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“Amicizia eterna”: Xi incontra Kim a Pyongyang e rilancia i rapporti Cina-Corea del Nord

Xi Jinping è atterrato in Corea del Nord nel suo primo viaggio nel Paese dal 2019. Erano sette anni che il leader cinese non metteva piede a Pyongyang. Da quell'ultima volta sono cambiate tantissime cose, a partire dal nuovo aplomb internazionale di Kim Jong Un rilanciato dalla partnership con la Russia di Vladimir Putin, e dalla maggiore vicinanza nordcoreana a Mosca che non a Pechino. Eppure, come ha scritto Xi in un messaggio pubblicato dal Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei Lavoratori nordcoreano, l'amicizia tra Cina e Corea del Nord è e rimarrà "invincibile". I dossier affrontati dai due presidenti, sullo sfondo di un'accoglienza solenne, riguardano la cooperazione economica e politica, nonché il ruolo del Dragone nella penisola coreana.

Xi vola da Kim

Ad accogliere Xi e la consorte, Peng Liyuan, all’aeroporto internazionale di Pyongyang erano presenti Kim e sua moglie, Ri Sol Ju. Dallo scalo, la delegazione si è diretta verso Piazza Kim Il Sung, nel cuore della capitale nordcoreana, dove si è svolta la cerimonia ufficiale di benvenuto. Successivamente, Xi e Peng sono stati accompagnati alla residenza di Stato di Kumsusan, che li ospita durante la visita. Al seguito del presidente cinese figuravano anche il suo più stretto collaboratore, Cai Qi, e il ministro degli Esteri Wang Yi.

Le immagini diffuse dai media hanno mostrato un tappeto rosso steso sulla pista dell'aeroporto, affiancato da una guardia d'onore schierata per l'occasione. Ad attendere la delegazione di Xi c'erano anche dei bambini nordcoreani con dei fiori, pronti a consegnare i tradizionali mazzi di benvenuto. Le strade di Pyongyang sono state addobbate con le bandiere nazionali dei due Paesi e con striscioni recanti slogan come “Lunga vita all'indissolubile amicizia tra la Rpdc (Corea del Nord ndr) e la Cina”.

Xi ha fatto sapere che l'amicizia nata in battaglia, "forgiata nel sangue", e il legame fraterno di fiducia reciproca tra le due nazioni hanno resistito alla prova del tempo e al mutare del panorama internazionale. Il leader cinese si è dunque impegnato ad approfondire la comunicazione strategica e a interagire frequentemente "come tra parenti", anche tra partiti, governi ed eserciti. "Partendo da un nuovo punto di svolta storico, la Cina è disposta a collaborare con la Rpdc per portare le relazioni bilaterali a un livello strategico e promuoverne un maggiore sviluppo, in linea con i tempi", ha sottolineato Xi.

Xi Jinping touched down in Pyongyang, North Korea, today for a 2-day state visit.

Kim rolled out every flag he had for this one.

Writer: Juliepic.twitter.com/FCWd0XrwT9 https://t.co/ODLU7CLdON

— Mario Nawfal (@MarioNawfal) June 8, 2026

“Sostegno incrollabile”

Xi ha effettuato il suo primo viaggio all'estero del 2026 promettendo che la "tradizionale amicizia" tra Cina e Corea del Nord non cambierà. "Il sostegno incrollabile alla causa socialista della Rpdc guidata dal compagno Segretario Generale Kim Jong-un non cambierà; e la ferma determinazione a salvaguardare gli interessi comuni e il contesto strategico favorevole sia della Cina che della Rpdc non cambierà", ha affermato ancora Xi in un lessico istituzionale, auspicando scambi più intensi a tutti i livelli in settori quali la politica estera, le forze dell'ordine e le forze armate.

"Un leader cinese non visita la Corea del Nord solo perché è una visita di dovere. Il viaggio di Xi avrà implicazioni concrete per le relazioni tra Cina e Rpdc", ha spiegato Leif-Eric Easley, professore all'Università femminile Ewha di Seoul, al Washington Post.

La sensazione è che Xi cercherà di dimostrare al mondo intero (Usa in primis) la presa della Cina sulla penisola coreana e il suo ruolo di leadership in tutta l'Asia nord-orientale nell'era della competizione strategica con gli Stati Uniti. Un eventuale ripristino di un'influenza cinese esclusiva sulla Corea del Nord darebbe a Xi un vantaggio nei rapporti con Donald Trump, il quale ha ripetutamente espresso il desiderio di riavviare i negoziati diplomatici con il leader nordcoreano.

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L'Armenia sceglie (ancora) l'Europa

Il Caucaso meridionale non è più il cortile di casa della Russia. Gli exit poll stanno per essere confermati dai risultati ufficiali, e le elezioni parlamentari armene segnano molto più della vittoria di Nikol Pashinyan: rappresentano la certificazione di un cambiamento geopolitico che da anni si sta consumando nel cuore dell'ex spazio sovietico. Il premier armeno, leader del partito Contratto Civico, si avvia infatti a ottenere un nuovo mandato e, soprattutto, a consolidare la linea di progressivo avvicinamento all'Europa e all'Occidente, sconfiggendo le forze che puntavano a preservare la collocazione filorussa del Paese.

Le rilevazioni diffuse dal ministero degli Interni attribuiscono a Contratto Civico il 55 per cento dei voti, contro il 17,5 della formazione Armenia Forte guidata dal magnate russo-armeno Samvel Karapetyan. Al di là delle percentuali definitive, che saranno note stamattina, il dato politico appare chiaro: la maggioranza degli elettori (ha votato il 58,97 per cento degli aventi diritto, il 10 in più della precedente tornata) ha scelto di confermare l'uomo che, dopo la Rivoluzione di Velluto del 2018, ha avviato il più radicale riposizionamento strategico dell'Armenia dalla fine dell'Unione Sovietica. La posta in gioco andava ben oltre la semplice alternanza di governo. Per la prima volta dopo la traumatica sconfitta del 2023 e la definitiva perdita del Nagorno Karabakh, gli armeni erano chiamati a pronunciarsi indirettamente sulla direzione futura del Paese: continuare il lento ma costante sganciamento dall'orbita russa oppure tornare a cercare protezione sotto l'ombrello del Cremlino. La risposta delle urne sembra indicare che il trauma del Karabakh abbia accelerato, anziché frenato, la trasformazione politica del Paese. Per decenni la sicurezza armena è stata fondata sull'alleanza strategica con Mosca. Tuttavia, durante le crisi che hanno portato alla riconquista azera del Karabakh, la Russia è apparsa come un alleato sempre meno affidabile. Impegnato nella guerra in Ucraina e interessato a preservare i rapporti con Baku e Ankara, il Cremlino non è intervenuto in modo significativo a sostegno di Erevan. E l'opinione pubblica armena ha iniziato a mettere in discussione un paradigma geopolitico considerato intoccabile per oltre tre decenni.

È su questa linea che Pashinyan ha costruito la sua strategia: avvicinarsi progressivamente a Ue e Stati Uniti senza rompere con Mosca. Una vittoria ampia potrebbe ora consentirgli di affrontare il nodo decisivo della riforma costituzionale. Con una maggioranza qualificata vicina ai due terzi dei seggi, il governo avrebbe infatti la forza per modificare alcuni articoli contestati dall'Azerbaigian e aprire la strada a un referendum, passaggio considerato essenziale da Baku per arrivare a un accordo di pace definitivo.

Intanto il messaggio che in queste ore sta arrivando da Mosca è chiaro: l'integrazione europea non viene più considerata una semplice scelta economica, bensì un allineamento politico e strategico ostile agli interessi russi. Le dichiarazioni del vicepremier Alexei Overchuk, che ha invitato gli armeni a "riflettere sulle conseguenze" di un eventuale avvicinamento all'Unione Europea, confermano quanto il Cremlino percepisca il dossier armeno come parte della più ampia competizione con l'Occidente.

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In Armenia confermata la vittoria del partito del premier Pashinyan

Il partito Contratto Civico del premier Nikol Pashinyan, che propugna un avvicinamento alla Ue, ha vinto le elezioni parlamentari in Armenia, sconfiggendo le opposizioni favorevoli a mantenere i tradizionali buoni rapporti con la Russia.

La Commissione elettorale centrale ha confermato la vittoria del partito di governo: con tutti i voti scrutinati, Contratto Civico ha ottenuto il 49,81% delle preferenze, secondo quanto riferisce l’agenzia russa Interfax. Molto distanziati i due principali partiti dell’opposizione: Armenia Forte, la formazione del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, si è fermata al 23,29%, mentre l’Alleanza Armena dell’ex presidente Robert Kocharyan ha ottenuto il 9,94%.

Il risultato rafforza la linea del governo di Erevan, orientata a un progressivo avvicinamento all’Unione europea e agli Stati Uniti, pur senza rompere apertamente con Mosca.

La posta in gioco per Pashinyan

La portata della vittoria per Pashinyan è di fondamentale importanza. Solo aggiudicandosi i due terzi dei seggi parlamentari, infatti, il premier sarà sicuro di fare approvare la riforma di alcuni articoli della Costituzione che l’Azerbaigian richiede per concludere un accordo di pace, abbozzato lo scorso anno durante un vertice alla Casa Bianca patrocinato da Donald Trump.

