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Perché Trump vuole far entrare gli americani nel capitale dei colossi IA

Elemento di comunanza di vedute apparente o reale convergenza di opinioni. Donald Trump e Bernie Sanders sembrano d’accordo su un punto: l’idea che una parte della ricchezza generata dall’Intelligenza artificiale debba tornare direttamente ai cittadini americani. Non attraverso un nuovo schema regolatorio, almeno per ora, ma con una partecipazione pubblica nelle grandi società del settore.

Secondo Axios, il presidente americano ha aperto alla possibilità che gli Stati Uniti acquisiscano una piccola quota nei giganti dell’IA, così da consentire alla popolazione di condividere il potenziale rialzo di aziende destinate, nelle attese degli investitori, a valutazioni nell’ordine dei trilioni di dollari. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha descritto il modello come una sorta di “partnership” tra le società tecnologiche e il pubblico americano. Una formula che richiama al tentativo di legare il consenso verso l’IA alla redistribuzione di una parte dei suoi benefici finanziari.

Già OpenAI, Anthropic e SpaceX sono da tempo al centro delle attese di Wall Street per possibili quotazioni o operazioni di mercato di grandi dimensioni. E l’amministrazione americana guarda alla possibilità di costruire un meccanismo attraverso cui i cittadini possano partecipare al valore creato dalle imprese che stanno guidando la corsa tecnologica. Ecco perché Trump ha detto che il suo team sonderà la possibilità di una partecipazione statunitense nelle aziende dell’AI, mentre la Casa Bianca continua a cercare un equilibrio tra sostegno industriale, controllo strategico e gestione degli effetti sociali della nuova tecnologia.

Le idee

Il tema arriva ma non nasce alla Casa Bianca. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha spinto negli ultimi mesi per un “AI New Deal”, portando l’idea anche nei colloqui con esponenti dell’amministrazione e del Congresso. E, sul versante politico opposto, Sanders ha rilanciato il dossier con la proposta – più radicale – di un fondo sovrano alimentato da una tassa una tantum del 50% sulle azioni delle principali società americane dell’intelligenza artificiale. Proposta che affonda le sue radici nell’idea che la ricchezza prodotta dall’AI non deriverebbe sì dal capitale privato, ma soprattutto dal sapere collettivo, dai dati e dalle infrastrutture sociali su cui i modelli sono stati costruiti. Per questo, sostiene Sanders, una quota rilevante dovrebbe tornare alla collettività.

L’Industria

L’industria, naturalmente, guarda a un’ipotesi molto meno onerosa. Secondo Axios, tra i sostenitori più pragmatici dell’idea si ragiona su quote comprese tra l’1% e il 5%, da conferire a un fondo pubblico o a uno schema analogo. Una differenza sostanziale rispetto al modello Sanders, ma sufficiente riconoscere che la legittimazione sociale dell’IA passerà anche dalla distribuzione dei suoi dividendi. Anche perché trasformare i cittadini in beneficiari diretti della crescita dell’IA  potrebbe diventare uno strumento di consenso. In poche parole, se gli americani parteciperanno al successo economico della tecnologia, saranno più inclini ad accettarla.

L’amministrazione Trump ha già sperimentato, in settori ritenuti critici, un approccio più interventista rispetto al tradizionale modello dei sussidi. L’accordo con Intel, che ha previsto un investimento pubblico in azioni ordinarie del gruppo, è stato presentato come parte della strategia per rafforzare la capacità americana nei semiconduttori. Applicare una logica simile all’intelligenza artificiale significherebbe spostare ulteriormente il confine tra politica industriale, sicurezza nazionale e mercato.

Washington guarda anche a Pechino. Trump ha legato la proposta alla necessità di mantenere il vantaggio americano sull’IA rispetto alla Cina. Una partecipazione pubblica nei campioni tecnologici nazionali potrebbe essere letta, in questa prospettiva, come un modo per consolidare l’ecosistema industriale statunitense e presentare la corsa all’intelligenza artificiale non solo come una competizione tra imprese, ma come un progetto nazionale.

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Se l’IA indebolisce il nostro arsenale intellettuale

Non sappiamo più fare a meno dell’IA?

Facendo un giro sui social – tra gli articoli stampati su carta di qualche raro (distratto) giornalista, tra le testate online e, in particolar modo, tra i post dei cosiddetti esperti su Linkedin – è ormai facile trovare contenuti scritti, in parte o interamente, per mano dell’intelligenza artificiale.

Sembra infatti sempre più raro, se non anacronistico, trovare chi, di fronte all’esigenza di essere rapidi, di coprire l’argomento nel minor tempo possibile, sia disposto a perdere minuti in più per scrivere di sana pianta, con le proprie parole e il proprio spirito critico, un post, un articolo, un’analisi o un ragionamento.

Che l’IA possa causare danni all’intelletto o ritardare lo sviluppo di funzioni cerebrali non è stato ancora scientificamente accertato; quello che certo è che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come alternativa al proprio lavoro intellettuale rappresenti, alla lunga, una forma di debito cognitivo capace di coinvolgere memoria, vocabolario e linguaggio, spirito critico e acume analitico.

Ma è solamente nostra responsabilità? La necessità di produrre contenuti, a discapito della qualità di questi, rappresenta senza dubbio un primo fattore che spinge chiunque debba scrivere un post, un’analisi o un articolo ad affidarsi alla rapidità dei nostri colleghi artificiali. Ma a che prezzo? Contenuti tutti più o meno simili, nei quali le capacità di reporting dei sistemi di intelligenza artificiale prevalgono sulle qualità intrinseche di chi svolge un lavoro intellettuale: il ragionamento, la capacità di unire i puntini, di riportare gli avvenimenti in una chiave di lettura differente, di caratterizzare i testi – dal post all’analisi geopolitica o politica – con il proprio bagaglio culturale, con la propria capacità di visione.

E così troviamo, anche nei post di coloro che solitamente tengono seminari, lezioni, conferenze sull’utilizzo dell’IA o sulla guerra cognitiva in corso, contenuti simili, nei quali è sempre presente uno “scenario o quadro più ampio”, nei quali “x non è solo x, ma anche y” e gli avvenimenti si collocano sempre più spesso “in un’epoca segnata da…”, o dove è facile leggere formule come “è proprio questo il punto”.

Le conseguenze

Oltre alla produzione di contenuti simili e mai davvero pienamente “propri”, occorre sottolineare due punti ai quali forse non si pone la giusta attenzione.

Primo: la dialettica hegeliana del servo-padrone. Siamo abituati ad adoperare questi strumenti come ausilio, come aiuto, con l’errata convinzione di poter essere sempre e comunque capaci di esercitare le nostre funzioni cognitive quanto e quando vogliamo. Peccato che non sia così. E man mano, utilizzo dopo utilizzo, diveniamo dipendenti dallo strumento che credevamo di governare, che nel frattempo plasma le nostre percezioni, prima, le nostre opinioni, poi. E quelle di chi legge.

Il debito cognitivo che causa l’eccessivo utilizzo dell’IA indebolisce, uso dopo uso, la nostra capacità di ragionare, di applicare coscienza storica e letture critiche, di cogliere l’eccezionalità di alcuni eventi o, semplicemente, di analizzarli per conto nostro. Ancora, l’eccessivo utilizzo di IA riduce la qualità e la durata della nostra attenzione. E, come ultimo e più importante, erode la conoscenza, selezionando le informazioni al nostro posto e impattando negativamente sul pensiero critico di studenti e professionisti.

Secondo: il conflitto cognitivo. Disinformazione e manipolazione delle percezioni sono, in quanto minacce ibride, “suscettibili di essere moltiplicate dall’evoluzione dello spazio cibernetico e dell’ambiente mediatico”. Se un modello linguistico (Llm) viene avvelenato con contenuti falsi o parzialmente corrotti o se l’IA seleziona una delle molte informazioni non veritiere presenti sul web, allora il contenuto da lei prodotto sarà, di conseguenza, viziato, manipolato.

E questo contenuto contribuirà a plasmare le percezioni di chi lo legge e di chi lo “scrive”, contribuendo all’inquinamento dell’ecosistema informativo e, ancora, impattando sulla capacità collettiva di difendersi dagli attacchi cognitivi ai quali siamo, tutti, quotidianamente sottoposti.

Senza ombra di dubbio gli strumenti dell’IA sono utili, a volte più che necessari, perché capaci di valutare una mastodontica mole di informazioni in pochi attimi o perché capaci di riassumere, scrivere, progettare video e immagini, il tutto quasi istantaneamente.

Ma è anche vero che delegare qualcuno o qualcosa, chiedendogli di pensare e scrivere al nostro posto, significa rinunciare a pensare con la propria testa, scegliendo la rapidità rispetto alla qualità e la comodità rispetto alla responsabilità.

Quale responsabilità? Quella di rispondere con la nostra testa alla disinformazione e agli attacchi cognitivi che ci circondano, rimanendo presenti, vigili, consapevoli. E rifiutandosi di svuotare l’unico arsenale che possiamo tutti avere, quello intellettuale.

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Intelligenza artificiale, chi ha il diritto di spegnere tutto? La riflessione di Piselli

Chi ha il diritto di “spegnere” tutto? Non un programma, non un server, ma una corsa intera, la corsa all’IA. Gli Stati, che sul progresso hanno sempre costruito la loro sovranità? Le imprese, che per definizione inseguono l’innovazione per profitto? O quel costrutto vago e indecifrabile che, banalizzando, chiamiamo popolo, e che non ha mai votato su nulla di tutto questo?

La questione non è retorica. Questa settimana Anthropic — il famoso AI lab che ha ideato Claude e che è oggi valutato vicino al trilione di dollari — ha chiesto al mondo di costruire un meccanismo per rallentare, o fermare, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale di frontiera.

Ma può il tecno-capitalismo rallentare? Può l’evoluzione umana rallentare? Chiedere alla tecnologia – che è nient’altro che uno specchio dell’umanità – di frenare è come chiedere all’acqua di non scorrere a valle: la tecnologia non ha un freno perché non è “altro” da noi. E l’uomo da sempre prende, conquista, si propaga, contamina — l’agente Smith di Matrix lo aveva reso con chiarezza: non una specie, ma un virus che si diffonde finché trova nutrimento. Il get big fast, e faster, importato qui per moda dai circoli della Silicon Valley come fosse legge di natura.

È vero, degli stop nella storia ci sono stati (Asilomar e Dna ricombinante, Omg e moratoria europea, nucleare in alcuni paesi etc), ma si è trattato di tecnologie a più bassa diffusione commerciale della IA.

C’è poi un dettaglio che vale la pena considerare. Lo stesso laboratorio che invoca un freno ammette che oggi più dell’80% del suo codice non lo scrive più l’uomo, ma la macchina; quella stessa macchina che è sempre più vicina al recursive self-improvement, all’Artificial General Intelligence. E chi invoca il freno è lo stesso che poi preme l’acceleratore verso la quotazione. Non è ipocrisia. È la prova che la tecnologia non (si) può frenare. E che persino chi grida “fermatevi” (oggi Marina Favaro e Jack Clark, ieri Elon Musk e persino papa Leone in Magnifica humanitas) lo fa a sua volta correndo o rin-correndo.

E abbiamo paura, a ragione. Non sapremo governare la transizione. Mestieri interi svaniranno, professioni che credevamo eterne si scopriranno fragili, e il lavoro cognitivo — in teoria — tenderà a un costo marginale pari a zero. Si annulleranno le occasioni di scambio, come quelle che avvenivano tra i devs nei corridoi delle grandi software house («mi aiuti a far girare questo script?») e che generavano un piccolo debito umano e un pizzico di conoscenza reciproca.

Ed è ben probabile che il mondo si spezzi in due: chi possiede i sistemi/modelli informatici e chi se ne serve, una frattura più profonda di quella teorizzata da K. Marx, tra capitale e lavoro. Intorno a questa paura fiorirà, prevedibile come la primavera, una stagione abbondante di convegni e di bandi PRIN sull’etica e la public policy dell’intelligenza artificiale. Se ne discuterà molto, e con competenza. Servirà soprattutto, temo, a chi ne discute.

E chi se ne importa.

Voglio dire: è la domanda a essere sbagliata. Non perché la paura non sia fondata, ma perché ci inchioda a una scelta che non esiste — accelerare o frenare, abbracciare o respingere, salvezza o apocalisse. La partita non è lì. Mettiamo da parte la fede e il terrore, le due liturgie gemelle del nostro tempo. Togliamo tutto. Cosa rimane?

Rimangono due cose, che poi, a guardar bene, forse sono una sola: il rischio e la responsabilità.

Rimarranno perché qualcuno in carne e ossa deve pur poter rispondere e rischiare. La macchina può scrivere il codice; ma qualcuno dovrà firmare la revisione che lo manda in produzione, e quel qualcuno, se il sistema crolla, sarà chiamato a portarne il relativo peso. La macchina potrà ordinare mille precedenti meglio di qualsiasi giurista; ma la sentenza la pronuncerà sempre un giudice, perché una decisione che cambia una vita esige un soggetto responsabile (almeno in teoria). La macchina potrà istruire ogni delibera di un CdA; ma il rischio d’impresa lo porterà sempre un consiglio fatto di persone che rispondono davanti a chi ha investito — e nessuna business judgment rule assolverà mai un algoritmo, perché un algoritmo non ha nulla da rischiare, né perdere.

