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“L’ex principe Andrea pagava un ‘grano di pepe’ per vivere al Royal Lodge con 30 stanze e in più subaffittava 3 cottage incassando i canoni anche dopo esser stato cacciato”: il nuovo scandalo travolge Re Carlo

Un recente rapporto della National Audit Office (NAO) ha riportato l’attenzione pubblica sulle modalità con cui vengono gestite le proprietà del Crown Estate, l’ente che amministra i beni della Corona e versa i propri profitti al Tesoro dello Stato. Al centro c’è l’accordo siglato nel 2003 da Andrew Mountbatten-Windsor, allora duca di York, per l’occupazione di Royal Lodge, la storica residenza di circa 30 stanze nel Windsor Great Park. Secondo i documenti analizzati dalla NAO e dal Public Accounts Committee del Parlamento, Andrew ottenne un contratto di locazione della durata di 75 anni versando un premio iniziale di un milione di sterline e impegnandosi a finanziare lavori di ristrutturazione per almeno 7,5 milioni di sterline, costo finale poi lievitato.

In cambio, l’affitto annuale fu fissato a un “peppercorn rent”, un grano di pepe, formula del diritto medievale per indicare un canone puramente simbolico. Grazie a questo meccanismo, per oltre vent’anni ha potuto occupare una proprietà di enorme valore con costi vivi molto contenuti. Il contratto autorizzava il subaffitto di fino a tre cottage presenti all’interno della vasta tenuta. Andrew ha utilizzato questa possibilità fino ad aprile 2026, incassando canoni privati dai locatari, prevalentemente membri del personale di servizio o ex dipendenti, somme mai confluite nelle casse del Crown Estate. Non sono emerse irregolarità di natura penale: tutto era conforme ai termini contrattuali. L’operazione però solleva legittimi interrogativi sul concetto di “value for money” per i contribuenti britannici. Il Crown Estate ha infatti rinunciato a canoni di mercato, stimati intorno alle 260.000 sterline annue, mentre Andrew godeva di un reddito privato parallelo.

I lavori di ristrutturazione del 2003-2005 furono interamente a carico di Andrew, finanziati con risorse private e familiari dell’epoca, in particolare con il sostegno della Regina Elisabetta II. Non, quindi, attigendo a fondi pubblici del Sovereign Grant, ma comunque a condizioni particolarmente vantaggiose nel lungo periodo in cambio di un investimento iniziale. La manutenzione ordinaria e altri costi sono stati in seguito sostenuti anche grazie ad aiuti privati del Re Carlo, mentre la sicurezza ha richiesto, in vario grado, risorse pubbliche.

La ristrutturazione trasformò una residenza che aveva bisogno di interventi importanti ed urgenti (fino alla sua morte nel 2002 era la residenza della Queen Mother) in una dimora di alto livello. Oltre ai lavori strutturali necessari, gli interventi furono lussuosi: una piscina, campi da tennis, una voliera, vasti giardini su circa 40 ettari di terreno e rilevanti migliorie interne, tra soffitti, impianti, pavimentazioni e sistemi di sicurezza. Interventi che permisero ad Andrew e alla ex moglie Sarah Ferguson, che pur divorziati dal 1996 hanno continuato a convivere a Royal Lodge dal 2008, di condividere uno stile di vita lussuoso in una delle residenze più prestigiose della Corona, con spazi ampi e servizi che andavano ben oltre le esigenze di base.

Un aspetto che rende particolarmente delicato il caso è il profilo reddituale di Andrew. Il suo unico reddito pubblicamente dichiarato e continuativo, oggi, è la pensione della Royal Navy, maturata per i 22 anni di servizio tra il 1979 e il 2001, che ammonta a circa 20.000 sterline annue. Quando era un “working royal” attivo, riceveva un appannaggio significativo ma non sufficiente per un tenore di vita da milioni. L’ultimo dato pubblico, del 2010, parla di 249.000 sterline annue, oltre ai costi per il suo ufficio. Dopo lo scandalo Epstein e l’estromissione dagli impegni ufficiali, nel 2019, questi finanziamenti pubblici sono cessati. Da allora ha ricevuto un sostegno privato dalla Regina Elisabetta prima e dal Re Carlo poi, stimato intorno al milione di sterline annue, poi ridotto e infine interrotto intorno al 2024. Non risultano redditi significativi da attività imprenditoriali o professionali autonome. Una situazione finanziaria che evidenzia il vantaggio dell’accordo su Royal Lodge e dei subaffitti.

Il rapporto NAO si occupa anche delle abitazioni concesse a Beatrice ed Eugenie, figlie di Andrew e non più working royals. Entrambe occupano proprietà all’interno di palazzi reali: Beatrice a St James’s Palace ed Eugenie a Ivy Cottage, all’interno di Kensington Palace: aree fra le più care della già carissima capitale britannica. Entrambe godono di affitti significativamente scontati rispetto al valore di mercato (tra il 55% e il 68% secondo le stime più recenti). Questi canoni ridotti sono coperti dal Privy Purse, cioè dai fondi privati del Re Carlo derivanti principalmente dal Ducato di Lancaster. Si tratta di un meccanismo distinto dal Sovereign Grant, ma che solleva comunque questioni di coerenza e trasparenza.