Erano queste infatti le prime elezioni in Armenia dopo la cocente sconfitta militare subita tre anni fa a opera delle truppe di Baku e la conseguente perdita dell’enclave del Nagorno Karabakh.

Recandosi al seggio a votare, Pashinyan ha fatto capire di volere continuare sulla strada verso l’Unione europea, ma evitando strappi pericolosi con la Russia. A Vladimir Putin, secondo il quale Erevan dovrebbe chiedere attraverso un referendum il parere dei cittadini sull’eventuale ingresso nella Ue, il premier ha risposto che per ora il problema non si pone, perché l’Armenia non è ancora pronta per ottenere lo status di Paese candidato.

Ma ciò non significa che Erevan rinuncerà al suo obiettivo: “Dobbiamo portare avanti riforme, e continueremo con calma sul cammino delle riforme”, ha dichiarato Pashinyan.

Il rapporto con Mosca e le pressioni russe

Le autorità di Erevan insistono comunque nel dire che il processo di avvicinamento in corso con l’Occidente non esclude la cooperazione con il blocco di Paesi a trazione russa riuniti nell’Unione economica euroasiatica: Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan e Armenia.

Il governo di Erevan cerca dunque di non aggravare le tensioni con Mosca, dopo un recente monito di Putin. Riferendosi al conflitto russo-ucraino, il leader del Cremlino ha sottolineato che “tutto è cominciato” con “l’ingresso, o il tentativo di ingresso, dell’Ucraina nella Ue”.

Pashinyan ha cercato di rassicurare gli armeni. I rapporti con Mosca “sono basati sul rispetto reciproco” e le relazioni con Putin “sono molto strette”, ha assicurato il primo ministro, al quale il presidente russo ha telefonato questa settimana per fargli gli auguri di buon compleanno.

Ma Mosca non rinuncia a fare pressioni su Erevan. In un’intervista alla televisione, il vice primo ministro russo Alexei Overchuk ha fatto sapere che il suo governo ha più volte detto all’Armenia, in colloqui “a porte chiuse”, dei pericoli che comporta entrare nella Ue, considerata da Mosca “non più un’organizzazione per l’integrazione economica”, ma un’unione “militare-politica” che “annuncia apertamente la sua ostilità” verso la Russia.

Gli armeni, dunque, dovrebbero “pensare a quello che stanno facendo”. La consultazione, che ha visto un’affluenza del 59%, dieci punti in più rispetto alle ultime elezioni del 2021, sembra essersi svolta tutto sommato nella calma. Fa eccezione una denuncia di Karapetyan, secondo il quale un centinaio di sostenitori di Armenia Forte sono stati arrestati tra sabato e domenica.

Sabato media statali avevano anche riferito degli arresti di sei candidati del partito dell’opposizione filorussa, senza fornire dettagli sulle accuse.

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“Queste non sono le vostre acque”: la Cina lancia un’operazione speciale verso Taiwan

La Cina ha annunciato una “operazione speciale di controllo del traffico marittimo” nelle acque a est di Taiwan. L’iniziativa non è affatto casuale. Al contrario, è arrivata in un momento di crescente tensione regionale e rappresenta una risposta diretta all’avvicinamento tra Giappone e Filippine sul dossier delle delimitazioni marittime. Secondo Pechino, l’operazione serve a esercitare la propria “giurisdizione amministrativa marittima” e a tutelare gli interessi nazionali.

L’operazione speciale della Cina

Secondo quanto riportato da Bloomberg, la decisione di Pechino segue l’annuncio con cui Giappone e Filippine hanno concordato l’avvio di negoziati per definire i confini marittimi nelle acque a est di Taiwan e rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza. Per Pechino si tratta di una mossa inaccettabile, perché coinvolge una zona che la Repubblica Popolare considera parte della propria sfera di interesse e che si sovrappone alle sue rivendicazioni sulle zone economiche esclusive.

L’agenzia cinese Xinhua ha definito i colloqui tra Tokyo e Manila una violazione della sovranità e dei diritti marittimi cinesi. La risposta non si è fatta attendere: già il primo giugno la Guardia Costiera cinese aveva avviato pattugliamenti sempre a est di Taiwan, mentre l’operazione annunciata nelle ultime ore coinvolge diverse autorità marittime provenienti dalle province del Fujian, del Guangdong e dall’area del Mar Cinese Orientale.

In tutto questo Pechino osserva con preoccupazione il consolidamento dei rapporti tra i suoi vicini e gli alleati degli Stati Uniti. La premier giapponese Sanae Takaichi e il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. hanno recentemente ribadito l’impegno comune per rafforzare la sicurezza marittima, alimentando i timori di Pechino di un contenimento coordinato della propria influenza nella regione.

NEW | China has announced a "maritime law enforcement operation" east of Taiwan.

For anyone tracking it, the real question is whether it shows up on AIS at all, and with these units the honest answer is usually not much.

That gap is the point. PRC coast guard and… pic.twitter.com/4difUH6klY

— GeoInsider (@InsiderGeo) June 6, 2026

La risposta di Taiwan

La reazione di Taiwan non si è fatta attendere. Come ha scritto Deutsche Welle, la Guardia Costiera taiwanese ha schierato diverse unità navali dopo aver rilevato la partenza di quattro navi governative cinesi dal porto di Xiamen.

Taipei sostiene che le imbarcazioni abbiano operato fuori dalle proprie acque ristrette, ma considera l’iniziativa una provocazione volta a creare l’impressione di una giurisdizione cinese sulle aree orientali dell’isola. In un messaggio pubblicato sui social, il segretario generale del Consiglio di Sicurezza Nazionale taiwanese, Joseph Wu, ha mostrato le comunicazioni radio rivolte alle navi cinesi: “Queste non sono le vostre acque”.

La nuova operazione del Dragone si inserisce insomma in una strategia più ampia con cui la Cina cerca di rafforzare sul campo le proprie rivendicazioni marittime e territoriali, aumentandola pressione su Taiwan e inviando un segnale politico a Giappone e Filippine.

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“Compra atolli disabitati”: il mistero della mossa cinese sulle 13mila isole del Pacifico

I riflettori sono puntati su decine di migliaia di isole disabitate situate nel Pacifico. In Giappone il governo ha annunciato una vasta indagine sulla proprietà di oltre 13 mila isole senza residenti, molte delle quali si trovano in aree considerate sensibili per la sicurezza nazionale. La decisione è arrivata dopo anni di discussioni sugli acquisti di terreni da parte di cittadini stranieri e sulla necessità di conoscere con precisione chi controlla porzioni di territorio che, pur essendo spesso minuscole e isolate, possono avere un peso rilevante nella definizione delle acque territoriali e delle zone economiche esclusive.

L’ombra cinese sulle isole giapponesi disabitate

Per Tokyo non si tratta soltanto di una questione amministrativa: la gestione di queste isole è sempre più legata agli equilibri strategici dell'Asia-Pacifico. Lo ha spiegato nel dettaglio RFI, secondo cui le autorità giapponesi ritengono necessario rafforzare il controllo su questi territori remoti anche alla luce del deterioramento del quadro di sicurezza regionale.

Negli ultimi anni hanno attirato attenzione diversi casi di acquisto di terreni insulari da parte di cittadini cinesi, amplificati da social network e media locali. Alcune vicende hanno riguardato aree di Okinawa e altre zone costiere considerate particolarmente delicate. Il governo intende ora verificare la situazione proprietaria di oltre 13.400 isole disabitate, molte delle quali risultano scarsamente monitorate.

Il censimento servirà a individuare eventuali terreni con proprietari sconosciuti, irreperibili o difficili da identificare, aprendo anche alla possibilità di trasferire allo Stato alcune proprietà prive di una titolarità chiara. Il tema assume una rilevanza particolare anche perché molte di queste isole contribuiscono a definire il perimetro delle acque territoriali e dell'area economica esclusiva del Giappone. In passato Tokyo aveva già proceduto alla nazionalizzazione di alcune isole considerate strategiche per la tutela dei confini marittimi, ma mai aveva avviato una verifica così estesa dell'intero patrimonio insulare.

La mossa di Tokyo

L'attenzione verso gli investimenti cinesi non significa necessariamente che esista un piano coordinato per acquisire sistematicamente le isole del Pacifico. Tuttavia, numerosi osservatori internazionali sottolineano come il controllo di piccoli territori possa offrire vantaggi significativi.

Un'isola remota, infatti, può rappresentare un punto di osservazione privilegiato, facilitare attività logistiche, influenzare lo sfruttamento delle risorse marine o rafforzare la presenza di un Paese in aree contese. E, in un contesto segnato dalla crescente competizione tra Cina, Giappone e Stati Uniti, anche territori apparentemente marginali assumono quindi un valore strategico.

Per questa ragione, dunque, Tokyo sta valutando strumenti più rigorosi per monitorare gli investimenti stranieri nelle aree sensibili e per evitare che zone scarsamente abitate possano diventare vulnerabili a interessi esterni. Le tensioni tra Giappone e Cina continuano a crescere. E adesso coinvolgono anche le isole disabitate.