Ecco allora il punto. L’umano non sopravviverà perché un giudice in carne e ossa giudichi in astratto meglio di una macchina, o un medico curi meglio, o un avvocato tratti meglio con le persone (e forse è addirittura vero il contrario). Né tanto meno perché lo human in the loop si impone per legge. Sono balle, e presto i fatti le smentiranno. L’umano sopravvivrà per una ragione: perché la società non sarà mai disposta a esternalizzare dall’uomo stesso tali funzioni. Si tratta di primitive sociali irriducibili. Perché responsabilità vuol dire avere qualcosa da perdere, e solo chi può perdere può rispondere. E rischiare vuol dire scommettere una posta contro un ritorno incerto e solo chi è umanamente toccato dal calcolo cost-reward può rischiare.

Siamo allora condannati a essere revisori docili della macchina, a firmare ciò che non riusciremo più a comprendere? Non necessariamente. C’è una legge, in informatica, che porta il nome di Gene Amdahl: la velocità di un processo o di un sistema non la decide la parte che accelera, ma quella che resta lenta. E se accelera tutto, il collo di bottiglia insostituibile rimane l’uomo. Siamo insieme l’innesco di questa rivoluzione e il suo limite — e il limite, qui, non va invocato tramite forza di legge, ma semplicemente osservato quale l’esito naturale di un processo evolutivo di un sistema (ormai ibrido) che si autoregola.

Non credo che il mondo di domani sarà mai Matrix. Anche se forse vi si avvicinerà in qualche modo. Ma sospetto che il futuro segnerà, per contraccolpo, un ritorno all’uomo: al suo giudizio e alla compassione — alle sole cose che nessun sistema informatico saprà rendere a costo marginale zero, perché per l’uomo non hanno prezzo.

Chi ha il diritto di spegnere tutto, allora? Credo nessuno, collettivamente: è pressoché impossibile nel caso della IA. E la domanda giusta forse è un’altra: non chi avrà il diritto di frenare, ma chi, quando tutto intorno correrà a velocità inumana, saprà ancora fermarsi, svegliarsi, e chiedersi il senso più profondo di tutto questo.

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Troppa o troppo poca? La situazione dell’acqua in Italia

“La temperatura media atmosferica del Paese registrata negli ultimi 50 anni è aumentata di 2°C e questo comporta un impatto diretto sul ciclo dell’acqua: più la temperatura cresce, più aumenta l’evaporazione e con essa il rischio di siccità; ma allo stesso tempo, più la temperatura aumenta e maggiore è l’umidità che si immagazzina nell’atmosfera e che può dare vita a precipitazioni particolarmente intense. Si viene così a creare un apparente paradosso in cui di acqua o ce n’è troppa, come nei casi di bombe d’acqua e alluvioni, o troppo poca, come le siccità nei mesi estivi”. Crisi climatica e crisi dell’acqua sono oggi due facce della stessa medaglia.

A dirlo è il rapporto “Troppa o poca acqua. L’acqua in Italia in un clima che cambia”, realizzato da Italy for Climate, il centro studi su clima ed energia della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, e presentato a Venezia in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, dove vengono analizzati i nessi tra la crisi climatica e la risorsa idrica, evidenziando come l’acqua sia uno degli elementi più esposti agli effetti del cambiamento climatico.

Gli impatti dell’aumento della temperatura determinano eventi meteo estremi sempre più frequenti e più intensi, con ripercussioni anche sulle risorse idriche. Secondo l’ultimo rapporto Ipcc, l’Intergovernmental Panel of Climate Change delle Nazioni Unite, “il cambiamento climatico ha ridotto la sicurezza alimentare e ha impattato sulla sicurezza idrica, a causa del cambiamento nel pattern di precipitazioni, nella riduzione e perdita di elementi criosferici, nell’intensità e nella maggiore frequenza degli eventi climatici estremi”.

Il riscaldamento globale non impatta allo stesso modo sulle varie regioni del mondo. L’area del bacino del Mediterraneo è un hotspot climatico e in Italia l’aumento delle temperature sta avvenendo più velocemente rispetto alla media del pianeta. La conseguenza è un’Italia divisa in due, con un Nord colpito da precipitazioni sempre più intense e dannose, mentre il Sud e le Isole sono sempre più esposti a rischio siccità. Nel 2025 sul territorio italiano sono caduti una media di 962 mm di pioggia, ma le variazioni regionali sono rilevanti: a fronte degli oltre 1.800 mm di precipitazioni in Friuli Venezia Giulia non si raggiungono i 700 mm in Puglia, Sardegna e Sicilia.

“La crisi climatica in corso genera rilevanti pericoli sia di siccità che di inondazioni – ha spiegato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – Per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità verso questi pericoli serve, da una parte, un cambio di modello nella gestione della risorsa idrica, passando dall’uso lineare dell’acqua a uno circolare, puntando al risparmio idrico, al rinnovo delle reti per porre fine alle dispersioni, alla raccolta e al riuso delle acque piovane. Dall’altra, servono misure strutturali: fermare la cementificazione del territorio, aumentare le aree di espansione e ripristino delle fasce fluviali, di accumulo delle piogge nelle aree urbane”.

In Italia sono quasi 3 milioni le famiglie che vivono in zone a rischio alluvioni e con loro 1 milione e mezzo di edifici, 643 mila aziende e 34 mila beni culturali. Un rischio che non dipende solo dal clima ma anche dalla cementificazione del territorio: nel 2024 sono stati cementificati quasi 8 mila ettari di suolo. Negli ultimi anni sono aumentati gli eventi estremi: nel 2025 sono state censite 1.670 grandinate e piogge intense, contro 660 nel 2019. Nelle sole regioni del Nord Italia (Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia , Emilia-Romagna) si sono concentrate il 60% di tutte le piogge intense e grandinate. Tra il 1980 e il 2024 i danni per eventi climatici estremi sono costati al nostro Paese 145 miliardi di euro e causato quasi 57 mila vittime.

Le precipitazioni sempre più intense non rappresentano una minaccia solo a causa delle alluvioni. Hanno un impatto diretto anche sullo “stato dei suoli agricoli e sulla loro capacità di sostenere la produzione alimentare”. L’erosione del suolo, infatti, è una delle forme più diffuse di degrado del suolo in Europa. “In Italia il 24% dei suoli agricoli e seminaturali è esposto a gravi fenomeni di erosione idrica, il dato più alto dei Paesi europei, la cui media si ferma al 5%”.

Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia europea dell’Ambiente, l’Italia, con i suoi 135 miliardi di metri cubi di acqua disponibile, si colloca al quarto posto in Europa dopo Francia (206 miliardi), Svezia (184) e Germania (173). Secondo ISPRA stiamo assistendo, nel nostro Paese, a una progressiva disponibilità media annua di acqua. Questo trend sarebbe destinato a consolidarsi e anche a peggiorare a causa del cambiamento climatico. Se non riusciamo a invertire la rotta sulle politiche di decarbonizzazione, “in uno scenario di aumento delle temperature di *3 o 4°C, a fine secolo potremmo avere un ulteriore 40% in meno di acqua disponibile”.

E comunque, l’Italia è un Paese a stress idrico, la disponibilità d’acqua è calata del 20% negli ultimi cento anni. Ciò nonostante, preleviamo il 27% dell’acqua complessivamente disponibile sul territorio. Con questo indice di sfruttamento, il nostro è uno dei quattro Paesi europei, insieme a Malta, Cipro e Spagna, guarda caso tutti ricadenti nel bacino del Mediterraneo. Il 2022, per l’Italia, è stato l’anno con la minore disponibilità idrica, con meno della metà dell’acqua rispetto alla media dell’ultimo trentennio. Uno studio sull’impatto del riscaldamento globale sulla disponibilità di acqua riguarda anche le precipitazioni nevose che si sono dimezzate dagli anni ’50 ad oggi e i ghiacciai che si sono ridotti del 30%.

Anche se la disponibilità di acqua diminuisce, l’Italia si conferma il Paese europeo con il record di prelievi: circa 36 miliardi di metri cubi nel 2023, più della Spagna (33 miliardi), della Francia (26) e Germania (24).

I motivi? Innanzitutto la necessità di irrigare i campi agricoli, con 17 miliardi di m3 prelevati nel 2023. Dopo l’agricoltura seguono quelli per uso civile: 8 miliardi nel 2023, record assoluto in Europa. Su questi prelievi pesano non poco le perdite: il 42% dell’acqua che preleviamo si perde durante il trasporto nelle reti di distribuzione, e la situazione è in continuo peggioramento. Poi ci sono i prelievi del settore industriale, stimati, sempre nel 2023, in 6, 6 miliardi di m3. Dove il nostro Paese fa un po’ meglio è nella generazione elettrica, dove, con 4 miliardi di metri cubi, siamo al sesto posto in una classifica che vede la Francia primatista assoluta con 16 miliardi.

“Una gestione integrata e sostenibile della risorsa idrica, si legge nell’ultimo rapporto Ispra sullo stato delle acque in Italia, deve basarsi su adeguati strumenti conoscitivi e di analisi dello stato dei corpi idrici, delle pressioni a cui sono soggetti e di valutazione dell’efficacia delle misure volte al miglioramento dello stato e alla mitigazione degli impatti. In un contesto climatico e di sviluppo economico e sociale in rapida evoluzione, la gestione integrata e sostenibile dell’acqua si configura non soltanto come una priorità ambientale, ma come una scelta strategica per il futuro del Paese”.

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Autoinnovazione e potere, perché la velocità dell’AI cambia la geopolitica globale

Per anni la competizione sull’Intelligenza artificiale è stata descritta come una corsa a costruire modelli sempre più potenti. Oggi sta emergendo una dinamica diversa. La sfida non riguarda soltanto le capacità raggiunte da un sistema, ma la rapidità con cui è possibile sviluppare il successivo.

È il messaggio che emerge dal nuovo documento pubblicato da Anthropic. L’azienda afferma che Claude contribuisce ormai alla maggioranza del codice integrato nei propri sistemi e che gli strumenti di AI stanno aumentando in modo significativo la produttività della ricerca e dell’ingegneria. La prospettiva dell’auto-miglioramento ricorsivo resta teorica e piena di incognite. Più concreto è ciò che sta accadendo oggi: l’Intelligenza artificiale viene utilizzata sempre più spesso per accelerare il lavoro necessario a costruire altra Intelligenza artificiale.

La differenza può sembrare tecnica. In realtà tocca uno dei nodi principali della competizione tecnologica contemporanea.

Finora il vantaggio dei grandi laboratori dipendeva dall’accesso a capitale, talenti, dati e capacità computazionale. Se i modelli iniziano a ridurre il tempo necessario per scrivere codice, testare soluzioni, individuare errori o supportare la ricerca, entra in gioco una nuova forma di vantaggio competitivo: la velocità del ciclo di innovazione.

In uno scenario simile, il valore di un modello non si misura soltanto in ciò che è in grado di fare oggi, ma nella sua capacità di contribuire alla realizzazione della generazione successiva. Anche miglioramenti limitati possono produrre effetti cumulativi. Un laboratorio che sviluppa più rapidamente nuove capacità potrebbe accrescere il proprio vantaggio con una velocità difficilmente replicabile da chi resta indietro.

La questione non riguarda soltanto le aziende. Coinvolge anche le istituzioni chiamate a governare questa trasformazione.

Negli ultimi anni il dibattito sulla regolazione dell’Intelligenza artificiale si è concentrato prevalentemente sulle capacità dei modelli. Quali rischi presentano? Quali limiti imporre? Quali obblighi di trasparenza richiedere? Il documento di Anthropic suggerisce una domanda ulteriore: cosa accade quando la velocità dell’evoluzione tecnologica cresce più rapidamente della capacità delle istituzioni di monitorarla?

La politica opera attraverso procedure che richiedono tempo. Le agenzie regolatorie, i parlamenti e le organizzazioni internazionali ragionano in termini di mesi o anni. I laboratori di frontiera descrivono invece cicli di sviluppo che si misurano sempre più spesso in settimane. Il problema non è soltanto governare sistemi più potenti. È governare sistemi che potrebbero cambiare molto rapidamente.

Questo elemento conferisce alla discussione una dimensione geopolitica sempre più evidente.

L’Intelligenza artificiale è ormai al centro della competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Se la capacità di innovare diventa il principale moltiplicatore di vantaggio, allora assumono un peso ancora maggiore tutte le infrastrutture che rendono possibile quell’innovazione. Semiconduttori avanzati, capacità energetica, data center, reti di ricerca e capitale umano qualificato diventano asset strategici in misura crescente.

La corsa all’AI viene spesso raccontata come una gara per costruire il modello migliore. Potrebbe essere più corretto interpretarla come una competizione per costruire l’ecosistema capace di migliorare più rapidamente. In questo quadro, il controllo delle infrastrutture conta quanto il controllo degli algoritmi.

Per questo il documento di Anthropic merita attenzione anche al di là delle previsioni sull’auto-miglioramento ricorsivo. Il punto più rilevante non è stabilire se le macchine siano vicine a progettare autonomamente versioni superiori di sé stesse. Il punto è che i principali laboratori stanno già sperimentando forme di sviluppo nelle quali l’Intelligenza artificiale contribuisce direttamente al processo di innovazione.

Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la velocità potrebbe diventare la risorsa più preziosa della nuova economia dell’Intelligenza artificiale. E, come spesso accade con le tecnologie strategiche, la distribuzione della velocità finirebbe per incidere anche sulla distribuzione del potere.

