua apoteosi. Ma il Messico si fermerà ai quarti di finale contro la Germania Ovest, ai calci di rigore. Hugo, sfinito dai crampi e da una pressione disumana, non calcerà nemmeno il suo penalty. Il paese intero, che lo adorava, non glielo perdonerà mai del tutto, accusandolo di essere “più spagnolo che messicano”, una stella da esportazione incapace di compiere il miracolo in patria.

La ferita con la Tricolor si farà ancora più profonda quattro anni dopo, a causa dello scandalo dei Cachirules (la falsificazione delle età di alcuni giocatori delle giovanili) che costerà al Messico la squalifica totale dai Mondiali di Italia90. Nel momento migliore della sua carriera, all’apice del suo regno al Real Madrid, a Hugo viene scippata l’opportunità di giocare il suo Mondiale di maturità. Nel 1994 ormai 36enne c’è: gioca all’esordio con la Norvegia, il Messico perde e contro l’Irlanda Baron lo tiene in panchina: il sostituto Luis Garcia fa due gol e Hugo resterà fuori anche contro l’Italia e contro la Bulgaria agli ottavi. Hugo Sánchez ha smesso di giocare nel ’97, dopo esperienze al Rayo Vallecano, al Linz e a Dallas lasciando in eredità non solo i numeri, ma un’idea estetica di centravanti che non è mai più esistita: un’unione impossibile tra la rigidità scientifica della medicina, la flessibilità della ginnastica artistica e la lucida follia dei pittori del Jardin del Arte.

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Un tifoso del Psg ha sbagliato città: per vedere la finale è volato a Bucarest | Domeniche Bestiali

L’estate si avvicina, pronta a travolgerci con sogni, speranze, divertimento e spensieratezza. Le Domeniche Bestiali andranno in pausa, a fine giugno, ma sogni, speranze, divertimento e spensieratezza in questo campo non mancano mai, travolgono a prescindere dal periodo dell’anno tutto ciò che si ritrovano davanti. Dagli infortunati in terra sul manto erboso ai timpani altrui, e ovviamente anche i bar, luoghi culto delle Domeniche Bestiali quasi più dei campi da gioco. L’importante è non sbagliare strada.

ASSONANZE
La storia vera o presunta di quelli che dovevano andare a Bali e si ritrovano a Bari e viceversa è arcinota, ma casi simili capitano spesso: qualcuno che doveva andare a Granada in Spagna e si è ritrovato a Grenada nei Caraibi oppure il tifoso del Paris Saint Germain che doveva andare a Budapest per vedere la finale si è invece ritrovato a Bucarest. Dovesse arrivare in finale pure l’anno prossimo il Psg, Luis Enrique è sicuro: gli pagherà di tasca propria il viaggio per andare allo stadio Metropolitano…di Barranquilla.

IL MEME
Avete presente quel meme con la ragazza che cammina davanti, disperata e con le mani sulle orecchie, e il ragazzo dietro di lei con una tromba? Ecco, è stato messo in pratica nel calcio a 5 italiano ai danni di un arbitro. In Toscana, nel campionato di C2, è stata comminata una multa da 1000 euro al Real Calcetto Rapolano perché: “Per avere, proprio sostenitore isolato, nel momento che gli arbitri abbandonavano l’impianto a fine gara, avvicinato gli stessi e mentre li faceva oggetto di offese, iniziava a suonare una trombetta da stadio a distanza ravvicinata dall’orecchio dx dell’arbitro n.2 provocandogli un forte e immediato dolore”.

DON’T TOUCH MY BAR
Se c’è qualcosa di sacro nei campi teatro delle Domeniche Bestiali e italiane è il bar. Se c’è e pure se non c’è ed è di fronte al campo o giù di lì. In Abruzzo poi ancora di più, e va bene entrare duri su una caviglia o su una tibia, ma guai a far danni al bar, come dimostra la multa da 200 euro per la Santegidiese perché “per avere propri sostenitori danneggiato un vetro del bar dell’impianto situato nell’area loro riservata. Si fa obbligo di risarcimento dei danni se richiesti e documentati”.

TRAVOLGENTE
Lo abbiamo visto praticamente sempre nel corso dell’esistenza di questa sciagurata rubrica: l’equivoco nelle Domeniche Bestiali è sempre dietro l’angolo. A volte però si esagera: se il mezzo per recuperare e curare gli infortunati diventa esso stesso vettore di infortuni c’è qualcosa che non va. In Serie B dell’Ecuador Edison Caicedo era tranquillo in campo mentre un suo compagno infortunato veniva soccorso dalla golf car…che però di gran carriera travolgeva pure il centrocampista lasciandolo in terra. Per fortuna si è alzato senza problemi e ha continuato a giocare.

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