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Hegseth in Normandia (con moglie e figli) striglia gli amici europei

Dalle spiagge in cui iniziò la riscossa dell’Europa contro lo spettro nazista alle spiagge in cui la stessa Europa rischia oggi di naufragare. È un sillogismo piuttosto spericolato quello che il segretario americano alla Difesa, Pete Hegseth, ha confezionato per il suo discorso a Colleville-sur-Mer, in Normandia, dove ieri ha partecipato alle celebrazioni per lo Sbarco che il 6 giugno 1944 dette il via all’offensiva angloamericana nell’Europa continentale quasi completamente sotto il tallone tedesco. «Oggi - dice Hegseth - diverse spiagge europee sono prese d’assalto da varie ideologie pericolose: sulle spiagge della Spagna, dell’Italia, della Grecia e della Bulgaria, arrivano barche e uomini». L’immigrazione come il nazismo? Il 2026 come cancellazione dello spirito del 1944? Non è chiaro cosa passi per la testa del «ministro» trumpiano. Quello che è chiaro è il suo appello all’Europa per sollecitarne il risveglio: «Le capitali europee agiranno contro questa invasione o è già troppo tardi?».
Vicino alla ministra della Difesa francese Catherine Vautrin, Hegseth si è guardato bene dal fare qualsiasi riferimento ai conflitti in corso in Iran, Ucraina o altre regioni del mondo, che visto l’anniversario storico sarebbe stato certamente più opportuno, rispetto al richiamo all’immigrazione clandestina, tema caldo sì, ma del tutto fuori contesto. Sarebbe stato ben più difficile per lui richiamare un’altra Omaha Beach, un’altra Operazione Overlord che al momento non si intravede per risolvere i confitti attuali.
Hegseth ha preferito prendersela con gli alleati europei, decisamente deludenti a suo dire: «L’America deve mostrare la via, e noi lo faremo. Ma i nostri alleati devono stare con noi, al nostro fianco». Un invito ai 27 a riarmarsi e pure in fretta, anche perché «l’unica garanzia della pace è la forza». E ancora: «Gli uomini sepolti qui hanno combattuto in un’alleanza in cui ogni partner ha portato la propria piena capacità, coraggio e sacrificio. Non slogan vuoti, non summit nel lusso, non comunicati». Infine: «I veri alleati fanno cose vere, accettano perdite vere per una causa comune per la quale vale la pena combattere e morire».
L’appuntamento in Normandia cade nel contesto del riassetto delle truppe Usa in Europa, in vista del vertice Nato che si terrà a luglio ad Ankara, in Turchia. Venerdì sera Hegseth aveva annunciato che non avrebbe partecipato alla cerimonia internazionale di commemorazione del pomeriggio di ieri a Langrune-sur-Mer, preferendo salutare a Colleville i 9.387 militari americani morti 82 anni fa.
Nel Nord della Francia il capo del Pentagono si è presentato con la moglie e i sei figli, ciò che ha provocato aspre polemiche negli States. Lo staff di Hegseth ha fatto sapere che le spese di viaggio dei familiari saranno interamente a suo carico, ma non è chiaro se questo esborso riguarderà anche i costi aggiuntivi per garantire la sicurezza ai suoi familiari in un momento di rischi aumentati a causa del conflitto con l’Iran. «Il segretario Hegseth segue tutte le regole etiche, regolamenti e linee guida alla lettera», che parla di «standard rigorosi per assicurare che i soldi dei contribuenti siano protetti mentre gli alti funzionari svolgono i loro compiti ufficiali».

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Le vite senza valore nelle guerre infinite

Le guerre sono tutte brutte, drammatiche. Ma quelle a cui stiamo assistendo ora, attoniti, si ispirano alle pagine più nere della Storia dell'umanità. Si ha la sensazione che i responsabili ignorino i costi in vite umane e i danni alla popolazione civile. È come se avessimo superato il punto di non ritorno, ci fossimo assuefatti alle tragedie quotidiane che vediamo in tv o di cui leggiamo sui giornali: l'indifferenza nei confronti del male. Altrimenti come potremmo spiegare le parole di Vladimir Putin a San Pietroburgo: nella sua logica il conflitto potrebbe anche non aver fine, potrebbe durare all'infinito, lo spreco di vite è rimosso, più di un milione di morti hanno lo stesso effetto di un centinaio, quello che conta è solo quella manciata di chilometri quadrati del Donbass che manca all'appello. Senza quelli nella mente dello Zar la guerra potrebbe durare in eterno.

Anche Benjamin Netanyahu ha fatto un salto di qualità. Sicuramente l'efferatezza dei crimini del 7 ottobre ha cambiato, ed è comprensibile, la mentalità del governo di Tel Aviv. La teoria sulla «gestione del conflitto» con il mondo arabo di Netanyahu secondo i suoi detrattori si è trasformata in una sorta di filosofia della «guerra permanente». Vero o falso che sia se sommiamo i morti di Gaza, con quelli di Teheran e ora con quelli di Beirut sfioriamo la cifra di centomila. E non c'è ancora un segnale concreto che il conflitto si fermi: la tela che Donald Trump tesse di giorno, il primo ministro israeliano la disfa di notte. E pensare che l'esercito israeliano era famoso per la sua guerra lampo, quella con cui in sei giorni nel giugno del 1967 distrusse la Lega Araba. Altri tempi: all'epoca l'obiettivo era annientare un esercito, ora un popolo.

Non parliamo poi dell'Iran, un Paese in cui negli ultimi venti anni sono state eseguite più di ventimila condanne a morte e negli 8 anni di guerra con l'Iraq di Saddam sono stati sacrificate un milione di persone. È il particolare che non ha calcolato Trump: quando si tratta di guerre condotte da autocrazie, teocrazie o che abbiano in un modo o nell'altro uno sfondo religioso la vita conta poco. L'importanza che si dà al numero dei morti è relativa rispetto

al perseguimento dell'obiettivo. Si tratti di territori, di supremazia o di fede. E la durata del conflitto è ancor più insignificante. La guerra rischia di non avere un inizio e una fine ma di diventare «cronica». Non siamo alla guerra dei cento anni che insanguinò secoli fa il Vecchio Continente, ma abbiamo già superato il primo e il secondo conflitto mondiale.

Per alcuni versi sul piano umano sono anche peggio: perché di quelle guerre i nostri antenati avevano sentori lontani, mentre noi ora le guardiamo in diretta. E visto che non possiamo fermarle rischiamo di abituarci. In più ci rendiamo drammaticamente conto che le vite contano più in Europa o in America, cioè nelle vecchie democrazie che in altre parti del mondo. Da noi il bilancio dei morti fa ancora fermare una guerra: il Congresso americano sta insorgendo contro Trump. Non siamo ancora rassegnati e vale la pena di difendere e tenerci stretti questi valori.

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Il capo degli 007 tedeschi: "Islamisti infiltrati nelle istituzioni"

Le infiltrazioni islamiste in politica sono una minaccia concreta e incombente. Anche la Germania si sveglia ed è il capo dell'intelligence a dare la scossa, direttamente al Bundestag, il parlamento federale.

A rivelarlo, un articolo esclusivo della Bild, il tabloid più letto dai tedeschi, che ha raccontato i dettagli di un incontro a porte chiuse, e con un ristretto numero di partecipanti, nel corso del quale il presidente di questo apparato, Sinan Selen ha messo in guardia gli interlocutori sulla penetrazione dei Fratelli musulmani nelle istituzioni.

I membri della Confraternita islamista, secondo quando rivelato, cercano di infiltrarsi nei partiti per trasformare lo Stato e la società, con una strategia paziente e a lungo termine. "Il capo dell'intelligence interna - si legge nel titolo - mette in guardia contro l'infiltrazione di islamisti". Di "colazione al Bundestag a porte chiuse" parla Bild: "Solo a pochi ospiti selezionati - dice - è stato permesso di ascoltare l'avvertimento al Bundestag: le organizzazioni islamiste vogliono infiltrarsi nelle istituzioni tedesche per influenzare la politica. Secondo le informazioni ottenute da Bild, Sinan Selen, presidente dell'Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV), ha lanciato questo avvertimento". "I presenti sono rimasti sorpresi dalla franchezza di Selen e ciò che Bild ha appreso sul discorso del capo del BfV è estremamente preoccupante".

Sinan Selen, 54 anni, dal 2025 è presidente dell'Ufficio federale di protezione della Costituzione, servizio di intelligence interno tedesco, che tre le altre cose monitora le organizzazioni capaci di minacciare la costituzione liberaldemocratica.

L'allarme sui rischi corsi dalla democrazia tedesca, molto simile a quello già lanciato con grande enfasi anche in Francia (dove una commissione d'inchiesta sul fenomeno si è formata di recente) sottolineano la particolare esposizione di organizzazioni sociali e partiti della sinistra.

