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L'Armenia tra Unione e Russia. Sfida Pashinyan-Karapetyan (con l'endorsement di Trump)

Tra Europa e Russia, tra il peso della storia e l'incertezza del futuro. Domani gli armeni si recheranno alle urne per un voto che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Caucaso meridionale. In gioco non c'è soltanto la maggioranza parlamentare, ma la collocazione geopolitica di un Paese che da anni vive sospeso tra l'eredità sovietica e la tentazione occidentale. Dopo oltre trent'anni di dipendenza politica, economica e militare da Mosca, Erevan si trova infatti davanti a una scelta che molti osservatori descrivono come storica: proseguire il percorso di avvicinamento all'Occidente avviato dal premier Nikol Pasinyan oppure tornare nell'orbita russa sostenuta da una parte consistente delle opposizioni. Il voto assume i contorni di un referendum sulla leadership di Pasinyan, al potere dal 2018 dopo la «rivoluzione di velluto» che pose fine al lungo dominio delle élite post-sovietiche. Il premier ha puntato sulla lotta alla corruzione, sul rafforzamento delle istituzioni e su una progressiva emancipazione da Mosca. La svolta è arrivata dopo la sconfitta nel Nagorno Karabakh e l'offensiva azera del 2023, vissute da molti armeni come la prova dell'inaffidabilità russa. Da allora Erevan ha raffreddato i rapporti con il Cremlino, intensificato

quelli con Bruxelles, Usa e rilanciato il dialogo con Azerbaigian e Turchia.

È questa la linea che oggi divide l'Armenia: da un lato il partito di governo, che vede nella pace con Azerbaigian e Turchia e nell'apertura all'Occidente la chiave per il futuro del Paese; dall'altro le opposizioni, che accusano Pasinyan di aver concesso troppo a Baku e di aver compromesso il rapporto con Mosca senza ottenere sufficienti garanzie di sicurezza.

La campagna elettorale è stata segnata dallo scontro tra Russia e Occidente. Nelle ultime settimane Mosca, attraverso il ministro degli Esteri Lavrov, ha aumentato la pressione su Erevan con minacce economiche e avvertimenti politici, arrivando persino a evocare il precedente ucraino. Dichiarazioni interpretate come tentativo di influenzare il voto. Pasinyan si presenta come il garante della pace e della modernizzazione del Paese, puntando sull'avvicinamento all'Unione Europea, sul rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti e sulla trasformazione dell'Armenia in un hub strategico tra Europa e Asia.

I sondaggi indicano il premier favorito (preferenze fino al 42%), anche grazie a un'opposizione filorussa frammentata tra Armenia Forte di Samvel Karapetyan, l'Alleanza Armenia dell'ex presidente Robert Kocharyan e Armenia Prospera di Gagik Tsarukyan. A rafforzare la sua immagine internazionale è arrivato l'endorsement di Donald Trump, che lo ha definito «un amico e un grande leader» capace di condividere la sua «visione di pace e prosperità». Senza dimenticare che un accordo siglato con Vance durante una visita a Erevan quest'anno aprirebbe la strada alla costruzione di una centrale nucleare da parte di un'azienda Usa.

Gli scenari possibili sono tre. Il più probabile è una riconferma di Pasinyan con una maggioranza sufficiente a governare, che consoliderebbe l'avvicinamento all'Occidente. Più complessa una vittoria senza una maggioranza autosufficiente, che costringerebbe il premier a cercare alleati e renderebbe più difficile portare avanti le riforme necessarie agli accordi con Baku. Infine, un Parlamento frammentato e dominato da opposizioni divise potrebbe aprire una fase di instabilità, rallentando il riavvicinamento a Europa e Stati Uniti.

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Droni su San Pietroburgo. Kiev sfida la Davos di Putin

Nelle stesse ore in cui a San Pietroburgo si apriva il Forum Economico Internazionale, la cosiddetta "Davos russa" voluta dal Cremlino per mostrare al mondo un Paese tutt'altro che isolato, il cielo sopra la seconda città della Federazione veniva attraversato da velivoli ucraini diretti contro infrastrutture strategiche, terminal petroliferi e installazioni militari. È l'immagine più efficace di una guerra combattuta sempre più in profondità nei territori dei contendenti, ma accompagnata da un'intensa attività diplomatica che prova a immaginare il giorno dopo. Grazie anche alle parole di Zelensky, che si dice pronto a incontrare Putin senza la mediazione di Washington.