Sono disposizioni che non violano norme scritte, ma contribuiscono a delineare un quadro complessivo di scarsa trasparenza. Il Public Accounts Committee ha avviato un’inchiesta più ampia sui contratti di locazione del Crown Estate con vari membri della famiglia reale, inclusi quelli del Principe Edward a Bagshot Park. Fra i nodi problematici ci sono la regolarità delle ispezioni di manutenzione, le possibili penali per risoluzione anticipata del contratto e la necessità di regole più uniformi, trasparenti e vicine ai criteri commerciali. Il caso di Royal Lodge non configura uno scandalo giudiziario, ma rappresenta un esempio emblematico di come accordi stipulati decenni fa, in un contesto familiare e istituzionale diverso, possano apparire oggi anacronistici. La monarchia si trova di fronte a una scelta delicata: aumentare la trasparenza finanziaria e adottare regole più common, oppure mantenere una “flessibilità” da privilegiati che oggi rischia di erodere la fiducia pubblica.

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“Non respiro”: il 18enne Henry Nowak muore in custodia della polizia, ma era vittima di un accoltellamento. Virale l’hashtag #WhiteLivesMatter

“Non respiro, non respiro”. È il 3 dicembre 2025, sono passati cinque anni e mezzo dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis, l’afroamericano morto soffocato sotto il ginocchio di un agente di polizia che lo aveva immobilizzato a terra. Fu il caso che scatenò proteste di piazza in tutto il mondo sotto lo slogan Black Lives Matter. Poco meno di sei anni dopo, queste sono state le ultime parole di un’altra vittima, il giovanissimo Henry Nowak, appena 18enne. Lui, però, non è americano. E soprattutto non è nero. È morto mentre la polizia lo aveva ammanettato a terra dopo aver ricevuto delle coltellate dal 23enne sikh fanatico delle armi, Vikcrum Digwa. Così la destra (e non solo) britannica (e non solo) ha iniziato a diffondere le immagini della morte di Nowak. E l’hashtag che su X diventa virale è #WhiteLivesMatter.

In Inghilterra le varie realtà di destra, dall’estremista razzista Tommy Robinson fino al leader di Reform Uk, Nigel Farage, hanno subito cavalcato l’episodio e parlano di “razzismo al contrario“. E a dare loro una mano a diffondere il messaggio ci ha pensato anche Elon Musk che dal suo profilo X ha rilanciato i vari messaggi di proteste per ciò che è successo a Southampton.

La ricostruzione della morte di Nowak ha dell’incredibile e ha già scatenato un putiferio in Gran Bretagna sia riguardo all’operato della polizia sia sulla gestione dell’immigrazione. Il fatto risale al dicembre scorso. Il giovane stava tornando a casa nella città meridionale dell’Inghilterra dopo una serata con gli amici. Sulla sua strada, però, incontra Digwa che lo accoltella senza apparente motivo per cinque volte con una lama lunga 21 centimetri. A chiamare la polizia, però, è proprio Digwa. Non perché si sia reso conto della gravità del suo gesto, bensì per cercare una via d’uscita: agli agenti, con la complicità del fratello e di un amico, racconta di essere stato vittima di “un razzista che voleva farci del male, ci siamo dovuti difendere”. Gli agenti arrivano e credono al suo racconto, tanto che si gettano su Nowak, a terra in una pozza di sangue e ormai in fin di vita. Quando il 18enne dice loro, con la voce ormai bassissima, di essere stato accoltellato, uno dei poliziotti replica: “Non credo proprio” e inizia a leggergli i suoi diritti. Solo dopo qualche minuto una poliziotta si accorge che il 18enne stava raccontando la verità e chiama un’ambulanza. Ma è troppo tardi, come rivela oggi un video finalmente pubblicato dalla Hampshire & Isle of Wight Constabulary e registrato dalle bodycam degli agenti. Le ultime parole di Nowak saranno “non respiro“. E mentre i poliziotti sono intenti a immobilizzare quella che è in realtà la vittima di un accoltellamento, la madre di Digwa, oggi condannato a 21 anni di carcere, arriva sul posto, prende l’arma del delitto e la fa sparire.

Una storia talmente assurda e piena di colpe, non solo di chi ha commesso l’agguato ma anche del corpo di polizia, da rappresentare il gancio perfetto per tutti quei movimenti che sostengono la tesi del “razzismo al contrario”, con gli stranieri che sarebbero più tutelati dei “bianchi”. Così a personaggi come Tommy Robinson ed Elon Musk, impegnati a rendere virale l’hashtag #WhiteLivesMatter, si accoda anche Farage che al caso dedica un video sui suoi canali social: “Queste sono le immagini di discriminazione più sconvolgenti che vedrete mai – dice – Un ragazzo bianco ammanettato da agenti di polizia più preoccupati da un’accusa di razzismo che da un omicidio. Questo deve rappresentare un punto di svolta. Anche le vite dei bianchi contano”, ha detto. E poi usa le ultime parole di Nowak proprio per fare un paragone col caso Floyd: “Parole tristemente familiari – continua – Ricordate George Floyd, un pregiudicato di lungo corso, morto in circostanze terribili nel Midwest degli Stati Uniti alcuni anni fa? Ricordate la reazione a quell’evento e il modo in cui si comportò la polizia? Nel giro di pochi giorni Keir Starmer si inginocchiava in segno di solidarietà. Il movimento Black Lives Matter esplose in tutto il Paese. La statua di Churchill venne imbrattata, il Cenotaph a Londra vandalizzato. Eppure, quale è stata la reazione pubblica dei nostri leader politici e dei media? Assoluto silenzio. Viviamo in una cultura dal doppio standard, in cui i diritti e gli interessi dei bianchi contano meno di quelli delle minoranze etniche”.

Il clima ha costretto anche il premier Keir Starmer a intervenire: “Si tratta di un caso terribile e sconvolgente. I familiari di Henry hanno dovuto affrontare il trauma di un lungo processo e sopportare che l’assassino inventasse accuse vergognose nei confronti di loro figlio, un ragazzo riflessivo, gentile e profondamente amato. Dobbiamo interrompere questa spirale di tragedie affrontando l’orrore della criminalità legata ai coltelli”.

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