Queste rivelazioni su una strategia tesa a modificare i processi decisionali politici hanno comprensibilmente suscitato notevole apprensione anche nel mondo ebraico. Sul Jüdische Allgemeine - la più importante rivista di cultura ebraica in Germania - si legge che, secondo quanto riportato dalla "Bild" sulle trame dei Fratelli musulmani, "non si tratta di azioni a breve termine, bensì di strategie a lungo termine volte a modificare gradualmente i processi decisionali sociali e politici". "Sebbene queste organizzazioni non ricorrano alla violenza aperta - si legge - perseguono costantemente i loro obiettivi attraverso contatti politici, influenza sociale e lo sviluppo di solide relazioni all'interno delle istituzioni. "L'avvertimento afferma che questi gruppi operano formalmente entro i limiti della legge, ma solo finché la legge non è in contraddizione con le loro convinzioni religiose e politiche. "L'obiettivo finale - questa l'analisi - è un ordine sociale basato su norme islamiste". E "secondo il rapporto di Bild, gli ambienti della sicurezza vedono un pericolo particolare nel fatto che tali reti vengano sottovalutate a causa di una scarsa consapevolezza o di un malinteso senso di tolleranza".

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Droni su San Pietroburgo. "Sono le nostre sanzioni"

Nella sua lettera a Putin, Zelensky lo aveva detto chiaramente: "Incontriamoci faccia a faccia, finiamo la guerra. Altrimenti ti abbiamo già dimostrato quanto e come possiamo colpire". E all'ennesimo rifiuto dello Zar, quanto detto dal leader ucraino è diventato realtà. Ottantasei droni sono stati lanciati contro San Pietroburgo, una decina su Mosca e alcuni su Krasnodar, dove un deposito di carburante brucia senza sosta da ore. L'attacco sulle principali città russe non ha causato conseguenze gravissime, alcuni danni e qualche persona ferita, ma è una risposta forte, oltre che un affronto, all'intransigenza di Putin. "Esorto i residenti di San Pietroburgo a rimanere a casa e a non uscire", è stato costretto a dire il governatore della città, al secondo attacco in pochi giorni dopo che mercoledì, giorno del via del Forum Economico Internazionale, erano stati colpiti un impianto petrolifero e una postazione militare.

"È arrivato il momento di porre fine a questa guerra. Ma il capo della Russia vuole continuare a combattere. Ecco perché le sanzioni ucraine contro questa aggressione stanno funzionando", ha detto Zelensky. "La scorsa notte, i nostri droni hanno percorso circa 1.000 chilometri fino alla regione di San Pietroburgo, verso gli arsenali della marina nemica e una base a Kronstadt. I nostri attacchi a lungo raggio hanno raggiunto anche circa 500 chilometri nella regione del Krasnodar, colpendo un deposito di petrolio", ha spiegato, aggiungendo ancora una volta che "la Russia deve porre fine alla sua guerra e fermare i suoi attacchi alla vita. Qualsiasi manifestazione di ingiustizia contro l'Ucraina riceverà una adeguata risposta". Se non vuoi la pace, preparati alla guerra in casa tua, in sintesi, il messaggio di Kiev a Putin che continua con i suoi attacchi su obiettivi civili ucraini (anche ieri 12 le vittime) e sembra, almeno ufficialmente, voler chiudere a ogni negoziato.

"La Russia non intende rinunciare agli obbiettivi dichiarati all'inizio dell'operazione militare speciale", ha ribadito il portavoce del Cremlino Peskov, tornando poi a parlare di un dialogo impossibile per Mosca, dato che al momento la realtà del campo è sfavorevole e il Cremlino non ha intenzione di trattare in queste posizioni, nonostante oltre quattro anni di conflitto che hanno fatto implodere l'economia e crescere il malcontento interno. "Ci vogliono due persone per ballare il tango, ma gli Stati Uniti non sono ancora disposti a questo - ha detto - quando gli americani saranno pronti per un autentico ripristino delle relazioni, risponderemo di conseguenza". Ma al momento, dopo mesi di attivismo, Trump ha risposto picche. Prima l'elogio dell'ipotesi di dialogo e poi, dopo il rifiuto di Putin, la presa di distanza. "Lasciamo che se la sbrighino tra loro", ha detto il tycoon che, di fatto, ha messo lo Zar spalle al muro. Perché se anche uno dei falchi più vicini allo Zar, il politologo Vasily Kashin, spiega che la situazione del conflitto è in stallo e che gli obiettivi della Russia sono ormai irraggiungibili, significa che anche all'interno del "cerchio magico" dello Zar, qualcosa si sta muovendo. Tra minacce, accuse, giustificazioni strampalate e schiere di "yesman" prostrati, si fa spazio anche un malumore crescente per una situazione ormai difficilissima da gestire per chi pensava di prendere Kiev in tre giorni e che ora rischia di essere isolato e senza via d'uscita. Se Kiev non vede l'ora di farla finita, Chiudere il conflitto senza perdere completamente la faccia sembra l'unica via d'uscita plausibile per Putin. Prima che la guerra, quella che ha voluto, non gli esploda davvero tra le mani. Anche in casa propria.

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Altri raid incrociati. Teheran pretende 24 miliardi congelati. "Israele spia gli Usa"

Gli Usa tornano ad attaccare l'Iran a scopo "difensivo", colpendo postazioni radar di sorveglianza costiera, e la Repubblica islamica risponde prendendo di mira "basi nemiche" nel Golfo. Sul fronte dei negoziati non si sblocca lo stallo, e nonostante il cessate il fuoco teoricamente in vigore, Washington e Teheran lanciano nuovi raid nella notte tra venerdì e sabato: il Comando Centrale degli Stati Uniti fa sapere che dopo aver "abbattuto quattro droni lanciati verso lo Stretto di Hormuz, i quali costituivano una minaccia immediata per il traffico marittimo nella regione", ha bombardato installazioni radar a Goruk e sull'isola di Qeshm per "legittima difesa".

L'Iran, da parte sua, ha condotto nuovi attacchi aerei contro Bahrein e Kuwait, condannando il blitz notturno statunitense che rappresenta una "flagrante" violazione della tregua. Per il ministero degli Esteri si è trattato di un attacco "alla sovranità nazionale e all'integrità territoriale della Repubblica islamica", oltre che un "comportamento ostile e provocatorio". Inoltre, ha esortato i Paesi della regione a smettere di offrire il proprio territorio e le proprie infrastrutture agli Stati Uniti. Kuwait e Bahrein hanno invece denunciato gli attacchi, così come i vicini del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar).

E il Centcom ha fatto sapere che sei dei missili balistici sparati verso Kuwait e Bahrein sono stati abbattuti, mentre il settimo non ha raggiunto l'obiettivo prefissato. Secondo Donald Trump, i leader iraniani non hanno ancora concluso un accordo con gli Usa per porre fine al conflitto in corso perché sono "forti e orgogliosi", ma alla fine "non hanno altra scelta" se non quella di trovare un'intesa, anche se "ci vuole un po' di tempo". Obiettivo le scorte di uranio.

Il presidente americano ha anche postato su Truth un video realizzato con l'intelligenza artificiale che mostra navi della marina iraniana affondate e sommerse dall'acqua. Poco prima, in un'intervista a Nbc News, ha ribadito che gli Stati Uniti hanno "distrutto completamente l'esercito" di Teheran. "La maggior parte delle fabbriche di droni è stata neutralizzata, la maggior parte delle rampe di lancio è stata neutralizzata e la maggior parte delle aree di produzione di missili è stata neutralizzata", ha aggiunto.

Ma la Casa Bianca si deve guardare anche dall'alleato. Innalzato al massimo il livello di allerta anti-spionaggio nei confronti di Israele, a caccia di informazioni riservate su Witkoff. Tre funzionari spiegano a Nbc News che la mossa è arrivata dopo che la defense intelligence agency del Pentagono ha notato un'intensificarsi delle attività, in un contesto di crescenti tensioni tra Israele e gli Stati Uniti sulla strada da seguire nella guerra contro Teheran e dopo il durissimo scontro Trump-Netanyahu.

Per l'Iran, invece, un potenziale accordo di pace dipende dalla disponibilità dell'amministrazione Usa a sbloccare 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. Mohsen Rezaei, consigliere militare della guida suprema Mojtaba Khamenei, ha detto alla Cnn che "i negoziati sono in una fase di stallo e Trump deve sbloccare questa situazione. La palla è nel suo campo". Secondo quanto riferito, l'Iran avrebbe chiesto lo sblocco di 12 miliardi di dollari di fondi congelati non appena verrà firmato un memorandum provvisorio con Washington, e di altri 12 miliardi in una fase successiva.

Intanto, il ministro dell'Interno pachistano Mohsin Naqvi è atteso a Teheran. Come ha riportato l'Irna, Naqvi ha avuto colloqui con il suo omologo iraniano Eskandar Momeni giovedì e venerdì in Kirghizistan e si era già recato nella capitale della Repubblica islamica tra aprile e maggio per scambiare le proposte delle due parti.

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Bombe israeliane nel Sud. Ucciso un generale libanese

L'esercito israeliano e Hezbollah continuano a scambiarsi colpi, nonostante la tregua negoziata tra lo Stato ebraico e il Libano a Washington. E ieri a finire sotto il fuoco sono state anche le truppe regolari di Beirut. I raid aerei di Tel Aviv, in particolare contro un veicolo sulla strada che collega Nabatieh con la cittadina di Marjayoun, hanno ucciso un generale di brigata, un capitano e un altro soldato. L'Idf ha affermato di aver preso di mira il mezzo dopo aver identificato quella che ha descritto come una minaccia per le proprie forze e aver ricevuto indicazioni che Hezbollah si stava preparando a sparare contro le truppe israeliane. Tsahal ha fatto sapere che l'incidente è sotto esame. Intanto il Partito di Dio ha continuato a lanciare droni contro i soldati e le comunità israeliane lungo il confine settentrionale. Ma subito sono partite le reazioni. Il presidente libanese Joseph Aoun ha condannato il bombardamento di Tel Aviv, definendolo una flagrante violazione della sovranità del paese e del diritto internazionale.