La giornata si è aperta con una delle operazioni ucraine a lungo raggio più significative dall'inizio della guerra. Droni di Kiev hanno colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo, snodo energetico strategico sul Golfo di Finlandia, a circa 1.100 chilometri dal confine. Le autorità russe confermano l'attacco e riferiscono di feriti e danni nell'area di Kronstadt, dove si concentrano infrastrutture portuali e militari sensibili. L'esercito ucraino sostiene di aver colpito navi e asset logistici, tra cui la corvetta lanciamissili Boykiy. Il presidente Zelensky ha riferito anche di un raid contro un'azienda del settore militare nella regione di Tambov. Sul versante opposto un drone avrebbe centrato un autobus diretto in Crimea: il bilancio è di otto morti. Il Cremlino promette rappresaglie e la prosecuzione dell'offensiva.

Mentre i combattimenti continuano senza tregua, Kiev lavora per consolidare il sostegno politico e militare dell'Occidente. In visita in Ucraina per una riunione del Consiglio Atlantico, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha affermato che è Mosca, e non Kiev, a trovarsi oggi sotto pressione, pur ribadendo che l'adesione ucraina all'Alleanza non è all'ordine del giorno. Rutte ha inoltre assicurato la prosecuzione delle forniture dei missili intercettori PAC-3, sebbene le scorte dei sistemi Patriot restino limitate, e ha confermato il funzionamento del programma Purl, attraverso il quale i Paesi alleati acquistano armamenti dagli arsenali statunitensi destinati all'Ucraina.

Nel colloquio con Rutte, Zelensky ha però manifestato la preoccupazione che l'attenzione della comunità internazionale possa allontanarsi dal conflitto, e si è detto disposto ad avviare un dialogo diretto con Putin, senza attendere un eventuale intervento Usa. Da Washington, tuttavia, il segretario di Stato Rubio ha assicurato che gli Usa sono pronti a tornare a svolgere un ruolo attivo negli sforzi diplomatici.

Parole importanti, ma il quadro resta contraddittorio. Il premier ungherese Magyar ha proposto Budapest come possibile sede per futuri negoziati di pace, mentre da Mosca la portavoce del ministero degli Esteri Zakharova afferma che non sono arrivate proposte europee concrete su un mediatore. Il Cremlino rilancia il nome dell'ex cancelliere tedesco Schroder. Questo scenario fa da sfondo all'apertura del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, vetrina delle nuove relazioni costruite dalla Russia dopo l'isolamento seguito all'invasione dell'Ucraina. All'evento partecipano 130 Paesi, anche Rodney Mims Cook Jr per gli Usa. Presente anche l'ex sottosegretario del governo gialloverde Michele Geraci, con un millantato incarico ministeriale smentito però dall'esecutivo. Atteso l'intervento di Putin, che tornerà sul conflitto, tra segnali di apertura o nuove rigidità.

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Inferno di fuoco sull’Ucraina. E Mosca "riapre" agli States

Prima il rumore delle esplosioni. Poi il silenzio rotto dalle sirene e dalle squadre di soccorso che scavano tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti. È l'alba di un'altra notte di guerra in Ucraina, una delle più devastanti degli ultimi mesi. Il bilancio è di 22 morti e 146 feriti dopo la massiccia offensiva aerea lanciata dalla Russia contro Kiev, Dnipro, Kharkiv, Mykolaiv, Zaporizhzhia, Poltava, Sumy e Chernihiv.

A pagare il prezzo più alto è stata Dnipro, dove i missili hanno colpito edifici residenziali provocando la morte di 16 persone, tra cui due bambini, e il ferimento di altre 42. A Kiev le vittime sono sei, 90 feriti e circa 140mila cittadini rimasti senza elettricità. Mosca ha lanciato nella notte 656 droni e 73 missili di diversa tipologia. Le difese aeree ucraine affermano di averne intercettati 642, ma l'entità dell'attacco ha comunque lasciato una lunga scia di distruzione da Kiev al sud-est del Paese. Intanto cresce la preoccupazione sul fronte nord-orientale: nella regione di Kharkiv le autorità hanno ordinato l'evacuazione di oltre 7mila civili dalle zone vicine al confine russo, temendo una nuova escalation delle operazioni militari.

Volodymyr Zelensky ha chiesto nuove forniture di missili Patriot e un rafforzamento della difesa antimissile europea, sostenendo che senza una protezione adeguata gli attacchi continueranno. Mosca nega di aver colpito obiettivi civili e afferma che i raid hanno preso di mira infrastrutture militari e industriali, presentandoli come una risposta alle operazioni ucraine contro il territorio russo e le aree occupate. Tra i bersagli presi di mira anche i depositi che custodiscono i missili balistici FP-7, armamenti che, con una portata di 200 chilometri, rappresentano una minaccia crescente per le forze russe.