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Anthropic chiede una pausa nell’IA. Ecco il motivo

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Ecco cosa serve all’Europa per una (vera) indipendenza energetica

La ricerca dell’indipendenza strategica da parte dell’Europa non può basarsi su una singola soluzione tecnologica. Garantire sicurezza energetica, competitività industriale, sostenibilità ambientale e resilienza richiede investimenti continui in ricerca, sviluppo e dimostrazione (RD&D) attraverso un portafoglio diversificato di tecnologie emergenti. L’idrogeno verde, il solare avanzato, l’energia eolica, i sistemi di accumulo energetico e le reti intelligenti non dovrebbero essere considerati alternative in competizione tra loro, bensì componenti complementari di un ecosistema dell’innovazione integrato.

La lezione che emerge dalle recenti crisi energetiche è chiara: la dipendenza da un numero limitato di tecnologie o da fornitori esterni genera vulnerabilità. L’autonomia strategica nasce dalla diversificazione. Così come gli investitori finanziari riducono il rischio attraverso strategie di portafoglio, l’Europa dovrebbe sviluppare simultaneamente molteplici traiettorie tecnologiche, consentendo a soluzioni diverse di integrarsi e rafforzarsi reciprocamente tra regioni, settori e orizzonti temporali differenti.

Un modo efficace per comprendere questo approccio è immaginare un paesaggio agricolo in cui diverse tecnologie verdi operano in sinergia anziché in competizione. I pannelli solari verticali (tecnologia al momento in sperimentazione presso la Wageningen University and Research), ad esempio, possono essere integrati nei sistemi agricoli con un impatto minimo sulla produttività delle colture, consentendo di combinare produzione alimentare e produzione energetica nello stesso spazio. A differenza degli impianti fotovoltaici tradizionali, orientati per massimizzare la captazione della radiazione solare nelle ore centrali della giornata, i pannelli verticali intercettano l’energia solare in modo differente: producono meno elettricità nelle ore di picco centrali e più energia nelle prime ore del mattino e nel tardo pomeriggio, quando la domanda elettrica e il valore dell’energia sul mercato tendono a essere più elevati.

Questa caratteristica offre un duplice vantaggio. Da un lato, la configurazione verticale riduce significativamente l’occupazione del suolo e facilita la coesistenza con le attività agricole, evitando il tradizionale trade-off tra produzione di energia e produzione alimentare. Dall’altro, il diverso profilo temporale di generazione contribuisce a distribuire più uniformemente l’offerta di elettricità nell’arco della giornata, riducendo i picchi di produzione che spesso causano congestioni della rete e fenomeni di curtailment delle altre fonti rinnovabili. In questo modo, i pannelli fotovoltaici verticali non si limitano a produrre energia pulita, ma svolgono una funzione sistemica, integrandosi efficacemente con altre tecnologie e contribuendo alla stabilità complessiva del sistema energetico. Il risultato è un modello in cui produzione energetica, sicurezza alimentare ed efficienza della rete non si ostacolano a vicenda, ma si rafforzano reciprocamente.

La stessa logica si applica su scala più ampia all’intero sistema energetico. Nelle regioni caratterizzate da un’elevata penetrazione delle energie rinnovabili, le turbine eoliche vengono talvolta fermate perché la produzione di elettricità supera la capacità della rete o la domanda disponibile in un determinato momento. Piuttosto che interpretare questa limitazione come un fallimento, essa evidenzia, ancora una volta, la necessità di un portafoglio tecnologico più integrato. Massimizzare il valore delle energie rinnovabili non significa semplicemente produrre più elettricità, ma coordinare tecnologie differenti affinché operino in modo efficiente e complementare. In questo contesto, l’idrogeno verde rappresenta una soluzione particolarmente promettente. Nei periodi di eccesso di produzione da fonti eoliche o solari, l’energia elettrica in surplus può essere convertita in idrogeno, creando un vettore energetico prezioso per l’industria, i trasporti e lo stoccaggio energetico di lungo periodo. In questo modo, tecnologie che altrimenti potrebbero competere per la capacità della rete diventano elementi complementari di un ecosistema energetico resiliente e flessibile, in grado di sostenere sia la transizione verde sia l’autonomia strategica dell’Europa.

Il futuro della transizione ecologica e dell’indipendenza strategica richiede un’agenda coordinata di RD&D che favorisca lo sviluppo congiunto di molteplici innovazioni, dando vita a sistemi resilienti ed efficienti nei quali energie rinnovabili, agricoltura sostenibile, gestione delle risorse idriche e decarbonizzazione industriale si rafforzano reciprocamente. L’obiettivo non dovrebbe essere la semplice specializzazione tecnologica, bensì una vera e propria orchestrazione delle tecnologie: un portafoglio di soluzioni che operano fianco a fianco per costruire un’Europa più sicura, sostenibile e strategicamente autonoma.

L’Italia come laboratorio della transizione energetica

Per l’Italia, questa visione basata su un portafoglio integrato di tecnologie rappresenta al tempo stesso una sfida e un’opportunità. Da un lato, il dibattito sul ritorno dell’energia nucleare, attraverso il disegno di legge delega che apre allo sviluppo dei piccoli reattori modulari (SMR) e dei microreattori di nuova generazione, testimonia la volontà di ampliare il mix energetico nazionale e rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. Tuttavia, è importante mantenere una prospettiva realistica sui tempi e sul ruolo che queste tecnologie possono svolgere. Anche nelle ipotesi più ottimistiche, i tempi necessari per la progettazione, l’autorizzazione, la costruzione e la messa in esercizio dei nuovi reattori restano lunghi e difficilmente compatibili con le esigenze più urgenti della transizione energetica e della riduzione delle dipendenze strategiche. Per questo motivo, il nucleare di nuova generazione dovrebbe essere considerato soprattutto come una soluzione di medio-lungo periodo, potenzialmente in grado di contribuire alla decarbonizzazione e alla stabilità del sistema energetico nei decenni futuri.

Nel breve e medio termine, appare invece essenziale accelerare la diffusione di tecnologie già disponibili e mature, come il fotovoltaico, l’eolico, i sistemi di accumulo, le reti intelligenti e l’idrogeno verde. Queste soluzioni non solo possono essere implementate più rapidamente, ma presentano anche un grado di sostenibilità economica, ambientale e tecnologica più consolidato e verificabile. In questa prospettiva, il nucleare non dovrebbe essere considerato un’alternativa alle energie rinnovabili, bensì una delle possibili componenti di una strategia più ampia e diversificata, nella quale tecnologie con diversi livelli di maturità e differenti orizzonti temporali si rafforzano reciprocamente. Una politica energetica efficace dovrebbe quindi combinare investimenti in tecnologie capaci di produrre risultati nel breve periodo con investimenti in innovazioni che potrebbero diventare cruciali nel lungo termine, evitando di concentrare risorse e aspettative su un’unica soluzione.

Questa prospettiva è resa ancora più rilevante dalla recente apertura della Commissione europea a una maggiore flessibilità fiscale per gli investimenti energetici. Bruxelles ha infatti previsto per gli Stati membri la possibilità di utilizzare fino allo 0,3% del PIL annuo per investimenti legati alla sicurezza energetica e alla decarbonizzazione, nell’ambito delle deroghe già previste per la difesa. Per l’Italia ciò significa poter mobilitare circa 6,5-7 miliardi di euro all’anno destinati a rafforzare la resilienza del sistema energetico nazionale.

La vera questione strategica non è quindi scegliere una singola tecnologia vincente, ma utilizzare questa nuova capacità di investimento per accelerare la ricerca, lo sviluppo e la dimostrazione di un ampio ventaglio di soluzioni. Destinare tali risorse esclusivamente a una tecnologia comporterebbe il rischio di riprodurre nuove dipendenze e nuovi colli di bottiglia. Al contrario, investire contemporaneamente in rinnovabili avanzate, idrogeno, accumulo energetico, modernizzazione delle reti, gestione delle risorse idriche e nucleare di nuova generazione consentirebbe all’Italia di costruire un sistema energetico più robusto, flessibile e coerente con l’obiettivo europeo dell’autonomia strategica.

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L’era della mente integrata è già cominciata. Brasioli spiega cos’è il Noocene

Nel maggio 2026 l’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas ha segnato un passaggio simbolico e culturale di grande rilievo. Per la prima volta un documento magisteriale di questa portata ha considerato l’intelligenza artificiale non come tema tecnico o settoriale, ma come questione antropologica centrale. 

Solo due settimane dopo la pubblicazione dell’enciclica, si spegneva Edgar Morin, il cui pensiero aveva offerto per decenni strumenti essenziali per comprendere la complessità del mondo contemporaneo.  La coincidenza non è soltanto cronologica, ma rivela un’affinità di sguardo sul nostro tempo.

Per Morin, comprendere il reale significa coglierne interdipendenze e dinamiche sistemiche. In questa prospettiva, la tecnologizzazione non è un semplice accumulo di strumenti, ma una trasformazione dell’ecosistema cognitivo in cui l’umano è immerso. L’enciclica riconosce precisamente questo: la tecnologia non è neutra, perché ristruttura l’ambiente in cui maturano decisioni e giudizi morali. Le macchine possono simulare linguaggio e analisi, ma non possiedono interiorità né responsabilità. La dignità della persona non coincide con l’efficienza.

Siamo di fronte a un mutamento di paradigma. Se l’Antropocene ha descritto l’umanità come forza geologica, oggi emerge una fase in cui la forza dominante è cognitiva. Possiamo chiamarla Noocene: l’era della mente integrata. 

Non si tratta semplicemente dell’importanza dell’intelligenza – sempre centrale nella storia umana – ma del suo nuovo ruolo sistemico. L’intelligenza, nelle sue forme integrate biologiche e artificiali, assume funzione infrastrutturale. Come l’energia ha strutturato la modernità industriale, così l’intelligenza distribuita struttura la contemporaneità.

Il Noocene può essere definito come la fase storica in cui la produzione e organizzazione dell’informazione diventano condizione di possibilità delle decisioni collettive; l’architettura informazionale è ibrida e reticolare; il potere assume una configurazione prevalentemente epistemica. Il controllo delle infrastrutture del sapere equivale al controllo di una risorsa primaria.

Qui si gioca una nuova forma di sovranità cognitiva: la capacità di orientare i processi attraverso cui la conoscenza viene prodotta, selezionata e distribuita. Questo assetto incide sulla democrazia, sull’economia e persino sulla corporeità, come mostrano le interfacce cervello‑computer e il dibattito sui neurodiritti. Non è la celebrazione della macchina, ma la descrizione di un ambiente in cui la mente ampliata diventa forza organizzativa globale.

Il Noocene non è un destino inevitabile, ma neppure una costruzione teorica astratta. È l’assetto del nostro presente. Può favorire una cooperazione fondata sull’intelligenza integrata capace di affrontare crisi sistemiche con strumenti analitici senza precedenti, oppure consolidare concentrazioni di potere epistemico e nuove dipendenze. 

La posta in gioco non è tecnica, ma politica e antropologica: riguarda la distribuzione del potere, l’accesso alla conoscenza e la definizione stessa dell’umano. Non riguarda soltanto ciò che i sistemi possono fare, ma chi orienta l’architettura della conoscenza e con quali criteri.

L’era della mente integrata non appartiene a un futuro ipotetico: è la condizione in cui già viviamo. Ignorarla significherebbe fraintendere il tempo storico che abitiamo. Orientarla, governarla e sottoporla a criteri etici condivisi non è un’opzione accessoria, ma una responsabilità culturale e politica che non può più essere rimandata.

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Petrolio, e se il peggio dovesse ancora arrivare? L’analisi di Torlizzi

Il mercato petrolifero sta mandando un messaggio che pochi sembrano voler ascoltare. A tre mesi dall’inizio della crisi di Hormuz, con la più grande interruzione dell’offerta nella storia moderna, il brent oscilla intorno ai 100 dollari al barile e la volatilità continua a diminuire. Per molti è il segnale che il peggio sia passato. In realtà è la dimostrazione di quanto il sistema globale stia consumando le proprie riserve per mantenere un’apparente normalità. La narrativa dominante racconta di un mercato che ha assorbito lo shock. Quella reale parla invece di un equilibrio ottenuto attraverso misure straordinarie e difficilmente sostenibili nel tempo. Il premio del brent fisico rispetto ai futures, esploso a 36 dollari ad aprile, è tornato vicino ai livelli pre-conflitto. Le quotazioni dei prodotti raffinati si sono raffreddate e il panico sembra svanito.

Ma cosa ha realmente consentito questa stabilizzazione? Innanzitutto, una parte del petrolio continua a transitare attraverso Hormuz. Nonostante il blocco navale e il crollo del traffico commerciale, flussi clandestini stimati intorno a 2 milioni di barili al giorno stanno probabilmente raggiungendo i mercati internazionali. Non abbastanza da compensare i circa 16 milioni di barili al giorno persi dal Golfo Persico, ma sufficienti per attenuare la percezione della scarsità.

In secondo luogo, il resto del mondo ha aumentato la produzione. Brasile e Venezuela hanno sorpreso al rialzo, mentre gli Stati Uniti hanno aperto i rubinetti delle proprie riserve strategiche. Le esportazioni americane hanno raggiunto livelli record grazie ai rilasci della Strategic Petroleum Reserve. Complessivamente, l’offerta aggiuntiva proveniente da aree esterne al Golfo ha aggiunto poco più di 2 milioni di barili al giorno. Un contributo importante, ma lontanissimo dal colmare il deficit originario. Il terzo elemento è quello più sottovalutato: la distruzione della domanda. I consumi globali stanno reagendo molto più rapidamente rispetto alle crisi petrolifere del passato. A marzo la domanda è scesa di quasi 2 milioni di barili al giorno rispetto all’anno precedente. Ad aprile e maggio il calo sarebbe salito rispettivamente a 3 e oltre 4 milioni di barili al giorno.