L'esercito di Beirut si è in gran parte tenuto fuori dalle ostilità e non ha preso parte ai combattimenti. Il Partito di Dio, gruppo filo-iraniano, ha pure espresso la sua disapprovazione per l'attacco. "Non è stato un errore, come sostenuto da Tel Aviv, bensì un crimine deliberato e premeditato", ha tuonato. L'accaduto è "una conseguenza naturale della mancanza di considerazione delle autorità per la sovranità del paese nonché delle sue concessioni gratuite", ha proseguito. "L'ultima di queste concessioni è stata la loro completa resa alle condizioni del nemico a Washington, il che lo incoraggia a violare il sangue del nostro popolo e il nostro esercito con impunità". Nel frattempo, anche un altro raid aereo sul villaggio meridionale di Saksakiyah ha ucciso sei persone e ne ha ferite quattro. Le ostilità tra Israele e Hezbollah si sono riaccese il 2 marzo, quando il gruppo sciita ha lanciato razzi e droni contro lo Stato ebraico, sostenendo che fossero in rappresaglia per l'uccisione della Guida Suprema all'inizio della guerra israelo-americana contro l'Iran. Il conflitto ha causato migliaia di morti in Libano e lo sfollamento di oltre un milione di persone. Il governo di Beirut ha risposto vietando le attività militari di Hezbollah e ha sostenuto gli sforzi degli Stati Uniti per garantire un cessate il fuoco duraturo, il ritiro israeliano dal sud e affrontare la questione delle armi di Hezbollah.

La milizia filo-iraniana ha rigettato le proposte che vincolano lo stop della guerra al suo disarmo, e sostiene che Israele deve prima interrompere gli attacchi e rimuovere le sue forze. Ma la vicenda è ancora più complessa, ci sono diversi attori in gioco. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha respinto le dichiarazioni rilasciate venerdì da Aoun, il quale aveva accusato Teheran di usare il Libano come "merce di scambio" nei negoziati con gli Stati Uniti. Araghchi ha invece esortato lo stesso presidente libanese a "salvare il Libano dal suo vero nemico".

Intanto c'è indignazione per l'uccisione di bimbo palestinese di sette mesi colpito da un soldato dell'Idf a Hebron, in Cisgiordania. Il bambino era in braccio alla madre nell'auto guidata dal padre che si è regolarmente fermata al checkpoint ma comunque oggetto dell'attacco. A Gaza invece, in due diversi raid dell'Idf sette persone sono state uccise e 15 ferite.

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L'Iran parte per i Mondiali, sgarbo americano sui visti

C'era una volta Lione, estate del 1998. Una serata che sembrava scritta da un diplomatico con il cuore di un tifoso. Iran e Stati Uniti, nemici sulla carta geografica e nelle cancellerie, si presentarono davanti allo stesso pallone. Non era la pace, ma qualcosa che le assomigliava. Sullo sfondo c'erano i segnali di una stagione diversa: la segretaria di Stato americana Madeleine Albright parlava di disgelo, il ministro degli Esteri iraniano Kamal Kharazi accompagnava un'apparente stagione del dialogo, mentre sulla panchina della nazionale persiana sedeva Jalal Talebi, iraniano residente in California, figura che da sola raccontava un mondo meno rigido di quello odierno. Vinse l'Iran, 2-1. Ma il risultato fu quasi un dettaglio.

Ventotto anni dopo, il paesaggio è cambiato, con un conflitto in corso. I Mondiali del 2026 riportano la questione iraniana al centro della scena. E ancora una volta il pallone si trova schiacciato tra diplomazia, diffidenze e rapporti internazionali. Sembrava che il nodo fosse stato sciolto quando le autorità statunitensi avevano autorizzato l'ingresso dei giocatori e dello staff tecnico, attesa per le gare del girone tra Los Angeles e Seattle. Ma la vicenda si è presto complicata. Secondo quanto denunciato da Teheran, a una parte significativa della delegazione è stato negato il visto d'ingresso. Tra gli esclusi figura anche Mehdi Taj, presidente della federcalcio, insieme a dirigenti, consulenti tecnici e membri dello staff. Una decisione che ha provocato una reazione durissima da parte delle autorità iraniane. La leadership di Teheran parla di "trattamento deliberato e discriminatorio", e accusa Washington di aver colpito figure che fanno parte integrante di qualsiasi spedizione mondiale.

La questione va oltre il semplice aspetto burocratico. Lo dimostra una scelta simbolica e concreta allo stesso tempo: l'Iran ha rinunciato al ritiro inizialmente previsto in Arizona e ha trasferito il proprio quartier generale a Tijuana, in Messico. Una decisione maturata sia per le difficoltà legate ai visti sia per ridurre al minimo indispensabile la permanenza sul territorio statunitense. La nazionale entrerà negli Stati Uniti soltanto per disputare le partite e poi tornerà oltre confine. Problemi anche per l'Iraq: il capitano Aymen Hussein è stato interrogato per 7 ore al suo arrivo a Chicago, prima di poter raggiungere i compagni. Mentre il fotografo ufficiale, Talal Salah, è stato respinto e rimandato in patria.

Il calcio continua a promettere neutralità. Ma da sempre è una promessa difficile da mantenere. Le nazionali non viaggiano mai da sole: si portano dietro governi, conflitti, paure, speranze e memorie. Anche per questo la distanza che separa Lione da Tijuana sembra molto più lunga dei 28 anni che la cronologia registra. Allora c'erano i fiori, oggi gli uffici consolari.

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Migranti, Usa avvisano Ue: "Spiagge invase da ideologie pericolose"

L’Europa Occidentale ha un problema di immigrazione irregolare e questo è un dato di fatto inconfutabile. Per troppi anni le politiche buoniste hanno permesso che in Europa entrasse, e permanesse, chiunque, causando enormi danni al tessuto sociale. Solo di recente i Paesi dell’Unione si sono resi conto che quel sistema non è sostenibile e non lo è mai stato, cercando di porre rimedio a quanto fatto. Questo è coinciso con l’arrivo di Giorgia Meloni e di un governo di centrodestra a Palazzo Chigi, che è stato capace di riportare il tema dell’immigrazione al centro dell’agenda europea, anche se non sarà un percorso semplice e, soprattutto, rapido.

Nasce da qui la critica di Peter Hegseth, segretario americano alla Difesa, che oggi ha tenuto un discorso a Colleville-sur-Mer (nord della Francia) in occasione delle celebrazioni per lo Sbarco in Normandia. Ha messo a paragone lo storico evento che vide protagonisti i soldati americani al fatto che “oggi diverse spiagge europee sono prese d'assalto da varie ideologie pericolose: sulle spiagge della Spagna, dell'Italia, della Grecia e della Bulgaria, arrivano barche e uomini”. Quindi, ha proposto una domanda retorica: “Le capitali europee agiranno contro questa invasione o è già troppo tardi?”. Una domanda che resta sospesa ma che tanti europei si sono già posti, dandosi anche delle risposte. Se ancora c’è tempo, questo è molto poco ed è per questo che l’Europa ha approntato il Patto di migrazione e asilo per agevolare le espulsioni e i rimpatri.

Dalle spiagge della Normandia, quindi, Hegseth è tornato sulle polemiche legate alla Nato, dichiarando che “gli Stati Uniti devono mostrare la strada, e lo faremo, ma i nostri alleati devono essere al nostro fianco”. Il segretario alla Difesa ha affermato anche che “l'unica garanzia della pace è la forza” ma non ha fatto alcun cenno al conflitto in corso in Iran o in tutti gli altri scenari di guerra che sono aperti nel mondo. “Gli uomini sepolti qui hanno combattuto in un'alleanza in cui ogni partner ha portato la propria piena capacità, coraggio e sacrificio. Non slogan vuoti, non summit nel lusso, non comunicati”, ha proseguito, parlando di fronte alle croci dei 9.387 militari americani morti nello sbarco in Normandia.

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Fondali, cavi e gasdotti: il modello Italia contro la guerra ibrida sottomarina

Al 23esimo forum internazionale “Shangri-La” dell'Istituto Internazionale di Studi Strategici (IISS) a Singapore, tenutosi tra il 29 e il 31 maggio, è stato presentato il documento “Guiding Principles for Underwater Infrastructure Defence Exchanges” (Guide) approvato da 17 Paesi con interessi comuni nella sicurezza delle infrastrutture sottomarine critiche che rappresenta un accordo su principi condivisi e potenziali aree di collaborazione tra gli enti di difesa per rafforzarne la sicurezza.