Le reazioni internazionali sono state immediate. António Guterres, segretario generale dell'Onu, invita il presidente russo Vladimir Putin a «fermare l'escalation e aprire la strada alla pace». L'Eliseo accusa la Russia di mostrare un «totale disprezzo» per diplomazia e diritto internazionale. Il cancelliere tedesco Firedrich Merz ha parlato di «libertà e unità dell'Europa in pericolo», indicando nella minaccia una sfida comune per l'intero continente. Sulla questione gli Usa sono intenzionati ad ampliare la presenza di armi nucleari in Europa, valutando Polonia e Baltici come basi per aerei Nato a duplice capacità. Uno scudo nucleare sul fianco est.

Il Cremlino continua a dichiararsi aperto al dialogo, ma ribadisce che qualsiasi accordo dovrà passare dal ritiro delle forze ucraine dai territori che Mosca rivendica propri. Nella capitale russa è stato intanto avvistato l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che Putin considera un possibile canale di interlocuzione con l'Europa. Proseguono nel frattempo i contatti tra Russia e Usa, favoriti anche dal ritorno, dopo 8 anni di assenza, di una delegazione americana al Forum economico internazionale di San Pietroburgo. Secondo indiscrezioni, Donald Trump avrebbe chiesto al presidente cinese Xi Jinping di esercitare la propria influenza su Putin per rilanciare il negoziato. Per Zelensky il leader del Cremlino «non riuscirà a conquistare né il Donbass né, tantomeno, l'intera Ucraina». Sul fronte Ue António Costa, con il sostegno di Merz, ha ribadito il percorso di adesione dell'Ucraina, con nuovi passaggi negoziali il 15 giugno e il via libera di Budapest.

In Crimea si aggrava la carenza di carburante, mentre droni di Kiev hanno colpito la raffineria di Ilsky.

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Parigi lancia la guerra dei mari contro Mosca. Sequestrata un'altra petroliera "fantasma"

La guerra tra Russia e Ucraina si combatte sempre più sul terreno dell'energia: tra petroliere intercettate, raffinerie colpite e nuove sanzioni, il settore petrolifero russo è diventato uno dei principali fronti dello scontro strategico tra Mosca e l'Occidente. L'episodio simbolo arriva dall'oceano Atlantico, dove la Francia ha intercettato una petroliera sospettata di far parte della "flotta ombra" utilizzata da Mosca per aggirare le sanzioni sul petrolio. La nave, la Tagor, ha navigato sotto falsa bandiera camerunense. Dopo l'abbordaggio da parte della Marina francese, con il supporto britannico, è stata sequestrata e trasferita in Bretagna per accertamenti. Si tratta della quarta operazione di questo tipo condotta da Parigi contro le rotte marittime del greggio russo. La reazione del Cremlino è stata immediata. Il portavoce Peskov ha definito l'operazione "un atto al limite della pirateria internazionale", contestando la legittimità dell'intervento. L'intercettazione della petroliera avviene mentre il rialzo dei prezzi del greggio, favorito dalle tensioni in Medio Oriente, rafforza le entrate energetiche della Russia. Per contenere questi ricavi, l'Ue valuta di mantenere il tetto al prezzo del petrolio russo a circa 44 dollari al barile. Tuttavia, l'efficacia del sistema è limitata dalla "flotta ombra", che trasporta gran parte delle esportazioni, aggirando i controlli occidentali, motivo per cui Bruxelles sta intensificando la sorveglianza sulle petroliere sospette.

Mentre l'Europa cerca di colpire le entrate petrolifere russe attraverso sanzioni e controlli sulle esportazioni, l'Ucraina prende di mira direttamente le infrastrutture energetiche. A maggio sono stati registrati almeno 30 attacchi contro siti petroliferi, inclusi 16 raid contro raffinerie strategiche come quelle di Yaroslavl, Perm, Nizhny Novgorod e Volgograd. La pressione si riflette nei dati: la raffinazione russa è scesa ai minimi dal 2009, con una produzione in calo del 13 per cento su base annua. Le conseguenze iniziano a riflettersi anche sul mercato interno russo, con razionamenti di carburante in Crimea e nuove restrizioni all'export. Alcuni funzionari avrebbero avvertito il Cremlino dei rischi legati a una spesa militare sempre più onerosa. E per il Commissario europeo per la difesa Kubilius "Putin perde ed è disperato". L'avanzata russa di fatto rallenta, mentre proseguono gli attacchi con droni tra le due parti. Zelensky, che punta alla fine guerra entro novembre, rivendica la capacità di Kiev di mantenere l'iniziativa grazie a tecnologie innovative. Sul piano diplomatico, si registrano progressi nel percorso europeo di Ucraina e Moldavia e nuovi contatti sulla sicurezza della centrale di Zaporizhzhia.

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