La Cina ha svolto un ruolo centrale in questo processo. A maggio le importazioni cinesi di greggio sono diminuite di 3,8 milioni di barili al giorno rispetto all’anno precedente, assorbendo da sole quasi tre quarti dell’aggiustamento globale. Pechino ha accettato di fare da ammortizzatore del sistema, riducendo acquisti, comprimendo esportazioni di prodotti raffinati e rallentando la domanda interna. Tutto questo però ha un costo. Dall’inizio della crisi le scorte petrolifere mondiali sono diminuite di circa 450 milioni di barili. Oltre 400 milioni di barili sono stati immessi sul mercato dalle riserve strategiche dei Paesi Ocse e una parte significativa deve ancora arrivare. È questa massa di petrolio accumulata negli anni che sta permettendo al sistema di funzionare.

Il mercato, dunque, non sta dicendo che la crisi è irrilevante. Sta dicendo qualcosa di molto diverso: che il mondo ha trovato modi costosi e temporanei per convivere con essa. La vera domanda non è perché il brent sia fermo a 100 dollari. La vera domanda è cosa accadrà quando le scorte raggiungeranno livelli critici, previsti già tra fine giugno e settembre, se Hormuz dovesse restare chiuso. A quel punto il mercato potrebbe smettere di chiedersi “tutto qui?” e iniziare finalmente a domandarsi: “e se il peggio dovesse ancora arrivare?”.

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L’economia circolare delle competenze, il Festival della Fondazione Pensiero Solido

Economia Circolare delle Competenze è un progetto che valorizza i giovani all’interno di un proficuo rapporto tra le generazioni e punta a scuotere i NEET dalla loro apatia, dare nuova speranza ai giovani che pensano di andare all’estero e richiamare gli adulti alle loro responsabilità, rifiutando l’idea che l’Italia sia un Paese destinato a un inesorabile declino.

Nel Festival dell’Economia Circolare delle Competenze 2026, verrà presentata la ricerca qualitativa realizzata con l’università Cattolica di Milano, per identificare le caratteristiche fondamentali di una organizzazione “circolare”, si inaugurerà economiacircolarecompetenze.it, la casa digitale del progetto e presenteremo l’Accademia della Circolarità delle Competenze.

Vi saranno una serie di esperienze di circolarità in atto (a partire da quelle oggetto della nostra ricerca) e interventi di autrici e autori che hanno scritto sull’importanza della collaborazione tra le generazioni per affrontare le sfide della contemporaneità.

Il Festival dell’Economia Circolare 2026 delle Competenze intende:

▪︎ Continuare la mappatura della “galassia” delle realtà che praticano l’Economia Circolare delle Competenze, in presenza e tramite il sito economiacircolarecompetenze.it.

▪︎ Utilizzare la nostra ricerca qualitativa per diffondere il modello della Circolarità al maggior numero di imprese possibile.

▪︎ Fare informazione e cultura sul tema con il economiacircolarecompetenze.it, agenzia stampa gratuita per le realtà che praticano la Circolarità.

▪︎ Favorire un cambio di mentalità nella classe dirigente imprenditoriale, dei media e della comunicazione tramite il racconto del Festival da parte dei nostri media partner e degli altri media.

▪︎ Formare giovani e imprese, profit e non profit, mostrando le potenzialità formative della Accademia della Circolarità delle Competenze.

PROGRAMMA

Venerdì 5 giugno.

I giovani e il lavoro. I giovani al lavoro.

▪︎ Manuela Miragoli, direttore risorse umane IBM

▪︎ Flavia Orlandi, strategic & corporate coomunications, Brunswick

Presentazione MOOC Economia Circolare delle Competenze.

Susanna Sancassani, direttrice Metid, Politecnico di Milano

(Ri)attivare i giovani.

▪︎ Paolo Lattanzio, Leader Sviluppo territoriale Italia Save the Children

▪︎ Alessandro Vergni, responsabile comunicazione Edilcommercio

Verso l’Accademia della Circolarità delle Competenze.

Dialogo con Fabio Mangiarotti, Formatore evolutivo e consulente in neuroscienze comportamentali, ICF Coach

e Giovanni Acerboni, linguista, PhD, formatore di scrittura, didattica della scrittura e AI del linguaggio.

La formazione nelle MPMI italiane.

Presentazione della ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale PMI della School of Management del Politecnico di Milano.

Claudio Rorato, direttore e responsabile scientifico dell’Osservatorio professionisti e innovazione digitale, Politecnico di Milano

Bulldozer. Il lavoro cambia, cambiamo il lavoro.

Gianluca Spolverato, avvocato cassazionista, specializzato in diritto del lavoro

Giovani in azione: il progetto “Generazione sospesa”.

Livia Viganò, Cofounder e COO di Factanza Media

QUESTION TIME. Dialogo con le persone presenti al Festival.

DEGUSTAZIONE delle prelibatezze del Panificio Frusconi e dialogo a tu per tu.

Sabato 6 giugno.

Saluti istituzionali

La circolarità delle competenze in azione.

▪︎ Emilio Colombo, cofondatore e amministratore delegato Siberg

▪︎ Paolo Costa, cofondatore, presidente emerito e amministratore Spindox

▪︎ Federica Rossi, Skills for Social Impact, CSR, Corporate Affairs, Microsoft

La scomparsa dei giovani. Le 10 mappe che spiegano il declino demografico dell’Italia.

Alessandro Rosina, ordinario di demografia e statistica sociale, Università Cattolica di Milano

Il paradigma della Circolarità delle Competenze.

Presentazione della ricerca qualitativa Fondazione Pensiero Solido/Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Ivana Pais, ordinario di sociologia economica, Università Cattolica di Milano

Il potere della transilienza.

Riccarda Zezza, fondatrice e direttrice scientifica Lifeed

Verso l’Accademia della Circolarità delle Competenze.

Riccardo Maggiolo, formatore, autore, consulente, speaker

La generazione Z e noi.

Andrea De Micheli, fondatore e presidente Casta Diva Group

QUESTION TIME. Dialogo con le persone presenti al Festival.

DEGUSTAZIONE delle prelibatezze del Panificio Frusconi e dialogo a tu per tu.

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Il nudging di Trump su AI e sicurezza. Cronaca di una regolazione che non vuole dirsi tale

Il 2 giugno il presidente Trump ha firmato l’executive order “Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security”. Il contenuto, in sintesi: le agenzie federali – Tesoro, NSA, Cisa – dovranno costruire entro sessanta giorni un quadro volontario attraverso cui gli sviluppatori dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati potranno sottoporli al governo, concedendogli un accesso anticipato fino a trenta giorni prima del rilascio. Un processo di benchmarking classificato stabilirà quali modelli meritino la qualifica di “covered frontier model”; nasce inoltre, presso il Tesoro, una clearinghouse per coordinare la scoperta e la correzione delle vulnerabilità informatiche. Il tutto, recita espressamente l’ordine, senza che nulla possa essere letto come obbligo di licenza o autorizzazione preventiva.

La notizia è fresca e merita più di una riflessione di cronaca. Perché dietro la firma c’è un fatto tecnico che ha cambiato i termini del problema: negli ultimi mesi i modelli di frontiera hanno dimostrato di saper scoprire e sfruttare autonomamente falle critiche nei sistemi informatici – comprese quelle ancora ignote agli stessi produttori, i cosiddetti zero-day – a velocità e costi che nessun team umano può eguagliare. La tecnologia che protegge le infrastrutture critiche è, in altri termini, la stessa che, nelle mani sbagliate, può violarle.

Una lunga genealogia

L’ordine del 2 giugno riapre un capitolo antico: quello della regolazione delle tecnologie a duplice uso: quelle in cui l’impiego benefico e quello ostile non sono due versioni distinte, ma due facce della stessa medaglia. È il problema regolatorio più antico della modernità tecnologica: non si può vietare la minaccia senza rinunciare al beneficio, e non si può godere del beneficio senza esporsi anche alla minaccia.

La storia offre un catalogo istruttivo. La dinamite di Alfred Nobel nacque per le miniere e i trafori e divenne in pochi anni strumento di guerra e di terrorismo, al punto da spingere l’inventore a fondare, per contrappasso, il premio che porta il suo nome. L’aviazione passò in un ventennio da curiosità sportiva a bombardamento strategico. Il Dna ricombinante, negli anni Settanta, pose alla biologia lo stesso dilemma: la tecnica che prometteva farmaci e terapie poteva generare patogeni. E la crittografia forte – il precedente più fedele al caso odierno – costrinse gli Stati Uniti a fare i conti con lo stesso nodo: salvaguardarne gli indubbi benefici per la sicurezza dei cittadini, classificandola per decenni come munizione soggetta ai controlli sull’export.

La scelta regolatoria

Davanti a tecnologie simili, il potere pubblico si trova a un bivio che chi studia regolazione pubblica conosce molto bene: deve limitarla e in qualche misura appropriarsene? E se sì, con quale strumenti? Le opzioni storicamente sperimentate sono tre e le prime due hanno già mostrato i loro limiti.

La prima opzione è imporre obblighi con la forza della legge. Qui il parallelismo con la cifratura è centrale. Nel 1993 l’amministrazione Clinton propose il Clipper Chip: un sistema di cifratura con chiave depositata presso lo Stato, il key escrow, che avrebbe garantito alle autorità un accesso privilegiato alle comunicazioni protette. Il mercato rifiutò lo standard, l’industria virò verso soluzioni alternative, e alla fine del decennio anche i controlli sull’export furono smantellati. La lezione è strutturale: una tecnologia non si lascia confinare per decreto. Lo standard imposto per legge muore se il mercato non lo adotta.

La seconda opzione è all’estremo opposto: lasciare tutto all’autogoverno della comunità scientifica, che trascende i confini nazionali. Il precedente più nobile è Asilomar, 1975: i biologi molecolari si imposero da soli una moratoria sul Dna ricombinante e si diedero protocolli di sicurezza prima che gli Stati legiferassero in materia. In un certo senso, l’approccio funzionò – ma in condizioni irripetibili: una comunità piccola, accademica, coesa, senza una frenetica corsa commerciale alle spalle. Trasferito a settori dove gli incentivi economici e geopolitici sono colossali, il modello è intrinsecamente debole: l’autoregolazione regge finché nessuno ha un interesse miliardario a disertare, cioè quasi mai.

La terza via: il nudging applicato all’IA

L’ordine del 2 giugno sceglie consapevolmente una terza strada: dettare standard volontari, ma renderli un po’ meno volontari “persuadendo”. È, in termini tecnici, nudging applicato all’intelligenza artificiale in ambito cyber. La partecipazione al quadro di revisione pre-rilascio è formalmente libera; ma il rifiuto espone lo sviluppatore allo scrutinio della sicurezza nazionale, al costo reputazionale, all’esclusione dal circuito dei “trusted partners” che il governo stesso contribuisce a selezionare. L’architettura delle scelte è costruita perché la non-adesione diventi economicamente e politicamente insostenibile. Non è un obbligo: è un invito gentile, che tuttavia è diseconomico declinare.

L’approccio appare più liberale delle alternative – niente licenze, niente moratorie, la libertà di rilascio formalmente intatta – ed è anche, va detto, l’unico coerente con la natura non confinabile della tecnologia in questione. Ma è anche molto più opaco. Lo standard imposto per legge passa dal Parlamento, si pubblica, si impugna davanti a un giudice. Il nudge no: vive di benchmark classificati, di designazioni rimesse alla discrezionalità del direttore della Nsa, di criteri di selezione dei partner che l’ordine nemmeno enuncia, di pressioni che non lasciano traccia negli atti. La regolazione per persuasione guadagna in velocità e flessibilità esattamente ciò che perde in controllabilità democratica.

Ancora una volta, a differenza dell’Europa, gli Stati Uniti antepongono le ragioni del mercato e della regolazione “minima” a quelle della democrazia. Solo che questa volta, potrebbero non avere del tutto torto.

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Fair Play Menarini, trent’anni di sport oltre le medaglie

Trent’anni di storia costruiti “mattoncino dopo mattoncino” fino ad ottenere “una casa solida”, ma soprattutto trent’anni dedicati a promuovere un’idea di sport fondata sul rispetto. È questo il messaggio lanciato dal presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, in occasione della presentazione della 30ª edizione del premio internazionale Fair Play Menarini.

“Il fair play è la sintesi di un comportamento che racchiude tanti valori. Primo fra tutti il rispetto: per sé stessi, per gli altri, per l’ambiente e per le regole”, ha sottolineato Buonfiglio, evidenziando come la vera sfida sia trasformare questi principi in comportamenti quotidiani. In un contesto segnato da tensioni e violenza, ha aggiunto, lo sport può contribuire a diffondere un “virus buono”, rendendo attraenti il buon vivere e la correttezza.