Il documento è stato sottoscritto da Australia, Brunei, Estonia, Finlandia, Francia, Italia, Lettonia, Lituania, Malesia, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Filippine, Qatar, Singapore, Svezia, Thailandia e Regno Unito. Il Ministero della Difesa di Singapore ha sottolineato in una nota come “la natura interregionale del documento Guide riflette la volontà dei paesi di collaborare su sfide di sicurezza comuni che trascendono le aree geografiche. Il documento è un esempio di come la geografia non rappresenti una barriera e di come i paesi possano collaborare in gruppi flessibili e tematici per definire regole e norme in ambiti emergenti”. Il ministro della Difesa di Singapore ha aggiunto che “oggi, le vie navigabili non sono solo vie di comunicazione per i nostri scambi commerciali, ma sotto la superficie dell'acqua si trovano anche infrastrutture sottomarine cruciali che collegano la nostra rete energetica e quella delle telecomunicazioni”.

Contrasto alla guerra ibrida sottomarina

Com'è noto, le infrastrutture sottomarine come cavi di comunicazione e linee di trasporto di idrocarburi, sono fondamentali per la sicurezza di un Paese e sono esposte a minacce crescenti di interruzioni casuali o deliberate nel contesto delle azioni nella “zona grigia dei conflitti”.

Il taglio di cavi sottomarini di comunicazione è diventato più frequente in alcune zone del globo, provocando disagi che possono diventare dirompenti qualora queste troncature dovessero diventare sistematiche e concomitanti. La protezione delle infrastrutture sottomarine – comprese quelle per l'estrazione di idrocarburi – diventa quindi fondamentale in un mondo sempre più soggetto a questo tipo di minaccia di difficile attribuzione.

Il documento Guide ha fissato alcuni punti molto importanti di azione per la protezione delle infrastrutture sottomarine: l'importanza del coordinamento e della cooperazione tra le diverse parti interessate come i governi e le autorità nazionali competenti degli Stati costieri e degli Stati utilizzatori dei cavi; l'industria privata, come gli operatori di cavi e condotte sottomarine, le parti interessate del settore marittimo; nonché organizzazioni internazionali e non governative come le Nazioni Unite.

Si è certificata anche l'importanza del dialogo col mondo accademico e degli esperti di settore, nonché l'integrazione civile-militare per sviluppare e operare sistemi di controllo e difesa, sempre nel rispetto delle specifiche strutture nazionali e della divisione delle responsabilità all'interno di ciascun Paese, con le autorità civili e gli operatori privati che hanno la responsabilità primaria della progettazione, regolamentazione, costruzione e riparazione delle infrastrutture. Guide ha anche stabilito l’avvio, tra i Paesi aderenti, di un dialogo strutturato e di scambi di esperienze e soluzioni.

L’ispirazione arriva dall’Italia

In buona sostanza, l'accordo ha ripreso l'architettura italiana per lo sviluppo e difesa delle infrastrutture sottomarine che vede nel Polo Nazionale della dimensione Subacquea (Pns) il suo centro principale.

Il nostro Paese, con la legge 9/2026, ha stabilito il contesto giuridico/operativo per inaugurare una robusta architettura interagenzia, alle dipendenze della presidenza del Consiglio, incentrata sulla nascente Agenzia per la sicurezza subacquea (Asas) e sul Pns, che è attivo a La Spezia dal 2023. Questa architettura ha sostanzialmente fornito ispirazione per molti dei principi del Guide: l’Asas, ad esempio, è incaricata di “promuove accordi internazionali… con istituzioni, enti e organismi di altri Paesi”.

Anche l'attenzione data alla cooperazione tra mondo militare, dell'industria e dell'accademia indicata nel Guide è uno dei principi cardine del modus operandi del Pns, dove i tre ambienti nazionali lavorano a stretto contatto. Il Polo è quindi un incubatore di idee, in grado di aggregare e capitalizzare le competenze del mondo accademico, della ricerca e industriale, con un impianto da hub strategico per sviluppare mezzi e competenze per esplorare, conoscere, difendere e valorizzare il mondo subacqueo in modo sostenibile e consapevole.

Per capire quanto il modello italiano sia stato preso a ispirazione, nelle linee guida del Guide si può leggere la volontà di “condividere le migliori pratiche e le conoscenze tecniche attraverso l'organizzazione di scambi di esperti in materia di sicurezza delle informazioni delle infrastrutture sottomarine strategiche tra gli Stati e con le agenzie civili, ad esempio tramite workshop, nonché integrando elementi sulla sicurezza delle informazioni nelle attività multilaterali”. L'enfasi è stata data soprattutto alla cooperazione internazionale, per varare una rete sovranazionale di esperti di settore che possa scambiare punti di contatto e condividere informazioni al fine di facilitare gli impegni intraregionali e migliorare la potenziale risposta a incidenti e crisi relative alla sicurezza delle infrastrutture, qualora se ne presentasse la necessità.

Questo nuovo partenariato internazionale, potenzialmente, amplierà il raggio d'azione “accademico” del Pns tramite gli scambi coi Paesi firmatari, e permetterà anche alla Marina Militare italiana di lavorare a più stretto contatto con quelle dei Paesi sottoscrittori nell'ambito underwater, facendo tesoro delle esperienze maturate ma soprattutto individuando nuovi scenari operativi e relative criticità, con un occhi attento al futuro della seabed warfare.

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L'Armenia tra Unione e Russia. Sfida Pashinyan-Karapetyan (con l'endorsement di Trump)

Tra Europa e Russia, tra il peso della storia e l'incertezza del futuro. Domani gli armeni si recheranno alle urne per un voto che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Caucaso meridionale. In gioco non c'è soltanto la maggioranza parlamentare, ma la collocazione geopolitica di un Paese che da anni vive sospeso tra l'eredità sovietica e la tentazione occidentale. Dopo oltre trent'anni di dipendenza politica, economica e militare da Mosca, Erevan si trova infatti davanti a una scelta che molti osservatori descrivono come storica: proseguire il percorso di avvicinamento all'Occidente avviato dal premier Nikol Pasinyan oppure tornare nell'orbita russa sostenuta da una parte consistente delle opposizioni. Il voto assume i contorni di un referendum sulla leadership di Pasinyan, al potere dal 2018 dopo la «rivoluzione di velluto» che pose fine al lungo dominio delle élite post-sovietiche. Il premier ha puntato sulla lotta alla corruzione, sul rafforzamento delle istituzioni e su una progressiva emancipazione da Mosca. La svolta è arrivata dopo la sconfitta nel Nagorno Karabakh e l'offensiva azera del 2023, vissute da molti armeni come la prova dell'inaffidabilità russa. Da allora Erevan ha raffreddato i rapporti con il Cremlino, intensificato

quelli con Bruxelles, Usa e rilanciato il dialogo con Azerbaigian e Turchia.

È questa la linea che oggi divide l'Armenia: da un lato il partito di governo, che vede nella pace con Azerbaigian e Turchia e nell'apertura all'Occidente la chiave per il futuro del Paese; dall'altro le opposizioni, che accusano Pasinyan di aver concesso troppo a Baku e di aver compromesso il rapporto con Mosca senza ottenere sufficienti garanzie di sicurezza.

La campagna elettorale è stata segnata dallo scontro tra Russia e Occidente. Nelle ultime settimane Mosca, attraverso il ministro degli Esteri Lavrov, ha aumentato la pressione su Erevan con minacce economiche e avvertimenti politici, arrivando persino a evocare il precedente ucraino. Dichiarazioni interpretate come tentativo di influenzare il voto. Pasinyan si presenta come il garante della pace e della modernizzazione del Paese, puntando sull'avvicinamento all'Unione Europea, sul rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti e sulla trasformazione dell'Armenia in un hub strategico tra Europa e Asia.

I sondaggi indicano il premier favorito (preferenze fino al 42%), anche grazie a un'opposizione filorussa frammentata tra Armenia Forte di Samvel Karapetyan, l'Alleanza Armenia dell'ex presidente Robert Kocharyan e Armenia Prospera di Gagik Tsarukyan. A rafforzare la sua immagine internazionale è arrivato l'endorsement di Donald Trump, che lo ha definito «un amico e un grande leader» capace di condividere la sua «visione di pace e prosperità». Senza dimenticare che un accordo siglato con Vance durante una visita a Erevan quest'anno aprirebbe la strada alla costruzione di una centrale nucleare da parte di un'azienda Usa.

Gli scenari possibili sono tre. Il più probabile è una riconferma di Pasinyan con una maggioranza sufficiente a governare, che consoliderebbe l'avvicinamento all'Occidente. Più complessa una vittoria senza una maggioranza autosufficiente, che costringerebbe il premier a cercare alleati e renderebbe più difficile portare avanti le riforme necessarie agli accordi con Baku. Infine, un Parlamento frammentato e dominato da opposizioni divise potrebbe aprire una fase di instabilità, rallentando il riavvicinamento a Europa e Stati Uniti.

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"Corpi d'élite in Azerbaijan". Israele e la rete militare segreta

L' Azerbaijan è un Paese speciale: musulmano, sciita, è però un Paese laico, deciso a modernizzarsi, nazionalista, il cui presidente Ilham Aliyeh ha un ottimo rapporto con gli Stati Uniti e con Israele, mentre con l'Iran regna la reciproca diffidenza. La stampa internazionale ha reso noto ciò che era intuibile: i 700 chilometri di confine fra l'Azerbaijan e l'Iran sarebbero presidiati da alcuni siti clandestini del Mossad, parte di una rete diffusa nel Medioriente, da cui Israele potrebbe lanciare operazioni. Può servire nella guerra attuale, potrebbe avere aiutato nell'eliminazione di Rahman Moqadam il capo dell'arruolamento estero dei pasdaran.

I rapporti azeri con Israele sono attivi dalla caduta dell'Urss nel 1991, Israele fra i primi Paesi riconobbe il nuovo Stato, e fra i due si è sviluppato uno scambio prezioso, petrolio e energia dall'Azerbaijan e tecnologia, intelligence, armi da parte israeliana. Gideon Saar ha incontrato Aliyeh a Baku il 26 gennaio. Durante le guerre del Nagorno Karabak, gran parte della capacità militari azere erano israeliane. Il Paese è stato fra i primi acquirenti di Iron Dome; e mentre nel periodo di Biden il rapporto con gli Usa ha sofferto a causa dell'avvicinamento americano all'Armenia, con Trump si è ricostruito un asse parte di una nuova mappa geopolitica, un arco antiegemonia iraniana per l'alleanza con l'Occidente: gli Emirati dal 2020 sono il pilastro della vicenda, con la firma dei Patti di Abramo; Il Bahrain condivide la preoccupazione sull'Iran, la monarchia sunnita tiene a bada la maggioranza sciita; il Marocco ormai è un amico solido dell'Occidente contro la jihad; e poi i partner classici Egitto e Giordania, fra mille vicende alterne, tuttavia restano ancorati alla pace. L'Arabia Saudita alla fine dovrà approdare a un'alleanza occidentale. È concreta l'idea di Trump che molti Paesi islamici siano propensi ad appoggiarsi a Israele contro l'Iran e i suoi feroci proxy. L'Iran prevedeva l'accerchiamento di Israele, e invece la situazione, sempre problematica, è però molto modificata. Nel quadro anche l'alleanza con Somaliland, all'imboccatura sud del Mar Rosso, una delle principali rotte commerciali mondiali, proprio sulla faccia degli Houthi. Per Israele, dunque, oltre al rapporto con gli Usa ci sono cooperazioni strategiche che vanno al di là della difesa: la maggiore, quella con l'India di Narendra Modi che disegna l'Imec, India Middle East Europe Economic Corridor, annunciato nel 2023, che finalmente supera in prospettiva la Belt and Road cinese. Questa prospettiva, e non certo l'estromissione d'Israele coi i boicottaggi, disegna una vera pace.

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Caos Libano, anche Bibi ferma l'intesa

Continuano i raid israeliani in Libano, dopo che il leader di Hezbollah Naim Qassem ha definito l'accordo di Washington "una capitolazione e una sconfitta", e Benjamin Netanyahu non ha fatto votare l'ultima versione dell'intesa per il cessate il fuoco mediata dagli Usa. Secondo quanto riportato da Ynet, i ministri hanno criticato la tregua, il cui rinnovo è stato concordato dalle delegazioni israeliana e libanese durante un incontro a Washington mercoledì, e hanno chiesto che venisse sottoposto al voto del Gabinetto prima di accettarne le condizioni. Il premier invece, durante una riunione, ha spiegato che non metterà ai voti il documento finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini. "Al momento non c'è alcun accordo. Hezbollah si oppone, quindi non prenderò una decisione", ha detto Netanyahu, mentre continuano gli attacchi dello Stato ebraico in Libano, che hanno provocato 12 morti. Di questi, almeno sette persone sono rimaste uccise in blitz notturni sulla città di Tiro, nel sud.

Sul fronte iraniano, invece, il presidente Usa è tornato a parlare di un potenziale incontro con l'ayatollah Mojtaba Khamenei, che sarebbe "onorato" di vedere. "Se dovessimo raggiungere un accordo, è possibile che io lo incontri - ha detto Trump - Per me andrebbe bene". Un'ipotesi che è stata immediatamente respinta da Teheran. "Penso che dobbiamo essere realisti", ha commentato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sottolineando che peraltro al momento la Guida Suprema deve evitare "una presenza pubblica più significativa per ragioni di sicurezza". Subito dopo gli ha fatto eco il consigliere di Khamenei, Mohsen Rezaei, in un'intervista esclusiva alla Cnn, che lapidario ha detto: "Non accadrà".

Riguardo l'accordo, invece, un alto funzionario della Repubblica islamica ha detto che dipende dalla decisione o meno dell'amministrazione Usa di sbloccare 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, oltre ad avvertire che gli Stati Uniti "entrerebbero in un tunnel oscuro" qualora dovessero riprendere le ostilità. "I negoziati sono in una situazione di stallo e Trump deve sbloccarla - ha aggiunto Mohsen Rezaei - La palla è nel campo di Trump".

"Con l'Iran vinceremo comunque, o sulla carta o militarmente", ha ribadito invece The Donald, ricordando che tra le condizioni ci sono la riapertura dello stretto di Hormuz e la rinuncia all'arma nucleare. E "se l'Iran uccidesse soldati americani riprenderei gli attacchi. Mi sembrerebbe un'ottima ragione". Secondo la tv saudita Al Arabiya, Teheran ha informato il Pakistan di essere pronto a trasferire parte delle sue scorte di uranio a un paese terzo. Intanto l'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha affermato, in un rapporto riservato, che la mancanza di accesso per verificare il materiale nucleare in Iran rappresenta una "preoccupazione per la proliferazione", invitando la Repubblica islamica a "collaborare in modo costruttivo con l'agenzia". "Pur riconoscendo che gli attacchi militari contro le strutture e i siti nucleari iraniani hanno creato una situazione senza precedenti - ha proseguito l'Aiea - è fondamentale che l'agenzia conduca attività di verifica nel Paese senza indugio". Secondo quanto riferito da una fonte diplomatica, l'Aiea non ha rilevato attività presso siti nucleari strategici come Isfahan e Natanz dall'inizio del conflitto in Medioriente a fine febbraio, ma gli è stato negato l'accesso ad alcuni impianti chiave dal giugno dell'anno scorso, quando gli Usa hanno colpito diversi siti atomici.

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Putin strappa la lettera di Zelensky. Rabbia Kiev: "Ha scelto la guerra"

"Ora la palla è nel loro campo", dicono da Kiev dopo la lettera aperta di Zelensky a Putin. E da San Pietroburgo, lo Zar l'ha spedita per l'ennesima volta in tribuna. Altro che incontro, altro che apertura al dialogo o possibili spiragli di pace. "Non c'è motivo di incontrare Zelensky. La guerra finirà quando la Russia raggiungerà i suoi obiettivi" Non se ne parla nemmeno. Il "siamo pronti al dialogo" dei giorni scorsi era solo l'ennesimo bluff di uno Zar che, mai così in difficoltà, non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo del negoziato in condizione di difficoltà. Rischiando però di mettersi così in una posizione di ulteriore difficoltà.

C'era attesa per l'intervento di Putin al Forum economico di san Pietroburgo ma le speranze di un'apertura verso la fine della guerra sono andate disattese. Dopo la proposta di un incontro faccia a faccia per chiudere il conflitto, nel suo intervento il presidente russo ha proseguito con la consueta retorica. "Ho dato una rapida occhiata alla lettera di Zelensky contiene effettivamente elementi di maleducazione. È un modo per creare le condizioni per un incontro e per dei negoziati o per creare un contesto in cui qualsiasi incontro diventa impossibile? Credo sia la seconda opzione", ha detto dal palco. Aggiungendo poi che "Zelensky vuole solo cercare di fermare l'offensiva delle truppe russe sul terreno" e che "la Russia proseguirà le sue operazioni finché non verranno raggiunti tutti gli obiettivi". Punto e a capo. Dura e secca la controreplica di Zelensky: "Putin ha scelto, non vuole porre fine alla guerra".

Consapevole che solo ieri il presidente americano Donald Trump aveva lodato l'iniziativa di Zelensky sottoscrivendo l'idea di un incontro tra i due leader (e intestandosene il merito), Putin ha elogiato il tycoon dicendo che "il nostro rapporto si basa sul rispetto reciproco" e che se ci fosse stato lui al posto di Biden "il conflitto in Ucraina probabilmente non ci sarebbe stato". Ma adesso, lo Zar è all'angolo perché l'ennesima chiusura al dialogo non farà certo felice Trump. Oltre che l'Europa, che tra un vertice organizzato e la conferma del sostegno a Kiev, si schiera ancora una volta. "Nessuno desidera la pace più del popolo ucraino e del presidente Zelensky. Il contenuto della sua lettera, ha il nostro pieno sostegno", ha detto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. A San Pietroburgo Putin (che ha anche incontrato l'amico Schroeder che vorrebbe come mediatore) ha cercato di negare le ormai palesi difficoltà economiche della Russia dicendo che "sentiamo critiche da tutte le parti secondo cui tutto è crollato... Siamo scesi allo stesso livello di crescita che registrano i Paesi dell'Eurozona negli ultimi anni", ha detto, criticando le sanzioni dell'Occidente ("sono concorrenza sleale"), e la Ue ("le élite europee stanno provocando il caos") e lanciando poi un attacco diretto (non il primo) al nostro Paese dicendo che con altri Stati è "tra le peggiori realtà nell'Unione europea per debito pubblico".