Il messaggio del presidente del Coni trova espressione concreta proprio nell’evoluzione del premio. Accanto ai grandi campioni dello sport internazionale, l’edizione 2026 ha infatti premiato oggi anche tre giovani protagonisti del premio Fair Play Menarini Giovani: Matteo Pasqualetti, Gloria Tinaburri e Alberto Belluzzi. “Si premiano valori come etica e rispetto”, ha osservato il presidente del Coni, definendo questa scelta “una bella innovazione” e un “messaggio che va al di là delle medaglie”, capace di rafforzare il significato più profondo del riconoscimento.

Nel salone d’onore del Coni sono stati annunciati anche i vincitori della 30ª edizione del Premio, che si terrà il 2 luglio al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Tra loro spiccano Armand Duplantis, Gregorio Paltrinieri, Antonella Palmisano, Achille Polonara, Daniele Garozzo e Chiara Mazzel, insieme a Davide Ghiotto, Andrea Giovannini, Michele Malfatti e Simone Anzani. A rappresentare il calcio sarà invece Gianfranco Zola.

A sottolineare il valore raggiunto dall’iniziativa è stato anche Luca Lastrucci, presidente della Fondazione Fair Play Menarini. “In questi anni abbiamo premiato oltre 400 atleti, campioni che oggi sono ambasciatori del fair play nel mondo”, ha ricordato. Ma il significato più profondo dell’edizione 2026, secondo Lastrucci, risiede proprio nell’attenzione ai più giovani: ragazzi che, attraverso i loro gesti, possono diventare punti di riferimento per i coetanei e testimoniare che il fair play è un valore fondamentale non solo nello sport, ma anche nella vita quotidiana.

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Il trasporto aereo è ormai un’infrastruttura essenziale del Paese. Scrive Paleari

Il quadro descritto dal Factbook quest’anno, nella sua XX edizione, rivela la continua dinamica del trasporto aereo. Gli scorsi venti anni ci hanno regalato una nuova forma di mobilità di massa, che ha ampliato le possibilità per tutti e ridotto l’isolamento di interi territori. Si sono aperte nuove dinamiche sociali che solo il mezzo aereo ha consentito, divenendo in molti casi insostituibile. Le merci, inoltre, hanno fatto crescere il mondo.

È nata quindi una nuova forma di mobilità che si configura come un bene, per così dire, “primario” per la società. Il traffico aereo non è inoltre solo un bisogno per tanti, ma è anche sinonimo di pace e di rapporti positivi tra gli Stati e i Continenti.

Le prospettive italiane per i prossimi 10 anni, con quasi 100 milioni di passeggeri in più dai 230 di oggi, richiedono immediati investimenti: occorre accorciare i tempi e trovare le condizioni per una loro bancabilità, visto che non gravano sui contribuenti ma sono pagati dagli utenti. Si può agire sulla durata delle concessioni sotto la regia di Enac e del Governo, perché si tratta di un bene strategico per il futuro del nostro Paese.

I numeri del rapporto ci dicono che questa è una vera emergenza. Come giustamente ha sottolineato il vice Ministro Rixi, bisogna accompagnare la crescita dove c’è. E il trasporto aereo ha le prospettive migliori da questo punto di vista. Tuttavia, gli investimenti pagano un ritardo cronico rispetto alla domanda, come ha sottolineato Costantino Pandolfi. Tempi minori e bancabilità degli investimenti sono un’occasione che il Governo non può perdere. Ed è a costo zero per le risorse pubbliche.

Non si parla solo dei passeggeri, ma anche delle merci. Queste ultime valgono più di un quarto del totale delle esportazioni extraeuropee, pur rappresentando solo il 3% del volume. Ne va dell’export italiano, che oggi alimenta altri aeroporti europei.

Il Factbook inoltre rivela la corsa della Turchia, ormai vero hub verso l’Asia. È la dimostrazione che la competizione è come andare nel bosco con un amico e incontrare l’orso: per salvarti devi solo correre più dell’amico, non più dell’orso. L’Europa non è sola al mondo, ma compete con altri. Lo stesso vale per l’Italia verso gli altri Paesi europei. Ognuno deve fare il massimo nel quadro di regole condivise.

L’Italia si è caratterizzata nel trasporto aereo per una crescita diffusa, “democratica”, che ha beneficiato interi territori, dando linfa al nostro sistema produttivo ed economico, come i livelli record di export testimoniano. Gli aeroporti e tutto il settore sono poi start-up tecnologiche permanenti, capaci di assorbire le innovazioni a beneficio del servizio.

La crescita futura dovrà coniugare anche il tema della sostenibilità con un approccio fondato sui dati e non su narrative che, anche se ripetute, non corrispondono alla realtà. La green transition è in atto da tempo nel mondo del trasporto aereo e la crescita delle emissioni è molto inferiore a quella del traffico. Deve essere completata e anche qui il tema degli investimenti è vitale.

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Aerei, passeggeri e hub. Dove sta andando il trasporto aereo italiano

Il futuro del trasporto aereo, tra crescita della domanda, investimenti infrastrutturali, connettività intercontinentale e sostenibilità, è stato al centro del convegno “Tra un’epoca e un’altra: verso quale trasporto aereo?”, organizzato da Enac con l’Università degli Studi di Bergamo per la presentazione della ventesima edizione del Fact Book ITSM-ICCSAI 2026. Il rapporto fotografa un settore europeo tornato sopra i livelli pre-Covid e un mercato italiano in espansione più rapida della media continentale, ma anche un comparto chiamato a misurarsi con fragilità del cargo, ritardi infrastrutturali e tensioni geopolitiche.

Crescita e investimenti

Nel 2025 il traffico passeggeri nei 28 Paesi europei analizzati dal Fact Book è cresciuto del 4% rispetto al 2024. L’Italia ha registrato un incremento del 5%, superando i 230 milioni di passeggeri, con otto aeroporti oltre la soglia dei 10 milioni annui e Roma Fiumicino sopra i 50 milioni.

Per Edoardo Rixi, viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, il dato indica dove concentrare le risorse: “Io ritengo che bisogna investire dove si cresce”. Il presidente Enac Pierluigi Di Palma ha richiamato l’obiettivo del Piano nazionale degli aeroporti: passare “da 230 di oggi a 305 milioni di passeggeri entro il 2035”. Un traguardo possibile con “un sistema Paese più efficace e agile” e con investimenti considerati “una linfa vitale necessaria”.

Aeroporti e territori

La crescita italiana si è sviluppata attraverso un modello policentrico. Di Palma ha collegato questi risultati alla trasformazione degli aeroporti e alla centralità del passeggero: “La liberalizzazione dell’infrastruttura aerea porta a un elemento importante, la centralità del passeggero, la soddisfazione del cliente”. L’aeroporto, ha aggiunto, “non è più un luogo come è stato descritto da un altro tempo ma è un luogo urbano”.

Stefano Paleari, del Centro ICCSAI-ITSM, ha insistito sul valore territoriale del settore: “Gli scorsi venti anni ci hanno regalato una nuova forma di mobilità di massa che ha ampliato le possibilità per tutti e cancellato l’isolamento di interi territori, non solo le isole”. Una crescita che, secondo Paleari, è stata “diffusa, democratica”.

Connettività, cargo e lungo raggio

Il Fact Book segnala un miglioramento dei collegamenti intercontinentali diretti dall’Italia, ma anche un divario ancora aperto rispetto ai maggiori mercati europei. Lo scenario resta condizionato da tensioni geopolitiche, costi energetici e possibili limitazioni sugli spazi aerei. Rixi ha collocato il settore in questo quadro: “Il sistema a livello mondiale cambia rapidamente” e “il tema del trasporto aereo è centrale, è sempre più centrale”. La posizione italiana, ha detto, è legata alla “centralità del Mediterraneo” e alla possibilità di costruire “una grande piattaforma logistica internazionale”.

Più fragile appare il comparto merci. In Europa il traffico cargo è cresciuto nel 2025 del 3,6%, mentre l’Italia ha registrato un aumento più contenuto. Rixi ha indicato il dossier come prioritario: l’Italia deve “rendere più performante il nostro sistema passeggero, ma anche sul cargo, dove invece continuiamo ad avere dei problemi”. La questione riguarda la resilienza logistica del Paese.

Sul fronte dei vettori, ITA Airways lega la propria strategia al medio e lungo raggio. Joerg Eberhart, amministratore delegato della compagnia, ha definito il Fact Book “una fotografia precisa” utile per “prendere decisioni” e “aggiustare la strategia”. Il baricentro resta Fiumicino: “Il nucleo della strategia di ITA Airways è l’hub di Fiumicino”. L’obiettivo è arrivare “nel 2030 già a 30 macchine di lungo raggio”.

Sostenibilità e nuovo equilibrio

Il rapporto conferma anche il peso delle compagnie low cost, particolarmente rilevante nel mercato italiano. Di Palma ha invitato a leggere il fenomeno dentro un cambiamento più ampio: “Non si può più chiamare l’operatore Ryanair low cost”, ha detto, parlando di “un nuovo modello in cui bisogna saper fare i conti”.

Accanto alla competizione tra vettori resta il tema della sostenibilità, nel quadro europeo definito da Fit for 55 e ReFuelEU Aviation. Paleari ha richiamato la necessità di evitare approcci ideologici: “La crescita futura dovrà coniugare anche il tema della sostenibilità con un approccio fondato sui dati e non su narrative che, anche se ripetute, non corrispondono alla realtà”.

La traiettoria emersa dal confronto tiene insieme domanda in crescita, investimenti, collegamenti intercontinentali e fragilità geopolitiche. Per il trasporto aereo italiano, la fase aperta dal Fact Book richiede capacità di programmazione e tempi più rapidi di realizzazione.

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Papa Leone XIV e l’IA. Una visione concreta che sfida il paradigma americano

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Cinque anni di sovranità tecnologica in Italia e in Europa. La scheda

Il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha adottato la comunicazione COM(2026) 503 e, con essa, il Tech Sovereignty Package: per la prima volta l’Unione si dota di una definizione formale di sovranità tecnologica e di quattro strumenti coordinati, il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act, la strategia open source e la roadmap per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nell’energia.

Il termine “sovranità tecnologica” entra nel dibattito italiano cinque anni prima, con il primo Rapporto Strategico dedicato del Centro Economia Digitale, e attraversa l’intera legislatura europea fino a diventare titolo di un portafoglio della Commissione e nome del Pacchetto in arrivo. Le tappe principali.

30 marzo 2021. Il Centro Economia Digitale presenta a Roma il Rapporto Strategico “Sovranità Tecnologica”, illustrato dal suo Presidente Rosario Cerra. L’evento, con il patrocinio della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, vede gli interventi del ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, del ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale Vittorio Colao, del Sottosegretario agli Affari Europei Vincenzo Amendola e del Capo Rappresentanza Ue in Italia Antonio Parenti. È la prima volta che in Italia il tema della Sovranità Tecnologica viene strutturato con una proposta organica di policy industriale e presentato alle istituzioni.

15 settembre 2021. Nel Discorso sullo Stato dell’Unione la Presidente Ursula von der Leyen annuncia il futuro European Chips Act, qualificando il sostegno alla filiera dei semiconduttori come questione di “sovranità tecnologica”. Il termine entra nel lessico ufficiale di Bruxelles.

4 novembre 2021. Entra in funzione l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, istituita con il decreto-legge 14 giugno 2021 n. 82. Primo Direttore Generale Roberto Baldoni.

8 febbraio 2022. La Commissione europea propone l’European Chips Act, prima traduzione legislativa concreta dell’agenda di sovranità tecnologica nel comparto semiconduttori.

9 agosto 2022. Gli Stati Uniti approvano il Chips and Science Act, che stanzia 52,7 miliardi di dollari per i semiconduttori, di cui 39 in incentivi alla manifattura. Il 7 ottobre seguono i controlli all’export di chip avanzati verso la Cina. La microelettronica diventa leva geopolitica esplicita e accelera la risposta industriale europea.

30 novembre 2022. OpenAI lancia ChatGpt, accelerando l’attenzione politica europea sulla governance dell’intelligenza artificiale e sulle infrastrutture di calcolo.

21 dicembre 2022. Diventa operativo il Polo Strategico Nazionale (PSN), l’infrastruttura cloud per i dati e i servizi critici della Pubblica Amministrazione, terzo pilastro della Strategia Cloud Italia, autonoma da operatori extra-Ue. La società è costituita il 4 agosto 2022 da Cdp Equity, TIM, Leonardo e Sogei.

30 marzo 2023. Il Garante per la Protezione dei Dati Personali dispone, con provvedimento d’urgenza n. 112/2023, la limitazione provvisoria del trattamento dei dati italiani da parte di OpenAI: prima azione regolatoria europea su un servizio AI a uso di massa. Il servizio resta inaccessibile in Italia fino al 28 aprile 2023, per circa quattro settimane.

8 giugno 2023. La Commissione europea approva il secondo Ipcei sulla microelettronica e le tecnologie di comunicazione (Ipcei Me/Ct): fino a 8,1 miliardi di euro di aiuti pubblici da quattordici Stati membri, Italia inclusa con STMicroelectronics tra i partecipanti, a mobilitare 13,7 miliardi di investimenti privati su 68 progetti.

21 settembre 2023. Entra in vigore l’European Chips Act. Il Regolamento mobilita 3,3 miliardi di euro di fondi Ue per il pillar “Chips for Europe”, attiva il Chips Joint Undertaking e l’European Semiconductor Board, e fissa l’obiettivo del 20% di quota globale UE sui semiconduttori entro il 2030.

Luglio 2024. Il Dipartimento per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio adotta la Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale 2024-2026, articolata su ricerca, pubblica amministrazione, imprese e formazione.