La guerra, quindi, continua e segue l'ormai solito drammatico spartito. Mentre i droni ucraini minacciano basi militari e strutture energetiche in Russia, nella notte l'esercito di Mosca ha colpito ancora obiettivi civili, tra cui uno stabilimento di Kiev che produceva prodotti alimentari per bambini causando 4 vittime e diversi feriti. Attacchi in serie anche a Dnipro, nel Sumy dove è stata colpita una scuola, e nel Kherson dove un drone ha colpito un'ambulanza che era stata donata dall'Italia. Il video ha fatto rapidamente il giro del web.

Sull'altro fronte, mentre si è realizzato un altro scambio di prigionieri, un drone marino ucraino è esploso nel porto di Costanza, in Romania dove non ci sono stati feriti perché la marina ucraina ha prontamente avvertito le autorità rumene. "Una delle navi senza equipaggio della Marina ucraina ha perso il controllo a causa di un attacco di guerra elettronica nemica. Abbiamo fornito le informazioni necessarie alla Marina rumena al fine di prevenire vittime tra la popolazione civile", ha dichiarato la Marina ucraina confermando che il drone fosse ucraino e che sia stato fatto esplodere al largo e lontano da uomini, mezzi e infrastrutture. Un episodio che conferma come il rischio di incidente al di fuori del campo di battaglia resti comunque alto. In una guerra che sembrava potersi chiudere ma che dalle parti del Cremlino, evidentemente, vogliono continuare ancora a lungo.

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Economia frenata e l'ombra degli 007: lo Zar deve coprire i guai della Russia. E insiste sul piano firmato con Trump

La guerra costa. Ma produce solo perdite. A spiegarlo a Vladimir Putin ci ha pensato il ministro delle Finanze Anton Siluanov autore, a metà maggio, di un rapporto in cui si analizzano i buchi di un bilancio federale in cui i 213 miliardi di euro (17mila 600 miliardi di rubli) di spese superano di gran lunga i 141 miliardi (11mila700 miliardi di rubli) di entrate. Una differenza che fin qui nessuno osava mettere nero su bianco. Anche perché lo scorso autunno a Putin era stata presentata una relazione in cui si garantiva la tenuta dell'economia per almeno due anni, nonostante i costi bellici.

La previsione sorvolava su alcuni dettagli fondamentali. Il primo era la caduta dei prezzi del greggio risaliti solo con lo scoppio della guerra in Iran. L'altro era l'intensificazione delle sanzioni indirette Usa e il conseguente ridimensionamento degli acquisti di petrolio e gas russi sui mercati turchi, indiani e cinesi. Senza contare l'inaffidabilità dell'"alleato" di Pechino poco disponibile ad incrementare le quote di gas e petrolio acquistate sul mercato russo. Ma nelle previsioni presentate a Putin mancavano anche i buchi neri di bilancio, ovvero quei rivoli miliardari che nell'era del ministro della Difesa Sergej Shoigu e del suo vice Pavel Popov svanivano nel fiume incontrollato della corruzione. La condanna di Popov a 19 anni di galera, il trasferimento di Sergei Shoigu alla Segreteria del Consiglio di Sicurezza e le successive epurazioni non son bastate a tappare le falle della Difesa. Falle insopportabili in tempo di crisi. E tutto questo mentre i fondi europei utilizzati per l'acquisto sul mercato americano di sistemi di puntamento per missili e droni ad alta tecnologia garantiscono agli ucraini un doppio risultato.

Da una parte, come testimonia l'incursione sulla raffineria di San Pietroburgo, colpiscono in profondità il gigante russo. Dall'altra paralizzano il fronte trasformandolo in un zona grigia profonda dai 25 ai 30 chilometri in cui nessun mezzo e nessuna unità è in grado di avanzare. In tutto questo Putin fa i conti con il malcontento di una parte dell'opinione pubblica e di settori delle forze armate e dei servizi di sicurezza. Un malcontento che - a differenza di quanto si pensa in Europa - non auspica la fine alla guerra, ma bensì l'impegno a combatterla con maggior determinazione e l'impiego di ogni arma a disposizione. D'altra parte la fine delle ostilità senza la conquista totale del Donetsk, controllato oggi all'85% , e senza la firma di accordi che definiscano la zona d'influenza russa e quella della Nato in Europa, resta un'opzione inaccettabile per Vladimir Putin. Anche perchè gli impedirebbe di venir ricordato come il Presidente che riequilibrò i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica dopo la caduta dell'Urss. Ma non solo. Una vittoria mutilata lo costringerebbe a far i conti con il malcontento di 700mila volontari del fronte ucraino che guadagnano oggi circa 2400 euro al mese, ma tornerebbero a incassare meno della metà senza aver raggiunto il successo auspicato.

Tutte queste ragioni spingono Putin a rilanciare quegli accordi di Anchorage con Donald Trump che prevedevano l'annessione in toto di Donetsk e Lugansk, la fine delle sanzioni e la ripresa dei rapporti con gli Usa. Con un elemento in più. A mettere il silenziatore su quelle intese contribuì, la scorsa estate, la contrarietà dei paesi europei. Che il Cremlino non esitò a definire i peggiori nemici. Ora però qualcosa è cambiato anche su quel fronte. Non a caso il Presidente russo non esclude una mediazione gestita proprio in ambito Ue. Anche perché con la crisi del Golfo il petrolio russo è ridiventato una tentazione assai concreta. Soprattutto in Europa.

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Soldati allo stremo, caduti ed elezioni: Kiev può giocare la carta dell'Ue solo con una tregua che sia duratura

R.R., nome di battaglia Mazhor, è stato reclutato per il fronte di Zaporizhzhia nell'ottobre scorso a 49 anni. Dal 27 aprile risulta disperso nei combattimenti vicino alla località di Myrne. La sorella, che vive in Italia, sta disperatamente cercando sue notizie. Uno dei motivi che spinge il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, a trovare una via d'uscita negoziale al conflitto, è la drammatica mancanza di uomini da mandare al fronte. Oramai vengono mobilitati soldati sempre più anziani, che non ce la fanno a resistere e sopravvivere. Dall'inizio dell'invasione gli ucraini avrebbero perso 600mila uomini fra morti e feriti. Oggi l'età media in trincea supera i 40 anni. Ogni mese servono 30mila uomini, ma in tre anni e mezzo di guerra non si sarebbbero presentati alle armi in 235mila. Il risultato attuale, su un migliaio di chilometri di fronte, è che diverse unità hanno potenzialità e ranghi ridotti dal 25% al 35%. Il ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, sta attuando un piano accelerato di utilizzo massiccio di droni e mezzi robotizzati sul terreno, che vanno pure all'assalto delle trincee nemiche, per sopperire alla mancanza di personale in armi. Il serbatoio umano, raschiato fino in fondo, non è l'unico motivo che potrebbe spingere Zelensky a trattare con i russi. Nella stessa lettera, non tenera, inviata a Vladimir Putin sottolinea che secondo rapporti di intelligence il nuovo Zar sta valutando la possibilità di prolungare la guerra fino al 2027 e al 2028. Il Cremlino punterebbe a coinvolgere la Bielorussia per aprire di nuovo il fronte Nord, che sarebbe una mazzata per gli ucraini. Negli ultimi 20 mesi i russi sono avanzati in media di appena 75-100 metri al giorno perdendo, più o meno 650 uomini ogni 24 ore. Gli ucraini, però, non sono in grado di riprendere l'iniziativa come nel primo anno e mezzo di guerra quando hanno liberato, con le buone o le cattive, il 50% del territorio occupato dagli invasori. Mosca sta ammassando truppe per l'offensiva estiva, che solleva lo spettro, se non di una Caporetto, di perdite e difficoltà sempre maggiori nel difendere la linea del fronte nel Donbass.

Un altro aspetto di carattere politico, che consiglia Zelensky a trovare una via d'uscita, riguarda la sua popolarità e le future elezioni presidenziali. Il gradimento della popolazione non è più quello bulgaro dei primi anni di guerra, ma fra alti e bassi, conditi da scandali di corruzione, si mantiene attorno al 50%. Il logoramento del conflitto gioca a sfavore e a sfidare Zelensky in future elezioni presidenziali sta scaldando i muscoli l'ex comandate delle forze armate, il generale Valery Zaluzhny, spedito in esilio a Londra, come ambasciatore, proprio da Zelensky. Il presidente in carica sarebbe ancora avanti al primo turno, ma di poco e al ballottaggio potrebbe venire travolto dall'ufficiale considerato una leggenda.

Zelensky non subisce solo la pressione di Trump, ma anche gli alleati europei lo stanno spingendo verso il negoziato. Non a caso domenica il presidente si riunirà con i leader di Regno Unito, Francia e Germania, che hanno preparato un piano per uscire dalla guerra. Sul piatto ci sono pure i soldi: L'Unione europea ha garantito quest'anno a Kiev 90 miliardi di euro, teoricamente in prestito. Un flusso di denaro cruciale per tenere in piedi lo Stato ucraino, che non può continuare in eterno.

E Zelensky sa bene che il traguardo dell'Ucraina nella Ue, diventerà realtà non certo con un paese in guerra, ma solo con una tregua duratura se non sarà possibile parlare di pace con la P maiuscola.

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