1 agosto 2024. Entra in vigore l’AI Act (Regolamento Ue 2024/1689): primo quadro normativo organico al mondo sull’intelligenza artificiale. Applicazione graduale, con piena operatività prevista per il 2 agosto 2026.

9 settembre 2024. Mario Draghi consegna alla Commissione il Rapporto “The Future of European Competitiveness”, organizzato su innovation gap, decarbonizzazione integrata alla competitività e riduzione delle dipendenze strategiche. La sovranità tecnologica assume valore di programma politico per la legislatura europea.

17 settembre 2024. Ursula von der Leyen propone Henna Virkkunen come Executive Vice-President for Tech Sovereignty, Security and Democracy. Per la prima volta la sovranità tecnologica entra nel titolo di un portafoglio del collegio dei Commissari.

19 novembre 2024. Il Centro Economia Digitale presenta nella Sala Aldo Moro del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale il Rapporto Strategico “Coopetizione. Aziende e Stati di fronte alla sfida di un mondo che cambia”. Il Rapporto propone la “Coopetizione” come metodo per gestire la Sovranità Tecnologica nei sistemi di interdipendenza, e documenta un incremento di brevetti collaborativi tra competitor del 159% nel periodo 2003-2022. Il documento entra nel dialogo tra il Governo italiano e gli attori industriali nazionali come framework di riferimento per le strategie di alleanza tecnologica.

1 dicembre 2024. Insediamento della Commissione Von der Leyen II. Virkkunen entra in carica con portafoglio integrato su Digital and Frontier Technologies, cybersecurity, AI, difesa della democrazia.

10 dicembre 2024. EuroHPC Joint Undertaking seleziona il progetto IT4LIA AI Factory, candidatura italiana coordinata da Cineca. Investimento di circa 430 milioni di euro cofinanziato da Ue e governo italiano (Mur, Acn, Regione Emilia-Romagna, Infn, ItaliaMeteo, AI4I, Fondazione Bruno Kessler). Localizzazione presso il Tecnopolo di Bologna.

29 gennaio 2025. La Commissione presenta il Competitiveness Compass, roadmap quinquennale fondata sulle raccomandazioni Draghi. Annunciata la European Savings and Investments Union. Il Compass prefigura inoltre il futuro European Competitiveness Fund, formalmente proposto il 16 luglio 2025 con una dotazione di 234 miliardi di euro nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034.

10-11 febbraio 2025. All’AI Action Summit di Parigi, von der Leyen lancia InvestAI: target di mobilitazione 200 miliardi di euro, di cui 20 miliardi di contributo pubblico UE per la realizzazione di un massimo di cinque AI Gigafactory.

20 giugno 2025. Si chiude la Call of Expression of Interest per le AI Gigafactory: 76 proposte da 16 Stati membri su 60 siti diversi. L’Italia è tra i Paesi candidati.

29 ottobre 2025. Il Centro Economia Digitale presenta al ministero dell’Economia e delle Finanze, con la partecipazione del ministro Giancarlo Giorgetti, il Rapporto Strategico “High-Tech Economy. Il nuovo ciclo competitivo globale”. Lo studio documenta empiricamente che un dollaro di valore aggiunto high-tech genera 3,9 dollari di Pil nei Paesi Ue in tre anni (1,28 nei settori low-tech). Il Rapporto diventa riferimento analitico nelle interlocuzioni del Mef e del Mimit sull’esecuzione delle priorità di politica industriale.

16 gennaio 2026. Il Consiglio Ue adotta il Regolamento 2026/150 che modifica il regolamento EuroHPC JU includendo le AI Gigafactory nel mandato e fissando il contributo Ue al 17% del capital expenditure.

9 aprile 2026. La Commissione europea autorizza un aiuto di Stato italiano da 211 milioni di euro per lo sviluppo di chip fotonici.

3 giugno 2026. Con la comunicazione Com(2026) 503 l’Unione adotta il Tech Sovereignty Package e, per la prima volta, una definizione formale di sovranità tecnologica. I quattro strumenti coordinati, il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act, la strategia open source e la roadmap su energia e intelligenza artificiale, affrontano per la prima volta l’intera filiera, dal chip al software, come un sistema unico.

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Europa, ci siamo: sovranità tecnologica, dalla parola all’architettura. La lettura di Cerra

C’è una parola che cinque anni fa, in Italia, quasi nessuno usava parlando di tecnologia, e che il 3 giugno è diventata il titolo di un pacchetto legislativo europeo. È “sovranità tecnologica”. Quel giorno la Commissione europea ha presentato un pacchetto di norme su microchip, cloud, intelligenza artificiale e software, e per la prima volta ha scritto nero su bianco che cosa intende l’Europa quando dice di volersi riprendere il controllo delle proprie tecnologie. A portare quell’espressione in modo strutturato nel dibattito italiano e verso le istituzioni di governo era stato, il 30 marzo 2021, il Centro Economia Digitale, con il primo Rapporto Strategico interamente dedicato alla Sovranità Tecnologica, presentato a Roma davanti ai ministri allora competenti per l’innovazione e per lo sviluppo economico. Pochi mesi dopo la stessa parola risuonava nel discorso di Ursula von der Leyen sullo stato dell’Unione; tre anni più tardi finiva nel titolo di un commissario europeo.

Conviene allora chiarire che cosa significhi, perché è un’idea facile da fraintendere. L’economista Albert Hirschman lo spiegò già nel 1970: chi non può andarsene da un rapporto perde, con l’uscita, anche la voce per farsi ascoltare. Vale per il cliente di un’impresa come per un continente. Nessun Paese, oggi, produce da sé tutte le tecnologie che usa: la vera questione è un’altra, ed è la libertà di scegliere. Sovranità tecnologica significa poter sviluppare e governare le tecnologie da cui dipendono l’economia, la sicurezza e i servizi pubblici; ridurre le dipendenze più pericolose; decidere secondo le proprie regole dove custodire i dati dei cittadini e su quali infrastrutture far funzionare ospedali, banche, amministrazione. È, in fondo, la libertà di non essere messi sotto ricatto su ciò che conta davvero.

Per anni l’Europa ha vissuto questa dipendenza come un fatto naturale, persino conveniente: comprare altrove ciò che funzionava bene e costava meno. Poi è cambiato il mondo. Il rapporto di Mario Draghi sulla competitività, nel 2024, lo ha detto senza eufemismi: l’Unione dipende da fornitori esterni per oltre l’ottanta per cento della propria tecnologia digitale, fabbrica appena un decimo dei microchip del pianeta e affida gran parte del proprio cloud, cioè dei luoghi in cui vivono dati e servizi, a poche grandi piattaforme extraeuropee, in gran parte americane. Lo storico Chris Miller, nel suo «Chip War» del 2022, ha raccontato come quei minuscoli quadrati di silicio siano diventati il petrolio del nostro secolo, la posta di una competizione tra potenze. Sono spesso le tecnologie migliori sul mercato, e proprio per questo se ne diventa dipendenti: il rischio nasce dalla concentrazione e dalla mancanza di alternative, non dalla bandiera di chi le fornisce. Finché tutto resta efficienza, è un vantaggio; quando le forniture diventano strumenti di pressione, e negli ultimi anni è accaduto, la dipendenza si rovescia in vulnerabilità.

L’Europa ha reagito come sapeva fare meglio, con le regole, a volte eccedendo. Le norme sulla privacy, sulle grandi piattaforme e sull’intelligenza artificiale hanno comunque costruito un quadro di diritti che oggi molti, nel mondo, guardano come modello. Ma le regole, da sole, non bastano. Si può normare un mercato, non per questo lo si possiede. L’Europa ha imparato a regolare ciò che non produce; le resta da imparare a produrre ciò che vuole regolare. È questo il senso del pacchetto del 3 giugno: passare dalla norma alla capacità, dal diritto alla fabbrica.

Il pacchetto prova a costruire lungo tutta la filiera, dal chip al software, trattandola per la prima volta come un sistema unico e non come tanti dossier separati: l’intelligenza artificiale ha bisogno di potenza di calcolo, e il calcolo di chip, di energia, di software. Una nuova legge sui semiconduttori punta a rafforzare la produzione europea e a far crescere la domanda di chip fatti in casa. Le regole su cloud e intelligenza artificiale chiedono alle amministrazioni di valutare, caso per caso, quanto sia sensibile ciò che affidano a fornitori esterni, riservando le tutele più severe ai dati di sanità, finanza e giustizia, senza per questo chiudere la porta a nessuno. Una strategia sul software aperto, il cosiddetto open source, mira a ridurre la dipendenza da pochi fornitori rendendo il codice consultabile e riutilizzabile da tutti. E un piano dedicato all’energia ricorda una verità spesso dimenticata: i grandi centri di calcolo e l’intelligenza artificiale consumano quantità enormi di elettricità, e non esiste sovranità digitale senza energia competitiva.

È qui che il lavoro del Centro Economia Digitale ha anticipato il discorso pubblico. La parola, da sola, dice che cosa un Paese vuole, il controllo sulle tecnologie che contano, ma non come arrivarci senza isolarsi. Con il Rapporto Strategico «Coopetizione» (cooperazione e competizione simultanea) del 2024 ne abbiamo già proposto l’evoluzione: non più soltanto un obiettivo, ma anche il metodo per raggiungerlo. La chiamiamo Sovranità Tecnologica Coopetitiva. Significa conquistare l’autonomia sulle tecnologie critiche competendo per la leadership e, allo stesso tempo, collaborando in modo consapevole con altri Paesi su ciò che nessuno costruisce da solo: sovrano è chi sa governare l’interdipendenza, e farne una forza. Lo confermano persino i numeri: in vent’anni i brevetti depositati insieme da imprese rivali sono cresciuti del 159%.

Con “High-Tech Economy”, l’anno successivo, abbiamo mostrato perché tutto questo conviene anche alla crescita: ogni dollaro di valore aggiunto nei settori ad alta tecnologia ne genera 3,9 di prodotto in tre anni, oltre tre volte più che nei comparti tradizionali, e dieci miliardi di dollari in più di quel valore aggiunto valgono 161 mila posti di lavoro nello stesso arco di tempo. Investire in alta tecnologia, prima ancora che una scelta di sicurezza, è il moltiplicatore di ricchezza più potente di cui l’Europa disponga.

In questa partita l’Italia non parte da spettatrice: ha nominato l’idea presto e custodisce eccellenze vere lungo l’intera catena. Nei semiconduttori un campione europeo come STMicroelectronics sta realizzando a Catania il primo impianto al mondo interamente integrato per il carburo di silicio, il materiale che alimenta l’auto elettrica, mentre la ricerca italiana sui chip fotonici, quelli che trasportano i dati con la luce anziché con l’elettricità, è all’avanguardia. Nel supercalcolo schiera due macchine tra le prime dieci del pianeta, Leonardo a Bologna e HPC6 di Eni nel Pavese, il più potente supercalcolatore industriale al mondo: nessun altro Paese europeo ne ha due. Accanto a Leonardo, al Tecnopolo di Bologna, nasce una delle prime fabbriche europee dell’intelligenza artificiale. Restano lo spazio e l’aerospazio, le reti elettriche intelligenti, la cybersicurezza, una manifattura avanzata ancora tra le prime del continente: tasselli reali, che la cornice appena tracciata a Bruxelles può aiutare a comporre in una strategia.

Resta, sopra ogni dettaglio tecnico, il significato di una parola tornata al centro della storia. È una posta che tocca insieme la democrazia e l’economia: un popolo, nell’età degli algoritmi, si governa anche scegliendo le infrastrutture su cui vive, e un’economia resta competitiva solo finché padroneggia le tecnologie che la trasformano. E tocca ciascuno di noi, ormai inseparabili dai nostri dati. L’Europa ha finalmente scritto la cornice; riempirla di capacità reale sarà il lavoro di una generazione.

È qui che il Centro Economia Digitale lancia la sua sfida all’Unione e ai suoi Stati: fare della sovranità tecnologica coopetitiva il metodo della propria sicurezza economica, aperti quanto possibile e chiusi quanto necessario, a partire dall’Italia, la cui sovranità si realizza dentro quella europea e ne rafforza l’efficacia. Perché, alla fine, la sovranità tecnologica è la forma che la libertà prende nell’età della tecnica: la possibilità, per un popolo, di restare autore del proprio futuro senza chiudersi al mondo.

Cinque anni di sovranità tecnologica in Italia e in Europa. La scheda

 

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Usa vs Europa, due idee diverse di come si governa l’Intelligenza artificiale. L’analisi di Mele

L’Executive Order “Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security”, pubblicato dalla Casa Bianca il 2 giugno 2026, delinea la nuova postura americana sull’Intelligenza artificiale.

Non ci si trova dinanzi ad un testo che affronta il tema dell’AI come un ambito da imbrigliare in una nuova architettura autorizzativa preventiva, né come un’innovazione da lasciare esclusivamente al libero sviluppo del mercato. Il punto che questo Executive Order pone con forza all’attenzione degli analisti è, invece, come Washington stia provando a collocare l’Intelligenza artificiale avanzata all’interno di una cornice in cui leadership tecnologica e sicurezza nazionale sono trattate come due facce della medesima priorità strategica.

Lo si coglie – con chiarezza – già nella parte iniziale del documento. Da un lato, la Casa Bianca rivendica esplicitamente il primato americano nell’AI e lo collega al rifiuto di prevedere un sistema di regolazione giuridica eccessivamente oneroso, in quanto freno all’innovazione. Dall’altro, invece, il testo rimarca come le capacità avanzate di AI pongano nuove questioni di sicurezza nazionale, tali da richiedere un’azione coordinata di dipartimenti e agenzie federali.

È proprio in questa combinazione che si coglie appieno il senso politico di questo Executive Order. L’AI non viene descritta come una semplice opportunità economica, né come un rischio astratto da gestire con formule generali, ma viene trattata come una leva di potenza che gli Stati Uniti intendono proteggere, rafforzare e soprattutto governare senza frenare strutturalmente il suo sviluppo.

Questa postura, tuttavia, non resta confinata al piano delle enunciazioni generali. L’Executive Order, infatti, prova a tradurla in un insieme di misure molto concrete, che mostrano come – agli occhi della Casa Bianca – l’AI avanzata non debba essere favorita soltanto sul piano dello sviluppo industriale, ma anche incorporata dentro una più ampia architettura di protezione strategica. In particolare, si coglie come per Washington il governo dell’AI non si giochi sul terreno dell’autorizzazione preventiva dei modelli, ma anzitutto su quello della sicurezza dei sistemi, della resilienza delle infrastrutture e della capacità dello Stato di presidiare i punti più sensibili del proprio ecosistema tecnologico.

È in questo quadro che anche la dimensione cyber acquista un rilievo strategico. Non come tema separato o meramente tecnico, ma come primo terreno attraverso cui questa visione prende forma. La sezione 2 dell’Executive Order, infatti, prevede di dare priorità alla difesa cyber dei “National Security Systems”, dei sistemi informativi del Department of War e dei sistemi civili federali. Inoltre, chiede di rafforzare programmi e servizi federali in grado di sostenere strumenti difensivi abilitati dall’AI e di facilitarne l’accesso anche da parte di autorità statali e locali, così come degli operatori di infrastrutture critiche. Risulta chiaro, quindi, come la sicurezza dell’ecosistema tecnologico americano venga trattata come parte integrante della politica nazionale sull’AI avanzata.

La medesima logica si ritrova nella creazione di un “AI cybersecurity clearinghouse”, pensato per coordinare l’individuazione delle vulnerabilità software, la loro validazione, la remediation e la distribuzione delle patch, in collaborazione volontaria con l’industria dell’AI e con gli operatori di infrastrutture critiche. Anche qui, il dato interessante non è soltanto operativo, ma di metodo. La Casa Bianca non imposta la relazione con il settore privato secondo una logica prevalentemente autorizzativa o ispettiva, ma la colloca in una cornice di cooperazione orientata alla protezione delle capacità strategiche. È una differenza rilevante, perché mostra come – agli occhi di Washington – il problema non consista tanto nell’assoggettare l’AI ad un controllo amministrativo preventivo, quanto nell’integrare sviluppo tecnologico e protezione dei sistemi all’interno della medesima architettura.

Il passaggio più rilevante, però, resta quello contenuto nella sezione 3 dell’Executive Order, dedicata al dispiegamento sicuro dei modelli AI più avanzati.

È qui che il governo degli Stati Uniti mostra in maniera nitida la filosofia che sostiene l’intero impianto del provvedimento. Da un lato, infatti, viene previsto un processo classificato di analisi teso a valutare le capacità cyber dei modelli AI e determinare la soglia oltre la quale un modello debba essere considerato un “covered frontier model”, vale a dire un modello avanzato ritenuto particolarmente sensibile ai fini della sicurezza. Dall’altro, si immagina un framework volontario attraverso cui gli sviluppatori possano interagire con il governo, fornire accesso anticipato ai modelli più sensibili e collaborare all’individuazione di partner fidati.

Fin qui si potrebbe pensare a una progressiva istituzionalizzazione del controllo pubblico sui modelli avanzati. È proprio a questo punto, però, che il testo compie la scelta politicamente più significativa. La sezione 3(c), infatti, esclude espressamente che da queste disposizioni possa derivare un requisito obbligatorio di licensing, preclearance o permitting governativo per lo sviluppo, la pubblicazione, il rilascio o la distribuzione di nuovi modelli AI, inclusi i “frontier models”.

Gli Stati Uniti, pertanto, chiariscono la propria volontà di conoscere, valutare e presidiare i modelli AI più avanzati, ma non intendono subordinare in via generale il loro sviluppo ad un’autorizzazione amministrativa preventiva. Non si tratta, naturalmente, di un arretramento del potere pubblico, bensì di una diversa tecnica di governo del rischio. Invece di costruire un filtro generale a monte dell’innovazione, l’Executive Order concentra l’azione pubblica sulla protezione dei sistemi, sulla cooperazione con gli sviluppatori, sulla tutela della proprietà intellettuale americana e sulla repressione dell’uso ostile o criminale dell’AI.

A questo punto, il confronto con l’Europa diventa inevitabile. Non perché l’Executive Order lo richiami espressamente, ma perché la scelta americana risulta più leggibile proprio se osservata in controluce rispetto al percorso europeo. Infatti, mentre l’Unione europea ha affrontato l’Intelligenza artificiale soprattutto come materia da incardinare dentro una cornice generale di regolazione del rischio, Washington sembra muoversi secondo una logica diversa. L’AI avanzata non viene trattata – come già evidenziato – nella sua veste di disciplina orizzontale o di autorizzazione preventiva, ma come settore di primario interesse strategico, da proteggere e rafforzare senza rallentarne strutturalmente lo sviluppo. La differenza non è solo giuridica, ma è prima ancora politica. Da un lato, un approccio che tende a organizzare il governo dell’AI intorno alla regolazione. Dall’altro, un approccio che tende a costruire questo governo anzitutto intorno a sicurezza, competitività e primato tecnologico.

Da ultimo, anche la sezione 4 dell’Executive Order si inserisce in modo armonico in questo quadro. L’Attorney General, infatti, viene chiamato a dare priorità all’applicazione delle principali norme penali federali contro chi utilizzi l’AI per accedere abusivamente a sistemi informatici o danneggiarli senza autorizzazione, oppure per agevolare altri reati attraverso tali accessi illeciti. Anche qui il baricentro è chiaro. Il documento non si concentra sul governo dell’AI attraverso un sistema di autorizzazione allo sviluppo, ma sulla difesa dell’ecosistema e sulla repressione dell’uso criminale delle capacità AI.

In conclusione, il punto più rilevante che emerge dalla lettura complessiva di questo Executive Order è che esso non tenta di costruire una teoria generale dell’Intelligenza artificiale. Chiarisce, piuttosto, una postura. L’AI avanzata viene trattata come una infrastruttura strategica sulla quale gli Stati Uniti non intendono rinunciare né al primato tecnologico, né al controllo delle condizioni che lo rendono difendibile. In questo schema, la sicurezza non interviene per rallentare l’innovazione, ma per proteggerla, stabilizzarla e incorporarla più saldamente nella potenza americana. È qui che si coglie il significato più profondo del documento. Non nel dettaglio delle singole misure, né nella sola enfasi sulla cybersecurity, ma nel tentativo di tenere insieme, all’interno di un unico disegno, sviluppo tecnologico avanzato, sicurezza dei sistemi e interesse strategico nazionale. Ed è proprio alla luce di questa scelta che il confronto con l’Europa diventa politicamente istruttivo. Non perché un modello sia, in astratto, preferibile all’altro, ma perché rende visibili due diverse idee di come si governa l’Intelligenza artificiale quando cessa di essere soltanto innovazione e diventa una questione di potere.

 

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Trasporto aereo, dal Fact Book 2026 alle prossime sfide del settore. Parla Di Palma

Il trasporto aereo italiano continua a crescere a ritmi superiori rispetto agli altri Paesi europei, confermando il ruolo strategico del settore per l’economia e la connettività internazionale del Paese. In occasione della presentazione del Fact Book 2026 del Centro Itsm–Iccsai Transport and Sustainable Mobility, il presidente dell’Enac, Pierluigi Di Palma, ha dialogato con Airpress sulle ragioni della crescita del traffico, sulle sfide poste dalla transizione energetica e dalle tensioni geopolitiche e sulle priorità che dovranno guidare lo sviluppo del sistema aeroportuale italiano nei prossimi anni.

Presidente, negli ultimi anni il traffico aereo italiano è cresciuto più rapidamente rispetto a molti altri Paesi europei. A cosa attribuisce questa performance?

Sicuramente alle politiche adottate dall’assetto istituzionale durante e dopo la pandemia. Già nel periodo Covid avevamo avviato un percorso di confronto con il governo attraverso un’iniziativa che chiamammo “La ripartenza rock”, nella quale evidenziavamo la necessità di interventi straordinari per sostenere il settore. Facemmo un parallelo tra la crisi generata dall’attacco alle Torri Gemelle e quella provocata dal Covid, sottolineando come fosse necessario un approccio di carattere keynesiano per evitare il collasso del sistema.

Quelle misure hanno consentito di mantenere in piedi il sistema aeroportuale anche in una fase di traffico praticamente azzerato. È stato possibile preservare l’occupazione, non disperdere competenze professionali e mantenere il legame tra i lavoratori e il comparto del trasporto aereo. In molti altri Paesi europei questo non è avvenuto e la ripartenza è stata accompagnata da forti difficoltà operative e organizzative.

L’Italia, invece, si è fatta trovare pronta quando il traffico è ripreso. Questo ci ha consentito di intercettare nuovi flussi, in particolare provenienti dal mercato americano, e di raggiungere in tempi relativamente brevi il traguardo dei 230 milioni di passeggeri, che rappresenta un risultato molto significativo per l’intero sistema nazionale.

L’Europa continua a spingere sugli obiettivi climatici attraverso strumenti come Fit for 55 e ReFuelEU Aviation. Come si può mantenere l’equilibrio tra sostenibilità e competitività?

Noi consideriamo fondamentale la partecipazione dell’Italia al progetto europeo, ma abbiamo sempre mantenuto un approccio critico e pragmatico. L’Europa può certamente svolgere un ruolo importante nell’indicare una direzione e nel promuovere il confronto tra gli Stati, ma non può pensare di dettare da sola l’agenda del trasporto aereo mondiale.

Parliamo infatti di un settore che per sua natura supera i confini geografici e politici del continente europeo. È una riflessione che abbiamo portato avanti anche nel dibattito sul futuro dei carburanti. In diverse occasioni abbiamo sostenuto che la transizione del trasporto aereo non potesse essere fondata esclusivamente sull’ipotesi dell’idrogeno o dell’elettrico, perché la tecnologia oggi disponibile e quella prevedibile nei prossimi decenni indicano uno scenario diverso.

La tecnologia attuale continuerà ad accompagnare il settore ben oltre il 2050 e il percorso verso la decarbonizzazione passerà soprattutto attraverso i Sustainable Aviation Fuels. Parliamo di carburanti che consentono una progressiva riduzione dell’impatto ambientale mantenendo però la sostenibilità economica e operativa del sistema.

La competitività del trasporto aereo europeo non può essere messa a rischio da norme valide soltanto entro i confini dell’Unione. Serve una visione globale e una regolazione che tenga conto delle dinamiche internazionali, altrimenti si rischia di creare squilibri competitivi senza ottenere benefici reali sul piano ambientale.

Restando sul tema dei carburanti, le tensioni geopolitiche e le criticità legate allo Stretto di Hormuz hanno riportato al centro il tema della resilienza energetica. Quali insegnamenti dovrebbe trarne l’Europa?

Anche su questo tema siamo stati tra i primi a richiamare l’attenzione sulla questione del fuel e sulle possibili conseguenze delle tensioni internazionali. Allo stesso tempo abbiamo sempre sostenuto che non si sarebbe arrivati a una vera e propria interruzione del traffico aereo.

Alcuni effetti si sono certamente manifestati, ma spesso sono stati influenzati anche da altri fattori, come la riorganizzazione di alcune compagnie aeree o l’aumento generale dei costi operativi. Per quanto riguarda l’Europa, l’impatto del blocco di Hormuz è stato finora relativamente limitato. A fine maggio molti prevedevano problemi significativi nell’approvvigionamento, ma fino a oggi non si sono verificati scenari di emergenza.

Naturalmente la situazione va monitorata con attenzione. Se le difficoltà dovessero protrarsi nel tempo, potrebbero emergere criticità più rilevanti. Tuttavia, questa vicenda sta producendo un effetto importante: sta spingendo l’Europa a riflettere su alcune scelte strategiche compiute negli ultimi anni.

In particolare, il percorso del Green Deal aveva favorito in alcuni casi l’abbandono di capacità produttive e di infrastrutture legate alla raffinazione. Oggi emerge invece l’esigenza di garantire una maggiore autonomia europea nella produzione e nell’approvvigionamento di carburanti. È una riflessione che riguarda non solo il trasporto aereo ma l’intero sistema economico continentale.

Uno dei principali cambiamenti dell’ultimo anno è stato l’ingresso di Lufthansa nel capitale di Ita Airways. Quali saranno gli elementi da osservare per valutarne il successo?

Abbiamo guardato con favore a questa operazione e l’Enac ha avuto un ruolo importante nel percorso che ha portato alla sua realizzazione. Riteniamo che l’ingresso di Lufthansa rappresenti un’opportunità significativa per il rafforzamento del vettore nazionale e per l’integrazione dell’Italia all’interno di una rete internazionale più ampia.

Allo stesso tempo, il mantenimento di una quota da parte dello Stato italiano consente di preservare una capacità di indirizzo e di vigilanza sulle politiche che riguardano il trasporto aereo del Paese. Questo aspetto è particolarmente importante perché il nostro interesse non è soltanto finanziario o societario, ma riguarda soprattutto lo sviluppo della connettività.

L’attenzione sarà concentrata in particolare sui collegamenti internazionali e intercontinentali. Durante il processo di acquisizione sono state fornite precise garanzie sul mantenimento e sul rafforzamento di queste rotte e sarà proprio questo uno degli indicatori principali per valutare il successo dell’operazione. L’Enac continuerà a monitorare con attenzione che gli impegni assunti vengano rispettati e che il sistema italiano possa beneficiare concretamente delle opportunità derivanti dall’ingresso del gruppo Lufthansa.

Nonostante la crescita del traffico, l’Italia continua a mostrare una connettività intercontinentale inferiore rispetto ad altri grandi sistemi aeroportuali europei. Quali sono gli ostacoli principali?

Una parte delle difficoltà deriva ancora dalle conseguenze della stagione successiva al ridimensionamento di Malpensa come hub nazionale. Quella fase ha inciso profondamente sulla struttura del trasporto aereo italiano e ha imposto una revisione delle strategie di sviluppo.

La risposta è stata la scelta della policentricità aeroportuale, che ha consentito a diversi scali italiani di crescere e di sviluppare traffico sia passeggeri sia merci. È stata una scelta che ha prodotto risultati importanti e che ha contribuito alla crescita complessiva del sistema.

Oggi, tuttavia, stiamo tornando a riflettere anche sul ruolo degli aeroporti in grado di sostenere collegamenti intercontinentali di ampia portata. Fiumicino ha raggiunto dimensioni rilevanti, avvicinandosi ai 50 milioni di passeggeri, e può contare sulla presenza di un vettore di riferimento come Ita Airways all’interno del gruppo Lufthansa.

Allo stesso tempo, Malpensa ha dimostrato di poter sviluppare una significativa rete intercontinentale anche senza essere dominata da un unico vettore. Questo dimostra che esistono margini di crescita ulteriori per il sistema italiano.

Molto dipenderà anche dagli accordi internazionali che riusciremo a costruire nei prossimi anni, sia per il traffico passeggeri sia per quello cargo. Il percorso per rafforzare il ruolo dell’Italia nei collegamenti a lungo raggio è ancora aperto. In passato il tentativo di costruire il grande hub del Sud Europa non ha prodotto i risultati sperati, ma oggi il settore è ripartito con successo e dispone di nuove opportunità per consolidare la propria presenza sui mercati globali.

Guardando al futuro, quali saranno le principali priorità per il trasporto aereo nazionale?

L’Enac ha elaborato un Piano nazionale degli aeroporti con una visione che arriva al 2035. Credo che il trasporto aereo sia uno dei pochi settori della mobilità italiana a essersi dotato di una programmazione così chiara e strutturata, capace di offrire agli operatori una prospettiva di lungo periodo entro cui sviluppare investimenti e strategie industriali.

All’interno del Piano vengono indicati due obiettivi fondamentali. Il primo riguarda il rapporto con l’ambiente. Da un lato il trasporto aereo deve proseguire nel percorso di sostenibilità e innovazione; dall’altro riteniamo che debba svilupparsi anche una riconciliazione tra le esigenze ambientali e quelle della mobilità. Non può esserci una contrapposizione permanente tra questi due elementi.

Il secondo tema riguarda le infrastrutture. La crescita registrata negli ultimi anni è stata possibile anche grazie alla disponibilità di capacità residua all’interno del sistema aeroportuale italiano. Tuttavia, se vogliamo sostenere ulteriori aumenti del traffico, sarà necessario realizzare nuove opere e adeguare quelle esistenti.

Il vero problema riguarda però i tempi. In Italia esiste ancora una distanza troppo ampia tra la fase della progettazione e quella della realizzazione. Si tratta di un fenomeno che non si riscontra con la stessa intensità in altri Paesi e che rischia di rallentare la competitività del sistema.

Per garantire qualità dei servizi e capacità di crescita dobbiamo quindi investire in nuove infrastrutture ma anche ridurre i tempi burocratici e procedurali. Oggi gli aeroporti non sono più semplici luoghi di transito, ma sono diventati spazi attrattivi, parte integrante dell’esperienza di viaggio e fattori determinanti nella scelta dei passeggeri. Per questo il tema infrastrutturale sarà centrale nei prossimi anni.

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Tecnologia e umanità, come costruire fiducia nell’era dell’IA. L’intervento di Petrella

Nel corso della mia vita professionale, mi è stato spesso richiesto di prendere decisioni importanti in circostanze complesse e impegnative. Ci sono stati momenti in cui avevo accesso a enormi quantità di informazioni. Rapporti. Dati. Valutazioni. Opinioni.

Fatti provenienti contemporaneamente da direzioni diverse. Eppure, in una particolare occasione, compresi qualcosa di importante. La sfida più grande non era la mancanza di informazioni. Era capire ciò che contava davvero. E in quel momento imparai una lezione che mi accompagna ancora oggi: L’informazione è essenziale. La conoscenza è essenziale. La tecnologia è essenziale. Ma nessuna di queste, da sola, è sufficiente.

Ciò che alla fine guida le nostre decisioni sono i nostri valori, il nostro giudizio, il nostro senso di responsabilità e la nostra umanità.

Oggi, mentre discutiamo di disinformazione digitale, Intelligenza Artificiale e protezione delle famiglie e delle comunità, quella lezione appare più attuale che mai.

Stiamo vivendo uno dei periodi più straordinari della storia umana. Mai prima d’ora le persone sono state così connesse. Le idee attraversano istantaneamente i continenti. Le informazioni raggiungono miliardi di persone in pochi secondi. La tecnologia ha trasformato l’istruzione, la sanità, l’economia, la pubblica amministrazione e la comunicazione. L’Intelligenza Artificiale rappresenta una delle innovazioni più potenti che l’umanità abbia mai creato. Il suo potenziale è immenso. Può accelerare la ricerca scientifica. Migliorare le diagnosi mediche. Supportare l’educazione. Aumentare la produttività. Aiutare i governi a fornire servizi migliori. E creare opportunità che fino a pochi anni fa sembravano impossibili.

Per queste ragioni dobbiamo guardare all’innovazione non con paura, ma con fiducia e ottimismo. Eppure ogni generazione scopre la stessa verità: iIl progresso porta con sé responsabilità.

Quanto più potenti sono i nostri strumenti, tanto maggiore è la responsabilità di utilizzarli con saggezza.

Una delle più grandi sfide del nostro tempo non è tecnologica. È preservare la fiducia in un’epoca sommersa dalle informazioni. Perché la disinformazione non è semplicemente un problema di fatti errati. È una sfida alla fiducia stessa. E la fiducia è uno dei fondamenti di ogni società sana. Le famiglie si basano sulla fiducia. Le comunità si basano sulla fiducia. Le istituzioni si basano sulla fiducia. Le nazioni si basano sulla fiducia. Quando la fiducia si indebolisce, cresce l’incertezza. Cresce la paura. Cresce la divisione. E la coesione sociale diventa più fragile.

Abbiamo tutti visto come la disinformazione possa influenzare il dibattito pubblico, generare confusione e alimentare tensioni. Nell’attuale ambiente digitale, un messaggio fuorviante può raggiungere milioni di persone prima che la verità abbia il tempo di recuperare terreno. Questa realtà ci impone di riflettere attentamente sul futuro che stiamo costruendo. La tecnologia non è il problema. L’Intelligenza Artificiale non è il problema. Le piattaforme digitali non sono il problema. La vera domanda è come scegliamo di utilizzarle.

La stessa tecnologia capace di educare milioni di persone può anche diffondere confusione. Le stesse piattaforme che connettono le persone possono anche dividerle. Gli stessi algoritmi che diffondono conoscenza possono talvolta amplificare la falsità. La differenza non risiede nella tecnologia. La differenza risiede nei valori che ne guidano l’utilizzo.

Per questa ragione, ogni discussione sulla tecnologia deve essere anche una discussione sull’etica. Negli ultimi anni, queste domande sono giunte ai più alti forum internazionali. Durante la Presidenza italiana del G7, l’Intelligenza Artificiale è stata posta al centro dell’agenda internazionale, evidenziando sia le straordinarie opportunità che offre sia la necessità di garantire che l’innovazione tecnologica rimanga allineata alla dignità umana, alla responsabilità etica e al bene comune.

Ciò riflette una crescente consapevolezza internazionale: lo sviluppo tecnologico deve rimanere connesso ai valori che definiscono la nostra umanità.

Anche Papa Leone XIV ha sottolineato l’importanza di garantire che il progresso tecnologico rimanga al servizio della dignità umana, della responsabilità e del bene comune. Il suo messaggio va oltre le comunità religiose. Ci ricorda che l’innovazione deve rafforzare la persona umana, mai diminuirla.

Pur provenendo da prospettive istituzionali differenti, queste riflessioni convergono verso un principio comune: la tecnologia raggiunge il suo scopo più alto quando serve l’umanità. Per questo la sfida che abbiamo davanti non è semplicemente tecnologica. È morale. È educativa. E, in definitiva, è umana.

Perché ogni rivoluzione tecnologica si trasforma, alla fine, in una domanda sul tipo di società che desideriamo costruire. Attraverso culture, religioni e civiltà diverse, possiamo esprimerci in modi differenti. Eppure arriviamo spesso agli stessi valori fondamentali.

La verità conta. La responsabilità conta. Il rispetto conta. La compassione conta. La dignità umana conta. Questi valori non appartengono a una singola nazione, cultura o fede. Appartengono all’umanità. E costituiscono il fondamento etico su cui può essere costruito un progresso duraturo.

Per questo incontri come questo sono così importanti. Riuniscono persone provenienti da Paesi, esperienze e tradizioni diverse attorno a uno scopo comune. E questo scopo non è semplicemente il progresso tecnologico. È il progresso umano. Nessun governo può affrontare queste sfide da solo. Nessuna azienda tecnologica può affrontarle da sola. Nessuna università può affrontarle da sola. Nessuna comunità religiosa può affrontarle da sola. Il successo richiede cooperazione. Governi. Imprese. Università. Media. Società civile. Leader religiosi. Famiglie.

Tutti hanno un ruolo da svolgere. Perché proteggere le comunità significa rafforzare la responsabilità. E proteggere le famiglie significa proteggere la fiducia. Per questa ragione è particolarmente significativo essere qui ad Abu Dhabi. Gli Emirati Arabi Uniti hanno dimostrato che innovazione e identità culturale non devono necessariamente entrare in conflitto. Modernità e tradizione possono convivere. Ambizione tecnologica e valori umani possono rafforzarsi reciprocamente.

Questa visione equilibrata offre una lezione importante per tutti noi. Il futuro non dipende soltanto dalle tecnologie che creiamo. Dipende dai principi che scegliamo di difendere.

I bambini che crescono oggi saranno la prima generazione a vivere l’intera propria esistenza accanto all’Intelligenza Artificiale. La nostra responsabilità non è semplicemente fornire loro tecnologie più avanzate. La nostra responsabilità è offrire loro basi etiche più solide.

Dobbiamo insegnare il pensiero critico. Dobbiamo insegnare la responsabilità. Dobbiamo insegnare il rispetto. Dobbiamo insegnare il valore della verità. E dobbiamo ricordare alle future generazioni che la tecnologia è uno strumento al servizio dell’umanità, non un sostituto delle relazioni umane. Quando parliamo di proteggere famiglie e comunità, in fondo stiamo parlando di persone.

Genitori che sperano in un futuro migliore per i propri figli. Giovani che cercano la verità in un mondo sempre più complesso. Comunità che cercano fiducia, stabilità e comprensione. La tecnologia può aiutarci. L’Intelligenza Artificiale può aiutarci. L’innovazione può aiutarci. Ma nulla di tutto questo può sostituire la saggezza umana. Nulla di tutto questo può sostituire il coraggio morale. Nulla di tutto questo può sostituire la responsabilità personale.

Guardando al futuro, forse la domanda più importante non è: “Quale tecnologia lasceremo ai nostri figli?”. Forse la domanda più importante è: “Quali valori guideranno la tecnologia che erediteranno?”

L’Intelligenza Artificiale può contribuire a plasmare il futuro. Ma soltanto gli esseri umani possono dare un significato a quel futuro. Solo gli esseri umani possono scegliere la verità invece della menzogna. Solo gli esseri umani possono scegliere il dialogo invece della divisione. Solo gli esseri umani possono scegliere la responsabilità invece dell’indifferenza. E solo gli esseri umani possono garantire che la tecnologia rimanga una forza al servizio della dignità umana, della prosperità umana e del bene comune.

Il futuro non apparterrà semplicemente a chi costruirà le tecnologie più potenti. Apparterrà a coloro che sapranno utilizzarle con saggezza, responsabilità e al servizio dell’umanità. Questa è la nostra sfida. E questa è la nostra responsabilità condivisa. Perché alla fine di ogni discussione sulla tecnologia c’è un volto umano. Una madre preoccupata per suo figlio. Un padre che cerca di guidare la propria famiglia. Un giovane in cerca della verità. Una comunità che cerca fiducia e comprensione. Se li ricorderemo, useremo la tecnologia con saggezza. Se li dimenticheremo, nessuna tecnologia sarà mai sufficiente.

 

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